Le Donne di Corigliano Calabro

di Enzo Cumino

MARIA LUISA DONADIO

(una testimonianza di fede autentica)

Maria Luisa Donadio nasce a Corigliano Calabro il 19 gennaio 1942 da Adolfo e Giuseppina Attanasio, entrambi maestri elementari. Vive la sua infanzia gioiosa nel cuore del Centro storico, circondata dall'affetto dei genitori e di 9 tra fratelli e sorelle. Ha una giovinezza piena di vita e ricca di tante speranze. E' bella, affascinante, colta e simpatica: dopo la Maturità Scientifica, si iscrive alla Facoltà di Filosofia presso l'Università degli Studi di Bari, decisa a conseguire una brillante laurea e a svolgere la sua missione di educatrice in mezzo ai giovani delle Scuole Superiori. Se nonché i suoi sogni giovanili si infrangono, a 22 anni, quando una malattia incurabile, la sclerosi a placche, la costringe a rinunciare per sempre alla mobilità delle braccia e delle gambe. Fissa su una sedia, comincia per lei il calvario. Il male la porta a riflettere e ad interrogarsi sul senso della vita. La risposta è chiara ed inequivocabile: Maria Luisa, pur dopo un naturale moto di ribellione, accetta senza limiti il disegno imperscrutabile di Dio, d'ora in avanti unico Bene della sua esistenza. Il cammino di conquista, sempre più consapevole, verso Dio non è intralciato da tentennamenti o ripensamenti. La fede genuina della giovane non vacilla di fronte al dolore o all'angoscia. Ella, sostenuta dalla Parola, canta inni di lode al Signore, chiedendogli di sostenerla con la sua misericordia che è luce di amore per l'eterna gloria. La preghiera si fa sempre più forte ed ella si abbandona, fiduciosa, interamente all'unico vero Bene: la speranza è quella di posare in pace il capo tra le braccia del Padre fino a vedere il Suo volto per scrutare la luce dei Suoi occhi gli Amen di Maria Luisa è conquista ed abbandono insieme, quell'abbandono che è proprio canto di ringraziamento al Signore, poiché Egli ha colmato di doni le sue mani, è un salmo monodico che, pian piano, si apre a due o a mille voci: è un ripiegarsi su ferite aperte, che portano ad un Amore in cui sublime diventa ogni desiderio. È un canto, quello di Maria Luisa, che si fa preghiera, nell'accettazione gioiosa del Dolore e nella contemplazione estatica della Natura, doni ineffabili del Signore. Al dolore segue la gioia, alla morte la Pasqua: risorge con Cristo la dolcezza e la gioia dell'amore. Alla speranza segue la certezza della conquista: domani io salirò dove lo spazio oltre al tempo non mi legherà. La conquista personale diventa, assai presto, bisogno di sostenere le forze del fratello che, temendo la morte,è offuscato quotidianamente dalla noia e dalla angoscia. Illuminata dalla Grazia del Signore, Maria Luisa è certa di essere fatta per amare... per donare al mondo quell'amore che salva. Aiutata da tutti i familiari, dalla guida intelligente ed illuminata della mamma, Giuseppina Attanasio e, poi, dalla infaticabile sorella Anna, sostenuta e sublimata dalla Parola del Signore, la dolce Maria Luisa diventa un sicuro e continuo punto di riferimento non solo per la comunità di Corigliano Calabro, ma anche per la Diocesi di Rossano e per tanti, religiosi e non, che vengono anche da lontano per cogliere la luce che promana dal suo volto, per ristorarsi al calore del suo animo, per dissipare accanto a lei le incertezze e i dubbi che accompagnano ogni cristiano, per attingere da lei quelle certezze che affondano nella sofferenza e nella sublimazione del male. Tra gli altri, la cercano e le scrivono: Rita Levi di Montalcini, don Tonino Bello, David Maria Turoldo, Helder Camara, il domenicano P. Alberto Simoni, suo padre spirituale. Maria Luisa Donadio In questa sede, oltre alla figura di donna fin qui delineata, è bene precisare che Maria Luisa Donadio è la prima poetessa di Corigliano. Le sue preghiere-poesie, trascritte amorevolmente dal nipote Gaetano Liguori, vengono raccolte e pubblicate in tre volumi. Un'esperienza forte (1983) mette in rilievo il canto puro di un'anima che pian piano si eleva a Dio. Il ripiegarsi su ferite ancora aperte apre la porta a quell'Amore per cui sublime diventa ogni desiderio. Nella raccolta Una testimonianza (1987), si coglie l'abbandono dell'Autrice nelle mani del Signore, mentre qua e là si sviluppano i ricordi degli anni giovanili e le riflessioni sul paese natio. La terza silloge, Sulla terra un grido (1989), raccoglie i canti di un cuore che ancora una volta, e con forza sempre nuova, si apre a Dio e al prossimo. In quest'opera, la collocazione dei brani risponde ad un itinerario di vita che si allarga dai temi della propria condizione, della famiglia, degli amici, del paese, alla visione sempre più attenta e critica verso i problemi della giustizia e della umana convivenza. Il sociale investe l'animo di Maria Luisa, la quale trova la soluzione dei mali dell'uomo solo nel ricorso a Dio: grido al ciclo e Dio mi viene in aiuto. L'inesauribile slancio del cuore e la limpida versatilità consentono all'Autrice di raggiungere spesso vette altissime di poesia e regalano a chi ad essa si accosta momenti di interiore, intenso rasserenamento. La poesia di Maria Luisa è, perciò, un dono che alimenta sempre nuove energie e aiuta l'uomo a dare il meglio di sé, per indirizzare il proprio itinerario di vita verso lo spazio oltre il tempo. Nate da una sofferta eppure gioiosa esperienza di vita, le poesie di Maria Luisa richiamano ad analoghe intense espressioni di grandi innamorati di Dio, testimoni sensibili della seconda metà del Novecento: R. Follereau, M. King, D. M. Turoldo, T. Bello. Col sorriso di sempre e con la serenità che è propria delle anime elette, Maria Luisa Donadio torna alla casa del Padre il 2 gennaio 1998. 

