Mastri artigiani, e non solo

Mastro Giorgio Aragona (1884-1966)

 

In una dolce giornata primaverile del 1899 un ragazzo di 15 anni si aggirava curioso per le vie di Roma. Sbirciava nei caffè, rallentava davanti alle vetrine dei negozi, guardava sbalordito il frenetico andirivieni di cavalli e carezze che rendeva pericoloso attraversare le strade. Non si lasciava però distrarre eccessivamente dallo spettacolo della grande città poiché aveva in mente con precisione i luoghi e le cose che voleva vedére: il museo Capitolino, piazza del Campidoglio con l'imponente statua equestre del Marco Aurelio, l'arco di Costantino, il Colosseo, piazza di Spagna, piazza Navona ed infine S. Pietro, i musei e le gallerie vaticane, con le sculture (il "Mosè", sopratutto) del suo adorato Michelangelo. Il giovane si chiamava Giorgio Aragona e veniva da Corigliano, dove era nato il 3 luglio 1884 da Giuseppe, apprezzato capomastro muratore, e da Teresa Avolio, casalinga. Lavorava come apprendista in una falegnameria di Piazza Cavour ('a ru Funnichi) e quel viaggio a Roma rappresentava finalmente l'occasione di poter guardare da vicino i capolavori degli artisti del passato, fino a quel momento immaginati solo attraverso i racconti del suo maestro delle elementari, Giovanni Guidi, o le accanite letture dei pochi libri che era riuscito a procurarsi. Prima di ritornare in Calabria voleva studiare a lungo quelle creazioni artistiche, soprattutto le sculture classiche verso cui si sentiva particolarmente attratto: la sua fantasia giovanile galoppava e pensava che, chissà, forse un giorno sarebbe stato anche lui capace di trarre dal legno forme armoniose e sublimi simili a quelle in marmo che erano davanti ai suoi occhi. Aveva già dimostrato infatti precoci attitudini per la lavorazione del legno e riusciva a creare con facilità figure ben modellate, suscitando l'ammirazione di tutti quelli che avevano occasione di vederle. L'episodio della gita nella capitale ci viene raccontato dalla figlia di Giorgio Aragona, Giuseppina, 76 anni molto ben portati, lucida ed arzilla, disponibilissima a lasciarsi coinvolgere in rievocazioni di atmosfere, fatti e suggestioni di tempi ormai lontani. Mentre sfoglia con amore un grande album di famiglia pieno di ricordi del padre, diplomi, vecchie foto ormai ingiallite, corrispondenza, riconoscimenti, attestati di merito, continua a scavare nella memoria. "Proprio allora - ci dice - mio padre ebbe l'opportunità di poter cambiare il corso della sua vita. Rientrato, infatti, a Corigliano pieno di entusiasmo per le belle cose viste a Roma, scolpì di getto un delizioso busto in legno del Petrarca. Decisero, in famiglia, di regalarlo al cav. Giacomo Garetti, allora Deputato Provinciale. Questi ne rimase tanto favorevolmente colpito da offrirsi di far studiare a sue spese, a Napoli, in un istituto d'arte il giovane Giorgio". "Ma il nonno - continua la signora Giuseppina, con una punta di rimpianto - non volle accettare la generosa offerta. Le condizioni economiche della famiglia non lo permettevano. Il figlio Giorgio doveva restare a Corigliano e dare il suo contributo al reddito familiare". E così l'anno seguente, a soli 15 anni, il giovane aspirante scultore apriva una sua "bottega" di falegname in piazza Cavour, in un magazzino di palazzo Persiani. Costruiva di tutto, cassettoni, scrivanie, armadi, librerie, letti, "cristalliere", "credenze": mobili eleganti e solidi, impreziositi da delicati intagli che li rendevano subito riconoscibili e ricercati. In poco tempo, lavorando duramente, riusciva ad acquisire una vasta clientela e ad ottenere la stima e il rispetto dei colleghi del settore. A Corigliano nei primi decenni del secolo il mondo dell'artigianato era variegato, attivo e in continuo sviluppo. Fabbri, sellai, bottai, maniscalchi, ramai, calzolai, stagnini, mobilieri, legnaioli ed altre figure ancora, contribuivano a rendere più articolata la struttura economica del paese ed esercitavano anche una notevole influenza nella vita sociale e politica cittadina. Le testimonianze di quel periodo concordano tutte nel descrivere la vivacità e la vitalità delle vie del centro storico, animate da "botteghe" e laboratori di ogni tipo e dimensione. Restando nel campo della lavorazione del legno, alcuni artigiani sono ricordati ancora oggi per la loro indiscussa maestria, dall'ebanista Giuseppe Policastri (il popolare "vai maestro") all'intagliatore Gerardo Errico, da Raffaele Ferrarese a Salvatore Grillo, da Giuseppe Mauro a Battista Spataro. E poi ancora Francesco Gallina, Giuseppe De Natale, Antonio Pappacena, Pasquale Candia, Francesco De