Espressioni (idiomatiche)dialettali

 'A capa fa r’acqua, con questa frase che letteralmente si traduce in “ la testa fa acqua", s'intende dire “non voglio essere disturbato” oppure “non mi va”, "lasciami stare", "lasciami in pace" e così via dicendo, a testimonianza che non c'è quasi mai una corrispondenza univoca tra la lingua italiana e il dialetto. In definitiva questa frase si usa nei confronti di chi in modo assillante, seccante, ripetitivo pone un problema del tutto banale e , quasi sempre, inesistente.  

'A fatiga gghè rràrich'i mortaLetteralmente,"la fatica è la radice della morte". Il lavoro fa morire. E' la classica frase detta da quelle persone che pensano che il lavoro, essendo logorante, li abbrevia la vita, cioè li fa morire. In effetti è solo una scusa, perchè si tratta di persone che, non avendo tantissima voglia di lavorare perchè abituate a stare in ozio, si lasciano andare con frasi di questo tipo. Preciso che , quasi sempre, questa espressione dialettale viene detta con tono scherzoso per sottolineare il concetto non tanto del lavoro, ma della fatica.

A gghjumi citti unn gghjiri a pischèri. Letteralmente, nei fiumi silenziosi (calmi, che scorrono tranquilli), non andare mai a pescare, cioè, non ti fidare molto delle persone silenziose, perché, a volte, dietro questo silenzio, si può celare un’insidia, un inganno. E’ un consiglio per stare attenti, di non farsi ingannare dall’apparenza di una persona. Questa frase è molto simile a quest' altra : " 'i chini meni t’aspietti " cioè da chi meno te l’aspetti, ti devi aspettare tutto. (ma come spesso accade i consigli gratuiti qualche volta non sono apprezzati!) 

'Allatta e'ciangia, guadagna e si lamenta.  Voglio spiegarvi questa frase dialettale con un’altra frase di un noto commerciante coriglianese.  Nel pieno della sua attività, quando gli affari gli andavano molto bene e guadagnava tantissimo, per scaramanzia, o per altri motivi suoi, suoleva dire alla propria clientela “ mi nni veji in Germania”, nel senso di cercare lavoro come tanti emigranti (come operaio) in Germania. Ecco questo è un classico  di “'allatta e ciangia, cioè “guadagna e si lamenta” (letteralmente "allatta e piange")

A mmija arranc'a gaccia. Così Ruggiero Graziani su Facebook spiega questa espressione dialettale : “Come ti permetti di minacciarmi? Dove arranca sta per mostrare in modo minaccioso e gaccia sta per ascia”. Aggiungo che questa frase viene detta anche in molti altri casi, simili a quello descritto in maniera chiara e corretta da Ruggiero Graziani. Per esempio, quando si propone ad una persona di fare qualcosa di strano : A mmija arranc'a gaccia, jiemininni. Ma anche quando, più in generale, si vuole mettere alla prova una persona.

‘A palumma conza ru niri. Letteralmente, la colomba aggiusta il nido. Il significato di questa espressione dialettale, estrapolata da “a palumma fè ru niri, e ra palumma ‘u sciolla, è che in una famiglia (casa) è la donna (madre o moglie), ad aggiustare una situazione sgradevole. La frase è rivolta, in particolare, a quelle donne, che riuscivano con strategie affettive ad addolcire il proprio marito, che aveva preso qualche sbandata amorosa. In sintesi, la donna (‘a palumma) riusciva a riconquistare (conza) l’amore perduto (la serenità della famiglia, ‘u niri)

A ri santi viecchji, unn s'appìccini làmpari.

Letteralmente, "ai santi vecchi, non si accendono lampade". Per capire in modo corretto questa sottile espressione dialettale dei nostri padri, è necessaria la seguente breve premessa.

Il termine "santi" va inteso come "benedetto", mentre "làmpari" come "luce" (oppure, favori). Pertanto il senso vero di questa espressione dialettale è il seguente: ai benedetti (poveri) vecchi non si chiedono favori, cioè non si chiede nulla

'A mort'i Giacchini. Letteralmente, "la morte di Gioacchino". Questa frase dal duplice significato è collegata alla morte di Gioacchino Murat, re di Napoli, avvenuta il 13 ottobre 1815 in Calabria, a Pizzo. Pare che davanti al plotone d'esecuzione si comportò con grande risolutezza e rifiutò di farsi bendare al grido : "risparmiate il mio volto, mirate al cuore. Fuoco!" Per questo motivo, questa frase indica una situazione addolorata, drammatica. Ma ha anche un senso ironico, infatti si usa per indicare un motivo musicale lento e mesto.

'A ru cavalli lienti azzìcchin'i mușchi
Letteralmente, il cavallo magro è morso dalla mosche, cioè le mosche attaccano (mordono) sempre il cavallo malconcio. A proposito di questa frase, me ne vengono in mente altre che esprimono lo stesso significato : guai su guai, la sfortuna va sempre verso chi è già sfortunato-'u cani azziccha sempr'
a ru strazzùni, piove sempre sul bagnato. Ecco, sono tutte frasi simili che evidenziano lo stato di sfortuna di una persona, perseguitata da sventure e dalla cattiva sorte. 

A sa filèr’a stuppa

Letteralmente, la sai filare la stoppa.

‘A stuppa è il nome comunemente usato per identificare la canapa. Utilizzata dagli idraulici, si applica sul filetto di un tubo, di un bullone, di un dado … come guarnizione. Non è semplice usarla, se non da mani esperte. Ecco allora il significato di questa espressione dialettale che, in senso ironico, indica una persona molto astuta, abile nelle sue azioni. (è un pò simile a : 'u nna fèra longa)

Ammucciari 'na cosә 'ntru cul'i' ru 'ciucci.

Letteralmente si traduce in : "nascondere una cosa nel culo dell'asino". Questa frase viene detta con una particolare ironia per evidenziare la fantasia di una persona nel nascondere una cosa nel posto più strano, più impensato, come può essere, appunto, il "culo di un asino". Ma la stessa frase ha anche un significato, quasi analogo alla precedente e meno ironico, quello, cioè, di nascondere una cosa nel posto meno in vista, più al sicuro. In effetti chi mai penserebbe a quel "posto"?

Arrivàr'all'uocchj'i ru zappuni. Letteralmente, arrivare all'occhio dello zappone, arrivare fino al buco (ove s'infila il manico) della zappa. Lo zappone è una grossa zappa con una lunga lama stretta e appuntita per lavorare i terreni duri e sassosi, per cui va ben presto incontro all'usura. Quando si usa molto, si suole dire, in senso ironico, che è consumato fino al buco dove si inserisce il manico. Da qui il senso della frase nell'evidenziare lo sfruttamento esagerato di una cosa, ma anche, più in generale, di una situazione(si dice anche,fino all'osso).

Attacca ‘u ciucci, addunni ricia ‘u patruni.

Letteralmente attacca l’asino dove dice il padrone, cioè lega l’asino dove vuole il padrone. Questa espressione dialettale, molto nota, vuol esprimere un concetto abbastanza semplice, cioè quello di non interferire nelle decisioni, anche se a volte sbagliate, del “padrone”, del proprietario, del titolare, insomma del possessore di qualche cosa. E’ un consiglio per vivere sereni. Basta eseguire ciò che dice il "superiore" ed astenersi di qualsiasi decisione, anche se la riteniamo sbagliata .

Avìr'i rifiett'i ra mul'i Pizzotta. Letteralmente "avere i difetti della mula di Pizzotta". E' una frase che si presta a due interpretazioni, perchè, a mio avviso, le ipotesi sulla "mula" del Signor Pizzotta sono due. O questa bestia era viziata dal suo padrone oppure era molto mal ridotta, piena di malanni. Per cui il senso della frase nella prima ipotesi è quando si vuole descrivere una persona viziata, schizzinosa, mentre nel secondo caso è quando, invece, si vuole descrivere una persona inferma, piena di acciacchi.

Avìri zìnzul'a ra sciammergha.

Essersi fatto il soprabito (essere diventato ricco), dopo aver indossato cenci (dopo essere stato povero). Questa frase descrive quelle persone che si sono arricchite rapidamente e che hanno raggiunto un livello sociale molto superiore a quello di provenienza, del quale, tuttavia, conservano ancora la mentalità e i modi. Questa frase mi richiama, anche se in senso lato, perchè leggermente più "polemica", un'altra riguardante chi da povero è diventato ricco : "Poveri arricchiscjiùti".

Avìr'u stòmichi 'mpiett'e ra mirull'a ra capa

Letteralmente significa, avere stomaco nel petto e il cervello in testa. Cioè, avere ogni cosa al proprio posto. Questa frase si usa, spesso, per dire ad una persona che sta bene fisicamente, cioè che ogni organo è al proprio posto, nel senso che non ha alcuna malattia. E, quindi, è un modo curioso ed ironico per combattere anche l'ipocondria e, nello stesso tempo, per dire alla persona di smetterla di fare sempre il malato immaginario(e magari di andare a lavorare)

Ca passa l’angiuli e dici’ammen.

Letteralmente, che passa l’angelo e dice così sia. Questa frase simile a “passa l’ura e dicia ammen”, come su Facebook viene riportata da Gerardo Bonifiglio, è un monito degli adulti per rimproverare quei ragazzi che, in modo irrispettoso, deridono qualche difetto fisico di altri ragazzi. Pertanto la traduzione reale è : stai attento che se passa l’angelo, in altri termini, se passa il Signore, anche tu diventerai come il ragazzo che stai prendendo in giro.

Carcagn'avanti e ppunt'arrieria ritroso, camminare all'indietro. E' uno dei tanti modi per convincere un bambino a rinunciare alle visite di posti lontani o immaginari. Questa frase funziona quasi sempre, perchè, in effetti, il bambino si rende conto che non è possibile camminare volgendo i calcagni davanti e le punte dei piedi all'indietro, e per questo motivo smette(?) la richiesta del suo desiderio impossibile. Anche questo, come tanti altri, è un bel modo degli adulti per dire qualche volta "no" ai bambini.

Cchi gguardi ...i tritranguli? Questa frase, proposta sulla rete da Giorgio Candia, sta a significare : Sei incantato? Oppure , ma che guardi? A sostenerlo è il prof. Rinaldo Longo, uno dei più importanti studiosi del dialetto coriglianese. Così il Prof scrive : “io credo che “ 'tritranguli” sia la storpiatura di 'cedrangolo' (anche cetrangolo) che è il più grande tra i frutti dei citrus … Roba da sbalordire e "'ddi si cci ncialeri'", da qui il significato metaforico della frase in questione .

Cchjù nìvir'i ra menzannotta 'unn pò bbinìri.

