Monumenti storici

L'Arco di San Gennaro


In piazza Vittorio Veneto si trova una curiosa costruzione, una sorta di arco d’ingresso che non conduce da nessuna parte.  Oggi appare come una bella espressione di arredo urbano, messo lì per addobbare la piazza sulla quale fa bella mostra di sé. In passato, a dire il vero, ha avuto una sua utilità, segnava l’accesso al sottostante rione Vernuccio che poi una strada avrebbe collegato molti anni dopo (1).  Su questo largo, già piazza del Plebiscito, tre santi e un fante si contendono la scena. Non deve essere piaciuta molto l’idea a San Francesco da Paola quando nell’Ottocento, di fronte al suo monumento, già lì da più di un secolo, gli fu costruito questa sorta di architettura con le statue di due santi. In un immaginario e impossibile monologo, ci pare di sentire il nostro vecchiarielli che borbotta: “Che c’entra Gennaro con me e come mai hanno portato quassù Antonio che pure ha una casa più grande della mia? Che non venisse a qualcuno di pensare che siano loro i protettori di questo paese, fui io a salvarlo dai turcomanni e dai tremuoti!”. Ironia a parte, se i Coriglianesi fecero edificare un monumento con dei santi, deve essere accaduto qualcosa, qualcosa di grave, se nel momento del pericolo non si seppe a quale santo votarsi. Ma vediamo quando e chi fece fare quest’arco.  Esso fu realizzato a spese del Comune nel 1854 su iniziativa dell’allora sindaco Gennaro Bomparola (1853 - 1856), un uomo operoso che oltre a questo fece costruire anche le strade di Cirrìa e di Falcone. Quest’arco sembra essere stato strappato dalla facciata di palazzo De Rosis in largo Garopoli del quale ricalca in parte lo schema. Il disegno è del tipo ad arco di trionfo con fastigio; al posto dei consueti piccoli obelischi e pinnacoli qui sono sistemate statue sacre. La struttura architettonica è in stile neoclassico, in muratura, costituita da due volute dalle quali si levano dei piedritti verticali vestiti da paraste leggermente sporgenti e coronati da capitelli in stile ionico che sorreggono un’alta membratura orizzontale a fasce modanate e dentelli. La parte inferiore dell’architrave è raccordata ai pilastri con un arco a tutto sesto, mentre lo spazio superiore, la cimasa, è ornata con lo stemma cittadino, il Cor Bonum, rinserrato tra volute. All’estremità due statue ne accentuano la simmetria. L’emblema civico è, infatti, affiancato da una coppia di santi, la statua a tutto tondo di San Gennaro Vescovo, a sinistra, e quella di Sant’Antonio di Padova. La fattura non è granché. San Gennaro, vestito dei paramenti vescovili solenni con mitria, pastorale, libro e le immancabili ampolle, è benedicente con la mano destra sollevata a mezza altezza, Sant’Antonio, giovanissimo, tiene nella mano sinistra il giglio della sua purezza.  Quest’arco fa pendant con un altro, più piccolo, quello che segna l’ingresso del viottolo che conduce al luogo più sacro di Corigliano, il romitorio di San Francesco da Paola. Forse il disegno delle due arcate è opera della stessa mano. A ricordarlo non solo analogie stilistiche ma anche la coincidenza temporale, l’arco del sindaco fu costruito nel 1854, quello del romitorio dal cavalier Domenico Solazzi Castriota nel 1855. Di entrambi non è noto l’autore. Ma in quegli anni era attivo l’architetto Francesco Bartholini di Cosenza, già noto per aver disegnato nel 1850 per il barone Luigi Compagna il Quadrato Compagna alla marina. Al Bartholini si rivolgevano sia l’amministrazione comunale quanto i privati per ottenere da lui idee e progetti. Dalla sua mano uscirono diversi prospetti di palazzi cittadini, non è da escludere che egli abbia fornito anche lo studio per quest’arco di trionfo. Ma l’arco di San Gennaro non segna un ingresso e non è neppure una forma di decoro urbano per qualificare uno spazio pubblico. Esso fu concepito per ragioni diverse. Di questo sappiamo chi lo fece fare e in quale anno, ma nessuno conosce la circostanza che portò alla sua edificazione. Per scoprirlo dobbiamo sapere cosa accadde l’anno in cui fu costruito. Il tremendo sisma che ha colpito di recente il Centro Italia, ha fatto venire in mente una domanda: ma potrebbe accadere anche a Corigliano? Bene, qualcosa di simile avvenne anche da queste parti. 