Gaetano, Attilio Cavallo, Luigi Grillo, Giovanni Candia e tanti altri che attraverso un mestiere faticoso, ma libero, riuscirono a migliorare notevolmente la propria condizione sociale. Ma torniamo a "mastro" Giorgio. Nel 1911 riusciva, dopo ben dieci anni di fidanzamento, a realizzare il sogno d'amore della sua vita, sposando Veronica Curti (nipote di Francesco Pometti, l'illustre storico coriglianese), dalla quale ebbe una sola figlia, Giuseppina, la nostra preziosa interlocutrice. "Nel poco tempo libero - ci racconta ancora mio padre si dedicava alla musica ed al canto. Era, infatti, un abile suonatore di chitarra classica ed aveva una bella voce, per la quale era richiestissimo durante le funzioni solenni nella chiesa di S. Maria. Ma la grande passione dominante rimaneva la scultura e ad essa sacrificava volentieri svaghi e riposo". Lo faceva evidentemente con buoni risultati, tanto che Vincenzo Tieri poteva scrivere sul "Popolano" dell'undici marzo 1917: "Che Giorgio Aragona sapesse fare del legno una bellissima scrivania o una libreria artistica, un cassettone intarsiato o un armadio elegante era cosa che non solo sapevo, ma avevo più volte ammirata. Ma che Giorgio Aragona falegname sapesse trarre dal legno, come un artefice dal marmo o dal bronzo, la figura espressiva e precisa di una persona vivente o di un morto prediletto, era cosa la quale, non che saputa, non era stata da me immaginata o sospettata". Un vero artefice, proseguiva Tieri, abilissimo nel suo mestiere, geniale nell'arte dell'intaglio, capace di rendere le più tenui sfumature del viso umano "con finezza di linee e chiarezza di espressione". Seguirono anni di operosa serenità, dedicati completamente al lavoro, alla famiglia, alla scultura. Coltivava con premura l'amicizia degli "intellettuali" del tempo, da Francesco Maradea a Costabile Guidi, da Fortunato Bruno a Micuccio Gallerano, a Francesco Milano e tanti altri che, affascinati dall'abilità manuale di quell'artigiano intelligente e curioso, spesso e volentieri sostavano a lungo nella sua "bottega". Con Francesco Grillo, lo storico emigrato in America, suo compagno di lavoro in gioventù, rimase in affettuosa corrispondenza per tutta la vita. Eseguiva sempre più spesso fedelissimi bassorilievi di grandi personaggi, come Pio XI e Mussolini, Vittorio Emanuele III e Gabriele D'Annunzio, inviandoli poi in dono agli interessati (e nell'album dei ricordi sono naturalmente conservate con cura le numerose lettere, spesso autografe, con cui i suddetti ringraziavano calorosamente per l'omaggio ricevuto). Divenne, per così dire, lo scultore ufficiale del Comune, che ricorreva a lui quando c'era bisogno di un regalo prestigioso per qualche ospite illustre. Memorabile, a tal proposito, la grande cornice in mogano a forma di gondola realizzata nel 1927 per l'arrivo a Corigliano di Giuseppe Volpi, il ministro della Real Casa che doveva inaugurare il monumento a Guido Compagna. Partecipava, infine, alle manifestazioni organizzate in quegli anni per valorizzare e far conoscere l'artigianato italiano. Tra queste rassegne, che avevano una vasta eco sui giornali del tempo, ricordiamo la prima Mostra dell'Industria e dell'Artigianato di Catania nel 1929, la VI Mostra Calabrese d'Arte e Artigianato organizzata da Alfonso Frangipane a Reggio Calabria nel 1931, la prima Esposizione Nazionale d'Arte e Mestieri a Bolzano nel 1931. Dovunque, il nostro concittadino riceveva lusinghieri riconoscimenti, attestati da numerose medaglie e diplomi. Giorgio Aragona morì a Corigliano il 3 agosto 1966, circondato dall'affetto dei suoi cari e dalla stima di quanti avevano avuto occasione di conoscerlo durante la sua lunga vita-. Ha scritto Giannetto Beniscelli in un suo bel libro dedicato agli artigiani calabresi: "Nella storia dei popoli e delle regioni il lavoro umano e le cose che gli uomini hanno costruito con le proprie mani sono i segni della loro civiltà, le manifestazioni più attendibili e certe della loro organizzazione sociale, i simboli di comunità e consuetudini diverse e le tracce della vita che continua... Bastano un frammento di coccio graffito o dipinto, il colore sperso di un vecchio affresco od un utensile, un arredo, un legno intagliato, una forma di pietra, per documentare le vicende di un tempo remoto e comprendere la sostanza, sempre attuale, dell'arte e della tradizione.". Con questo spirito, attraverso il ricordo della figura e dell'opera di Giorgio Aragona, abbiamo voluto rendere un modesto omaggio a tanti "lavoratori manuali" che meritano di veder riconosciuto il ruolo da essi svolto nella storia della nostra Corigliano. 