MARIA FANELLI

(la donna adultera)

Tradimenti e delitti passionali si sono verificati in ogni tempo ed in ogni società. Corigliano, agli inizi del Novecento, vive un tragico avvenimento che ha come protagonista Francesco Dragosei, direttore ed animatore del giornale locale Popolano (1882-1930), direttore della Banda musicale popolare, proprietario della prima tipografia privata in Corigliano e di una cartoleria, animatore del teatro e, poi, del cinematografo, consigliere comunale per decenni: insomma, un uomo che lavora senza tregua e che, dall'ultimo ventennio dell'Ottocento alla fine degli anni Venti del Novecento, è punto di riferimento del dibattito socio-culturale cittadino. Don Ciccio (così viene affettuosamente chiamato dagli amici e dagli estimatori) ha un carattere battagliero e sanguigno. Si batte per i poveri e in Consiglio comunale si schiera con chi promuove opere pubbliche che diano lavoro alla classe operaia. In amore, si lega per circa 12 anni a Giulia Gay, un'attricetta venuta al seguito di una delle piccole compagnie di rivista che, su interessamento dello stesso Dragosei, di tanto in tanto si esibiscono nel teatro Principe di Napoli (ora, teatro Vincenzo Valente). Nel 1896, giunge in Corigliano una compagnia di filodrammatici. La prima attrice, giovanissima e bellissima, Maria Fanelli, colpisce il cuore di don Ciccio. Nell'animo del sanguigno direttore de II Popolano, scoppia un incendio di passione che nessun ostacolo riesce a spegnere. La Gay capisce che il rapporto con il Dragosei è finito e, quindi, lascia Corigliano. Familiari ed amici, nel frattempo, consigliano don Ciccio a non fare passi sconsiderati. Tutto è inutile. Don Ciccio decide, pochi mesi dopo, nel settembre 1896. di sposare Maria Fanelli. L'idillio, anche se allietato dalla nascita di una splendida bambina, Titina, dura ben poco. Dopo un anno di matrimonio, cominciano le incomprensioni e i litigi, dovuti soprattutto alla diversità di carattere e di educazione. A ciò si aggiunga la presenza nefasta della suocera, la vecchia Colomba Pistone (sulle colonne de II Popolano, si riporta il cognome Chistoni; sugli atti processuali, viene trascritto, invece, il cognome Pistone), che, con le sue continue ingerenze, mette l'un contro l'altra marito e moglie. La vita diventa un inferno per don Ciccio. Per non arrivare a vie di fatto, si vede costretto, a volte, a rifugiarsi per giorni o settimane presso amici o nella tipografia. L'incomprensione porta ad un distacco che diventa incolmabile, nel momento in cui Maria Fanelli incontra il giovane studente di ingegneria Leonardo Cimino (agosto 1901). Trascinata dalla passione, la Fanelli si lega sentimentalmente al Cimino, negando il talamo al marito. Don Ciccio, scacciato dal letto, affamato sessualmente per mesi interi, diviene oggetto di commiserazione da parte dei suoi concittadini. In breve, diventa la triste favola di Corigliano. Esasperato, don Ciccio si sfoga con la sua ex-amante, Giulia Gay, a cui manda delle lettere affettuose, in cui rimpiange i bei tempi passati insieme. C'è da precisare, anche, che il Dragosei, separandosi dalla Gay, le rilascia legalmente "una pur modesta obbligazione" in danaro. Nella corrispondenza tra i due, si fa riferimento anche a questi patti, stabiliti negli ultimi giorni della loro relazione. Giulia Gay, per dissipare ogni dubbio circa i suoi rapporti col Dragosei, nel luglio del 1901 emigra in America. La relazione tra la Fanelli ed il Cimino diventa sempre più infuocata, alimentata anche da una "luna di miele" consumata dai due in Roma, ove vive Giulia Fanelli, sorella