L’Amato scrive che “nel 1854, in Gennaio, mentre le campagne, le piazze, le vie ed i tetti della Città erano coverti di neve, ed un freddo Borea facea intirizzire, essendo tutto stellato il Cielo con una bella luna che proiettava i suoi bianchi raggi sulla neve verso le 6 p.m. una spaventevole scossa di terremoto orribile fe’ tremare Corigliano e tutta la Provincia. Cosenza ne fu gravemente danneggiata; e la città di Melfi, in Basilicata, fu quasi rasata al suolo: Corigliano ne restò illesa”(2). A parte il mese, che avrà annotato male giacché la sua Cronistoria la pubblicò trent’anni dopo questo fatto, il racconto coincide con quanto realmente successe. Il 1854 fu un anno più freddo del solito e di grande paura. In quel tempo la Calabria faceva parte del Regno delle Due Sicilie ed era sotto la monarchia dei Borboni (restaurata nel 1815 dopo un decennio di dominazione francese), che amministrava la regione divisa in tre province. Il 12 febbraio una tremenda scossa di terremoto (5.6 della scala Richter) scosse Cosenza e molti paesi dell’alta valle del Crati; ventotto furono i comuni danneggiati(3). La scossa distruttiva avvenne di domenica alle ore 17:50 ed ebbe una durata di otto secondi. Il sussulto fu avvertito fortemente a Cosenza, dove rovinò molti edifici, a Catanzaro, a Reggio Calabria, Messina e a nord sino a Napoli. A Corigliano solo leggere lesioni in alcuni edifici e il distacco di qualche intonaco ma nessun edificio crollò. Com’era accaduto in passato che fosse stato ringraziato il Paolano per il sisma del 1767 e del 1836, così fu eretto un arco di ringraziamento ai Santi Gennaro e Antonio.  Dunque l’arco fu eretto come ex voto per grazia ricevuta. Ma perché proprio a quei due santi e non ad altri? Il padovano era compatrono di Corigliano, San Gennaro invece, è logico pensarlo, era il santo cui era votato il sindaco. La scelta però è forse da ricondurre a un curioso episodio capitato anni prima a Napoli che non tutti conoscono. Accadde, infatti, che Sant’Antonio per qualche tempo prese il posto di San Gennaro come patrono di Napoli. Questo avvenne esattamente nel 1799 dopo l’occupazione francese del regno. In quella circostanza San Gennaro fu “accusato” di essere amico dei “giacobini”, un partigiano dei repubblicani, la sua colpa di avere data prova del suo consenso facendo liquefare il sangue nelle ampolle il 24 gennaio 1799 (anziché il 19 settembre) cioè, il giorno successivo alla proclamazione della Repubblica Napoletana. Quel giorno, il generale Championnet chiese che fossero esposte le ampolle con il sangue sicuro che il santo avrebbe dato un segno di approvazione al nuovo ordine repubblicano. Al cospetto di una grande affluenza di popolo, tra lo stupore dei prelati borbonici, il miracolo incredibilmente avvenne. L’evento soprannaturale si rinnovò ancora e nuove miracolose liquefazioni del sangue avvennero il 27 gennaio e il 4 maggio. Era troppo! Il Santo già imputato di alto tradimento, fu spodestato come santo patrono e al suo posto fu nominato sul campo il giovane Sant’Antonio da Padova. San Gennaro per quindici anni non fu più patrono nella capitale; la cattedra gli sarà restituita solo nel 1814, dopo la restaurazione. In questo monumento a noi piace leggere anche un messaggio politico, dopo anni di discordia per colpa degli uomini, i due santi sono mostrati uniti e riappacificati a testimoniare la concordia grazie al “buon governo” della monarchia borbonica. Il tempo, si sa, è distruttore e anno dopo anno incuria ed erosioni avevano progressivamente ridotto questo monumento a una misera reliquia del passato. Il Cor Bonum era irriconoscibile, San Gennaro dapprima perse la testa come i giacobini e poi una mano per non aver protetto il re, Sant’Antonio rimase in piedi per miracolo. Lo scorso mese di luglio, dopo anni d’incuria e di abbandono alla piazza delle statue sono stati restituiti questi due santi. Un progetto di recupero ha riportato quest’arco cittadino alle sue forme originarie. L’opera di rivalorizzazione è stata sostenuta dall’Amministrazione che ha inteso così restituire alla città un pezzo della Corigliano ottocentesca sintesi di fede, arte e storia. Una piccola lapide murata sul monumento il 10 luglio scorso ne ricorda il recupero con queste parole: “1854 Eretto dal sindaco Gennaro Bomparola / 2016 Restaurato su iniziativa del sindaco Giuseppe Geraci”. A curare il restauro, il prof. Carmine Cianci, scultore coriglianese, che ha lasciato le sue fattezze nel restituito volto di San Gennaro.

1)Sotto l’arco passava una scalinata a ventaglio poi demolita nel 1968 quando furono intrapresi i lavori della strada carrabile di collegamento da piazza Vittorio Veneto con il nuovo rione dell'Ariella.

2)G.Amato, Crono-Istoria di Corigliano Calabro, Tip. del Popolano, Corigliano C. 1884, p. 190.

3)I paesi interessati furono Cosenza, Donnici, Pietrafitta, Piane Crati, Figline Vegliaturo, Spezzano Grande, Trenta, Pedace, Celico, Zumpano, Lappano, Castiglione Cosentino, San Pietro in Guarano, San Vincenzo, Rende, San Fili, Marano Marchesato, Cerisano, Mendicino, Marano Principato, Castrolibero, Dipignano, Paterno Calabro, Carolei, Rogliano, Altilia, Scigliano, Carpanzano. Archivio di Stato di Napoli, Ministero dell‟Interno, III inventario, fascio 959, fasc. 28 (1854), Provincia della Calabria Citra, Quadro delle diverse condizioni de‟ Comuni danneggiati dal tremuoto del 12 Febbraio 1854, Cosenza 23 marzo 1854.  Cfr. anche Scaglione F., Cenno storico-filosofico sul tremuoto che nella notte del dì 12 venendo il 13 febbraio dell’anno 1854 ad un’ora meno un quarto scosse orrendamente la città di Cosenza e varii paesi vicini, in "Atti della Reale Società Economica di Calabria Citra", a.1854, pp.41-109. Cosenza 1855.  Arco
di Luigi Petrone