Venditori e artigiani ambulanti

Gli Ambulanti

Nei tranquilli e silenziosi paesi della Calabria, nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, la voce invitante e robusta dei venditori ambulanti scandiva i ritmi della giornata. Le casalinghe, attente, potevano regolare gli orologi sui passaggi di alcuni ambulanti davanti agli usci delle loro case o sulla loro solita stazione nel bel mezzo del vicinato. Frotte di massaie si stipavano intorno all'ambulante per curiosare: era quello il momento per prendere una boccata d'aria; l'occasione per pettegolare con la vicina, il tempo opportuno per piccoli o grandi acquisti. Erano tanti gli ambulanti. E venivano da diverse regioni. Anzi, a seconda della provenienza, erano "specializzati" nella vendita di particolari mercanzie. I siciliani vendevano ricami. I napoletani offrivano drapperie. La vendita di tessuti per corredi era, invece, la "specialità" dei pugliesi. Col tempo, gli ambulanti diventavano "tipi", personaggi quasi insostituibili della realtà del paese, apprezzati per la loro arte di collocare i prodotti, ma anche perché con la loro puntualità e serietà riuscivano a soddisfare le esigenze del "mercato" locale. Erano ancora lontani i tempi dei negozi specializzati e dei supermaket! Gli acquisti, in un certo senso, si facevano "in casa". Attraverso il ricordo di chi ha conosciuto da vicino la realtà degli ambulanti e, soprattutto, attraverso i suggerimenti dell'amico Totonno Campolo, cerchiamo di fare una "carrellata" sugli ambulanti che operarono per anni nel nostro paese, dagli inizi degli anni '30 fino al termine degli anni '50.

Iniziamo  con Giuseppe 'capillàrә proveniente da Taranto. Girava il paese con una cassetta di legno, legata al collo da una cinghia di cuoio; al lato della cassetta portava un sacchetto di tela in cui riponeva i capelli (di donna, solitamente) che giorno per giorno raccoglieva tra i vicinati di Corigliano. I capelli raccolti venivano, poi, spediti a Napoli. Qui, artigiani locali li utilizzavano per costruire parrucche o per adornare bambole. In cambio dei capelli, le donne potevano ottenere matasse di cotone, filati, specchi, rocchetti, bottoni, pettini, pittinissәspìngulә zagarellә, aghi e merceria varia. Giuseppe 'u capillә era un tipo robusto e la sua voce, inconfondibile, si udiva a distanza di chilometri. Girava per il paese e passava negli stessi vicoli, sempre alla medesima ora. Si stabilì a Corigliano e prese dimora in Via Roma. Morì prima dello scoppio del 2° conflitto mondiale. La sua attività fu portata avanti da alcuni capillarә siciliani, che rimasero in Corigliano fino agli inizi degli anni '50. In cambio dei capelli, offrivano oggetti vari.

Un altro pugliese, don Michele Giuliani, detto 'u puntinisә perché vendeva merletti, si stabilì a Corigliano e vi operò fino agli ultimi anni '50. Era molto conosciuto anche nelle frazioni e nelle contrade di campagna, dove si recava saltuariamente. Le sue orme furono seguite dai figli Giannino, Ciccillo, Tuccino. Per gli anziani di oggi, gli slogans di alcuni ambulanti di ieri riecheggiano ancora per le strade del paese, come in un magnifico sogno vissuto nella "bella stagione" della vita. “Arriva Ceceello, rocchetti, lampadine e rrobba bbella”, così gridava, per attirare la gente, Ciccillo (Francesco) Ponte, ambulante coriglianese, un tipo molto allegro, che  nel vendere si dava delle arie e riusciva sempre a creare un feeling particolare con i suoi clienti. Ceccello offriva merceria varia; iniziò la sua attività subito dopo la fine della 2a guerra mondiale. Un altro venditore di merceria era Raffaele, detto Rafelә 'a naschә (il naso), il cui grido, quasi ossessivo ma di grande efficacia, era: 'a Peppìna, 'a Carolina, 'a Terisina, accattàtiv'a quazittìna (calze), grido che provocava il gioioso accorrere di giovinette e donne mature, pronte ad acquistare qualcosa per la casa. Tranne i giovanissimi, tutti ricordano Ciccillo Bocconcino, l'ultimo degli ambulanti, anche lui venditore di merceria varia: camicie, magliette, rocchetti, merletti, roba intima.