Letteralmente, più nero della mezzanotte non può avvenire, non ci può capitare qualcosa che sia più nera della mezzanotte, dove il "nero" viene inteso come qualcosa di negativo. Pertanto il senso della frase è : il peggio che ci potesse capitare. Questa frase viene detta ogni qualvolta in una famiglia le cose non vanno per il verso giusto, non vanno bene, per cui, come consolazione, sollievo, incoraggiamento si ricorre a questo detto per alleviare ciò che di negativo sta capitando. 

Ccia fatt'i viermi

letteralmente, ci hai fatto i vermi, cioè ci sei marcito, e quindi ci sei andato in putrefazione, riempiendoti di vermi. Un'esagerazione per dire ad una persona che, per vari motivi, si è soffermata per molto tempo in un posto o con una persona. Come suggerisce in un post pubblicato su facebook Gerado Bonifiglio, questa frase fa anche riferimento a persone che passano il tempo ad amoreggiare, incuranti di qualsiasi altro impegno. Una frase analoga a questa è : c'è stat' a muolli.

Cci fa casa e pagghjari, letteralmente, ci fa casa e pagliaio. Il significato è stare di continuo e assiduamente in un determinato luogo. Spesso questa frase la si rivolge a chi, incurante dei propri impegni, anche lavorativi, si intrattiene in modo esagerato in un posto. E da qui la frase che è un vero e proprio rimprovero. Da ricordare che nei tempi antichi il "pagliaio" per i contadini era soptattutto un luogo lavorativo. Ecco quindi il significato della frase : trascorrere nel medesimo luogo sia il tempo libero sia quello lavorativo. 

Chi vò jittèr’a cita,

letteralmente che vuoi buttare l’aceto. Questa espressione dialettale spesso viene rivolta a quei bambini irrequieti, scapestrati, indisciplinati, che, come si suol dire, non riescono a stare un momento fermi. Ma cosa centra l’aceto in tutto questo? L’aceto, quasi certamente, è il riferimento alla secrezione prodotta dalla mucosa interna dello stomaco contenente  acidi (“aceto”), presente nei bambini e causata dalla loro stessa esuberanza. Pertanto buttare l'aceto vuol dire scaricare questa eccessiva effervescenza. 

Chjeva 'n cinta e Mmarchi ghintra.

Una traduzione non letterale, ma molto vicina al significato della frase è : pur in assenza della chiave, Marco è già dentro. Una frase un po’ spiritosa per sottolineare le inopportune visite poco gradite. In particolare questa frase la si diceva quando un fidanzato si intrufolava nella casa della fidanzata. Così Gerardo Bonifiglio, su facebook, spiega questa farse : "Quando, ironicamente si vuole ribadire che tutte le precauzioni (più o meno finte) non sono servite a nulla. Chi doveva entrare è già entrato.” 

Chi voni fèri a fini 'i ri pecuri 'i Vampuni, letteralmente, che possano fare la fine delle pecore del signor Montalto, soprannominato "Vampuni". Cioè, che possano morire come sono morte tutte le pecore del signor Montalto, durante la terribile alluvione dei primi anni '60, quando il torrente Coriglianeto esondò, portandosi via cose e animali. Tra questi ultimi, le già citate pecore. Questa espressione dialettale rientra tra quelle che sono catalogate come vere e proprie bestemmie nei confronti di cose o di animali, e, purtroppo, qualche volta, anche riferite a persone

Chisti su pen’e pitti chi si rennini,

queste sono pani e focacce che si rendono. Così Gerardo Bonifiglio spiega il senso letterale di questa espressione dialettale : quando nelle nostre case si preparava ancora il pane, fatto al forno a legna, c'era l'usanza di mandare alle vicine più affettuose qualche "pitta" ,"janca" o "cunzeta", che poi venivano rese alla prima occasione. Naturalmente, secondo me, il senso reale di questa frase è quello di rendere ad una persona poco stimata (e ad una prossima occasione) un’offesa o un’ingiuria subita.

Chini gghè suspetti gaza ru vetti
Letteralmente, chi sospetta alza il bastone. Questa frase ha un duplice significato. Il primo, più immediato e più vicino alla traduzione letterale, è quello di indicare un individuo che sospetta di qualche pericolo e, per non essere aggredito, aggredisce per primo. Il secondo, invece, più sottile e meno diretto, è quello di chi per non dimostrare la propria colpevolezza in qualche cosa, e, quindi, non destare alcun sospetto, minaccia per primo, o, almeno, simula un'aggressione. 

Ci vulissa ra cӓpa i Salamuni,

Ci vorrebbe la testa di Salomone, (terzo re d’Israele, successore e figlio del Re Davide) famoso per la sua proverbiale saggezza. Famosa la sua decisione per risolvere la questione del bambino delle due donne. Da qui la frase, ci vorrebbe, per risolvere o affrontare una situazione alquanto difficile e ingarbugliata, una persona saggia e capace. Questa frase, con le dovute differenze, è simile ad un'altra, molto più nota,  “ ci vò na càpa frisca”, ci vuole una testa fresca.

Ciangia ccunnilla ch'è mmuorti cazzilli. E' evidente il significato di "ccunn(illa)", organo della donna, e quello di cazz(illi), organo dell'uomo. Per cui la traduzione è : "piange la mogliettina perchè è morto il maritino". E' una frase che si presta a molti significati diversi. Tra questi, sottolineo quello ironico del finto pianto della moglie per la scomparsa del maritino. La frase è rivolta a quelle donne che non amano alla follìa i propri mariti. Pertanto il senso della frase è il falso lamento di una persona per la perdita di qualche cosa di poco valore. 

Ciangia ri muort'e ffrica ri vivi . Letteralmente, "piange i morti e frega i vivi". Una frase, frequentemente detta, rivolta a coloro che con ipocrisia e insincerità fanno finta di provare compassione per i guai, i dolori, le disgrazie altrui e, invece, pensano solo a trarne profitto per se stessi. Sono persone che guardano solo i propri interessi. Spietate, disumane, dal cuore duro, insensibili alle sventure degli altri.

(Scusate per la foto. Non appena ne troverò un'altra, che rende così bene la frase, la sostituirò.)

Cienti nenti àni ammazzèti 'u ciucci 'i ri Capuccini. Cento niente hanno ammazzato l’asino dei Cappuccini. Tante piccole negatività alla fine possono stroncare anche il carattere più forte. Si narra che un frate, con pezzi di legna, riempiva a dismisura le geste poste sulla schiena del suo asino. Quando gli dissero “Guarda che quella povera bestia non ce fa più!” lui, continuando ad aggiunger legna rispose : “Ma no, sono rametti da niente, piccoli piccoli, che vuoi che gli facciano, è forte”. Ad un tratto, per l'eccessivo peso, l’asino stramazzò a terra.

Còlira senza ranni. Letteralmente "còllera senza danni". Questa frase viene detta come conforto, ma anche come rimprovero nei confronti di una persona che stava per causare un danno a persone o a cose e si lamenta, in modo esagerato, di quanto stava per accadere. Poichè non ha procurato, per fortuna, alcun danno, ecco il doppio senso della frase. Come conforto, suona così : "l'importante è che non vi sia danno, che non sia accaduto nulla di male", mentre come rimprovero :" ti arrabbi pure".

Criscia puorchi, ca ti nni gunt'u mussiLetteralmente, cresci maiale che ti ungi( imbratti) il muso, cioè, allevi maiale così almeno hai carne da mangiare. Questa frase, ancora oggi molto diffusa, sta ad indicare lo scarso interesse di una persona nel portare a termine un lavoro o, più in generale , un qualsiasi altro impegno, dimostrando così di essere poco utile alla società. Altre volte, invece, questa stessa frase marca il cattivo comportamento o la maleducazione di una persona nei confronti di un’altra(es.frase detta dal padre al figlio)

Culur’a gatta quanni fuja

Letteralmente colora il gatto quando scappa. Questa espressione dialettale si usa quando cerchiamo di mettere rimedio a delle situazioni che ci sfuggono di mano. Ma anche quando, come sostiene Giorgio Candia su Facebook,  si è soliti lamentarsi di ogni cosa e spesso senza alcun motivo valido oppure è un modo di dire quando si va alla ricerca di colori indefinibili ed inesistenti. (Alcune espressioni dialettali, come questa, non sempre hanno una traduzione univoca nella nostra lingua madre)

Fàtt'rari ‘na zich’i tartien'i ra cummèra

Và a comprare un pò di traccheggio, "fatti dare un po’ di “trattenimento” dalla comara". Era la famosa espressione che gli adulti, spesso i genitori, rivolgevano ai bambini per evitare che questi ascoltassero alcune particolari discussioni che avvenivano tra le mura di casa. E così, per farli allontanare da casa, li mandavano con questa scusa dalla comara , o da qualche vicino. La comara, capendo il senso della frase, faceva di tutto, con racconti, fiabe, per trattenere il più possibile il bambino, ed il gioco era fatto.

Fèni lizzi e cannizzi. Prima di spiegare questa frase dialettale, occorre dire che cosa sono i cannizzi e i lizzi. ‘U cannizzi è una struttura piatta di canne, utile per conservare e proteggere dagli assalti degli animali domestici, soprattutto dai gatti, il pane, che si faceva in casa, o altri alimenti. Mentre “lizzi” sta per lacci, che servivano a collegare, tenere unite le canne tra di loro. Il tutto poi si legava con delle corde alle travi dei tetti. Pertanto questa espressione dialettale si usa per indicare due persone che vanno spesso insieme.

Gghè cum'u cìciri supr'u tummarini. Letteralmente, " è come un cece sulla pelle del tamburello". Premetto che un cece su un tamburello, prima sta fermo e dopo, per la funzione del tamburello stesso, è in movimento(balla). Questa frase , un pò pittoresca, descrive, appunto, la personalità di un individuo ansioso e irrequieto. Sono due aspetti, apparentemente contradditori, perchè entrambi dinamici (irrequieto) e statici (ansioso), ma che, invece, rappresentano la sintesi del carattere di un individuo, impaziente per un'attesa prolungata. 

Ghè dda truscia. Per capire questa espressione dialettale è necessario fare una premessa. La truscia era un involucro, spesso un grande tovagliolo di stoffa, praticamente quello da cucina, che avvolgeva un contenitore di latta con del cibo dentro, che volgarmente si chiamava 'a spisa (la spesa). La utilizzavano spesso le persone povere, contadini, muratori... In breve tutti coloro che non avevano la possibilità di fare un pranzo normale. Pertanto, questo particolare involucro era sinonimo di povertà. A questo punto, si dovrebbe capire, con po' di fantasia, il significato vero di questa frase dialettale: è un uomo senza soldi. 

