Le Botteghe di una volta

 

 

Corigliano Calabro 

Le Botteghe di una volta

 

I Volume

  

a cura di Giovanni Scorzafave

 

  

Libreria Il Fondaco 

 

Oltre 50 racconti di vari autori, scritti più col cuore che con la penna, per rievocare la magia del tempo antico e rivivere il quotidiano dei nostri padri, che in queste botteghe hanno riposto il vero senso della loro vita, scrivendo la nostra storia.

Le Botteghe di una volta

L'elenco degli autori dei racconti 

 

Via

autore

Vico 1° Garopoli

(I bbigghjardini 'i zu Girardi)

4 Giovanni Scorzafave

Via Margherita

('u supermarket 'i Viscardi e Sosto)

26 Giuseppe Pellegrino

Via Margherita
('a putighella 'i za 'Mmaculata)

52 Mimì Sapia

Via Margherita
 ('u bar 'i r'Ariston)

54 Enzo Cumino

Via Barnaba Abenante

('u mobilificio 'i mastro Ciccio Polino)

5-7-9 Enzo Polino

Via Barnaba Abenante

('u panifici 'i Cuosim'i galli 'i razza)

27 Giovanni Scorzafave

Via Vittorio Emanuele

('u garage 'i Ciccillo De Gennaro)

8 Carla De Gennaro

Via Roma

('a putighella 'i ra standa)

4 Antonio Ida

Via Roma

('a putiga 'i De Carlo)

8 Vincenzo, Menuccia e Tonino De Carlo

Via dei '500
('a libreria 'i ru Fondaco)

9-11 Franco Maiarù

Via Roma

('a putiga 'i Pierini Taranto)

25 Rosanna Taranto

Via Roma

('a putiga 'i mastri Giorgio Bruno)

31 Giovanni Scorzafave

Via Roma

('a putiga 'i zu Totonno Scorzafave)

68 Giovanni Scorzafave

Via Roma

('u sturiji 'i ru prevessori Curia)

83-71 Giovanni Scorzafave

Via Roma

('u negozio 'i r'Alfredo Romio)

86 Vincenzo Romio

Via Roma

('a putiga 'i Mimm'u magghjèri)

135 Giovanni Scorzafave

Via Roma

('a putiga 'i ri Caccicannocchji)

102 Giovanni Scorzafave

Via Roma

(l'armeria 'i Totonno De Luca)

108 Giannino De Luca

Vico 7° Roma

('u sturiji 'i ru prevessori Canale)

 2 Beatrice Canale Parola

Via Roma

('a putiga 'i Siinardi)

130 Antonio Siinardi

Via Roma

('a putiga 'i zu Giuvann'a mmuzzaiuoli)

132 Giovanni Scorzafave

Via Roma

(' a cantina 'i Turchiaro)

159 Giovanni Scorzafave

Piazza del Popolo

('a putiga 'i Battistielli)

3 Anna Maria Argentino

Piazza del Popolo

('u Bar 'i ru Gatto Bianco)

5-6 Giovanni Scorzafave

Piazza del Popolo

('a putiga 'i zu Battisti 'i Campiuni)

7 Giovanni Scorzafave

Piazza del Popolo

('u bar 'i ru Catarrèri)

8-9 Giovanni Scorzafave

Piazza del Popolo

('a ghjanca 'i Pietri i' Runèti)

11 Giovanni Scorzafave

Piazza del Popolo

('u bar 'i ru Combattenti)

19 Giovanni Scorzafave

Piazza del Popolo

('a varbarìa 'i mastro Pippini marinari)

22 Giovanni Scorzafave

Via San Francesco

('a putiga 'i ru pastilleri)

3 Giovanni Scorzafave

Via San Francesco

('a putiga 'i Francisci 'i miscondi)

22 Giorgio Forciniti
Giovanni Leonino

Via San Francesco

('u negozio 'i Francesco Figola)

49 Viviana Figola

Via San Francesco

('a trattoria 'i San 'Mmbrancischi)

56 Giulio Iudicissa

Via San Francesco

('a putiga 'i Ciccill 'i mo-mò)

75 Giovanni Scorzafave

Via Garopoli

('a varbaria 'i zu Ciccillo Scorzafave)

