Francesco Maradea

Per i 150 anni dalla nascita

Francesco Maradea e il suo tempo

di Enzo Cumino

 

Se, nell'attuale temperie, pregna di squallidi intrighi e di nauseante marciume, vale la pena ripiegarsi sul passato, per attingere qualche bagliore che possa, sia pure emotivamente, illuminare i passi futuri di una comunità come quella coriglianese, ultimamente offesa nel suo più remoto intimo, ebbene da questo foglio lo si farà, attraverso la riflessione sulla vita e l'opera di Francesco Maradea, coriglianese, cittadino esemplare, guida sicura per tante generazioni di studenti e cantore, come non altri, dell‟animo popolare della Città e dei luoghi in cui è vissuto. 

Nato in Corigliano C. nel 1865, l'anno in cui viene istituito il glorioso Ginnasio-Convitto Girolamo Garopoli, Francesco Maradea proviene da una famiglia umile e modesta (il padre è calzolaio, la madre casalinga) e da un ambiente (i Vasci, cioè i quartieri bassi della città) povero e degradato. Nonostante ciò, egli riesce - con tenacia ed orgoglio, ma soprattutto con lo studio - a superare i tanti pregiudizi della società dell'epoca e ad affermarsi nella vita, come docente e poeta. Dopo i brillanti studi come allievo del Garopoli, studia a Napoli e qui comincia a scrivere i suoi primi versi poetici. Docente di Lettere a Palmi nel 1895, l'anno seguente viene chiamato ad insegnare nella sua città natale: nel Garopoli, spenderà la sua missione di educatore, fino al 1936. Maradea vive 'nella' e 'per' la Scuola, che, del resto, nel periodo in cui egli è attivo come docente, è il settore sociale in cui si spende maggiormente l‟attenzione degli amministratori locali. Tra il 1865, anno di nascita del Maradea, ed il 1941, anno della sua morte, la città di Corigliano Calabro raggiunge tante conquiste, frutto di lotte democratiche e di sforzi economici non indifferenti. Nel 1866-'69, nasce lo Scalo ferroviario. Nel decennio 1868-1879, si dà avvio e si completano alcune importanti arterie viarie, nel territorio. Nel 1879, nasce la villa comunale Margherita. Nel 1880, si concede per la prima volta l'uso privato dell'acqua nei palazzi dei cittadini. Il servizio sanitario viene migliorato con la nomina di un'ostetrica condotta (1887), di un ufficiale sanitario (1890), di un veterinario condotto (1893), mentre la Città viene dotata di illuminazione elettrica (1891). Nel 1911, anche a Corigliano arriva il cinematografo, mentre nel teatro comunale, sorto nel 1891, diverse compagnie intrattengono gli amanti dell'arte della recitazione. Tra il 1912 ed il 1920, vengono portati a termine i lavori di arginamento dei torrenti Cino e Coriglianeto, per cui si dà inizio a quei lavori di bonifica integrale del territorio. Altre due grandi opere vengono realizzate nel periodo in cui fiorisce il Maradea: l'Acquedotto del Fallistro, i cui lavori iniziano nel 1930, sono in gran parte già realizzati nel 1939, ma vengono ultimati nel 1952; l'Ospedale Civile 'Guido Compagna', i cui lavori iniziano nel 1929 e che diventerà operativo dal 1938. Ma come vive il Maradea gli avvenimenti che cambiano il volto della Città? Sicuramente come testimone consapevole, insieme con i suoi allievi. C'è da sottolineare che il Nostro è uomo di cultura, ma non è un politico. Vive per la Scuola e per l'Arte. Il Maradea, all'interno della comunità coriglianese, infatti, ha un ruolo privilegiato: è il professore ed è il poeta. Le sue prime poesie cominciano ad apparire sul periodico Il Popolano (1882-1932), testata locale diretta da Francesco Dragosei, sin dai primi numeri del giornale. Sullo stesso foglio, il Maradea pubblica, nel corso del 1896, i Cenni critici sulla Divina Commedia, che racchiudono una serie di conferenze tenute nel Garopoli, a beneficio dei suoi alunni. La prima raccolta di poesie del Maradea Saggio di versi è del 1899, mentre la seconda esce a vent'anni di distanza (1919) e porta il titolo di La figlia del sole. Tutte le sue poesie, sia in dialetto sia in italiano, vengono raccolte e pubblicate in tre volumi, dal titolo Foglie Sperse (1921 – 1927 – 1934). Le sue liriche in lingua italiana risultano pregevoli per eleganza e compostezza metrica, ma non sempre si coglie in esse vera poesia. Il Maradea si augura, anzi crede, che tali composizioni (che egli considera carne della mia carne) possano assicurargli la Gloria. In effetti, la fama e la gloria vengono assicurate al Maradea dalle composizioni in dialetto, liriche che egli scrive - così dice egli stesso - per compiacere il gusto dei suoi lettori. In verità, il Maradea riesce ad essere formidabile cantore e genuino interprete dell‟animo popolare e, quindi, vero poeta, nelle cosiddette Calavriselle, composizioni in vernacolo coriglianese, inserite in calce alle tre suddette sillogi, in cui si avvertono una calda partecipazione ai moti dell'animo, una vivace e colorita sequenza di situazioni tipicamente popolari, nonché una dolce e disincantata atmosfera che riporta il lettore ai tempi in cui il vicinato riempiva e caratterizzava tanta parte dell'esistenza di una comunità. Le poesie in dialetto, dunque, proprio per la loro intrinseca melicità, vengono musicate da tre artisti coevi (Luigi Ferrari, Giorgio Taranto, Stano Metta) e da musicisti di oggi (Roberto Longo, Francesco Zampino, Eugenio Conforti). Ben 14 testi poetici del Mara-dea sono stati finora musicati! Il che consente di poter affermare che il Nostro, oltre ad essere il più letto e più noto tra i poeti coriglianesi, è sicuramente il più amato dai musicisti.
(Veteranova marzo 2015)