I napoletani, specializzati nella vendita di drapperia, si recavano nelle piazze principali dei paesi e vendevano all'asta tessuti per uomo (solo per uomo), esponendo tutta la loro merce sopra panche rialzate. II sig. Barone di Polla (SA), all'inizio della stagione invernale, esponeva e vendeva sul muricciolo dell'Agenzia, dirimpetto all'ex bar Gravina, coperte e tessuti di lana grezza (detta "lana di bronco"), che venivano acquistati soprattutto da "massari", macellai e mulattieri.
Tra i venditori pugliesi, esperti nella vendita di tessuti per corredi, si affermò in Corigliano Nannuccio Agostinacchio, il quale fornì - nel decennio che va dal '45 al '55 - oltre il 50% dei corredi per le giovani spose della città. Particolare curioso: i suoi clienti erano per lo più proprietari di giardini (agrumeti), i quali all'acquisto del corredo davano solo un piccolo anticipo sul prezzo pattuito, impegnandosi a saldare il conto solo dopo la stagione della raccolta delle arance.

Negli anni '20, girava tra i vicinati un albino, detto 'u janch' i l'uogghjә (il bianco dell'olio), perché vendeva olio e aceto. Con le braccia reggeva due recipienti, contenenti i prodotti suddetti. Il peso dei contenitori si alleggeriva molto lentamente, man man che l'uomo proseguiva il suo faticoso giro per i vicinati, giacché pochissime erano le massaie che compravano un litro d'olio. La miseria era tale e tanta che i più compravano, per 10 sordә (soldi), appena 'nu pignatiellә di olio (corrispondente a 1/5 di litro).

I coriglianesi erano esperti, invece, nell'arte di creare e vendere gelati. Tra i gelatai il più famoso era Giacinto Cervino, detto Jacint'u 'nnammuratә (Giacinto l'innamorato). Girava per il paese con una carrozzella in legno, ornata a guisa di carretto siciliano, spinta a mano. Due ruote di bicicletta consentivano di spostarsi dappertutto, mentre un piedistallo sosteneva la carrozzella quando Giacinto si fermava, per ristorare dalla calura estiva qualche cliente. Il suo grido, magnetico ed originale, era:
Accattativ’u ggilàt
ә
'i Jacintә 'u'nnammuratә,
chi ppi r'amur'i ra fidanzàtә
s'è ttruvat
ә pirrupàt
ә
(Comprate il gelato di Giacinto l'innamorato, che per amore della fidanzata si è trovato rovinato):

ed ancora:

Jacint'u 'nnammuratә

Quattrә sordә 'nu ggilàtә.

(Giacinto l'innamorato quattro soldi un gelato).
Altro venditore ambulante di gelati fu Spiritә (Espedito) Pettinato.Uomo robusto e gioioso, voce tenorile,cristallina, vendeva gelati d'estate e tutti i prodotti dei pignatarә (vasai) d'inverno. I nipoti, Ciccillo e Antonio Pettinato,sono stati fra gli ultimi venditori ambulanti di Corigliano. Su un carrettino, trainato a mano si spostavano da Piazza del Popolo ,a Piazza S. Francesco e, da qui, alla Fischìa (rione S. Antonio), dove vendevano giocattoli, noccioline e torroncini, che erano la gioia degli studenti delle Scuole Medie e delle Superiori, al termine della mattinata scolastica.

Nel periodo compreso tra le due guerre girava in Corigliano e nei paesi vicini il sig. Precenzano, un napoletano che comprava e cambiava oro vecchio con oro nuovo, il suo grido era: oro vecchio  oro antico lo cam/pro (cioè: lo cambio e lo compro). Girava per il paese con la sua inconfondibile borsa, una bilancia di precisione, una pietra di colore verde,detta pietra di paragone, e due boccettine di acido a titolo, per verificare la veridicità dell'oro (se cioè il metallo era autentico o falso).Tra gli ambulanti c'erano anche venditori di stagno, metallo che veniva utilizzato, a livello familiare, per saldare pezzi di ferro o utensili bucati