di Maria. Giulia Fanelli, pur avendo ottimi rapporti col cognato (scrive periodicamente corrispondenze da Roma per II Popolano), nel momento della rottura del rapporto tra Maria e don Ciccio, si schiera con la sorella. Ecco perché la ospita nella sua casa, in Roma, insieme con il suo amante. Insomma, tutti congiurano contro Francesco Dragosei. In Corigliano, il clima si fa incandescente. La gente, che sa della tresca tra la Fanelli ed il Cimino, spesso, quando passa dinanzi alla porta della tipografia, irride il povero don Ciccio. In un piccolo paese di provincia, all'epoca, si può sopravvivere, in presenza di casi del genere, solo se l'offeso si fa giustizia da sé. Il Dragosei ha un carattere forte e deciso, ma è un uomo di pace. Affronta verbalmente anche il Cimino, chiedendogli di allontanarsi da sua moglie, ma tutto è inutile. La tresca continua. Umiliato, vilipeso ed irriso, don Ciccio, in un momento di gelosia, si reca a casa per chieder conto alla moglie del suo comportamento. Lei nega tutto e manda a chiamare Leonardo, che si trova con amici presso il Casino d'Unione, in piazza Vittorio Emanuele. Quando il giovane arriva, si rinnovano le scenate di sempre. Invece di spiegazioni, il Dragosei riceve minacce ed insulti dai due amanti. A quel punto, perde la testa. Estratto dalla tasca un pugnale, incalza la moglie e la colpisce a morte; poi, ferisce leggermente il Cimino e Lauretta Tocci, sua cognata, accorsa sul luogo da una stanza attigua. È1' 11 settembre 1904. Maria Fanelli, prima di esalare l'ultimo respiro, ha la forza di affacciarsi sul portone di casa e di richiamare l'attenzione del vicinato (il tragico fatto si svolge nei pressi di piazza del Popolo o Acquanova), chiedendo soccorso per il "suo" Leonardo. Francesco Dragosei si allontana sconvolto dal luogo della tragedia. Poi, si costituisce ai Carabinieri. Viene tradotto in carcere a Rossano e, quindi, a Messina, ove resta in prigione per ben due anni, in attesa del processo. A difenderlo, gli avvocati Nicola Serra, Ludovico Pulci e Domenico De Cumis. A presiedere la Corte d'Assise di Messina il giudice Francesco Giannattasio, coadiuvato da Tommaso Mortati (padre del grande costituzionalista Costantino) e Saffiotti. La difesa dell'avv. Serra, cosentino, risulta un capolavoro delYars oratoria forense, al punto che, al termine della sua arringa, il Presidente Giannattasio gli si avvicina e gli da un bacio in fronte. Il processo si apre il 25 maggio 1906; la sentenza viene emessa il successivo 29 maggio, con il verdetto di assoluzione, in base all'art. 45 del C. P., che recita: "nessuno può essere punito per un delitto, se non abbia, voluto il fatto che lo costituisce" e al successivo art. 46, che afferma: "non èpunibile colui che, nel momento in cui ha commesso il fatto, era in tale stato d'infermità di mente da togliergli la coscienza e la libertà de propri atti". Il 5 giugno 1906, giungono in Corigliano i primi telegrammi relativi all'esito del processo. È la fine di un incubo. L'assoluzione di Francesco Dragosei suscita "uno scoppio di gioia generale". La sera del 7 giugno, don Ciccio torna nella sua Corigliano. Migliaia di persone lo aspettano alla stazione ferroviaria, con la banda musicale cittadina: grida di giubilo si innalzano da parte di tutta la popolazione. Il corteo, tra applausi, canti e suoni giunge a Corigliano. In via Margherita, l'incontro commovente con la piccola Titina. E festa: i balconi e le finestre illuminate di via Roma fanno da degna cornice ad una folla esultante ed entusiasta e ad un uomo che si avvia finalmente a riprendersi la sua vita.