Gghè miegghj 'na vot'a'rarrussicàri e nnò ccienti voti a 'nngialinìri
Letteralmente, meglio una volta arrossire che cento volte ingiallire. La frase è rivolta a chi, qualche volta, preferisce tenersi dentro un problema invece di parlarne con qualcuno. E' meglio parlare (arrossire) che rodersi dentro (ingiallire). Confessare una colpa o decidersi a parlare di qualcosa che non si intendeva dire per timore, per scrupolo, per pudore e così via, è un segno che prelude a un'esplosione liberatoria, che fa bene alla salute.

Gghè ttiemp'i ri quattr'amici. Letteralmente, è tempo dei quattro amici. Nei tempi che furono , essendo la nosta una società prevalentemente contadina e artigiana, quando pioveva molti restavano a casa o nelle loro botteghe. E cosa c'era di più bello all'alternitava del lavoro perduto ('i a jurnàtə persə)? Di certo, un invito ad amici per una bella partita a carte in quattro ( a coppie di due) , magari con un buon bicchier di vino e "nu stuozziciell'i sazizzə e rua cocciàlivi". Da qui il significato della frase.

Ghèssiri cchjini fin'all'ov'i l'uocchji
Essere pieno fino alle uova degli occhi, cioè fino alle palle degli occhi. Questa frase, che trova molta analogia con molte altre, come per esempio : "gghè cchjini fini all'uocchji","gghè cchjini cumi nn'uovicielli", o, ancora, "gghè nn'uovicielli", desrcive lo stato di abbondanza di una persona realtivo alla propria situazione economica o, più in generale, ad altre varie circostanze. Nel linguaggio comune si dice, averne fin sopra i capelli, cioè di esserne del tutto pieno, appagato.

Ghèssiri cicir'i primi vulli

Letteralmente, essere cece di prima (facile) cottura. Questa espressione dialettale descrive in maniera suggestiva una persona giovane (“gghè di primi pili”), fragile e ingenua per la poca esperienza, pertanto incline a commettere errori talvolta banali. Un grazie particolare all’amico Giuseppe Pellegrino per avermela ricordata tramite il gruppo “Amici del dialetto di Corigliano Calabro”  di Facebook.

Ghèssire nu cicire 'n 'mpràmpula.

Letteralmente, essere un cece nella fiaba. Come mi suggerisce Giuseppe Pellegrino, nel gruppo “Amici del dialetto di Corigliano Calabro” di Facebook, questa espressione dialettale descrive una persona che cerca sempre, e comunque, di accentrare le attenzioni su di sé. Molto appropriata e brillante, in questa frase, la comparazione tra queste persone egocentriche e i personaggi popolari, che recitano ruoli importanti, nelle fiabe, nei racconti.

Ghèssiri nu martuluzz'i g'ori. Letteralmente, essere un martellino d'oro. Questa frase, per quanto riguarda questo particolare martello, fa riferimento alle vendite all'incanto, dove per confermare l'aggiudicazione di un oggetto si battono sul tavolo tre colpi con un piccolo martello d'oro. Da qui, di certo, la frase. Il senso vero e proprio di questa frase, però, è quello della vendita a prezzi esagerati. Pertanto, quando si vuole descrivere un commerciante, un artigiano che pratica prezzi eccessivi, esorbitanti, si dice, appunto, è un martellino d'oro. 

Ghè rinnutti cum'u cavall'i ru salineri. É ridotto come il cavallo che trasporta pesanti pietre di sale. Cioè è ridotto male. Infatti questi poveri cavalli, quasi sempre si trattava di muli, nel trasportare i gravosi pezzi di sale, ma anche altra merce altrettanto pesante, si sfiancavano per il troppo carico e inevitabilmente si ammalavano. Pertanto è un modo di descrivere, con un pizzico di cattiveria, lo stato fisico di una persona, che certamente non gode di un'ottima salute.

Goji m'ai guaragnat'u pàn'i ri 'mpicati. Letteralmente, oggi mi sono guadagnato il pane degli impiccati. Questa espressione dialettale, per dire il vero, un po’ disfattista, ma con un sottile senso ironico,  si usa quando si vuole sottolineare il fatto che durante tutta la giornata non si è guadagnato niente, o molto poco. Un altro modo, più suggestivo, per esprimere lo stesso concetto è quest’altra frase : Goji aji fatt’i scarpi a ri ziti e ri qquazzietti a ri maritèti, oggi ho fatto (soltanto) le scarpe ai fidanzati e la calze agli sposati, cioè niente.

Guaji ccu ra pal'e mmorta maji. Letteralmente, guai con la pala e morte mai, cioè, molti guai, ma mai la morte. Simile a "Guajə tumini-tumini e morta maji" oppure a "sul'a ra morta 'un c'è ripari". Sono le frasi dette nelle famiglie quando accadono cose poco piacevoli. E', quindi, un modo per reagire a queste circostanze particolari, come una difficile situazione economica, un'infortunio di un familiare, un'incidente non grave,...Pertanto una consolazione nel dire che possono venire anche tanti altri guai, ma l'importante è continuare a vivere.

Ha ffatt'a Campotenese : sacchi, fuochi e sbrigognamienti.

Ha fatto (come il paese di) Campotenese : saccheggio, fuoco e violenza alle donne. Il riferimento è la rivolta dei contadini e dei briganti a Campotenese del 1848. Fu una violenta rivolta dei contadini per il possesso delle terre. Ma questo non giustificò affatto la violenza della rivolta che , oltre a mettere il paese a ferro e a fuoco, degenerò a tal punto da fare anche violenza alle donne. Quindi con questa frase si suol dire : "ha fatto un disastro"

'I cumprimenti si 'ntruzzin'a scӓla'scӓla.

I regali si urtano (fra di loro) sulle scale. In termini più chiari ed espiciti, "i regali sono talmente tanti che il portatore mentre sale le scale, questi si urtano tra di loro".  Si intuisce subito il senso ironico di questa frase nei confronti di chi riceve molti regali. Voglio, però, anche sottolinera che questa frase, soprattutto oggi, fa molto riferimento ai nostri..."onesti politici".(provate a visitare una casa di un politico nel periodo natalizio e condividerete la veridicità di questa frase)

‘I Guaj’i ra pignӓta, i ssà ra cucchjiàra ch’i bbirbirìja
Letteralmente, i guai della pignata (pentola di terracotta), li conosce solo il cucchiaio che li rimestola. Cioè, i difetti della pentola, li conosce solo e bene il cucchiaio che è all’interno per mescolare i cibi. In senso figurato, però, questa espressione dialettale ha un senso molto significativo. Il riferimento vero è rivolto ai problemi, ed in particolare a quelli familiari. Pertanto la traduzione è che solo coloro che vivono certi  problemi ne conoscono la gravità.

'I ra rrobba nni fӓ ru patruni. Letteralmente vuol dire "della roba ne fà (ne dispone) il padrone". Come tante altre frasi dialettali, anche questa, ha un sapore di banalità, perchè è scontata una cosa del genere, cioè, essere proprietario delle proprie cose. Invece non sempre è così. Perchè ci sono alcune persone che, qualche volta, si comportano come se le cose degli altri fossero anche loro e , addirittura, ne dispongono per gli altri. Da qui la frase dei nostri saggi antenati nel ricordare che , appunto, non è così.

'I ri scarpi nni fӓ ru scarpri ". letteralmente si traduce in "delle scarpe se ne occupa il calzolaio", il ciabattino. Questa frase apparentemente sembra banale e scontata. Invece no. Perchè il vero significato è quello di ricordare alle persone, abituate a fare, a saper  tutto e di più, spesso anche sbagliando, invadendo scorrettamente il campo degli altri, che ognuno ha le proprie competenze. Pertanto i nostri saggi antenati con questa frase invitavano le persone alla correttezza e, perchè no, anche ad una certa modestia.

‘I tre bboti ‘i ra vaccarella, letteralmente le tre volte della piccola mucca. Questa espressione dialettale molto curiosa la si dice durante l’esecuzione di un gioco tra ragazzi. Mi spiego meglio. Quando capita che si deve ripetere l’azione di un gioco, perché si è trasgredita qualche regola o per un altro motivo qualsiasi, e anche questa seconda volta non va bene, allora per non creare litigi tra ragazzi si pattuisce di ripeterlo per la terza e ultima volta, dicendo, appunto : ‘i tre bboti ‘i ra vaccarella. (ma perchè la vaccarella? Per me, resta un mistero)

Jir'a ssiccӓr'i fichi. Letteralmente è "andare  a fare seccare i fichi", ma in realtà il senso di questa frase è tutt'altro. Infatti non si tratta di andare ad essiccare al sole i fichi freschi, ma si tratta di una frase molto drammatica, cioè "morire". L'unica correlazione che riesco a trovare tra la frase in dialetto e la sua interpretazione è che tutt' e due hanno in comune il fatto della " essiccazione " (disidratazione), e quindi della morte. Vi sarò grato se qualcuno vorrà intervenire su quanto detto per una migliore interpretazione di questa frase. Grazie

Jittӓri còppul’e bbarretti. Letteralmente vuol dire “buttare la coppola e il berretto”, cioè buttare il proprio cappello, come segno di stizza, di ira. Pertanto è una frase che descrive lo stato di grande rabbia di una persona, quando, per vari motivi, seri, ma qualche volta anche futili, va su tutte le furie, gettando il cappello per terra. Oggi non si butta più il cappello, ma, qualche volta, si butta ciò che abbiamo nelle mani e, ahimè, ancora più grave si buttano (si calpestano) quei "valori" della vita che una volta erano inviolabili.

L'arrizza r'u pili canini. E' un'espressione dialettale che descrive in sintesi il fenomeno della pelle d'oca. Si verifica quando i muscoli erettori del pelo, si contraggono e tirano i peli fino a far assumere loro una posizione eretta. Generalmente succede quando si prova una particolare emozione. Un’ altra espressione dialettale molto simile a questa , come suggerisce Ruggiero Graziani, su Facebook, è  “m'aggrizzini i carni”, nel senso di provare un sentimento di compassione nell'ascoltare un fatto particolarmente tragico.

M'assimigghji cum'u sul'u vierni

Mi sembri il sole d'inverno (quasi sempre assente). E' la classica frase rivolta, con un certo senso di ironia, da chi non vede da un bel pò di tempo una persona. Spesso sono amici o ex amici, ma anche parenti. In quest'ultimo caso, se questa frase viene detta da una persona anziana, allora acquista un significato particolare. Perchè dimostra  la profonda solitudine, l'abbandono e lo scarso affetto nei confronti degli anziani, non raro ai tempi nostri e soprattutto durante il periodo estivo.

M'assimigghj'a donna Mercha. Chilli chi vira li ricerca. Letteralmete, mi sembri donna Merca. Ha voglia di ogni cosa che vede. Il senso mi sembra abbastanza chiaro. Si tratta di una donna eccentrica, capricciosa, bizzarra che ha tutte le voglia di questo mondo. Il nome Merca della donna penso che sia un nome inventato per fare rima con il contesto della frase e che ha origine da un'altra frase molto diffusa nei tempi antichi, e cioè "vulìri l'ercha e ra mercha", volere, esigere ogni cosa per sè. (il termine "mercha" sta per bersaglio, nel gioco delle piastrelle)

M'assimigghj'a ddon'Attilii 'a pizzicàta, ch'a r'ogni cosa mintìa ru nӓsi.