Tra gli ambulanti si distinguevano,per novità di vendita,'i magghjiarә. Infatti, prima della venuta di tali personaggi, a Corigliano le maglie, sia intime che esterne, venivano lavorate artigianalmente dalle casalinghe con i ferri.Il primo magliaio in Corigliano fu il sig. Peppino Campolo, padre di Mimmo, Totonno Ciccillo, che hanno tenuto viva la tradizione di famiglia. Proveniente da Reggio Calabria, Peppino Campolo aveva sposato a Genova una coriglianese, la sig.na Antonietta Greco, sorella di "mastro" Ciccio Greco. Nel 1930-31 si stabilì in Corigliano,in via Ospizio. All'inizio vendeva biancheria per corredo. Introdusse nel nostro paese le prime coperte di ciniglia, particolarmente apprezzate dalle famiglie che preparavano il corredo per le promesse spose. In seguito, aiutato dai figli, si specializzò nella vendita di maglieria. Il fatto che fosse nominato 'u mugghiarә non sappiamo se derivasse dal mestiere che svolgeva o perché gli ambulanti napoletani (venditoridi biancheria e tessuti) comunemente e universalmente venissero chiamati "magliai". 

Gli Ambulanti Artigiani

Nel periodo compreso fra le due guerre mondiali e, ancora, per tutto il ventennio successivo, furono tanti gli ambulanti artigiani che lavorarono in Corigliano. Provenivano da diverse regioni e si spostavano da un paese all'altro. Arrivavano - di solito - sempre negli stessi periodi, giacché alcuni dei mestieri di cui parleremo erano stagionali. Vivevano di poco. Assai spesso si accontentavano di qualche regalo in natura, il che era già tanto in periodi difficili come la guerra o il dopoguerra. Il loro lavoro era davvero importante e, a volte, insostituibile. Le massaie - e non solo loro - li aspettavano da una stagione all'altra per aggiustare qualche utensìle o per rinnovare un arnese ormai quasi inservibile. Anche questa volta, con l'aiuto dell'amico Totonno Campolo, cercheremo di esaminare ed illustrare il lavoro degli ambulanti che operarono in Corigliano nel periodo di maggiore espansione dell'attività artigianale.

L'arrotino passava per le strade gridando: ammulә fruòffic'e ccurtiellә (colui che affila forbici e coltelli). Andava per i vari paesi della provincia e usava un carrettino con al centro una mola, la quale girava in seguito alla spinta che riceveva da una leva azionata dal piede destro. Gli arrotini provenivano generalmente dalla Sicilia.

L'ombrellaio per richiamare l'attenzione della gente gridava: 'u conz'ombrellә (colui che aggiusta gli ombrelli). Arrivava in paese nel periodo autunnale-invernale e aggiustava ombrelli vecchi. Rattoppava, cambiava i ferri rotti o contorti, rimpiazzava il manico o altre parti  rovinate. 

Il seggiolaio aveva un richiamo inconfondibile: eh, ca passa 'o siggiarә, 'o siggià! (attenti, che passa il seggiolaio!). Si fermava nei rioni. Da ogni casa gli portavano sedie da impagliare o da accomodare. Non costruiva, ma soprattutto riparava. Utilizzava un'erba che cresce in prossimità dei terreni acquitrinosi e che in calabrese viene detta comunemente cannilisә, lìcastrә, vuda (sala o biodo). Bagnata e poi fatta asciugare, quest'erba veniva pressata e attorcigliata per diventare più resistente. A volte 'u siggiàrә tingeva, con colori vari, alcuni fili d'erba, in modo da creare simpatiche fantasie cromatiche sul piano della sedia. Tra le famiglie che si distinsero in questo lavoro possiamo segnalare quella dei Trebisonda, originari di Oria (Brindisi). Ancora oggi Giovanni Trebisonda (che è anche un esperto stagnino) porta avanti la tradizione familiare, accomodando sedie nei paesi o nelle campagne della provincia di Cosenza.

Il fotografo veniva da fuori e scattava foto - su richiesta dei clienti - soprattutto in occasione della festa patronale o di feste civili e religiose particolarmente sentite. Usava una macchinetta fotografica a mantice, posta su un treppiede di legno. Nei periodi non festivi andava nei rioni, per riprendere tipi e paesaggi caratteristici. Tra gli altri, ricordiamo un certo menza nascә (mezzo naso), chiamato così perché aveva il naso schiacciato, ridotto al minimo. Costui operò in Corigliano sporadicamente dal 1930 fino al termine degli anni '50.