RAFFAELLA IZZO

(una femminista ante litteram)

Nel febbraio 1887 giunge in Corigliano Raffaella Izzo. È lei la prima ostetrica della città, chiamata dall'Amministrazione Comunale, per porre fine alle secolari pratiche delle vammane, donne esperte, sì, ma sprovviste di qualsiasi titolo di studio o di corsi specifici. Il sindaco, Alfonso Compagna, fa cadere la sua scelta su questa giovane ostetrica, dietro suggerimento del prof. Morisani di Napoli. Per lei, il Consiglio comunale stabilisce un compenso di 500 lire annue e l'alloggio. L'ostetrica dovrà prestare gratuitamente la sua opera presso le 400 donne che, abitualmente, ogni anno sgravano in Corigliano; riceverà un compenso di 5 lire dalle contadine e dalle artigiane; le signore benestanti le daranno cifre adeguate alla loro posizione economica. La giovane ostetrica, appena giunta in città, va ad alloggiare nella casa della famiglia Martire, nei pressi del convento della Riforma. La Izzo, esperta ed entusiasta, si mette al lavoro, mostrando alta professionalità. Riceve l'apprezzamento dei medici locali e viene gratificata soprattutto dalla stima e dalla soddisfazione delle partorienti. Anche in casi difficili, l'opera della Izzo risulta efficiente e positiva, al punto che tutta la popolazione, nell'apprezzare il suo lavoro, ritiene la sua nomina come una delle migliori scelte fatte dall'allora Amministrazione comunale. L'anno dopo, nel mese di marzo 1888, il rapporto tra la giovane ostetrica e l'Amministrazione comincia ad incrinarsi, per l'imposizione delle tariffe da estendere anche ai parti difficili e alle donne povere. La notizia porta lo sconcerto tra la popolazione coriglianese, perché si teme che l'ottima ostetrica possa rinunciare all'incarico, dando le dimissioni. In effetti, la Izzo esige dal Sindaco la presenza di un medico durante i parti più complessi e, nel caso di partorienti povere, un elenco nominativo delle famiglie censite dal Comune come indigenti. Alle incomprensioni segue uno scambio epistolare, attraverso il quale le due parti difendono le proprie posizioni. Si aggiunga che alcune persone infide denunciano l'ostetrica per aver preteso soldi da donne povere che ella non ritiene tali. La Izzo chiede, con dignità e per il trionfo della verità, di essere messa a confronto con chi l'ha denunciata. Continuare il rapporto, a questo punto, è impresa quasi impossibile. L'Amministrazione decide di licenziare l'ostetrica comunale. La Izzo ricorre al Prefetto della Provincia di Cosenza, il quale delibera di reintegrarla nell'ufficio fino a quel momento così egregiamente ricoperto in mezzo alla popolazione di Corigliano.Nel frattempo, il Consiglio comunale, avverso la deliberazione prefettizia, decise di ricorrere al Consiglio di Stato e di nominare una nuova levatrice, Maria Gigli, che assume servizio il 17-6-1888. Raffaella Izzo, pur difesa a spada tratta dal giornale locale II Popolano, diretto da Francesco Dragosei, e dai cittadini più sensibili ed onesti della città, decide con grande dignità di lasciare Corigliano e di tornare a Napoli.