Mi assomigli a don Attilio (denominato 'a pizzicàta) che ad ogni cosa mette il naso. Il signore don Attilio era un annusatore di tabacchi che riusciva tramite l'odore a valutarne le caratteristiche e la qualità. Il soprannome " 'a pizzicata" perchè, appunto, per odorare il tabacco ne doveva prendere sempre un pochino, un pizzico. La frase si usa ogni qualvolta si vuole descrivere una persona che ha la cattiva abitudine di ficcare il naso nei fatti altrui.

M'assimigghjiàt'i tre i ra 'gghjiazza, sacchi, saccun'e mmatarazzi.

Letteralmente, mi sembrate tre persone della piazza, sacco, saccone e materasso. Considerato che il materasso è il simbolo del riposo e che il sacco sta per un oggetto che non si regge in piede se non è pieno, il senso della frase diventa abbastanza comprensibile. Infatti è la descrizione di tre buoni amici che pensano solo ad oziare, seduti in piazza, fanno a gara per battere la fiacca, cioè, stanno con le mani in mano.

M'assimigghji'a Jàbbichi ca va 'bbattienn'a cӓp'a ra vammacia

Letteralmente, mi somigli a Jacopo che sbatte la testa alla bambagia (per il grande dispiacere di qualche cosa). La frase fa riferimento ad un certo Jacopo che, per troppo amore nei confronti di una ragazza che l'amava tanto e per il dispiacere di non poter corrispondere questo amore, andava in giro a sbattere la testa contro la bambagia. La frase, in senso ironico, descrive una persona apatica, disinteressata, indifferente.

M'assimigghji nu gualàni chi si riccògghja r'u sàbbit'a sira Sembri un "gualano"che torna(a casa)il sabato sera. I "gualani" sono coloni che lavorano per tutta la settimana nelle campagne. Ritornano a casa il sabato a sera anche per incontrare la domenica altri "gualani" per contrattazioni. Si dice che questi, stanchi dal troppo lavoro, la sera del sabato non fanno altro che mangiare e andare a dormire, per cui il lamento delle proprie signore. La frase ha un significato più ampio, perchè si rivolge a tutti coloro che pensano solo ai propri interessi.

M'assimigghji 'nnu pupp'i muri

Letteralmente, mi sembri una ragnatela da muro (appiccicoso). Questa frase viene detta ogni qualvolta un individuo, per motivi anche affettivi, sta sempre presso una famiglia o in un posto, fisso, come, appunto, la ragnatela sul muro. Nel primo caso si vuole evidenziare il fatto esagerato di stare addosso ad una persona, come può essere una fidanzata, nel secondo, invece, il fatto di stare molto in un negozio, in un bar, ... In quest'ultimo caso la frase diventa : fàr' u pupp'a nnu pizzi.

Ma’assimigghjiàti  lipp’i jumӓra e ppampin’i cappucciLetteralmente , mi sembrate  melma di fiumara e foglia di verza. La melma sta ad indicare una persona subdola, falsa, ambigua, sleale, mentre l'altro termine, la foglia di cappuccio, sta ad indicare una persona avara, individualista, gretta, meschina. Insomma la frase indica due persone, una viscida e l'altra egoista. E' un modo dispregiativo per indicare due persone buone a nulla. Questa frase, con le dovute differenze, è molto simile a : si sun'accugghièt'u surdi  e ru cichèti.

 

Ma và ti fà 'na supp'i vasapielli! Ma vai a farti una zuppa di fiori di cardo! I “vasapielli”, scientificamente chiamati lappola o bardana, sono degli arbusti di fiori uncinati e spinosi, che facilmente si attaccano alle vesti e agli arti.Con questa frase si invita qualcuno a consumare una minestra di “vasapielli”, praticamente "incommestibile", piuttosto che "mandarlo a quel paese". Spesso l’espressione era rivolta a più persone, perciò si diceva :jetivi facitә na supp'i vasapielli" invece del famigerato "Andate all'altro paese"

Maritimi si 'mpunn'e gghija mi minti sutt'u guttӓli

Letteralmente, mio marito si bagna ed io mi metto sotto il gocciolio. Questa frase esprime la preoccupazione della donna per il proprio marito, contadino, che è sorpreso dalla pioggia durante il lavoro. La moglie sente il dovere di condividere la situazione del marito, ricordandosi di quanto aveva promesso al Signore durante la cerimonia del matrimonio, di seguire il marito nella buona e nella cattiva sorte. Il senso della frase va oltre e fa riferimento anche a tutti coloro che condividono le sofferenze altrui.

Miegghji nu ciucci vivi ca nu mierichi muorti.

Letteralmente, meglio un asino vivo che un medico morto. Per capire il senso di questa espressione dialettale devo fare una premessa. Una volta i medici, oltre a curare le persone, erano considerati dei veri saggi, cioè delle persone a cui rivolgersi per avere consigli  di qualsiasi tipo, mentre l’asino, al contrario, era considerato, secondo me  a torto, un animale di scarse capacità intellettive, per cui il senso della frase è abbastanza chiaro : meglio poco che niente.

 

Mintir'a cӓp'a ru sietti, mettere la testa a posto, cioè tornare a fare una vita regolare, dopo una disordinata e fatta di irregolarità e varie sbandate. Numerose sono le frasi che coinvolgono il termine : "cӓpa". Ne riporto breve- mente solo qualche altra, come, "avìri ncӓp'a na cosa", avere in testa qualche cosa, passione, attitudine, "nni cacciӓri cӓpa", saper risolvere un problema, oppure saper uscire da una situazione ingarbugliata, "si mìntir'a cӓp'i ra avanti", buttarsi a capofitto, senza indugi, a fare o ad affrontare qualche cosa. 

Mintiti cu i miegghji i tia e facc'i spisi, letteralmente, “mettiti coi migliori di te e facci le spese". In un linguaggio più corretto, questa espressione si traduce in "frequenta le persone migliori di te, anche se ciò comporta qualche sacrificio da parte tua". Questa frase viene detta soprattutto dai nostri genitori per evitare che si frequentino cattive compagnie, ma, purtroppo, forse per la giovane età, non sempre si ascoltano questi utilii consigli.(Gerado Bonofiglio mi suggerisce questa versione Accucchjiti ccu ri miegghji i tia e  facci i parti)

Mi manchini ricinnovi sordi pp'aviri na lira

Letteralmente, mi mancano diciannove soldi per avere una lira. La frase è chiara, se si pensa che  il soldo, una volta, valeva la ventesima parte della lira, cioè cinque centesimi (nella Firenze del ‘300 occorrevano dodici denari per un soldo). È una frase dialettale che si usava, e ancora oggi si usa, per dire che non si possiede neanche una piccola moneta, cioè una lira. In breve, è un modo per esprimere, con questa frase, la propria grave situazione economica.

Mò c'hani fatti paci cani e lupi, poviri pecurelli ca cci si chiavӓti : Letteralmente, "adesso che cani e lupi si sono appacificati, povere pecorelle che ci capitano". Così Gerardo Bonifiglio su facebook spiega questa frase : " ... nei primi anni '90, mio padre già ultra novantenne, così commentava i primi inciuci politici di allora". Si capisce chiaramente che questa frase viene usata ogni qualvolta più persone con ruoli diversi (cani e lupi) e per motivi diversi, si mettono d'accordo a discapito di altre persone (pecorelle)

M'u mangi part'i'peni. Letteralmente, me lo mangio al posto del pane, ne faccio un boccone. Una frase brutale e crudele, se si pensa che un essere umano, anche se preso dall'ira, possa fare una cosa del genere ad un altro essere umano. Assurdo. La furia e la ferocia di questa frase mi fa andare indietro nel tempo; quando da bambino la sera avevo paura di attraversare piazza del Popolo (l'Acquanova), perchè in questa piazza, qualche volta, anche a causa dei fumi dell'alcol, avvenivano grandi litigi e le cosiddette coltellate non mancavano mai. 

 

Na bbisti lustr’i luna!

Letteralmente, ha visto la ( tante) luce lunare, cioè una donna che ha visto la (tante) luna piena. Come dice Ruggiero Graziani su facebook, questa frase viene detta ogni qualvolta si vuole descrivere in modo pittoresco una donna non proprio casta. Io aggiungo, con un pizzico di maliziosità, che si tratta anche di donne dai facili innamoramenti, di quelle donne che sono facili a buttarsi fra le braccia del primo corteggiatore.

Nè ttroppa rucia, c'ognuni ti suca , nè tropp'amari, c'ognuni ti sputaLetteralmente, nè troppo dolce, perchè ognuno ti succhia, nè troppo amaro perchè ognuno ti sputa. Questa frase è un invito alle persone di essere ragionevolmente flessibili, malleabili, quindi, di non assumere atteggiamenti troppo condiscendenti, permissivi, e, nello stesso tempo, neanche troppo rigidi, severi, duri, perchè in entrambi i casi, spesso, si possono commettere gravi errori. E' una frase che si presta all'educazione dei figli.

Ni va truvanni finuocchj'i timpi. "Vai alla ricerca del finocchio selvatico", cioè, del finocchietto che vegeta spontaneamente nei pendìi scoscesi, nei dirupi e che, pertanto, per la pericolosa posizione del terreno, è difficile raccogliere. Per tale motivo, questa frase, analoga a "ni va truvannə 'ancuni" o a"U'mmini cuntèri finucch'i timpi" è rivolta a chi, non avendo argomentazioni serie, logiche, razionali, va alla ricerca di cavilli inutili, pretendendo anche di avere ragione. E' un'espressione metaforica per dire arrampicarsi sugli specchi.

'Ntiemp'i guerra ogni spit'è spӓta

In tempi di guerra ogni spiedo è (diventa) spada. Molto simile a "quannə cc'è guerra, cc'è guerra". In tempi tristi, bisogna accontentarsi di ogni cosa. Questa frase si diceva durante i lunghi e frequenti periodi di grande carestia che spesso si verificavano nei nostri paesi per dire che ogni cosa è buona per tirare avanti. Ma era anche un modo di dire, meno drammatico, da parte di un capofamiglia ai propri congiunti nei momenti di ristrettezza economica, per invitarli al risparmio.

Ogni ssiri, gghè sabbat’a siri

Letteralmente, "ogni sera è sabato a sera", mentre il significato, "se non segui le mie direttive puoi andare a trovare lavoro altrove", cioè, in sintesi, te ne puoi andare. Questa frase dialettale la utilizzava un tempo il datore di lavoro nei confronti degli operai che non eseguivano bene il compito assegnatogli(lavoro). Il nesso col “sabato a sera” è dovuto al fatto che di solito il datore di lavoro pagava gli  operai ogni fine settimana, appunto il sabato.

