Gli Scorzafave

 

A te, che stai per iniziare a leggere queste pagine dedicate ai miei antenati, che siano anche i tuoi, o no, rivolgo un grazie di cuore, nella speranza che questo mio lavoro, iniziato da un paio di lustri, forse anche tre, possa essere apprezzato.

Non è stato un percorso semplice. Molte sono state le difficoltà incontrate, al punto che, più di una volta, ho pensato di “tirare i remi in barca”; ma, poi, la grande voglia di conoscere le mie radici ha avuto il sopravvento. Pertanto, ho continuato a “remare” in un mare di fogli ingialliti e consumati dal tempo, approdando in quei porti che profumavano delle orme dei miei antenati. Ben presto, però, mi son reso conto delle grandi difficoltà nel navigare in acque un po’ troppo estese ed alquanto impegnative. E così, consapevole che il tempo è tiranno ed un giorno dura meno del battito d’ali di una farfalla o del volo di un calabrone, e che con gli anni le forze si affievoliscono sempre di più, ho deciso di approdare al solo porto della mia città, Corigliano Calabro, lasciando ad altri la mappa con le giuste coordinate per raggiungere altri porti, affinché ripercorrano le orme del passato dei loro avi, riportando in vita quel sapore dolce dei ricordi e della memoria.

Ho cercato con pazienza certosina di non tralasciare alcun minimo dettaglio che potesse essere utile alle mie ricerche, consultando, a partire dall’Ottocento, gli archivi degli Uffici dello Stato Civile di Corigliano Calabro (oggi Corigliano Rossano), mentre, per il Seicento e il Settecento, quelle, alcune volte illeggibili e incomplete, degli archivi delle chiese parrocchiali della mia città.

Purtroppo, l’incompletezza di queste ultime non mi ha consentito, per il solo Seicento, di trovare i legami parentali tra alcuni Scozzafave, per cui la mia narrazione può essere considerata precisa a partire dal terzo capitolo, cioè dal mio esavolo, Bartolomeo (Bartolo) Scozzafava. Così, pur non potendo escludere alcune eventuali, probabili inesattezze, che in ogni caso sono da considerarsi irrisorie nel contesto generale dell’opera, credo di essere riuscito ad appropriarmi di molte notizie importanti e di forte impatto emotivo; notizie rimaste nascoste tra le pieghe del tempo e della memoria collettiva, e che completano ed arricchiscono il contesto storico di un’epoca che ha segnato il nostro tempo di figli della cosiddetta civiltà moderna. Per tutto ciò, oggi, non posso che ritenermi soddisfatto, sottolineando che questo lavoro è solo un punto di partenza, una porta aperta per coloro che vorranno approfondirlo, omaggiando, così, la grande famiglia degli Scorzafave, un tempo nota col cognome di Scozzafava/e.

A costoro non mi resta che augurare buon lavoro, ringraziandoli, sin da adesso; mentre a te, lettore, ricordo che non sapremo mai chi siamo, se non sappiamo ciò che eravamo o siamo stati. Conoscere le nostre radici è come esplorare la nostra coscienza di uomini, la nostra identità di persone con i propri valori ed i propri limiti in modo da conservare tutto ciò che arricchisce il cammino dell’umanità.

Giovanni Scorzafave

INTRODUZIONE

 

Le storie di famiglia da alcuni decenni riscuotono grande popolarità, grazie all’esigenza sempre più diffusa di non disperdersi nei gorghi di un confuso presente, aggrappandosi alle radici che ancora, qui e là, fuoriescono dal vasto terreno rappresentato dagli archivi.

L’esperienza quotidiana della sala di studio mi rende sempre più evidente come la maggior parte degli argomenti delle ricerche svolte dagli studiosi, seppure a volte camuffate sotto le più auliche e generalissime formulazioni, hanno come scopo approfondire vicende familiari sulle quali sentirono sussurrare qualcosa da bambini e che, dopo decenni di rimuginamenti e fantasticherie, hanno assunto i contorni di una leggenda che non attende altro se non di essere provata dalla fede che conferiscono le carte e la loro “sacra polvere”. Non importa se questi miti andranno sanguinosamente ad infrangersi sulle note vergate da parroci, sugli atti dell’anagrafe, sui rapporti riservati della polizia politica o su aridi fascicoli personali e fogli matricolari, documenti tanto freddi quanto spietati nel massacrare le fanciullesche illusioni dello studioso: la ricerca archivistica è un percorso che ha le sue insidie ma anche (anzi, soprattutto) le sue delizie e tanto vale il rischio di correre il pericolo.

L’ancora della propria identità è dunque la leva pronta a far scattare in un elevato numero di utenti la volontà di sobbarcarsi lunghissime trasferte pur di visitare chiese remotissime, archivi dimenticati e biblioteche spesso ignote agli stessi esperti del settore.

Come acutamente ha osservato Stefano Vitali, tale fenomeno non è destinato ad esaurirsi rapidamente richiedendo alle istituzioni archivistiche e agli archivisti di confrontarsi con esso ancora a lungo nel prossimo futuro, sia mettendo a punto servizi in grado di rispondere in modo efficiente a questa ampia categoria di utenti che dedicando una particolare attenzione allo studio e all'elaborazione di strumenti di ricerca particolarmente mirati sulle fonti che della ricerca genealogica.