3 Giovanni Scorzafave

Via Garopoli

('a putiga 'i zu Giradi 'i Zagurdi)

18 Bina Zagordo

Via Garopoli

('a Farmacia 'i don Ciccio Romanelli)

19 Isabella Romanelli

Via Municipio
('a putiga 'i ra scalilla)

42 Maria Teresa Pistoia

Via Piave

('a putiga 'i Carlucci 'i ri bombuli)

19 Giuseppe Casciaro

Via XXIV Maggio 

('u sturiji 'i ru prevessori Candia)

2-7 Giovanni Scorzafave

Via XXIV Maggio

('a putiga 'i zu Ciccillo Longo)

3 Giovanni Scorzafave

Via XXIV Maggio

('u putighini 'i zu Totonno Cicero)

5 Giovanni Scorzafave

Via XXIV Maggio

('i negozi 'i Cuosimi e Giorgio Russo)

13-28 Cosimo Russo

Via XXIV Maggio

('u negozio 'i r'Alfonso Salatino)

36 Mario Salatino

Via XXIV Maggio
('a putiga 'i mastro Totonno Valente)

38 Giovanni Scorzafave

Via Luigi Palma

('a putiga 'i Ciccillo Candia)

3 Giorgio Candia

Via Luigi Palma

('a putiga 'i mastro Tumès'a Grotta)

7 Gerardo Bonifiglio

Via Luigi Palma

('a Provvida 'i Pascalini Vivacqua)

50 Maria Giuseppina Vivacqua

Vico chiuso Principe Umberto

('a putiga 'i Ciccillo Bocconcino)

5 Giovanni Scorzafave

Via Regina Elena

('a putiga 'i mastro Alfonso Spezzano)

1 Pietro Spezzano

Corso Principe Umberto

('a vitreria 'i mastri Alduccio Anacoreta)

23-27 Giovanni Scorzafave

Via Alfredo Tricarico

('a varbarìa 'i mastro Mario Montillo)

3 Giovanni Scorzafave

Via Aldo Moro (già via Ariella)

('u bar 'i l'Ariella)

30 Giovanni Scorzafave
Corigliano Calabro_ Confcommercio presen
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Quando i negozi si chiamavano “putighi”.

 

Il mio rapporto con il denaro e con il valore della merce ha avuto inizio quando ho cominciato a frequentare la scuola media a Corigliano. Prima di questa mia avventura “migratoria”, il mio rapporto con i prodotti alimentari era un rapporto diretto. Se volevo il pane, il formaggio, le olive in salamoia, “i pisci salati”, i fichi infornati e quanto altro reperibile nel “casciunu”, nella “cascia”, nel “salaturu” – in dialetto coriglianese “u terzarulu”- alla “virga” (pertica) a cui si appendeva il salame per l’essiccazione, non c’erano problemi. Bastava prenderli. Ma sempre con “docazione” (con educazione, che voleva significare “a piccole dosi”), come diceva mia nonna paterna, nata nel 1864 e morta nel 1965. Per procurami la frutta fresca: fichi, pere, mele, “mura janchi”, “mura cievuzi” (more rosse di gelso), bastava che facessi un giro nella nostra proprietà, allungassi la mano e prendessi il frutto direttamente dall’albero. E se le braccia fossero risultati troppo corte, mi sarei procurato “nu cruoccu”, bastone con uncino da reperire  direttamente in loco .

L’uva no! L’uva no, perché, nonostante fossimo proprietari di una vigna generosa, per evitare che noi piccoli rovinassimo tutto il raccolto andando a “pizzuliari” i vari grappoli, partendo, ovviamente, dall’uva più pregiata, nostro padre ci minacciava “di misurare la pedata”, cioè di prendere la misura dell’impronta del piede lasciata nella vigna, per poter individuare l’autore o gli autori del danno. E siccome, nonostante il divieto, qualche viaggio (giornaliero)  nella vigna lo facevamo, la sera speravamo che nostro padre rientrasse tardi dal lavoro – il che avveniva molto spesso- in modo da non poter effettuare la temuta misura.

Misura tanto temuta ma forse mai eseguita. 