Passàr'u pont'i sazizza.

Letteralmente, passare (attraversare) il ponte di salciccia. E' un modo per dire, con ironia, che non tutto si può avere nella vita e che, quindi, non bisogna desiderare ogni cosa. Questa frase, come "Carcagn'avant'eppunt 'arrieri", era rivolta soprattutto ai bambini che, in un contesto molto diverso da quello attuale, perchè mancavano i grandi mezzi di trasporto, facevano richieste di viaggi per luoghi lontani. Per cui la saggezza dei nostri avi che si inventavano gli inesistenti ponti di salcicce.

Pignata visitata mmaji vulla,morta risiddirata mmaji venə. Letteralmente, pentola visitata (controllata, assistita)  non bolle mai, (come) la morte desiderata non arriva mai. E’ una frase di grande pessimismo perché fa riferimento alle continue e gravi sventure, vicissitudini, dolori che la vita qualche volta ci presenta. Per tale motivo è una manifestazione  di grande dolore, perché, come la pentola che non bolle mai, cioè come le cose positive non si verificano mai, così è la morte desiderata, cioè, anch’essa non arriva.

Pitrusìni in ogni minestra, prezzemolo in tutte le minestre. E' la tipica espressione dialettale, come dice Giorgio Candia, su un post pubblicato su Facebook, di una persona che si trova spesso  in ogni posto e che partecipa inopportunamente in qualsivoglia discussione. L’immagine del “personaggio” televisivo, Gabriele Paolini, nella foto accanto, noto per le sue apparizioni di disturbo nel corso dei collegamenti esterni in diretta di programmi televisivi, è una interpretazione molto significativa di questa espressione molto usata nel dialetto coriglianese.

Puri 'u pullicini vò ppizzuliӓri 'u culi a ra jocca.

Anche il pulcino vuole beccare il sedere alla chioccia. Anche i piccoli vogliono imparare i grandi. Anche se ognuno di noi ha sempre bisogno di imparare dagli altri, piccoli o grandi che siano, il vero senso della frase è un'ironia rivolta a coloro che, pur privi di esperienze, hanno la presunzione di volere insegnare a chi ha grandi esperienze di vita vissuta. Oltre, naturalmente, ad una mancanza di rispetto nei confronti delle persone adulte da parte dei giovanissimi.

Quanni mmàji Cusenz'accrisi majorcha

Letteralmente, quando mai Cosenza ha dato in credito il grano. Per spiegare questa frase è necessario spiegare i due termini "Cusenza" e "majorcha". Il primo, "Cusenza", era un "massaro" ricco, ma tirchio e taccagno che non faceva mai credito ad alcuno, mentre, il secondo, "majiorcha", è una qualità di grano. Detto questo, la frase diventa comprensibile e si traduce in : hai visto mai il sig. Cosenza dare in credito il suo grano, cioè, hai visto mai un ricco fare credito ad un povero? 

Quanni si mangia si penz'a'ra morta. Letteralmente, quando si mangia si pensa alla morte. Era una frase, un detto dei tempi che furono.  Si diceva prima di iniare il pranzo o la cena e, in ogni caso, dopo aver fatto il segno della croce, in segno di ringraziamento al Signore, per ricordare ai commensali di apprezzare e gustare i piaceri della tavola, perchè non sempre sarà così, in quanto la vita non è eterna. Oggi, qualche famiglia farà ancora il segno della croce, ma non credo che "reciterà" questa frase(perchè pensiamo di essere immortali)

Ràri tripp'e curtielli

Letteralmente, dare pancia e coltello. Provocare, irritare. Per capire questa frase bisogna ricordare i litigi ('i'scierridi un tempo che finivano spesso con qualche "coltellata". Su questa pagina c'è un mio riferimento alle liti che avvenivano all'Acquanova, e che quasi sempre sfociavano con il luccichìo dei coltelli. In queste circostanze quando una persona col suo atteggiamento provocatorio fa irritare qualcuno, allora si dice che sta fornendo l'occasione (pancia) per essere colpito(coltello).

Rimàniri ccu ll'uocchji cchjin'e ri mӓni vacanti

Letteralmente, rimanere con gli occhi pieni e le mani vacanti, vuote. Questa frase, in maniera pittoresca, descrive la delusione di una persona nell'aver (visto) desiderato una certa cosa, di averla avuta a portata di mano e, purtroppo,  di non averla potuta ottenere per vari motivi. Quindi, il fatto di essere stato ad un passo dalla soluzione di un problema e non averlo potuto portare a termine, lascia il soggetto, come si dice nel linguaggio comune, a bocca asciutta".

Rimànir'a ru ciociò.

Letteralmente, restare (avere del maiale ucciso) con il solo intestino non commestibile. E quindi il senso di questa frase è restare con niente, cioè "restare a bocca asciutta". Però bisogna dire che questa espressione  si presta ad altre interpretazioni. Come, per esempio, quando si vuole sottolineare il fatto che non si è riuscito a portare a termine per poco un compito, un progetto, un'impresa, un affare, in definitiva qualcosa di molto importante. 

Runimi 'mprimi e ddunami n'uossi, servimi(dammi) per primo e dammi(anche)un osso. Vi riporto la spiegazione di Gerardo Bonifiglio : Certo il modo di dire nasce dalla miseria estrema, quando appunto le porzioni di un cibo non erano sufficienti per sfamare tutta la famiglia. Ci si accontentava anche di un osso pur di non correre il rischio di restare digiuno. In modo particolare quando si mangiava tutti dallo stesso piatto.Mio padre mi raccontava che conosceva una persona che nell'occasione appena citata quando mangiava aveva un pezzo in bocca,uno infilato nella forchetta e gli occhi già diretti al terzo boccone.

S'a ddi vrusciӓr'a pirӓta. Letteralmente, si deve bruciare l'orma, l'impronta (del suo piede). Una frase abbastanza negativa rivolta a chi ha un comportamento ignobile, infame, per cui gli si "augura" che se ne perda per sempre la memoria. Succede a chi in questa vita terrena lascia solo brutti ricordi e non si è mai speso per gli altri. Una frase opposta a questa è : si cci a ddi vasӓr'a piràta. Cioè, bisogna baciargli l'orma del suo piede, ossia bisogna essergli sempre grati e riconoscenti e ricordarlo per tutta la vita. 

S'a jocan'a ra currijunaIl senso letterale della frase è : "se la giocano alla "currijuna" (antico gioco di destrezza tra due o più persone). Il gioco della "currijuna", per il senso pratico della frase, probabilmente, doveva essere un gioco tra due  o più persone che abilmente dovevano palleggiare, tenere in equilibrio, scambiarsi a volo ... una certa qualcosa. Perchè, in effetti, il senso della frase, senza dubbio, è quello , tra due (o più) persone, di scaricare l'uno sull'altro la responsabilità di portare a termine un compito. 

S'è ffatt'i ru quagghji. Ti sei ammuffito.  Per spiegare questa frase è necessario ricordare cos'è il cosiddetto "formaggio i ru quagghji". E' un formaggio stantìo che fa la lacrima e s'invermina. Una volta, il consumo di questo formaggio era molto diffuso e vederlo mangiare agli adulti con questi vermi vivi era per noi bambini molto toccante. Ritornando alla nostra frase e considerando quanto appena detto, è facile intuire che il significato di questa frase è quello di descrivere una persona che col tempo è diventata indifferente, apatica, pigra, poco attiva. 

S'i gazӓr'i quazietti. Letteralmente, alzarsi le calze. Originariamente la frase si riferiva alla timidezza, alla riservatezza, all'impaccio (vero o falso) della donna nei confronti dell'uomo. Non tirasi su la calza per la donna era un segno di non cedere ad un'avance dell'uomo. Col tempo, però, non solo le cose o i ruoli sono cambiati, ma è anche cambiato, seppur in senso lato, il significato di questa frase dialettale. Infatti, oggi è un modo per descrivere una persona che si pavoneggia, che si compiace, insomma che si dà delle arie.

Si mìntir'i cuozzi. Mettersi di dorso. Questa frase, come pure "s'è mìs'i cuozzi", viene detta  nel gioco del “battàmuri”, quando una monetina, cadendo, non si posiziona per terra su una delle due facce, ma sta in una posizione verticale od obliqua, appoggiata al muro (si dice anche 'mpirnielli). In questo caso la battuta non si considera valida e il giocatore deve ribattere. Il significato metaforico, però, di offrire il dorso è mettersi a disposizione di tutti, offrire da mangiare e da bere agli amici, dare, insomma, il meglio di se stessi.

Si si nn'accorgia ru cӓpistintini...se se ne accorge l'intestino capo(aorta). Come mi suggerisce C.Caruso, questa frase si usava tra i ragazzi per terrorizzare quelli che si facevano male durante un gioco, “và mindicii nu poch'i spiriti, ca s’un s’attagna,sinn’accorgia ru cӓpistintini e po’ murìri”. Ma era anche rivolta ai bambini capricciosi per spaventarli, quando questi esageravano nel mangiare dolciumi. Allora per farli smettere, i nostri saggi antenati si erano inventati la storia dell'intestino capo : Se viene a saperlo l'intestino capo... (sono guai per te).

Si su' accucchjeti chesa vecchja e terramoti

Letteralmente, si sono accoppiati la casa vecchia e il terremoto. In senso lato, questa espressione dialettale corrisponde, più o meno, a : «... più sfortunato, miserabile di così si muore!»  É certamente una riflessione di sfiducia dovuta a delle situazioni non positive. Del resto quando ad un evento negativo (casa vecchia) se ne aggiunge un altro ancora più negativo (terremoto), allora vuol dire che le cose si sono messe veramente male.

Simina e fà suli e fanni puri na mulitùra. 

Letteralmente, semina anche da solo, anche se ne fai poco(una mulitura). Vi riporto l’interpretazione del  Prof. Rinaldo Longo circa il significato di questa frase  “ Accontentati del tuo, sappi fare con le tue forze e la tua intelligenza. Piano piano imparerai da te!”. Il prof precisa : “il termine mulitura è quella quantità di grano che era dovuta al mugnaio ("u mulineri") come costo della molitura (o molenda) di un tomolo di grano, cioè per la sua trasformazione in farina

Spienni cӓri e sstèri 'mpӓri. Letteralmente, spendi caro e stai seduto al piano, cioè, spendi un pò di più e ti siedi comodamente. In altri termini, "la comodità si paga". E', in senso lato, il concetto dell'attuale prenotazione. Ma, a mio avviso, questa frase va ben oltre questo significato. Nel senso che è anche un'esortazione a tutti coloro che pensano di comprare un certo oggetto, facendo riferimento al solo prezzo e non considerando gli altri fattori importanti che concorrono alla determinazione del prezzo, come per esempio la qualità. 