(E. Viteritti)

"Mastro Pasquale Orsini"

di Cosimo Esposito

(già sindaco di Corigliano Calabro)

 

La morte di "mastro" Pasquale Orsini mi rattrista ma mi porge l'occasione per una riflessione sulla vita di un uomo che, per molti versi, è stato e può ancora essere di esempio per i giovani. Egli sin da giovanissimo ha avuto la passione per la politica nella accezione di servizio per la comunità; le difficoltà econo- miche, la mancanza di 'cultura', l'ostracismo dei benpensanti, la durezza del lavoro non gli hanno  impedito di assumere all'interno del PCI di Corigliano un ruolo di guida e di traino per l'emancipazione dei più diseredati. E' stato per molti anni segretario del PCI e per 36 anni è stato consigliere comunale; nel giugno del '69 è stato anche arrestato, insieme ad altri comunisti e socialisti di Corigliano, per avere reagito alle provocazioni di alcuni giovani fascisti; per circa 2 anni (da ottobre '83 a settembre '85) è stato uno dei 'miei' assessori; lo ricordo sempre attivo ed entusiasta e sempre attento agli aspetti essenziali delle questioni, lontano dal politichese e vicino ai problemi veri della gente. Io che ho fatto politica insieme a lui per quasi 20 anni ho tratto spesso insegnamento dalla sua azione e dalle sue idee. Credo che molti giovani che non lo hanno conosciuto, se conoscessero il percorso di vita di "mastro" Pasquale, avrebbero un buon motivo per dare una svolta al loro modo di vivere che spesso è caratterizzato dall'effimero, dal consumismo, dal conformismo, dalla ricerca degli 'affari' dalla mancanza o dalla ignoranza delle regole. Noto oggi che, pur tra tante lodevoli eccezioni, molti giovani non amano l'impegno politico-sociale, non amano lo studio, non amano i sacrifici, non amano la fatica, altri ancora considerano l'impegno politico come uno strumento per una promozione sociale o economica personale, da ottenere anche a costo di calpestare, di ferire, di denigrare, di distruggere gli 'altri', di conquistare partiti, indipendentemente dall'ideologia di questi, di comportarsi in definitiva da selvaggi; noto che si può saltare da una parte all'altra purché il salto sia vantaggioso per il saltatore; noto che si può o si 'deve' correre in aiuto del vincitore di turno per mettersi al suo servizio e avere così favori e prebende (altra cosa legittima è ovviamente il cambiamento sofferto delle opinioni). Tutto questo è il contrario di come ha inteso il suo impegno politico e sociale Pasquale Orsini, sempre pronto al sacrificio personale, sempre pronto alla discussione dialettica anche aspra, ma rispettoso delle regole, delle istituzioni, della volontà dei più, perché convinto che altrimenti la società diventa una giungla dove vincono la forza, la furbizia, la spregiudicatezza e in definitiva la mafia. 