Dunque, ritornando al discorso iniziale, al quo valeat nummus? di oraziana memoria, a me il denaro non era mai servito. Il denaro, per le famiglie che possedevano terreni e greggi, serviva soprattutto per i prodotti non alimentari e in modo particolare per vestiti e  scarpe. Ma allora il guardaroba non era particolarmente ricco e spesso si limitava a un vestito e a un paio di scarpe “quattro stagioni”, come la pizza (ma allora questo tipo di pizza non si conosceva), rigorosamente cuciti a mano. E poiché all’epoca dei fatti i figli nascevano al massimo ogni due anni, non era raro  il fenomeno del riciclaggio all’interno della famiglia, sorvolando sul fatto che le maniche della giacca fossero “leggermente” più lunghe o più corte.

Ma la gestione del denaro, comunque, era un problema per grandi, che, facendo economia fino all’osso,  riuscivano a mettere da parte i soldi a lira a lira, per realizzare anche grandi sogni: dare la dote alle figlie, costruirsi la casa, una stanza per volta, mandare qualche figlio a scuola, “a ru ginnasii”. 

A Via Piave, alias Cirrij, dove io, per poter frequentare la scuola media, mi ero sistemato presso lontani parenti, il discorso era diverso. Qualunque cosa servisse - e le tentazioni non mancavano - dovevi ricorrere ai negozi. Mio padre era persona conosciuta e stimata e, inizialmente, mi aveva creato una forma di “fido” presso i negozianti. Essi mi avrebbero fatto credito di qualunque cosa avessi  avuto bisogno. Papà avrebbe pagato. Non conoscendo bene il valore del denaro, io andai “fuori fido” assai presto, con la conseguente immediata “chiusura del conto”. Mio padre pagò ma cambiò metodo di finanziamento. Si passò così alla modesta paghetta settimanale e allora fui costretto ad imparare a far di conto.

I negozi allora si chiamavano “putighi”. Il termine “putiga” – bottega- veniva utilizzato sia per le attività commerciali, sia attività artigianali. “A putiga” era costituita,in genere,  da un unico e,  per quei tempi, ampio  locale. “I putighi” venivano indicate quasi sempre con il soprannome del titolare, che quasi mai gradiva essere chiamato con quel soprannome, che costituiva spesso una “gnuria” o indicava un difetto fisico. 

Di Via Piave ricordo, in particolare, due negozi importanti: “a putiga i ru capichiatti” e “a putiga i chjrichella”.

Il signor Reale, persona amabile ed accogliente, era titolare di una merceria variamente e riccamente attrezzata: aghi, rocchetti, spagnolette, matassine,  lana in gomitoli di tutti i colori, penne, pennini, matite, quaderni con la copertina nera,  caramelle, pesciolini, e centinaia di altri articoli che egli  individuava in un attimo, muovendosi con la delicatezza di uno scoiattolo in quel negozio pieno come un uovo.

Bastava chiedere.

Abilissimo nel fare i conti e attento amministratore della sua attività, il signor Reale amava pagare la merce sempre “contrassegno”, cioè con pagamento alla consegna del pacco postale. 

Il signor Taverna era titolare di un dignitoso negozio di alimentari, posto proprio all’inizio di Via Piave, partendo da Piazza del Popolo, che gestiva insieme con la mamma, ”donna Grazia” . Quando entravi nel negozio dei Taverna avvertivi  uno  stile  diverso rispetto alla maggior parte degli altri negozi. Si notava da una parte lo stile accogliente di Donna Grazia,  mentre dall’altra avvertivi quello “da dirigente” del figlio Domenico, decisamente autorevole. Chi entrava in quel negozio, si comportava, quasi in modo automatico,  con garbo e con rispetto, adeguandosi allo stile dei proprietari. Il negozio dei Taverna era anche luogo di riferimento per molti acresi, che trovavano massima serietà e prodotti di qualità. E trovavano anche credito, quando il ricavato della merce venduta (per la maggior parte legna da ardere)  non bastava per pagare la spesa che di solito era rappresentata da un pane e da un chilo di pasta.