Stà facienni 'na scinifenza.

Sta facendo un trambusto, un parapiglia, un disordine. Il termine "scinifenza" deriva da "scenopegìa", termine greco, che significa allestimento delle tende. Il riferimento è la festa dei Tabernacoli, detta anche festa delle capanne, in cui gli Ebrei dimoravano sotto le tende per sette giorni. La frase, pertanto, dovrebbe fare riferimento alla grande affluenza e all'immancabile disordine, dovuto esclusivamente all'affollamento del popolo ebraico durante questa festa.

Stativ'attienti, c’a saccuccia gghè tuvagghj’i faccia, chi ni vè si ci stujia.

Letteralmente, state attenti che la tasca è (come la) tovaglia di faccia (asciugamano), chi và (la conosce ), la utilizza. E’ un modo per dire di stare attenti ai propri beni materiali, e in particolare ai propri denari. L’espressione dialettale, però, va oltre questo significato e , in maniera saggia, consiglia di non fidarsi tanto dalle persone, perché queste in modo ingannevole ne potrebbero approfittare. 

Stèri cumi l'arm'i Sampàuli, stare come l'anima di San Paolo. E’ un modo per descrivere una situazione di dubbio, di ansia, di apprensione, in occasione di qualche evento che deve accadere da un momento all'altro. Si diceva, steni cumi l’arma i San Pauli, quando i bambini erano in trepida attesa di qualche leccornia. Il riferimento dovrebbe essere le lettere di San Paolo per le anime dei defunti, affinchè raggiungano la salvezza che è in Crsisto Gesù, insieme alla gloria eterna. Si tratta, in definitiva, di una situazione di grande attesa della grazia Divina.

Sù propri ‘nu pisatùri, letteralmente, sei proprio un pisaturi (dolce pasquale, come in figura). Questa espressione è rivolta a chi con atteggiamenti insicuri dimostra un certo imbarazzo nell’affrontare, o meglio nel non affrontare, una certa situazione. Vi riporto la spiegazione molto chiara di  Carlo Caruso, su un gruppo di Facebook, “Amici del dialetto di Corigliano Calabro” :  si dice a chi ha un atteggiamento goffo, in quanto ricorda il caratteristico pane/dolce di Pasqua, quello con uno o più uova, che a sua volta ricorda la forma del corpo umano. 

Su 'ntirzàti cum'u miricuotti. Letteralmente, sei diventato un terzo come il "merum", vino puro, cioè il mosto cotto. Il mosto cotto è un prodotto enologico che si utilizza durante il periodo natalizio e pasquale nella preparazione dei dolci. Il senso della frase, però, fa riferimento al fenomeno fisico dell' ebollizione del vino puro. A causa dell'evaporazione, il prodotto finale si riduce di molto (di un terzo). Da qui il senso della frase, rivolta, spesso in modo insensibile, nei confronti di chi, a causa di qualche grave malattia, è dimagrito molto.

Sumi rimasti u cucù e ra zacarogna.

Letteralmente, siamo rimasti il cuculo e il gufo (la civetta). Questa espressione dialettale, un po’ pittoresca, descrive lo stato di solitudine di due persone rimaste sole, dopo essere state in compagnia di molti altri. Come dire, restare da soli in due e non fare altro che guardarsi negli occhi (in faccia). Nei casi estremi, però, il significato di questa frase purtroppo va oltre, descrivendo lo stato di abbandono degli anziani che, dopo una vita in compagnia dei propri parenti, vivono da soli.

Suni jut’a surici (“a gattijeri”).Letteralmente, sono andati a topi. Riporto di seguito la spiegazione del Prof. Rinaldo Longo :  “mi sembra che l'espressione facesse riferimento ad una decisione di accompagnarsi con qualche donna. Forse qualche meretrice? Aggiungo che"Suricara" in provincia di Reggio Calabria vuole dire sia trappola per topi che meretrice. Forse in politica quell'appartarsi, intanarsi come i topi, vuol dire preparare segretamente qualche colpo contro qualcuno, qualche avversario o qualche collega indesiderato?"

Ti saluti per'i fichi.

Letteralmente, "Ti saluto, albero di fico". Per il senso pratico che si dà a questa frase, intuisco che l'abbia detta qualche contadino appena dopo aver completato la difficile e laboriosa potatura di un albero di fico, che di solito avviene nella stagione invernale. Pertanto questa frase viene detta quando si porta a termine un lavoro, un'impresa difficile … Ma anche quando si vuole salutare in senso ironico una persona dopo un discorso poco proficuo : “ … a stu punti, ti saluti per’i fichi"

 

Ti vò gghèscir'u jӓt'i nu franchi. Letteralmente, "ti vuole uscire il fiato da un fianco", ti vogliono accoltellare e che ti possa uscire l'anima da un fianco, cioè, in definitiva, che tu possa morire. Oltre a questo significato, che è una vera e propria bestemmia, questa frase esprime anche un altro concetto, meno cruento. Infatti,("fiato"in dialetto è inteso anche come "parola"),se si sostituisce il termine "anima" o "fiato" con il termine "parola", la frase diventa,"che ti possa uscire da un fianco la parola", cioè, che tu possa parlare(decidere di parlare). 

Tien'a faccia (' a cuscienza) cum'u scalun'i ra chjiancha
Letteralmente, tieni la faccia come il gradino della beccheria (macelleria). Tieni la faccia, la coscienza sporca. Una volta, quando l'igiene lasciava un po’ a desiderare, ma, a dire il vero, non c'era neanche l'inquinamento di oggi, sulla porta delle macellerie, tra l’interno e l’esterno del locale, erano esposte con un gancio d'acciaio le carni appena macellate e, inevitabilmente, sgocciolanti, per cui i gradini restavano spesso sporchi.

Tien'a mangiiatùra troppa vasciaTieni la mangiatoia molto bassa. E’ un modo per dire che si ha tutto facilmente, a portata di mano, facendo riferimento  alla cassa lunga in cui si mette il foraggio alle bestie. E' una frase che spesso ci dicevano i nostri padri, che ne aggiungevano un'altra: 'goji t'a gaza 'a mangiatura (da  oggi ti innalzo la mangiatoia). Cioè, da oggi ti rendo la vita meno semplice, non avrai più facilmente tanta disponibilità. Non erano certamente dei castighi, ma solo dei bei metodi per insegnarci a vivere.

Tien'a vucca quant'u suppuort'i Brandi. 

Letteralmente, tiene la bocca (tanto grande) quanto la porta dei Brandi (erroneamente, oggi, chiamata "porta di Librandi"), una delle principali porte d’ingresso del borgo antico di Corigliano Calabro, nelle vicinanze del castello ducale. Questa frase, purtroppo, è sempre attuale  e descrive molto bene quelle persone che spesso parlano, ma direi meglio sparlano in maniera esagerata e con tanta cattiveria, raccontando con autentica falsità i “fatti” degli altri.

Tien’ i panariell’i r'avanti all'uocchji

Tieni i paraocchi. Come sostiene Gerardo Bonifiglio, su un post del gruppo Amici del Dialetto di Corigliano Calabro, su Facebook, i panarielli erano i paraocchi che si mettevano ai quadrupedi affinchè questi non vedessero lateralmente la strada e quindi procedessero diritti senza avere paura. Pertanto questa espressione dialettale descrive una persona che guarda in una sola direzione. In altri termini si tratta di una persona che guarda la realtà a modo proprio, senza tenere conto degli altri.

Tutt’i bbotti vӓnn’a ru cul’i Bbetta, tutte le botte vanno al culo di Betta”. Questa frase, apparentemente volgare, in effetti, descrive una situazione che spesso si verifica tra persone. Cioè quando si "paga" al posto di un altro o, più in generale, quando tutte le sventure, tutti i guai capitano alla stessa persona... C’è sempre chi (Bbetta) le prende (paga) per altri. 

'U ciucci viva l’acqua e porta ru vini

Letteralmente, l’asino beve l’acqua e porta il vino. L’asino beve solo l’acqua, mentre trasporta per gli altri il vino. E’ un modo per dire che le sfibranti fatiche delle persone umili sono al servizio dei profittatori. Questa espressione dialettale è molto simile ad un'altra molto più conosciuta : Rocco fatiga e Pizzicata mangia, Rocco lavora, mentre il signor "Pizzicata" mangia (senza lavorare). In sintesi, c'è chi lavora duramente e chi, invece, raccoglie soltanto i frutti dell’altrui lavoro.

'U ddӓri gust'a cchi ti cerchaLetteralmente, "non dare gusto a chi ti cerca", non dare compiacimento a chi ti vuole. Questa frase, spesso, viene detta dai genitori ai propri figli, quasi sempre alle ragazze(troppo innamorate) per esortarle a non cedere  ai facili amori, o meglio a contenersi. Erano altri tempi, quando i consigli dei genitori, ma specialmente quelli del padre, suonavano come vere e proprie intimazioni. Oggi, per fortuna, non è più così. Ma considerato l'alto tasso dei divorzi, mi chiedo : è meglio oggi?

'U miegghji risigni gghè cchilli chi sgarra.

Il migliore disegno( progetto) è quello che fallisce, cioè è quello che non si fa, non si realizza. E' una frase ironica che si sente dire, soprattutto in famiglia, quando qualche cosa non va per il verso giusto, nel senso che non si porta a termine un progetto,  un disegno, un piano, un affare. E quindi, è solo una consolazione per alleggerire il dispiacere del mancato affare. Altre volte, invece, si usa col senno di poi per dire : " meno male che questa cosa non si è fatta".

‘U ‘nnè nnenti ca muori gghjia, basta ca mora ru vicini mija. Letteralmente, non importa (non fa niente) che io muoia, l’importante è che muoia il mio vicino. Questa espressione dialettale, postata sul gruppo di Facebook, “Amici del dialetto di Corigliano Calabro”, dall’amico e bravo  Gerardo Bonifiglio, indica in maniera ignobile lo sdegno di una persona nei confronti di un’altra. E come dice lo stesso Gerardo, in generale, è un modo per stigmatizzare un comportamento socialmente ed umanamente egoistico. 