Al di là, tuttavia, «delle varie motivazioni individuali che possono ispirarla, - continua Vitali - la ricerca genealogica e di storia della famiglia costituisce non di rado un'attività coinvolgente, cui si dedica tempo e impegno per il puro gusto di praticarla, indipendentemente dagli obiettivi perseguiti e dai risultati concreti raggiunti, finendo spesso per costituire un tratto identitario della personalità di quanti vi si appassionano, anche perché permette inoltre di sviluppare specifiche abilità e conoscenze.

Condurre ricerche ad ampio raggio su singoli antenati o intere famiglie può richiedere notevoli capacità di orientamento fra le fonti e oggi anche capacità di ricerca e di navigazione sul web; comporta indubbiamente l'acquisizione di un bagaglio piuttosto ampio di conoscenze tecniche ed una certa maestria nel risolvere i problemi che si incontrano; necessita competenze e giudizio critico nell'interpretazione delle fonti, nella lettura di ciò che dicono e nella formulazione di congetture su ciò che, nella loro frammentarietà e lacunosità, esse possono far solo intravvedere e ipotizzare. Insomma, vi è una dimensione di piacere intellettuale e pratico, di soddisfazione nell'aver a che fare con le fonti, di fare scoperte e di raggiungere risultati che è gratificante in sé e che allo stesso tempo arricchisce e può affinare lo spirito critico. Chi si fa conquistare dalla ricerca genealogica e di storia della propria famiglia e ci si immerge con passione, finisce per provare quel «piacere dell’archivio», di cui gli archivisti e gli storici di professione hanno spesso parlato come di uno dei tratti più affascinanti del loro lavoro».

Gli effetti benefici di tale piacere ho ritrovato scorrendo le pagine di questa opera del caro amico Giovanni Scorzafave, tra i più attivi alfieri in presidio delle nobili tradizioni della nostra cara e amata Corigliano: milizia che, in virtù della sua indole di scienziato e matematico, ha scelto di prestare sulla nuova frontiera della rete, con un blog che raccoglie il meglio della memoria storica cittadina e propaga con agilità e autorevolezza i suoi contenuti nella vasta platea dei webnauti.

Pagine di vita, di esperienze vissute, di enormi sacrifici e di tante gioie: ne emerge, da un rigo all’altro, un mondo popolato da persone semplici tratteggiato in maniera semplice e cordiale. La Corigliano ritratta è ancora quella vista sul finire del Settecento dal Visitatore Giuseppe Maria Galanti che, osservando il vasto orizzonte di territorio che gli si apriva innanzi, restava ammirato per le sue ricchezze naturali ma dopo aver osservato trattarsi di un “paese grande e d’industria”, non poteva fare a meno di notare, come avrebbero fatto tutti i viaggiatori del Grand Tour prima e dopo di lui, gli acerbi squilibri sociali presenti ed evidenti. Durante l’Ottocento poco o nulla cambierà in una realtà contadina, fatta di retaggi ancestrali, tutta piegata sui campi, sugli orti, a raccogliere i frutti dei giardini, delle vigne e degli uliveti. La Corigliano dei “conci”, dei “trappeti” e dei “massari”, dei quali comincia ad intravvedersi la ricchezza grazie ai buoni affari del commercio, avrà lunga vita.

L’ondata dell’emigrazione sarà destinata a creare situazioni assolutamente nuove, aprendo a continenti lontanissimi l’orizzonte del piccolo paese, tutto vicoli e “vicinanzi”, con i bassi bui dove tutto mancava meno che gli strumenti da lavoro e, tra questi, l’ascia, l’utensile che, tramutandosi in arma, segna a volte il destino delle persone in sanguinosi scontri, sempre appesa a un chiodo conficcato nel muro, sopra il misero pagliericcio. Un mondo rurale nel quale facevano irruzione a volte l’idillio e la gioia ma per brevissimo istante: la realtà riusciva sempre a sovrastare e a ricondurre nel suo ineluttabile alveo i tanti che, vittime inconsapevoli, correvano rapidi al loro destino di miseria e afflizione e dei quali è a volte restato solo un nome e nulla più.

Finalmente, con il progresso, tutto inizia a mutare, la vita migliora, emergono nuovi modelli di vita, si vive più a lungo e si è più istruiti, nascono nuovi luoghi di socialità: il passato viene relegato in un angolo e a volte se ne prova anche vergogna. Tale sentimento si ripercuote negativamente sulle tradizioni, che lentamente si spengono, anche in ragione del rapido passaggio da una classe sociale all’altra dei figli rispetto ai padri.

Da qui l’importanza di raccogliere, prima che sia troppo tardi, le memorie di famiglia, il racconto degli anziani, i ricordi di tante esperienze di vita: questo libro, col tono pacato e cordiale che ha saputo imprimere a ogni sua pagina l’Autore, rappresenta un esempio da imitare. Un modo per mantenere viva la tradizione e il ricordo di quei volti, di quelle famiglie che non immaginando per niente di fare la storia hanno invece fatto molta storia.

Crescenzo Paolo Di Martino

 

Archivio Centrale dello Stato

Pubblico solo uno dei numerosi grafici presenti sul libro (per gli altri è necessario farmi una precisa richiesta su giovanniscorzafve@libero.it)