Ponte Canale

Fonte : Corigliano di una volta di E. Viteritti
Fonte : Corigliano di una volta di E. Viteritti

Il Ponte Canale 

 

“Benchè Corigliano avesse nella sua estesa campagna grande quantità di acqua potabile, benché ne avesse nei suoi dintorni grande copia, e fra queste l'acqua Fabulina, tanto decantata dallo Storico Pugliese, per essere limpida, fresca e pura, acqua ora del tutto dispersa; benché ai piedi della città, placido e cristallino scorresse il Coriglianeto, pur tuttavia Corigliano nel suo interno ne difettava un poco, e dovea far uso delle cisterne, ove si raccoglieva con cura l'acqua piovana, la quale nei mesi estivi rendevasi inservibile. Per tale mancanza i Coriglianesi cercarono, con ogni mezzo, ed in tutt'i modi, di condurre dai monti vicini in città, l'acqua: ma difficile e malagevole n'era l'impresa; perché i monti infrastagliati da valli e burroni , non permettevano una regolare livellazione, per conduttare quest'acqua, e per tale causa ne dovettero più di una volta desistere ed abbandonare l'impresa. Nel 1458, giunto in Corigliano il santo Eremita da Paola, per fondarvi il suo Convento, sceltone il sito su di una collina, a Sud-Est della città, tutta fitta di alberi secolari, ed in fine attornata di burroni pieni di rovi, prima che il Paolano avesse posto mano all'opera, i cittadini, con a capo Berardino Sanseverino, fecero presente al Santo, che per la fabbrica, che andava ad intraprendere in quel sito, lungi dalla città, bisognava attingere l'acqua dal Coriglianeto, e là trasportarla, cosa che avrebbe di molto rallentato l'opera; però soggiunsero, sul monte vicino esservene gran copia, che loro era riuscito impossibile condurre in città. Indicato il monte al Santo, questi vi salì con molti nobili coriglianesi ed una immensa calca di popolo; vide in quel luogo, che ora, addimandasi Bosco dell'acqua, andare dispersa gran quantità di acqua, e qual novello Mosè, tutto assorto in Dio, la benedisse con un segno di croce, e le comandò di seguire la traccia del suo bastoncello, il quale andava segnando ,la via che dovea seguire su pei monti, per le valli e pei burroni. Fornito dai cittadini di 300 operai, colle sua divina scienza, in breve tempo, menò, fra tubi, l'acqua sul luogo della sua fabbrica, ora detto Largo del Plebiscito. Così narrano il P. Isidoro Toscano , e Monsignore Perimozzi. Venuta l'acqua sul piano indicato, allora fitto bosco, i cittadini presto cercarono menarla in città, ma pure qui trovarono serie difficoltà per i burroni, pei boschi e per le valli, che accerchiavano la nostra Patria, e allora pensarono unire la collina, ove il Santo àvea inalzato il suo Cenobio, alla città. Scelsero adunque il punto più vicino sul fianco di essa collina, che guarda la parte Nord, ed il punto della città opposto, e buttarono su quésti due punti di prospetto, le fondamenta di due gigantesche spalliere, e su queste poggiarono la fabbrica di cinque maestosi archi, facendone quello di mezzo più largo, più maestoso, come presaghi, che, un giorno, sotto di esso dovea passare la più bella e la principale strada della città loro. Su questi cinque archi ne soprapposero altri sette più piccoli, frammischiati ad altri piccolissimi, come ornate, e poi su questi sette archi situarono un pianarottolo, largo pochi centimetri, ove adattarono l'acquedotto, che conduce un grosso volume di acqua. Quest'acqua da quel tempo incominciò a chiamarsi Acqua Nuova di S, Francesco; ed in tal modo provvidero la piazze e molte case signorili di acqua, e non più se ne difettò. Di questo acquedotto l'Archeologo Francesco Lenormant, nel suo libro la Grande Grèce così discorre « Un bel Aqueduc à deux ordes d'arches frànchissant un ravin derr'ère la ville, y amène les eaux des montagnes — Cioè: Un bello acquedoito di due ordine di Archi traversando di fianco un burrone della Città porta l'acqua dalle Montagne. La doppia arcata, inalzata dai nostri Avi, tutt' a mat toni è bellissima, era molto stretta nei suoi muri. e molto  dippiù sul pianerottolo, su cui poggiava il tubo conduttore dell'acqua, in maniera che, il muratore, addetto alla manutenzione dell'acquedotto, detto in Corigliano Mastro, dell'acqua, dovea a cavalcioni su di esso procedere, per riparare quei guasti, che vi succedevano di tanto in tanto, e moltissime fiate accaddero delle disgrazie. Per ovviare a tale inconveniente, nei nostri tempi, cioè nel 1847, essendo Sindaco il fu Grazio Caruso, si fece venire da Cosenza Alessandro Villacci, primo Ingegnere del Genio Civile, per studiare il coma ed il modo di riparare e scongiurare le disgrazie, che di frequente accadevano. Il Villacci progettò doversi rivestire le due arcate di nuova, fabbrica, fin dalle fondamenta, pure tutt'a mattoni, e così rendersi la prima fabbrica più solida, e nello stesso tempo allargarla, e rendere il pianarottolo più spazioso , per potervi camminare. Così fu fatto, e fu eseguito benissimo il disegno del Villacci, però vennero tolti di mezzo i piccoli archetti, che tanta bellezza davano alla primiera fabbrica. Dopo poco tempo vedendosi che il pianarottolo dava agio a due persone di camminare pari passo, furono dall'ingegnere Bartholini Francesco, inalzati due muretti di guardia su d'esso, i quali terminano con passamano di pietra tufacea lavorata. In tale maniera quella doppia arcata, che fu inalzata per solo passaggio dell'acqua, divenne una strada della Città, la quale mette in comunicazione due punti opposti di essa, separati da una profonda valle. Tale Arcata colla via praticatovi sopra, vien detta Ponte Canale, ed è maestosa, superba e dona molta imponenza e bellezza a Corigliano; e più le ne darebbe, se non si fosse permesso inalzarvi alcune fabbriche, si in davanti, come addietro i suoi archi, ed alcune quasi ad essi archi addossate, che nascondono gli sfondi, ed ànno all’intutto nascoste le sue spalliere maestose. L'altezza che misura il Ponte Canale è di metri 19 e 90 cent. dal piano dalla Via Roma. Su di esso si gode di- una bellissima vista, perché domina quasi tutta la Piazza del Popolo, la parte Nord-Ovest, Nord-Est e Sud della città; e fra il lato di Ponente e di Mezzogiorno guarda i monti della Costa, e lontano lontano il principio della montagna d'Acri. Soprastà alla Via Roma, alle sue nuove fabbriche, che l'abbelliscono, e tra il Settentrione e l'Oriente tiene un orizzonte aperto, da potersi vedere una parte della nostra vasta campagna, e una porzione del ceruleo Ionio. Non ho potuto per quanta diligenza abbia usato, sapere l'epoca precisa in cui questa suberba Arcata fu dai nostri padri inalzata, ma non ne fa bisogno, sapendo essere stata fabbricata dopo poco tempo, che il Santo da Paola portò l'Acqua in Corigliano, e per questa ragione, senza tema di errare, possiamo dire, che tale grandiosa opera fu dagli antichi Coriglianesi, fatta dopo il 1460.” 
(Da Crono-istoria di Corigliano Calabro di G. Amato, Parte prima, Capitolo VI, paragr. 4°) 