‘U pignatӓri minta ru manichi adduvi vò. Il pignataro(vasaio) mette il manico dove vuole. Il vasaio( pignataro), che esercita un lavoro artigianale, ma soprattutto manuale, dopo aver dato la forma all’oggetto ne posiziona il manico a sua discrezione, rispettando le regole elementari. Da qui, il senso di questa espressione dialettale. Come dice Gerardo Bonifiglio, in un post su facebook, questa frase si usa ogni qualvolta si cerca con un giro di parole di aggiustare le cose sempre, e comunque, a proprio favore.

un si sa ra gamm'i ddò Nnicola : letteralmente, "non si conosce la gamba di don Nicola", cioè dove è andata a finire la gamba dell'uomo nobile Don Nicola. Una sottile ironia per indicare la perdita di onorabilità e di reputazione di un uomo nobile ed importante. Questa frase, però, nei tempi antichi, si usava anche per sottolineare le difficoltà per accertare la paternità di qualche nascita illegittima. Per cui il senso di questa frase era un modo per descrivere un problema di difficile risoluzione.

Ummi fӓri 'nchjianӓr'i ciricùrculi. Anche se ancora non sono riuscito a trovare il significato letterale esatto del termine "ciricùrculi", non ho alcun dubbio nell'affermare che l'insieme della frase vuole dire : non farmi innervosire, non farmi arrabbiare, non farmi irritare... Ne sono certo perchè da bambino una persona adulta la diceva a me, qualche volta con la variante del termine "crjirisonni", al posto del "ciricùrculi". Ma il significato della frase(e anche l'effetto) certamente non cambia.

Ummi sacci tènire cicire 'n'cuorpi.

Letteralmente, non mi so tenere ceci nel corpo. Così Giuseppe Pellegrino, su Facebook, spiega questa espressione dialettale : “... per dire che, se ho qualcosa che non ho digerito di una certa faccenda me ne devo assolutamente liberare, affrontando il discorso. Forse con riferimento al fatto che i ceci, come tutti i legumi, provocano molta, fastidiosa, aria intestinale, della quale bisogna prontamente liberarsi, per stare meglio.

'Unn'avìri l'uocchji ppi cciàngiri. Letteralmente, "non avere (più) gli occhi per piangere". Il senso è quello di non possedere più nulla, cioè non avere neanche più le lacrime da versare per le perdite subìte. E' una frase che descrive una situazione, spesso economica, molto grave di una persona. Ci sono nel nostro dialetto, ma anche in molti altri dialetti calabresi, altre versioni di questa frase. Ve ne presento altre : "'à pressi l'uocchji e  bbà truvann'i pinnulàri" o , più famosa, " à press'i voji e bbà truvann' i corni"

Unn llassӓr’a crianzә ‘i ru picurӓri. Letteralmente non lasciare la creanza del pecoraio, cioè non lasciare pochi resti di un cibo. È il consiglio, l’invito, ma soprattutto il richiamo dei genitori ai propri figli a mangiare tutto, e non lasciare pochi avanzi di un cibo nel proprio piatto. La frase dialettale che ha sempre un giusto senso, aveva un particolare significato durante i gravi periodi di crisi economica che colpivano le nostre città, ed era un monito a non buttare via niente. Il riferimento, poi, al guardiano di pecore era il riferimento a chi viveva nella miseria.

Va pass'u ponti, vai a passare(attraversare) il ponte, cioè “va fatiga”, vai a lavorare. Con questa espressione dialettale si "invitava" una persona, generalmente che non amava molto il lavoro,“scanza fatiga”, ad andare a lavorare nelle campagne che si trovavano,quasi sempre, fuori dal paese. Da qui “l’invito” ad attraversare il ponte Margherita,visto che  fino alla metà degli anni ’60 la quasi totalità degli abitanti di Corigliano Calabro risiedeva al centro storico. Vi propongo una poesia dialettale del bravo Francesco Celestino su questo argomento >>>> 

Va truvanni festicelli, ziticell'e mmuorticielli.

Letteralmente si traduce in "Vai sempre in cerca di festini, sposalizi e funerali". Questa frase, con senso ironico, e quasi sempre di rimprovero, la si rivolge a quelle persone che si intrufolano dappertutto per ricevere qualche utile o per motivi di curiosità. Per rendere più comprensibile la frase, voglio ricordare che, nei tempi antichi, da noi, ma anche in molti altri paesi del meridione, per onorare il proprio defunto si offriva da mangiare e da bere ai convenuti del funerale.

Va virienni quali furni cocia. Letteralmente,"va a vedere quale forno stia cocendo". Una volta molte case erano dotate di forna a legna, per fare il pane , e non solo il pane. Durante la preparazione di questo pane, ma soprattutto verso la fine, c'era qualcuno che con una scusa si intrufolava all'interno della casa per trarne vantaggio. Dai comportamenti di queste persone viene fuori questa frase. Il vero senso, però, è quello di descrivere le persone che non si fanno i fatti propri,cioè, quelle, appunto, che vanno a ficcare il naso nei fatti altrui.

Vò jiri sbattuti cumi Marchi ntra Luna. Letteralmente, vuoi andare sbattuto come Marte nella Luna, cioè vuoi girovagare in un luogo strano e lontano (Luna) senza convinzione e senza trovare alcuna meta. E’ una espressione che si presta a varie interpretazioni. La più convincente mi sembra quella del prof. Rinaldo Longo : “Che in questo ci fosse un richiamo a Orlando il paladino, impazzito per amore, che Ludovico Ariosto, nel suo 'L'Orlando Furioso' fa andare sulla Luna per recuperare il suo cervello?” Chi sa.

Vò pagghja ppi ccienti cavalli.

Letteralmente, vuole paglia (foraggio) per cento cavalli. Questa frase dialettale è rivolta a quelle persone che, per vari motivi, sono molto arrabbiate, quasi furibonde. Si tratta di persone che hanno subìto un torto o che non hanno visto riconosciuto un loro sacrosanto diritto. In altri termini, sono vittime di una grande ingiustizia, per cui protestano energicamente e, spesso, vanno su tutte le furie. Per questi motivi pretendono, vogliono molta (cento cavalli) ragione (paglia).

Vu bbiniritti ccu 'nna sponz'i finucchjiLetteralmente "vuoi benedetto con una cima di finocchio" oppure, ricordando l'altro significato di "sponza", cioè, quella specie di bacchetta terminante con una piccola sfera bucherellata usata, durante le funzioni liturgiche, per benedire con acqua santa, il cosiddetto aspersorio dei preti, la traduzione diventa "Vuoi benedetto con l'aspersorio". "Vu bbiniritti ccu 'll'acqua santaIn entrambi i casi questa frase è la descrizione di una persona furba o di una che ne combina di tutti i colori.

Altre espressioni dialettali

A cca ssia ll'àngiuli, qui sia, venga a proteggerci l'angelo. Si dice in occasione di avvenimenti o situazioni negative, riguardanti, quasi sempre, gli affetti familiari, per cui si invoca la presenza dell'angelo come protezione.

'A  ru funn’i ru mari. Letteralmente "al fondo del mare", cioè , che le brutte cose , i cattivi pensieri, le brutte notizie finiscano in fondo al mare, quindi invisibili e lontano dai propri affetti familiari. In altri termini che non avvengano mai.

Bbuoni mi tuocchi : mi tocco col bene, cioè in salute. Questa frase si usa quando si vuole tenere lontano il male o l'evento dannoso di cui si sta parlando. Si dice mentre ci si tocca la parte del corpo colpita dalla malattia, in riferimento alla persona cui il male è capitato

Ccu ru bbuoni vo gghjessiri : possa essere apportatore di bene. Una formula deprecativa analoga è "cca ssia ru bbuoni",cioè qui sia il bene, o ancora "ti vò bbiniri 'nu bbuoni",possa accaderti qualcosa di buono(un affettuoso rimprovero ai ragazzi un pò monelli)

Facci nu pupulicchj’i zucchiri, fagli un pupazzetto di zucchero. Ecco una spiegazione di Carlo Caruso : “ Si avvolgeva un fazzoletto o un tovagliolo in modo da formare una specie di pupazzetto con una testolina, che si inumidiva con acqua per poi immergerla in una zuccheriera ed infine data in bocca al bimbo” (per non farlo piangere)

Cc’è quagghjat’u sanghi ntra saccuccia.

Letteralmente, gli si è coagulato il sangue nella tasca. E' un'espressione pittoresca per dire che dallo spavento ad una persona addirittura gli si è coagulato il sangue nelle tasche.

L'acqua vulla e ru puorchi gghè a ra muntagna.

L'acqua bolle (mentre) il maiale è (ancora) in montagna. Con questa espressione dialettale si suole mettere in evidenza, simpaticamente, il ritardo di qualcuno.

'A megghja morta

ghè ra subitania

 

La migliore morte

è quella improvvisa

 

 

 

'A mme' cchi facc' 'i paschi chi tena!

 

Ma guarda che faccia di pasqua

(faccia strana) che ha

 

 

 

'A mugghjèr'i ru muorti

s'è scilligata

 

la moglie del morto ha sciolto i capelli
(erano raccolti in trecce)

 

 

 

'A mmari, ammari tutti

 

(buttiamo) a mare tutti(ogni cosa)

 

 

 

'A rota 'u ru carri,

va 'nsivati

 

La ruota del carro

va ingrassata(mettere grasso)

     

'A ru cavalli jastimati li lùcia sempre'u pili

 

Al cavallo bestemmiato,

luccica sempre il pelo(l'invidiato

è asistito dalla fortuna)

 

 

 

'A stèti gusàm'i matarizz'i fròlliri

 

D'estate utilizziamo i materassi di biche

 

 

 

Ami passӓti 'na nuttàta 'i still'a stilla

 

abbiamo trascorso una notte sotto il cielo stellato

 

 

 

A ra casa ssua,

nun ci crucilìja cchjiù

 

A casa sua non ci vado più

 

 

 

 

Acqua, vient'e fuochi

a ri pieri

 

Acqua, vento e fuoco ai piedi

(scappare)

 

 

 

Ammuccia,ammuccia, ca peri tutti

 

Nascondi, nascondi, tanto si vede sempre(la verità viene sempre a galla)

     

Assimigghja

'na gattarell'i muzzicuni

 

Sembra una ragazza che si vuole

sposare molto precocemente

 

 

 

Aviss'a chi mi frijiri

 

(?) (per dire che non ho tempo)

     
àmi fatt'a juta i Guatèni   abbiamo fatto l'andata di Gaetano(un'andata a vuoto)
     

àn'accucchjèt’i villichi

 

Hanno unito gli ombelichi(si sono fidanzati)

 

 

 

àni reti parola (àni fatt'u 'ncartamienti)

 

hanno fatto promessa di matrimonio(stesso significato l'espressione"à affireti")

     

 

Ccu na jiriteta 'i meli, s’acchjappani tanti mušchi

 

Con un pizzico di miele, si prendono

tante mosche

 

 

 

Chi bbella rìficia chi sù

 

Che bello orefice(monello) che sei

 

 

 

Chjacchjiri e tabbacchèr'i lignj

u banch'i Napuli unn si 'mpigna

 

Chiacchiere e tabacchiere di legno

il banco(dei pegni) di Napoli non si impegna

 

 

 

Chilla gghè 'nna prissuccquӓta

 