A 150 anni dalla nascita

Francesco Maradea e la musica

di Enzo Cumino

 

Poesia e musica, manifestazioni creative altissime dell'ingegno umano, da sempre vivono insieme e si completano, anzi rappresentano un connubio inscindibile nella storia delle espressioni artistiche nelle quali l'uomo da sempre si è cimentato. Poesia e musica, a ben vedere, costituiscono un binomio centrale della produzione lirica di Francesco Maradea, giacché i suoi componimenti poetici, vuoi in lingua vuoi in dialetto coriglianese, proprio per la musicalità del verso e per i temi trattati (l'amore, la donna, la natura, l'ambiente popolare locale), suscitano l'interesse di musicisti coevi e di compositori contemporanei, che si accostano o riprendono le sue liriche, le mettono in musica e le trasmettono alle future generazioni. Prima di mettere in evidenza il rapporto culturale tra Maradea e i musicisti coevi residenti in Corigliano, c'è da dire che, nel periodo degli studi liceali ed universitari a Napoli (1885-1894), il giovane poeta, pur conoscendo da vicino il grande musicista Vincenzo Valente (Corigliano C. 1865 – Napoli 1921), non avvia, purtroppo, con lui alcuna collaborazione, mentre si sa che il Valente, in quegli anni, compone tante melodie su testi di famosi poeti napoletani, come Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo. In Corigliano, invece, il Maradea, a partire dai primi anni Venti del Novecento, promuove (o, forse, meglio subisce) quel processo di collaborazione artistico-musicale che, in pochi anni, arricchirà la Città di alcuni testi poetico-musicali, divenuti patrimonio culturale prezioso per l‟intera comunità.

Il primo musicista ad accostarsi alla sua opera poetica è Luigi Ferrari (1862-1933), pianista, il quale nel 1921 mette in musica la lirica Luntananza. A lui si deve, probabilmente, anche il testo musicale di Dintr’i Vasci (1927), la più bella espressione musicale del corpus maradeano fino al 1934. Insieme col Ferrari, è opportuno ricordare Giorgio Taranto (1901-1937), forse cieco dalla nascita, autore di Dintr’a notte (1934), il cui testo musicale fino ad oggi rimane del tutto sconosciuto. La collaborazione più feconda e dagli esiti più felici è quella con Stano Metta (1904-1937), suonatore di Corno della Banda cittadina, autore di due melodie destinate a superare i limiti del tempo: Sciù (1931) e Trizzi d’oru (1934), quest’ultima considerata il capolavoro del giovane e sfortunato compositore coriglianese. Le liriche del Maradea, musicate dai tre suddetti maestri coevi, vengono cantate in ogni angolo della Città. Esse si impongono per la grazia del testo, per la profondità e la delicatezza dei suoni, per la felice assonanza tra note e versi. L‟attenzione verso i testi musicati di Francesco Maradea si mantiene vivissima anche dopo la sua morte (1941), ma bisogna attendere il 1989 per registrare un altro felice incontro tra le sue liriche e i ricercatori di tradizioni popolari. In quell'anno, a cura di Luigi De Bartolo, viene pubblicato il volume Canti dialettali di Corigliano, in cui vengono raccolti i canti in dialetto della tradizione musicale locale. Francesco (Mimì) Zampino, uno dei collaboratori di L. De Bartolo, mette in musica due testi poetici del Maradea: Filumena e A ‘n’Amiricana. L’anno dopo, un giovane e valente musicista, il chitarrista Roberto Longo, compone altre due melodie, su testi di Maradea: Si… e ‘N’orfanu scunzulatu. Tali componimenti, che mettono per l‟ennesima volta in risalto il valore poetico del Maradea, inseriti nel volume Poesia dialettale e Musica a Corigliano Calabro, danno, poi, l’opportunità al Longo di musicare altri otto testi poetici di autori locali. Pochi anni dopo, nel 2005, il maestro clarinettista Eugenio Conforti dà voce musicale a tre liriche del Maradea: ‘U cori di li fìmmini, Ppi la strata, A lu barcunu, tenendo, così, alta e viva una tradizione musicale che ridona gloria ad un poeta intramontabile e dà onore all'intera città di Corigliano. I tre musicisti citati, attraverso le loro melodie, riescono a rendere in maniera adeguata delle espressioni poetiche nate in un contesto ormai lontano da quello odierno. Lo fanno con gusto, con competenza, con partecipazione poetica, con la consapevolezza di accostarsi a testi che, pur facendo parte della tradizione, conservano una freschezza tale da risultare ancora attuali e suscitare, perciò, l‟attenzione anche di musicisti d'oggi. Con tale produzione, sale a quattordici il numero delle composizioni poetiche del Maradea messe in musica. Quattordici poesie in dialetto che, affiancate ed impreziosite dalla musica, assicurano al Maradea quella gloria da lui vagheggiata negli anni giovanili e che invano cercherà di raggiungere nel corso della maturità. Una gloria postuma, come accade frequentemente nella storia delle arti, una gloria che va irrobustendosi col passare degli anni, attraverso il sempre rinnovato interesse di chi si ripiega sul valore delle patrie tradizioni e di chi attinge dalle espressioni poetiche del Maradea linfa freschissima, ancora oggi, per scrivere pagine musicali genuine ed autenticamente ispirate.

(Veteranova aprile 2015)