Di fronte al negozio dei Taverna, su Corso Garibaldi, c’era “a putiga  ‘i ri Lonnivucchisi”, i fratelli Marino, pregiati calzolai del tempo, provenienti da Longobucco. Chi passava per questa strada non poteva fare a meno di osservare il loro lavoro frenetico e non  sentire il ritmo dei colpi di martello sulla suola.

Che lavoratori!  

Ma di questo può darsi che si parlerà un’ altra volta.

Per ora chiudo questa pagina di ricordi. I ricordi sono parte importante della vita di chi ha la fortuna di andare avanti negli anni. Sicuramente si diventa noiosi nel raccontarli, anche perché, col passare del tempo, l’uditorio si restringe e si finisce per avere intorno sempre le stesse persone. Ma sono pagine della nostra vita che di tanto in tanto riaffiorano davanti ai nostri occhi e  noi sentiamo il bisogno di parteciparle. Di solito privilegiamo le pagine più belle. Quelle che potrebbero rattristare noi e forse anche gli altri preferiamo tenercele dentro, accantonati negli angoli della nostra memoria e qualche volta negli spazi angusti del nostro cuore.

Dentro si conservano meglio.

Corigliano Calabro, 23.06.2015

Franco Caravetta

Quanti dolci e "cose buone"  in quel caffè di via Tricarico

 

C'era una volta...