(Il Serratore di E. Viteritti)

Alfonso Caravetta

Il sarto di Via Boncompagni

 

Nell' agosto del  1945, in una  Corigliano assolata  e  attraversata  da mille tensioni, Pasquale Cimino e Peppino Cardamone hanno l'idea di organizzare una "festa" per i reduci che proprio in quei mesi, a centinaia, stanno rientrando in paese dopo lunghi anni di guerra. Sede del "veglione", la sala consiliare concessa dal sindaco Battista Policastri. La manifestazione ha successo. I giovani accorrono numerosi. Fra essi c'è anche Alfonso Caravetta, il figlio di "mastro"Ciccio Caravetta, un artigiano conosciuto e stimato da tutti. Alfonso all'epoca ha solo 23 anni, ha fatto due anni di guerra in Grecia e, dopo l'8settembre '43, un anno e mezzo di campo di concentramento tedesco. E' allegro per il ritorno a casa, euforico, ha voglia di cambiare il mondo. Appena entra nel Municipio e vede nell'atrio i ritratti del re e della regina non riesce a trattenersi. "Questi ci hanno rovinato per cinque anni, proclama ad alta voce, anche stasera dobbiamo averli con noi?". Senza stare a pensarci su, corre con un compagno alla sede del Partito Socialista,"sopra l'arco", prende due ritratti di Matteotti e Garibaldi e li sostituisce, tra l'entusiasmo di tutti i presenti, a quelli dei due sovrani. Il fatto però viene subito riferito al sindaco da "cugni i vutti", un messo comunale. E così quando alcuni giorni dopo il giovane reduce si reca nell'ufficio di Salvatore Salimbeni per il rinnovo di una tessera che dava diritto ad un supplemento di razioni, si sente rispondere che "per ordine del sindaco" il rinnovo non veniva più concesso. Alfonso Caravetta non ha esitazioni: straccia la tessera, spiega bene al malcapitato Salimbeni cosa il sindaco doveva farci con quei pezzi di carta e decide di partire per Roma. A Corigliano non vuole rimanere un giorno di più. L'episodio ci è stato raccontato direttamente da Alfonso Caravetta, nel corso di una lunga chiacchierata che ci ha permesso di rievocare episodi, situazioni e personaggi della Corigliano di quest'ultimo mezzo secolo. Alfonso ha passato la settantina, ma dimostra vent'anni di meno. Alto, solido come una roccia, lucido nei ricordi e nel ragionamento ("mi chiamano il filosofo" dice) ha la figura appesantita solo da una gran passione per la cucina. Una passione che lo ha accompagnato nella sua carriera di artigiano di successo e che in qualche modo ha contribuito alla popolarità di cui gode nella capitale. Ma lasciamo a lui il racconto di quello che successe dopo la partenza da Corigliano. "Arrivato a Roma, ricorda, cerca subito lavoro come sarto. Era il mestiere che avevo imparato dopo la licenza elementare, facendo l'apprendista nelle botteghe di Spezzano e Romano a Corigliano. Per brevi periodi fui nella sartoria di un rossanese in piazza dei Re di Roma e poi in quella di un compaesano. Infine aprii una mia attività in via Boncompagni 61, e da allora non mi sono più mosso". La sartoria di abiti su misura di Caravetta diventa ben presto una delle più rinomate della Capitale. Alfonso è bravo nel suo lavoro, ha gusto nella scelta delle stoffe e dei colori, riesce facilmente ad avviare con il cliente un rapporto d'amicizia. Un giorno, siamo nei primi anni cinquanta, un impiegato della Documento Film, una casa cinematografica che aveva la sede anch'essa in via Boncompagni, si rivolge al portiere dello stabile chiedendo di un sarto. Il