'U piattàrә (colui che saldava i piatti rotti). L'opera di questo artigiano ambulante fu fondamentale durante il triste periodo della seconda guerra mondiale. Aggiustava, soprattutto, 'i limmә (piatti grandi di Faenza). Praticava dei fori in prossimità delle parti rotte e fissava il tutto con fil di ferro. Le due parti venivano, poi, saldate con un mastice ottenuto dall'impasto di bianco d'uovo e farina.

'U varbierә (il barbiere). Munito di una cassettina di legno, contenente gli attrezzi propri del mestiere, il barbiere andava nelle case di alcuni clienti abituali, dai malati, in ospedale, per prestare la sua opera. Quando si recava nelle campagne, lavorava all'aperto ed era circondato da curiosi, piccoli e grandi.

'U pulimmә (il lucidatore di mobili). Veniva chiamato nelle case private, per minàr'a pilatura, cioè per lucidare e rinnovare mobili. Spesso si sostituiva al falegname, operando piccole riparazioni su mobili malandati.

'U quararàrә (lo stagnino o il calderaio). L'operazione preliminare di questo artigiano era quella di accendere il fuoco e di mantenere viva la sua fiamma, attraverso l'uso di un mantice posto a terra. Il fuoco serviva per sciogliere la materia prima utilizzata dal calderaio: lo stagno. I clienti pagavano con danaro, ma erano obbligati anche a dare pezzi di legna. Aggiustava, metteva a nuovo, sagomava perfettamente tianiellә (piccoli tegami), frissurә (padelle per friggere), casseruolevastardә e vastardellә (cioè specie di marmitte, grandi o piccole) che venivano utilizzati in cucina. 'U quararàrә veniva nelle nostre zone specialmente nel periodo in cui si uccideva il maiale e aggiustava le caldaie in cui venivano cucinati 'i frìttulә (ciccioli). Si fermava nei rioni per uno o più giorni, per soddisfare le esigenze delle massaie che vivevano nel quartiere. Tutti gli attrezzi di rame venivano, poi, rivestiti all'interno di stagno, giacché gli utensili di rame, col passare del tempo, s'arramavanә, cioè si ossidavano. Divenivano, così, pericolosi, perché i cibi in essi cotti potevano facilmente adulterarsi. Lo stagnino eliminava il verde del rame con un acido che veniva passato più volte con una stoppa ruvida sulla superficie degli utensili da cucina. Tra i calderai si sono distinti, per tradizione secolare, gli zingari che tra l'altro costruivano coperchi di latta per pentole e tegami, palette in ferro per caminetti e bracieri, pinze in ferro, zaccuràfә (grossi aghi che servivano per rissare la lana dei materassi), fusilli (ferri usati per preparare i maccheroni di casa) ricavati da dall'armatura di vecchi ombrelli in disuso (gli zingari modellavano solo le due punte laterali dei fusilli). Ancora oggi c'è uno stagnino ambulante a Cantinella, il sig. Presto Mario; a Corigliano vive il sig. Naccarato Giuseppe. Nel centro storico, in via Roma n. 114 c'è una bottega artigianale, condotta fino a pochi anni fa da mastro Giorgio Plastina; oggi vi opera il nipote Bellitto Antonio.

Per molti, il ricordo dei mestieri descritti brevemente in questa nota è ancora vivo. Per i più giovani, tale descrizione sarà motivo per "riscoprire" una realtà ormai quasi scomparsa, ma che ha accompagnato i ritmi, le ansie e le fatiche di diverse generazioni.