Così cominciano le favole. E di favole si ha bisogno a tutte le età, specialmente quando si va avanti negli anni e i ricordi sono vivi nella memoria e lontani nel tempo, velati da un dolce rimpianto e una  sottile malinconia. Si va alla ricerca di cose che potevano essere e non sono state; di persone care, che da tempo sono scomparse dalla scena del mondo, cui hai voluto bene e ne sei stata ricambiata. Sono nata in una grande casa a due piani in Via Garopoli, n. 17: prima di cinque figli. I miei genitori Carlotta Alice e Gabriele Misurelli mi accolsero con gioia, proprio perché ero una bambina. Mio padre aveva tre fratelli e una sorellina, che, a pochi anni, era passata a miglior vita. Ricordo l'ingrandimento  fotografico su una parete dello studio, assieme alle altre foto di famiglia, nelle cornici d'argento; i libri ben rilegati e quel senso di consumato, che porta con sé l'usura del tempo e il segno del vissuto. Eravamo in tanti. Con noi abitava uno zio di papa, una sua sorella, i due fratelli più piccoli e due persone di servizio. I nonni Misurelli non li ho conosciuti. Si congedarono troppo presto da questo mondo. La nonna Francesca De Rosa morì a quarant'anni e il nonno Peppino a settanta. Mio padre, secondo dei quattro figli, non fu molto portato per gli studi ed ereditò il Caffè che fu il primo e forse l'unico, che, a distanza di un secolo e mezzo viene ancora ricordato per la bontà dei prodotti, l'eleganza del locale e la signorilità  dei proprietari. II mio bisnonno Gaspare era nato a Rende da un parto trigemino. Aveva altri due fratelli, che si chiamavano Melchiorre e Baldassarre. Le nostre radici, però, si estendono nel Salente ed anche in Toscana. Uno dei miei zii aveva fatto una ricerca: un Misurelli era un Ghibellino, che militò con Dante. Nonno Gaspare si trasferì a Corigliano all'inizio dell'Ottocento ed impiantò questo Caffè, che visse per tre generazioni. Il Caffè era sito in Via Tricarico, di fianco al Castello e comprendeva  tre locali a pian terreno, più tre sotto, dove si accendeva da una  botola e serviva da laboratorio. Di tutto questo ricordo i lunghi divani rosso e oro, i tavoli di marmo bianco e ferro battuto, le grandi specchiere. Il nostro Caffè era frequentato dai nobili e dalla borghesia. Il popolo non entrava, non perché era vietato, ma per timidezza: allora  era così. Famose erano le cene, che organizzavano nei nostri locali i Baroni Compagna. Di una ne ho sentito parlare in modo particolare, perché  furono preparate ben ventiquattro portate, tra cui una cernia di proporzioni enormi. Le posate, i vassoi d'argento e le altre suppellettili erano fornite dai Misurelli. Questo arredo veniva utilizzato per le spose o i ricevimenti delle persone di riguardo. All'Acquanova, poi, il mio bisnonno aveva un altro Caffè per il popolo ed era affidato ad un suo dipendente. Intanto gli anni passavano veloci come il pensiero. Crescevo. Erano nati altri miei fratelli ed il nostro nucleo familiare diventava sempre più grande. Vivevamo agiatamente in questa grande casa, che era piena di bellissime cose, che venivano custodite gelosamente dallo zio di mio padre, che si chiamava Alfonso, ma che noi avevamo preso l'abitudine di chiamare nonno. Era una persona squisita:aveva conseguito gli studi agrari e si occupava della proprietà e del CAFFÈ'. Era un uomo intelligente ed equilibrato; gestiva gli affari con oculatezza e saper fare; era il fulcro della nostra famiglia, cui si era completamente dedicato. Avevamo  per lui un grande rispetto; e,  nei limiti del possibile, ubbidivamo  ai suoi insegnamenti, rispettando i suoi principi e le sue abitudini. La nostra vita si svolgeva al piano superiore della casa. Sotto c'erano le camere da letto e quelle  di rappresentanza. Sopra, le altre comprese la cucina, una grande sala da pranzo con un tavolo, che, aperto, poteva accogliere trenta commensali, i servizi e la soffitta. In cucina c'era un grande focolare, il forno e le fornaci a carbone. Le pareti erano stracariche di oggetti di rame: mio padre ne offrì cento chili alla Patria. Una parte di questi oggetti serviva per comodità della famiglia, l'altra per i dolci. In fondo alla parete della cucina c'era un quadrato di legno sfondato al centro con sopra una caldaia di rame, che si chiamava "ciuccio" e serviva per fare il torrone. Sotto di questa si accendeva il fuoco, si versavano le mandorle con lo zucchero nella caldaia e bisognava girarle continuamente, con una cucchiaia di legno, dal lungo e pesante  manico. Quando le mandorle cominciavano a caramellarsi si stendevano s'u una superficie di marmo; e, dopo averle spianate, si passava sopra un rettangolo di legno e dal rettangolo si tagliavano i pezzi. Fra tutti gli altri utensili, ce n'era uno di forma ovale con il manico pieghevole e un buco piccolo sotto. Questo attirava sempre la mia attenzione, perché non lo avevo mai visto usare: serviva per fare i confetti. A seconda di come si girava, se ne diversificava la forma (era successo in un passato remoto). In una stanza, poi, c'era un alambicco, che serviva per fare l'alcool e degli enormi tostacaffè. Se ne versava in questi una quantità limitata; si mettevano sul fuoco e con una manovella si facevano girare, ogni tanto si apriva una specie di porticina per vedere a che  punto era la tostatura. Quando aveva raggiunto un