portiere lo indirizza alla sartoria Caravetta. Serviva un "intervento"d'urgenza per Eduardo De Filippo,che con la sorella Titina ed Aldo Fabrizi stava girando "Cinque poveri in automobile". Alfonso ovviamente si mette a disposizione e nasce così col grande attore, allora nel pieno del suo successo, una solida amicizia, che coinvolge anche le famiglie, tanto che i due diventano "compari". Da allora sarà Caravetta il sarto di scena che seguirà De Filippo in tanti teatri italiani. E' con lui, per esempio, a Napoli,nel 1954, quando con Palummella zompa e vola di Antonio Petito inaugura il restaurato teatro Ferdinando,che sotto la sua guida diventa per molti anni il centro della vita teatrale napoletana. I ricordi si affollano: la"pastamurizia" fatta venire in fretta da Corigliano perché Eduardo "fragildi costituzione" aveva un raffreddore che non voleva passare dopo una tournée in Russia, gli eterni e spassosi litigi con un mitico colono che non c'era mai a curare la vigna, i problemi familiari. "La vita, mi diceva, sempre Eduardo, è un palcoscenico, anche tu un giorno sarai un primo attore; e io invariabilmente rispondevo:no, io sono un sarto, non un attore...".E' di Eduardo il suggerimento di allestire in un angolo coperto del cortile che si trovava sul retro della sartoria una specie di "cantinetta" privata, la Scaletta, dove Alfonso poteva ricevere gli amici dando libero sfogo al suo estro culinario. La sartoria (con l'annessa Scaletta) da allora diventa un punto d'incontro della Roma che conta. Attori, medici illustri, politici, altissimi funzionari dello stato, capitani d'industria, ambasciatori passano da Alfonso prima per ordinare un vestito poi per assaggiare le soppressate coriglianesi, la "rosamarina", il vino locale, le arance calabresi, il suo"caprettone con fusilli", la pasta e ceci... "Figurati, ricorda divertito Alfonso,che Peppino De Filippo, faceva la propaganda all'olio Dante, però per casa sua mi chiedeva sempre l'olio del nostro compaesano Rosito". Ma l'hobby della cucina (e quello del modellismo, altra sua grande passione) non distraggono il nostro dal lavoro, per il quale accumula numerosi e prestigiosi riconoscimenti, come la medaglia d'oro della Camera di Commercio di Roma, il titolo di Commendatore della Repubblica, la carica per vent'anni di tesoriere dell'Accademia nazionale Sartori d'Italia, associazione di cui oggi è vicepresidente. Un curriculum di tutto rispetto, che testimonia il prestigio di cui Caravetta gode, nel suo settore d'attività, in ambito nazionale. Ma la sartoria di Alfonso è stata negli anni un punto di riferimento anche per tutti i coriglianesi che avevano bisogno di un qualsiasi appoggio nella capitale. Una specie di istituzione a cui ricorrere nei momenti difficili, un luogo da cui passare sempre quando si era a Roma, per salutare un amico, per le ultime notizie sul paese, gli ultimi pettegolezzi, il dono di qualche buon prodotto locale. Per questo la medaglia d'oro che l'Associazione degli Artigiani di Corigliano ha voluto conferirgli lo scorso 14 gennaio per i suoi 50 anni di attivitàva ben oltre il semplice riconoscimento a un coriglianese che si è fatto onore col suo lavoro: rappresenta anche un ringraziamento di tutta la comunità per un concittadino che ha saputo tenere saldi legami con la città di origine, adoperandosi con disinteresse per chi aveva bisogno, tenendo sempre alto il nome di Corigliano.