Quella donna ha un viso scheletrico

 

 

 

Chilla va ggirann'u trentuni

 

Quella va sempre in giro

 

 

 

Chiur'a vucca,

ca ti cci chera 'nu passuluni

 

Chiudi la bocca(grande),altrimenti ti ci

cade un grosso fico(a chi parla troppo)

 

 

 

Cirnim'u rànә

ccu ll'arruòtil'e r'assiettә

 

Cerniamo il grano con movimenti di

rotazione e di riassestamento

 

 

 

 

Cumi mi viri, mi scrivi

 

Come mi vedi, mi scrivi(sono così come appaio)

 

 

 

Cuorbi ccu cuorbi
'un si cacciàni l'uocchji

 

I corvi non si accecano tra di loro

(persone dello stesso ceto sociale)

 

 

 

Fàri l'arta 'i ru galassi:
mangiàri,vìviri

e jiri a spassi

 

Fare l'arte del vagabondo :

mangiare, vivere(bene)

e andare in giro(a divertirsi)

 

 

 

Ficch'i corni 'ntra rina

 

Ficcare le corna nella sabbia

 

 

 

Gammi tort'e furtuna dritta

 

Gambe storte e fortuna diritta

 

 

 

Gghè dda mala cacogna

 

E' di brutta razza

 

 

 

 

Gghè na sarèca

 

E' un'aringa affumicata (egoista)

 

 

 

Gghè 'nna ciutìa sbagulla

 

è molto stupido

 

 

 

Gghè nu ciucc'i fatiga

 

E' un asino da lavoro(grande lavoratore)

 

 

 

 

Ghèssiri cchjini

i lassimi stàri

 

Essere pieno di 

lasciami stare(non disturbarmi)

 

 

 

Giuvanni gghè 'nnu scisciuli

 

Giovanni è un briccone!

 

 

 

Goji gghè 'u tiemp'i ri zampruni

 

Oggi il tempo è grigio

 

 

 

 

Goji mi sienti'nu quacielli

 

Oggi mi sento a pezzi

 

 

 

Hàji priparàt'u vrascier'all'arienta

 

Ho preparato il braciere con molto carbone

 

 

 

'I fichi a scarcella suni magnifichi

 

I fichi secchi messi a forma triangolare

sono ottimi

 

 

 

'I materazz'i ri pòverә sun'i linazza

 

I materassi dei poveri sono di

cascame di lino

 

 

 

'I ra gangagghja tràsa ttanta vienti

 

Dalla fessura entra tanto vento

 

 

 

I ru ruòjti gghè ppassàta

'nu lima-surdi

 

Dal rione è passato un uomo taciturno

 

 

 

I sordi fanni viniri

a vista a ri cicati

 

I soldi fanno ritornare

la vista ai ciechi

 

 

 

Jess'jessi, chaji patuti

 

Gesù, Gesù, che cosa mi è capitato

 

 

 

 Ma a chi stemi jucanni …

a nimelli 'i corchji 'i ranci?

 

Ma a cosa giochiamo... a bucce di arancio?
(per dire che giochiamo a niente)

 

 

 

Mangia ca muori

 

 Mangia perchè troppo buono

 

 

 

Mi cci juoch'a cammisa

'i 'ncuolli

 

Mi ci gioco la camicia di dosso

(scommetto tutto)

 

 

 

Mi s'è squagghjiat' u sanchi  ‘ntr’a saccuccia!

 

Mi si è coagulato(dalla paura)

 

 il sangue nella tasca!

 

 

 

Mì sta facienni viniri

nu striculizz'i stintini

 

Mi stai procurando un gorgoglio

addominale (intestinale)

 

 

 

Mìntir'a ra stacciulla   mettere alle strette
     
Mint'u pisci 'ntra vlanza   Metti il pesce nella bilancia(misura onestamente, non fare il furbo, non rubare)
     

Mmannàja ru ciucci

i ri cappuccini!

 

Mannaggia l'asino dei cappuccini!

 

 

 

Mmarija gghè 'nna misesta!

 

Maria è un pò strana

 

 

 

Mmarija gghè guariàna

 

Maria è di compagnia(socievole)

 

 

 

Mmarija gghè 'nna cucurina   Maria è una ragazza pimpante
     

M'assimigghjia nu santi

'mpracchjiàt'a ra paletta

 

Mi sembra un santo attaccato alla paletta

(con ironia,mi sembra una buona persona)

     

M'assimigghji nu crustuli

 

Mi sembri  un imbranato

("crustuli" è un dolce natalizio)

     
M'hàji mamgiati càvuli strìculi   Mi sono mangiato erba selvatica
     
M'hàji vivuti na cuccum'i caffè

 

  Ho bevuto una tazza piena, piena di caffè
     

M’à fatti pigghjàri

nu pinnuli

 

Mi ha fatto prendere

uno spavento

   

 

M'à ffatt'u pier'i ru galli  

non è venuto all'appuntamento

(mi ha fatto il piede del gallo)

     

M’à ffatt’u pizz' a risi

 

Mi ha sorriso(dolce segnale visivo di consenso)

     

Na vota sul

si frica ra vecchja

 

Soltanto una volta

si frega la vecchia(il saggio)

     
'Ncruci e nnuci   incroce e in noce(nemici per sempre)
     

Ni facimi 'na bella sguliàta

 

Ci facciamo una bella scorpacciata
     
'Ncasatilli 'stu quart'i vini   Incameralo(bevilo)questo quarto di vino
     
'Ntra cucina ci tiegn'i priciegni   In cucina ci ho gli arnesi(per cucinare)
     

'Ntru pajisi c'è nu

vulla-vulla

  Nel paese c'è molto mormorio(pettegolezzi)[si dice anche ntru pajisi c'è nu griri pèri]
     

N'uocchji a ra gatta

e nautri a ru pisci

 

Un occhio al gatto

e l'altro al pesce

     
Parrèri 'nchjin'e baccanti   Parlare a vanvera
     
Pierì gghè 'nnu cuorp'abbissati!   Pierino è un mangione!
     
Pierì gghè ssurdàt'i Bbacchi   Pierino è soldato di Bacco(beone)
     
Pigghjia 'u pignatiell'i l'uogghji   prendi il musirino dell'olio(1/5 di litro)
     
Pigghjiàri 'na catina 'i spiriti  

Prendere una catena di spiriti

(reagire con forza)

     
Ppi ccient'ann'i mmiegghj'e mmiegghjə   

che tu possa avere cose sempre più belle

(ad maiora) per cento anni

     
Prullurìa ra niva   Sta per nevicare
     
Pur'i surici, tenin' a tussa   Anche i topi hanno la tosse
     

Quanni truovi u monichi a ra chesa gghè miegghji cca pigghj’a rrisi     

  Quando trovi il monaco a casa(tua), fai bene a riderci sopra 
     
Riri 'nu sacch'e na sporta   dire tanto(un sacco e una sporta)
     

Risparmia

a mugghijera n'tru lietti

 

Risparmia la moglie nel letto
     
rispunn'a sc’catta feli  

Rispondere in modo provocatorio, a tal punto da fare scoppiare, dalla rabbia, il fegato, la colecisti

     
Sà fatti na scius'i risati   Ha riso tanto e di cuore
     

Sacchi,fuochi

e sbrigogniamienti

 

Sacchi, fuochi e smascheramenti
(fare subito)
     
Salut'a'nnuva e a'bbuva    (buona) Salute a noi e a voi
     

Sciacqua Rosa

e bbiva Agnesa 

 

Scialacquone Rosa 

e viva Agnese (tanto c'è chi paga) 

     
Sfriculiàr'u micci  

Toccare frequentemento lo stoppino della 

lampada(disturbare)

     
Si sta accarmann'i risi   Sta ridendo tanto
     

Sta cum'u riavuli,

ntra l'acqa santa

 

Stai come il diavolo

nell'acqua santa

     
Suni cifiri   sono monelli (Lucifero)
     
Surda l'ura!   Sorda l'ora(mai sia)
     
Sa cchjius'i pecurelli   Si è chiuso le pecorelle(mettere al sicuro)
     

S'è rrutti 'nu bbicchieri e ss'è fatti zìchini zìchini

 

E' caduto un bicchiere e si è frantumato

(in tantissimi pezzettini)

     

S’un po’ pigghjièri l’irti,

pigghj’i pinnini

 

Se non puoi prendere la salita,

prendi la discesa (se non puoi

fare in un modo, fai in un altro)

     

Ti cci sta mangiann'i

culluti 'i paschi

  Ti stai mangiando i dolci(culluri) di Pasqua(stai impiegando molto tempo a fare una certa cosa)
     

Ti mangiass'a cappa

i San Binnardi

 

Mangeresti la cappa (mantello) di

San Bennardo(mangiare molto)

     

Ti nn'ha mangiàri

pitt'e pani

 

Te ne devi(ancora)mangiare focacce

e pane(devi ancora crescere)

     
Ti saluti pier'i fichi   Ti saluto piede(albero)di fico (addio)
     

Tieni na crianza cum’i puorchi

  Hai un'educazione come (quella) dei maiali
     
Tien' a vucca quant'u suppuort'i Brandi   Tieni la bocca(grande) quando la porta di Brandi
     
Tiràri 'a ștringhetta
 

Tirare il cordino del busto

(darsi delle arie)

     

Tròviti fiss’e crìrici

 

Fingi di essere fesso e fai finta di crederci

     

tutt'u juorni gir’a scazza

 

tutto il giorno gira a vuoto
     
'U gghòmmiri s'è sciusi
  Il gomitolo si è svolto
     
'U nni vò pagghja u ciucci
  non ne vuole paglia l'asino
     
'U vienti ha ccacciàt'a murfur'i ru càvuri   Il vento ha allontanato l'afa
     

Unn ci tràsiri ca ci'appìzzi u pilluzzùni

 

Non entrarci(negozio) perchè ci

rischi la pelle (perchè è troppo caro)

     
Unn fèri l'indijèni
 

Non fare l'indiano

(non fingere di ascolare)

     
Un fèr'a risatella frichigna
  Non sorridere ironicamente
     

Un putimi nè fujiri nè sicutèri

 

Non possiamo nè darci alla fuga(scappare), nè mandarli in fuga
     
U'nti fèri garbi   Non farti meraviglia
     
Vasciàr'a crista
  Abbassare la testa(non insuperbirsi)
     

Vruoccul’e predicatùri

i roppi Paschi

perdin’u sapùri

 

Broccoli e predicatori

dopo la Pasqua

perdono il sapore

     

Vrusciӓr'u pagghjuni

 

bruciare un saccone di paglia

(non pagare i propri debiti)

Fonte : Luigi De Luca - Giulio Iudicissa - Enzo Cumino - Gerardo Bonifiglio - Carlo Caruso - Tonino Casciaro