 

Un articolo di Fabio Pistoia

Con i suoi venti metri d’altezza, sovrasta via Roma ed è il primo monumento visibile per chi attraversa il borgo antico. Costruito in stile romanico, in mattoni rossi ad arcate sovrapposte, cinque più grandi e sette più piccole, il Ponte Canale o “Arco” rappresenta una delle più significative testimonianze del patrimonio artistico-culturale locale. Qualche anno fa, furono eseguiti sull’opera alcuni lavori alla base dell’arcata centrale ed il resto fu lasciato così com’era. La parte centrale e superiore divenne, così, un rudere abbandonato, cascante, pieno di erbacce, sporcizia, segni di scoli d’acqua. Ma a destare preoccupazione erano, soprattutto, quei mattoni cadenti, tenuti da qualche incastro fortuito e prossimi a precipitare, piombare addosso a qualche ignaro passante o automobilista. Secondo la tradizione, si deve al Patrono della città, San Francesco di Paola, la costruzione di questo vecchio acquedotto che consentì di portare l’acqua dalla collina al borgo antico. Il monumento ha, tuttavia, una storia ben precisa che ne evidenzia il prestigio e la funzionalità. Nel 1480, dopo avere individuato una ricca sorgente di acqua potabile, si pensò ad un ponte per raccordare, sull’antica via delle Furche (poi via Nova e via Roma), i due Cozzi del Vernuccio e della Cittadella, con spese a carico della civica Università locale, al fine di potere garantire un adeguato approvvigionamento idrico ai quartieri del Serratore, della Giudecca, dei Vasci, della Portella e del Castelluccio. I lavori, iniziati attorno al 1482, furono interrotti quando fu imprigionato il principe Girolamo Sanseverino con l’accusa di essere uno dei maggiori sostenitori della congiura dei baroni contro il re aragonese di Napoli. I lavori sarebbero ripresi nel 1487 per decisione del neo governatore aragonese di Corigliano, Giovanni Nuclerio, che, per la realizzazione di tale ardita opera, reclutò numerosi carpentieri della Giudecca locale e impose all’Università l’applicazione di una nuova tassazione. Nel 1889, la giunta comunale, presieduta dal sindaco Pasquale Garetti, preoccupata per alcuni piccoli cedimenti del ponte, aveva deliberato di conferire un incarico per la progettazione di supporti protettivi nella parte basale, ma la delibera non giunse mai in Consiglio, a causa dell’epidemica carenza finanziaria del bilancio comunale. Oggi, e mano male, la situazione è positivamente variata, con i lavori di restauro in corso d’opera.