(Enzo Viteritti)

Natale Amica,

un artigiano geniale

 

Natale Amica è calabrese. Ha in sé tutto quel naturalismo istintivo tipico dei popoli meridionali e particolarmente dei mediterranei. Egli, che scolasticamente ignora tutto, parte dall'ombra di una non conoscenza, ombra che poi dirada con la logica e con la vocazione suprema verso il bello e verso la tecnica e la costruzione della rivelazione estetica. In origine non era che un pastorello grezzo, un sempliciotto paesano privo di ogni conoscenza anche elementare che non fosse stata la pratica della zappa e delle seminagioni dei campi. Era completamente illetterato. Il primo dei suoi disegni fu la sua firma. Lo eseguiva con naturale semplicità pur se da principio non sapeva leggerlo. Era, in un certo modo, l'anima di Amica che si cominciava a rivelare. Poi dalle prime linee sentì e visse il fascino del colore. Non ha voluto mai contentarsi delle cose comuni. Si componeva col suo intuito i suoi impasti ed oggi, dopo decenni, quei colori resistono al tempo e rimangono inalterati così come sono rimasti inalterati nel castello dei baroni Compagna anche se l'acqua cade su di loro! Amica è indubbiamente un predestinato all'arte! Dipinge con disinvolta naturalezza. Il problema delle luci lo attira in modo particolare ed i rapporti tonali sono perfetti. Come avrà fatto a conoscere, o meglio a scoprire i difficili segreti dell'arte pittorica? Alcune sue opere sono poderose. I bozzetti e gli originali delle "Stelle" e della "Vendemmia" ricordano i migliori maestri dell'800 italiano ed a Corigliano Calabro un magnifico affresco di S. Francesco, dipinto sulla facciata del palazzo Mazziotti, è opera di pregevole fattura che è stata collaudata da numerose intemperie. Amica è anche abile restauratore. L'arte del restauro, difficilissima per se stessa, richiede una consumata esperienza e coinvolge la precisa conoscenza di molti problemi tecnici. Amica l'ha creata a modo suo, con il suo criterio, con quella sua tipica logica viva e tesa verso il senso della costruttività naturalistica. Ha ottenuto in questo modo dei non comuni rapporti tonali che fanno delle sue pitture opere non solo veramente vive, ma di impronta nettamente personale. I colori di Amica sono, a volte, colori creati da lui. Per ottenere un determinato effetto egli ha ricavato una tonalità di terra improntando la polvere grattata da una comune tegola. Certo è che un segreto Amica lo ha anche nella preparazione. Finora non lo ha voluto rivelare ma, sulla efficacia, basterà tornare a ripetere che le pitture del castello Compagna rimangono inalterate anche dove esistono infiltrazioni d'acqua. Nella figura come nel paesaggio la sua pennellata è ampia e sicura. Difficilmente Amica sovrappone i colori ottenendo, in questo modo, una pittura viva e fresca. Dell'arte pittorica egli ha scoperto oramai tutti i segreti e passa dall'affresco alla tela, alla pittura su vetro. In ognuna di queste tecniche egli raggiunge una non comune forza di espressione. Il suo infatti è un colore ragionato e ciò è più importante di un colore studiato accademicamente... Avendogli chiesto una volta come egli riusciva a risolvere gli inevitabili problemi tecnici inerenti all'arte e specialmente alle costruzioni, egli mi rispose fissandomi con i suoi occhi illuminati d'intelligenza dicendomi :"Così... ragionando". Dopo aver parlato di lui come pittore (e ci sarebbe molto da dire ancora su questo tema), passiamo all'altro aspetto della sua personalità: al costruttore, al progettista che riesce a realizzare non comuni audacie pure ignorando le complicate leggi tecniche che sono la spina dorsale dell'ingegneria. La passione per la costruzione costituì la definitiva evoluzione dello spirito di Natale Amica. Affascinato, probabilmente, dai colori volumetrici o forse considerando l'intima umana poesia che è nella casa dell'uomo, egli si improvvisa architetto. Ho potuto vedere non pochi progetti di questo singolare costruttore disegnati non solo in maniera mirabile, ma con singolare riferimento a solide basi costruttive dettate ad Amica dal solo suo buon senso. La tecnica delle costruzioni è piena in lui e va dai rifacimenti agli attici, alla progettazione ex novo anche su terreni particolarmente accidentati. Vedasi, a questo fine, il palazzo che si costruì, con particolari acrobazie amministrative, sulla via dei Cappuccini in Corigliano, a strapiombo sulle balze del Coriglianeto, balze e ripide scogliose e fossi ora per la maggior parte riempiti di terra riportata. La sua costruzione fu iniziata nell'aprile del 1913 e terminata con l'attico, le balaustrate e i grafiti nel luglio del 1916, poco prima che Amica partisse per il fronte di guerra. Amica ha risolto anche dei difficilissimi problemi di ordine tecnico che, prima di lui, non erano stati sfiorati. Egli ha una concezione della statica tutta sua particolare e le leggi le ricava dal suo vigorismo logico. Ho potuto osservare, pure a Corigliano, una loggia di vasta gittata che, in base ad alcuni calcoli di Amica, si regge da anni ed anni ed è di una considerevole gittata (circa 2 metri). Questa loggia è stata audacemente attaccata, senza sostegni di ferro o di travi sporgenti, ad una costruzione preesistente! Il calcolo statico ed il conseguenziale calcolo di resistenza dei materiali sono stati dall'Amica fatti al di fuori di ogni legge scientifica, ma in piena aderenza ai criteri di una logica pratica. Detta loggia fu costruita in casa del dott. Vincenzo Fiore nel 1931. Il tempo più d'ogni altra forza ha dato ragione alla logica di Amica ed oggi questa loggia è una delle cose più interessanti di Corigliano. Questo come audacia. Poi, come costruzioni, non mancano gli attici svelti ed eleganti, le trasformazioni geniali di facciate con creazioni di scale, casette rurali dalla linea sobria ma ricche di ogni comodità e cosi via via fino alla costruzione di palazzi a cinque piani, come quello che esiste in Roma in via C. Denina n.10. Ma non basta. Amica sente in sé viva e dominatrice questa scienza delle costruzioni e, dopo averne miracolosamente superate le leggi tecniche, porta in luce un suo ritrovato che è indubbiamente destinato a sconvolgere tutta l'arte edilizia contemporanea. Si tratta di alcuni pezzi prefabbricati di sua invenzione, che ho potuto vedere a Corigliano. Questi pezzi consentono anzitutto la velocità della costruzione e quindi fanno realizzare una notevole economia di manodopera, sono di assoluta resistenza e la solidità viene da essi potenziata e garantita al massimo. Un villino di campagna può essere iniziato e finito entro il corso di una sola settimana! Osservare poi l'adattabilità di questi pezzi agli usi svariati che vanno dai pilastri di sostegno ai muri maestri e possono essere utilizzati anche come dighe di sbarramento, è cosa che sbalordisce. Nel mostrarmene i vari usi, Amica me ne parla come di una cosa normale e con estrema modestia. Veramente, in Amica, la modestia è la sua abitudine! 