Enzo Cumino 

Altri ambulanti

Il banditore. Un personaggio che si aggirava per le vie della città agli inizi degli anni ’50 era il banditore Gigi ‘u veneziano, Luigi Guarnieri, un confinato politico, che con un megafono non elettrico, un semplice amplificatore di voce, dava gli annunci in un particolare gergo dialettale, tra il coriglianese e il veneziano : “stasirә ntrivill’a vuttә a cantinә i Turchiàrә, nu litri i vini  80 lire”. A lui negli anni ’60 seguì un certo Battista , un puro coriglianese, che, dopo un breve suono di trombetta,  “jittàvә ru bannә”, in una simpatica e nuova lingua, tra il coriglianese e l'italiano. Il mio amico, Gerardo Bonifiglio mi suggerisce un altro personaggio, forse il più famoso e l’antesignano di tutti i banditori di Corigliano, il sig. “Lillapontә”. Così Gerardo ricorda questo personaggio : “… aveva uno stile tutto particolare e parlava un dialetto molto strascicato e lento con diverse pause in modo che il suo messaggio fosse comprensibile”. Un grazie particolare a Gerardo per la sua gentile e preziosa collaborazione. Naturalmente mi farebbe piacere, per mantenere viva la nostra memoria, e quella dei nostri padri, ricevere altre notizie su questi personaggi che, con semplicità e con stili diversi, hanno caratterizzato i nostri tempi. Grazie.

Anni ’50, "mastru Carri " . Il suo cognome era Grispino. Mentre le nostre mamme continuavano a fare il sapone in casa con l'olio residuo delle fritture o con quello andato a male, si facevano strada i primi prodotti industriali di massa, le prime saponette. Non che prima non esistessero, ma erano prodotti di nicchia per pochi eletti e preparati da industrie farmaceutiche come la Bertelli oppure importati come le saponette Durban's. Un simpaticissimo personaggio, "mastru Carri" che abitava al rione "Santuori", all'epoca andava in giro per il paese con una cassettina di legno e al grido :" sapone e saponette cacciatevi la crusca" e cercava di vendere le prime saponette Palmolive avvolte in una carta zigrinata ed opaca poi successivamente cambiata in lucida. Ancora non erano arrivate sul mercato marche famose come LUX,CADUM, CAMAY, etc... La crusca naturalmente, per tornare a noi, era la forma italianizzata di "cruscca" a sua volta sinonimo di "taje" che nel nostro dialetto descrivevano la sporcizia che si era così condensata da assumere un certo spessore. Sorvolo sugli afrori che alcuni personaggi spandevano per le strade di Corigliano. Ancora i BAC e REXONA, primi deodoranti erano di là da venire. Per tornare al nostro "mastru Carri" ricordo che era un personaggio di una certa cultura,considerata l'epoca, e spesso inventava se veniva stimolato, divertenti strofette rimate. In particolare ricordo che in un giorno di pioggia mentre il nostro scendeva verso "a purtella" una bella signorina della quale non faccio il nome ed ancora vivente, gli disse : " Mastro Carlo,dove vai senza ombrello ?" E lui subito : " Quando piove e non ho l'ombrella, mi riparo sotto la tua gonnella" La poverina si vergognò e rimase senza parole.
(
Gerardo Bonifiglio)

Anni '70 Zu Ciccili i Pittinati
Un venditore ambulante coriglianese, negli anni '70 e '80, fu Francesco Pettinato, noto come “zu Ciccill’i Pettinati”. Uomo buono, cordiale e onesto, come la stragrande maggioranza degli uomini di una volta, quando non c’era la corsa frenetica a fare soldi, e solo soldi. Oggi è un mondo completamente diverso. La gente si vende per un piatto di lenticchie, e qualche volta anche di meno. Ma ritorniamo a “zu Ciccilli”. Questo simpatico personaggio, dall’animo buono e onesto, come ho già detto, con un carrettino, dove c’era tutto e di più, si posizionava, quasi sempre, nei pressi  del cinema Moderno, in piazza del Popolo, tra il negozio dei generi alimentari di Battista Aquilino e la beccheria Benvenuto(“u capurali”). Qualche volta si spostava, mettendosi sugli altri lati della piazza, e solo raramente si posizionava a S. Antonio, di fronte al bar Montalto, nelle vicinanze della fermata dell’autobus. Tra i tantissimi prodotti che vendeva, c’erano i torroncini. Erano, in pratica, delle tavolette sottilissime di noccioline caramellate, dal sapore unico. Poi non mancavano mai le bustine di arachidi( “ i nucilli”). Quanti arachidi mangiati durante la proiezione dei film. Ecco il motivo per cui, quasi sempre, il pomeriggio si posizionava con la sua “bancarella” nei pressi del cinema Moderno. Tra i tanti articoli non mancavano mai i giochi per i bambini, come si vede nella foto. E tante altre cianfrusaglie... Un passato che non c’è più. A lui dedico questo mio semplice e breve ricordo.