bel colore "abito di monaco", si rovesciava su una superficie liscia fino a quando il caffè si era raffreddato. Poi si conservava in apposito recipiente di vetro con il coperchio di metallo ed era pronto per l'uso. I dolci erano di tanti tipi, con il  pan di spagna e con le mandorle. I babà: si preparavano prima le sagome. Ogni forma era fatta da un rettangolo ed un quadrato. Si incollavano con la farina, avvolti ad una forma di legno che pian pianino si faceva scivolare. Si lasciavano asciugare per una notte. Si preparava, poi, il pan di spagna e, per ogni forma, si metteva un cucchiaio o due di pasta e si lasciavano cuocere a calore moderato. Dopo che si erano raffreddati si toglievano dalle carte; si faceva un  buco sotto e si riempivano di crema; poi si passavano nella glass e si lasciavano intiepidire in forno per qualche minuto, perché il calore gli dava lucentezza. Famose erano le sciuscelle, la cui preparazione era molto laboriosa. Dovevano lievitare al buio per otto giorni; poi si tostavano le mandorle e si tritavano con una macchinetta molto particolare. Si setacciavano con un crivello a buchi larghi e si immischiavano nella pasta lievitata assieme ad un altro zucchero sciolto in acqua. Si stendevano su un marmo. Gli si dava forma e si mettevano in ruoti di rame a cuocere a calore moderato. Dopo sfornati, si, si lasciavano raffreddare e si spennellavano con cacao liquido, prima dalla parte inferiore e si passavano in forno, poi dalla parte superiore rimettendoli in forno una seconda volta. Le paste di mandorle: si pestavano le mandorle in un mortaio di marmo con una mazza di legno. Si impastavano con chiare d'uovo e zucchero. Si facevano dei rettangolini e sopra si passava una crema bianca, che era fatta con chiare d'uovo e zucchero. Si chiamava o veniva chiamata "polfito". Si adagiavano in ruoti di rame e si lasciavano cuocere in forno. La pasta d'uovo: era fatta con tuorli d'uova e zucchero. Si girava per qualche minuto sul fuoco e serviva per guarnire un tipo di paste, che si chiamavano "gattoncini". Le mandorle atterrate erano un'altra grande specialità. Si tostavano le mandorle; poi si mescolavano con lo zucchero e il cacao; si  mettevano sul fuoco. Quando il tutto aveva acquistato una certa consistenza, si intingeva in esse un pezzetto di carta; si toccava con due dita e, se faceva il filo, erano  pronte. Ci volevano sempre due persone; una girava le mandorle, l'altra le prendeva con un cucchiaio e le adagiava su un marmo, l'una distanziata dall'altra. Le pinolate erano fatte con i pinoli; e, con lo stesso procedimento, ma senza cacao. La pasta reale era un po' diversa, perché si dovevano pelare le  mandorle prima di schiacciarle e  mescolarle nello zucchero. Le mandorle atterrate, le pinolate, la pasta reale si lasciavano asciugare per qualche giorno, poi si mettevano con la parte superiore in basso in ruoti di rame. Si faceva  bollire lo zucchero e vi si versava  sopra; e in quella stanza dove venivano adagiate, non si doveva  camminare. Rimanevano così per una notte. Dopo (con tutto il ruoto) si mettevano in posizione verticale a sgocciolare in una caldaia e quando si toglievano e si esponevano in vetrina sembravano tante  broches di brillanti sull'abito da sera   di una bella donna. Questi ultimi tre tipi di pasticceria  venivano preparati su ordinazione oppure per l'esposizione natalizia.  Allora la vendita era aperta a tutti. Ricordo che, per l'occasione, mio padre preparava anche delle torte di pasta reale ripiene di marmellata  ed altre con la pasta delle sciuscelle e con lo stesso ripieno.Per quanto riguarda i gelati c'erano i correnti e quelli delle grandi occasioni. Ricordo, in modo particolare, quelli al pistacchio, alla crema, al cioccolato, le granite di caffè e di limone. Allora non esistevano i banchi frigoriferi. Il lavoro  era solo manuale. In una grande tinozza  di legno si metteva il ghiaccio spezzettato, al centro la sorbettiera  di stagno con le dosi per i gelati, poi si faceva girare in senso  circolare fino a quando non era diventato cremoso e serviva per coppe o coni. Per gli spumani il procedimento era più complicato: si prendeva la crema gelato e si metteva in formette rotonde o rettangolari e si rimettevano nella sorbettiera, protetta dal ghiaccio. Al momento di servire, quelle piccole si versavano in un piattino, pronte per offrirle. Quelle delle forme più grandi erano a più gusti e con il pan di spagna al centro. Si affettavano a seconda della porzione che si desiderava. Tutte queste operazioni erano dirette da nonno Alfonso, ormai avanti negli anni. Non era più in grado di lavorare e guidava mio padre, che aveva preso il suo posto. Passò ancora qualche anno. Una mattina il nonno non si svegliò. Si era addormentato per  sempre, lasciandoci un grande vuoto; e, poiché il tempo divora ogni cosa -come diceva Ovidio - anche il nostro Caffè finì. Ho voluto riassumere brevemente la storia della mia famiglia, soprattutto per un omaggio al nonno Alfonso, che mi ha cresciuta, educata e voluto un gran bene. Durante il periodo della sua esistenza non penso di avergli dato  molte soddisfazioni. Oggi, forse, sono come Lui mi voleva. Crescendo, ho messo in pratica i suoi insegnamenti, rendendomi conto di quanto erano saggi e giusti. Ne ho fatto tesoro e dico: grazie, nonno!

(Francesca Misurelli)