(Gustavo Barela Roma, 1954)

Per altre notizie, ti consiglio di leggere un articolo del Cor Bonum  n. 3 e 4 del 1962

Francesco Porto,

maestro di banda

 

Raccontano le storie patrie che il consiglio comunale, al fine di contribuire all'educazione dei cittadini, nonché alla gentilezza dei loro animi, pensò di istituire a Corigliano una scuola di musica. I giovani, a mezzo d'essa, avrebbero imparato un'arte o, più semplicemente, un mestiere, che sarebbe tornato loro anche utile, al tempo, poi, del servizio militare. Una operazione, quindi, nel complesso, opportuna, che si rivelava anche onerosa, se si pensa che, già ai primi anni ottanta (1880), costava alle casse municipali ben oltre 1.200 lire annue, per la retribuzione del maestro e per l'acquisto degli strumenti e delle divise. Il primo maestro, che veniva da Cosenza, dovette partire dal nulla e se, in pochi anni, riuscì a mettere su una banda musicale, evidentemente di perizia ne aveva tanta, ma di pazienza ancor di più. La nostra banda, decorosa senz'altro, rimase comunque modesta, al pari di quella di tanti comunelli, almeno fino al 1874, quando giunse a Corigliano, chiamato da Mottola, il maestro Francesco Porto, che, all'indubbia capacità professionale intrecciava una complessità di interessi ed una urbanità di modi, che lo fecero definire egregio. Rimase in città 12 anni ed in questo lungo arco di tempo, al compito precipuo dell'educazione musicale dei giovani, peraltro assolto con affettuosa relazione, seppe unire una semplicità di vita, sicché questi corrisposero con docile obbedienza e tutti gli accordarono "benigna ospitalità". I veri amici, poi, lo reputarono un galantuomo. E intanto, la banda musicale, sotto la sua direzione, crebbe ed acquistò notorietà fra le città vicine. In una tal situazione, che superava i termini della reciproca stima, tanto da essere diventata Corigliano patria adottiva per lui, il maestro, con una lettera aperta del 12 novembre 1886, annunciava di aver rassegnato le dimissioni, per trasferirsi a Mottola. Come accade in simili frangenti, la decisione, inaspettata dai più, suscitò opposti sentimenti e divenne il fatto del giorno. Non mancò chi ebbe a sospettare che al maestro fosse stato negato un "miglioramento", così come vi furono quelli che, più sinceramente, mettendo insieme gli accenni e gli sfoghi di tante intime conversazioni, compresero che la sua rinuncia era conseguente ad una rottura del rapporto con le autorità comunali. Aveva, insomma, il maestro sollecitato un maggiore intervento finanziario al comune, non per sé, ma a favore dei giovani musicanti e sempre la sua richiesta era rimasta inascoltata. Quando si rese conto che il diniego, più che a difficoltà economica, era da imputare ad un atteggiamento mentale di chiusura nei suoi confronti, allora rassegnò le dimissioni. Dolorose queste, perché significavano non solo l'abbandono di un incarico, ma quello ancor più penoso del "bel paese", per iniziare una nuova vita, nell'incertezza del futuro e col carico degli anni. Partì da Corigliano la mattina del 25 novembre. In tanti lo accompagnarono fino all'uscita del paese. Gli amici più intimi lo seguirono in carrozza fino alla stazione, a testimonianza della più piena solidarietà. A Mottola, Francesco Porto si fece onore e la sua banda divenne la prima delle Puglie. A Corigliano ritornò dopo un anno, per una breve visita, accolto affettuosamente dagli allievi di un tempo e dagli amici: da Corigliano qualcuno andò a fargli visita a Mottola. Prima di partire, aveva dichiarato che nell'animo suo sarebbe rimasta "perenne la piena degli affetti e la memoria di tante dolci emozioni, per tanti anni provate". A noi, semplici raccoglitori di notiziole sparse, sorge il dubbio che Francesco Porto sia stato vittima del pregiudizio di chi allora volle additarlo come l'anonimo estensore di alcuni articoli contro la crisi comunale. Il maestro smentì la maldicenza, ma rimase la ferita e con essa la certezza che il comune avrebbe lasciato languire la sua banda, finché ne fosse stato lui il direttore. Il suo ricordo insegni ai reggitori della cosa pubblica ad ascoltar della gente i bisogni e giammai le calunnie.

(Giulio Iudicissa)