Le Botteghe di una volta

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Le Botteghe di una volta

Quando i negozi si chiamavano “putighi”.

 

Il mio rapporto con il denaro e con il valore della merce ha avuto inizio quando ho cominciato a frequentare la scuola media a Corigliano. Prima di questa mia avventura “migratoria”, il mio rapporto con i prodotti alimentari era un rapporto diretto. Se volevo il pane, il formaggio, le olive in salamoia, “i pisci salati”, i fichi infornati e quanto altro reperibile nel “casciunu”, nella “cascia”, nel “salaturu” – in dialetto coriglianese “u terzarulu”- alla “virga” (pertica) a cui si appendeva il salame per l’essiccazione, non c’erano problemi. Bastava prenderli. Ma sempre con “docazione” (con educazione, che voleva significare “a piccole dosi”), come diceva mia nonna paterna, nata nel 1864 e morta nel 1965. Per procurami la frutta fresca: fichi, pere, mele, “mura janchi”, “mura cievuzi” (more rosse di gelso), bastava che facessi un giro nella nostra proprietà, allungassi la mano e prendessi il frutto direttamente dall’albero. E se le braccia fossero risultati troppo corte, mi sarei procurato “nu cruoccu”, bastone con uncino da reperire  direttamente in loco .

L’uva no! L’uva no, perché, nonostante fossimo proprietari di una vigna generosa, per evitare che noi piccoli rovinassimo tutto il raccolto andando a “pizzuliari” i vari grappoli, partendo, ovviamente, dall’uva più pregiata, nostro padre ci minacciava “di misurare la pedata”, cioè di prendere la misura dell’impronta del piede lasciata nella vigna, per poter individuare l’autore o gli autori del danno. E siccome, nonostante il divieto, qualche viaggio (giornaliero)  nella vigna lo facevamo, la sera speravamo che nostro padre rientrasse tardi dal lavoro – il che avveniva molto spesso- in modo da non poter effettuare la temuta misura.

Misura tanto temuta ma forse mai eseguita. 

Dunque, ritornando al discorso iniziale, al quo valeat nummus? di oraziana memoria, a me il denaro non era mai servito. Il denaro, per le famiglie che possedevano terreni e greggi, serviva soprattutto per i prodotti non alimentari e in modo particolare per vestiti e  scarpe. Ma allora il guardaroba non era particolarmente ricco e spesso si limitava a un vestito e a un paio di scarpe “quattro stagioni”, come la pizza (ma allora questo tipo di pizza non si conosceva), rigorosamente cuciti a mano. E poiché all’epoca dei fatti i figli nascevano al massimo ogni due anni, non era raro  il fenomeno del riciclaggio all’interno della famiglia, sorvolando sul fatto che le maniche della giacca fossero “leggermente” più lunghe o più corte.

Ma la gestione del denaro, comunque, era un problema per grandi, che, facendo economia fino all’osso,  riuscivano a mettere da parte i soldi a lira a lira, per realizzare anche grandi sogni: dare la dote alle figlie, costruirsi la casa, una stanza per volta, mandare qualche figlio a scuola, “a ru ginnasii”. 

A Via Piave, alias Cirrij, dove io, per poter frequentare la scuola media, mi ero sistemato presso lontani parenti, il discorso era diverso. Qualunque cosa servisse - e le tentazioni non mancavano - dovevi ricorrere ai negozi. Mio padre era persona conosciuta e stimata e, inizialmente, mi aveva creato una forma di “fido” presso i negozianti. Essi mi avrebbero fatto credito di qualunque cosa avessi  avuto bisogno. Papà avrebbe pagato. Non conoscendo bene il valore del denaro, io andai “fuori fido” assai presto, con la conseguente immediata “chiusura del conto”. Mio padre pagò ma cambiò metodo di finanziamento. Si passò così alla modesta paghetta settimanale e allora fui costretto ad imparare a far di conto.

I negozi allora si chiamavano “putighi”. Il termine “putiga” – bottega- veniva utilizzato sia per le attività commerciali, sia attività artigianali. “A putiga” era costituita,in genere,  da un unico e,  per quei tempi, ampio  locale. “I putighi” venivano indicate quasi sempre con il soprannome del titolare, che quasi mai gradiva essere chiamato con quel soprannome, che costituiva spesso una “gnuria” o indicava un difetto fisico. 

Di Via Piave ricordo, in particolare, due negozi importanti: “a putiga i ru capichiatti” e “a putiga i chjrichella”.

Il signor Reale, persona amabile ed accogliente, era titolare di una merceria variamente e riccamente attrezzata: aghi, rocchetti, spagnolette, matassine,  lana in gomitoli di tutti i colori, penne, pennini, matite, quaderni con la copertina nera,  caramelle, pesciolini, e centinaia di altri articoli che egli  individuava in un attimo, muovendosi con la delicatezza di uno scoiattolo in quel negozio pieno come un uovo.

Bastava chiedere.

Abilissimo nel fare i conti e attento amministratore della sua attività, il signor Reale amava pagare la merce sempre “contrassegno”, cioè con pagamento alla consegna del pacco postale. 

Il signor Taverna era titolare di un dignitoso negozio di alimentari, posto proprio all’inizio di Via Piave, partendo da Piazza del Popolo, che gestiva insieme con la mamma, ”donna Grazia” . Quando entravi nel negozio dei Taverna avvertivi  uno  stile  diverso rispetto alla maggior parte degli altri negozi. Si notava da una parte lo stile accogliente di Donna Grazia,  mentre dall’altra avvertivi quello “da dirigente” del figlio Domenico, decisamente autorevole. Chi entrava in quel negozio, si comportava, quasi in modo automatico,  con garbo e con rispetto, adeguandosi allo stile dei proprietari. Il negozio dei Taverna era anche luogo di riferimento per molti acresi, che trovavano massima serietà e prodotti di qualità. E trovavano anche credito, quando il ricavato della merce venduta (per la maggior parte legna da ardere)  non bastava per pagare la spesa che di solito era rappresentata da un pane e da un chilo di pasta.

Di fronte al negozio dei Taverna, su Corso Garibaldi, c’era “a putiga  ‘i ri Lonnivucchisi”, i fratelli Marino, pregiati calzolai del tempo, provenienti da Longobucco. Chi passava per questa strada non poteva fare a meno di osservare il loro lavoro frenetico e non  sentire il ritmo dei colpi di martello sulla suola.

Che lavoratori!  

Ma di questo può darsi che si parlerà un’ altra volta.

Per ora chiudo questa pagina di ricordi. I ricordi sono parte importante della vita di chi ha la fortuna di andare avanti negli anni. Sicuramente si diventa noiosi nel raccontarli, anche perché, col passare del tempo, l’uditorio si restringe e si finisce per avere intorno sempre le stesse persone. Ma sono pagine della nostra vita che di tanto in tanto riaffiorano davanti ai nostri occhi e  noi sentiamo il bisogno di parteciparle. Di solito privilegiamo le pagine più belle. Quelle che potrebbero rattristare noi e forse anche gli altri preferiamo tenercele dentro, accantonati negli angoli della nostra memoria e qualche volta negli spazi angusti del nostro cuore.

Dentro si conservano meglio.

Corigliano Calabro, 23.06.2015

Franco Caravetta