Persona di alto profilo umano e professionale, Raffaella Izzo incarna, in un contesto sociale arretrato e in un periodo di lotte operaie e contadine spesso osteggiate dalle autorità con l'uso della violenza, l'ideale della donna che si batte per i diritti nel mondo del lavoro e per l'affermazione della dignità femminile

DONNE VIOLENTATE NEL SEICENTO E NEL SETTECENTO

 

Nei secoli dominati, in Corigliano, dalla famiglia dei duchi Saluzzo, si verificano molti scandali che hanno per protagoniste donne violentate da uomini di potere o da semplici balordi. Di tali episodi è giunta notizia attraverso gli atti notarili coevi e dalla visita apostolica effettuata nel 1629 da mons. Andrea Perbenedetti, vescovo di Venosa, in tutta l’arcidiocesi di Rossano. In tale sede, verranno presi in esame i casi più eclatanti e che maggiormente hanno turbato la vita della comunità locale. Nel 1615, Perna Tortomano viene violentata da un certo Francesco Bisignano, che, accusato dello stupro della donna, viene successivamente assolto per non aver compiuto il fatto. Nell'agosto del 1624, Caterina Tricarico, alias Ferragasso, donna dai liberi costumi, denuncia Giovanni Berardino Adimari di averla stuprata. Pochi giorni dopo, presenta una rinuncia che interrompe il processo, probabilmente perché l'accusato le aveva elargito una somma consistente di danaro. Nel 1629, mons. Perbenedetti individua in Corigliano ben otto casi di sacerdoti che vivevano in concubinato. Tra questi, spicca la figura del prevosto di S. Pietro, don Carlo Cesare Longo, di 43 anni, già condannato dal vescovo di Rossano, Paolo Torelli, per concubinato, per aver ospitato banditi nella propria casa e per aver commesso stupri. Il prete era imputato delle stesse accuse dalla Nunziatura di Napoli. Insomma, il Longo viveva effettivamente con una certa Lucrezia, detta la Marchesella. Dalla stessa visita di mons. Perbenedetti risulta che don Giuseppe Aquila viveva con Giovanna la Rossanese, don Giovan Battista Sangermano viveva con Livia La Petra, figlia della Spallateli® don Francesco Durante viveva con Lucrezia Ferragasso; don Lelio Jodino conviveva con Maria, detta la Siciliana. Sempre dalla visita del vescovo di Venosa si apprende che, tra il clero coriglianese accusato di varie scelleratezze, si distingue ed eccelle negativamente il frate carmelitano Bertano Magri, che viene condannato a cinque anni di prigione. Egli viene, perciò, rinchiuso nel carcere criminale del castello di Corigliano, per aver commesso vari delitti e aver abusato più volte di giovani donne. Nello stesso anno, Maddalena Baruffa di Monteleone, dopo aver abbandonato un monastero di clausura di Rossano, vive liberamente in Corigliano. All'inizio dell'anno, si unisce con don Giovan Battista Curiale, vicario dell'arcidiocesi di Rossano. Il 12 febbraio successivo, la donna, dopo aver accusato il Curiale, ritratta, forse "indotta" a ciò dalla "indelicatezza" di portare avanti un processo contro un esponente di riguardo della Curia rossanese. Nel 1682, Domenico Lettieri sorprende la moglie, Anna Mancuso, mentre fa l'amore contemporaneamente con due uomini. Il Lettieri chiede spiegazioni ai parenti della donna, ma ne riceve in cambio ingiurie e percosse. Nello stesso periodo, si ha notizia dello stupro di Dianora d'Alessio, la q scagiona, in seguito, davanti al notaio, Antonio Toscano e, poi, il 29-4-1692, Alessandro Caruso, accusati precedentemente di averla violentata. Nei primi anni del Settecento, precisamente nel 1703, la nobile Carmela Citrea, stuprata da Giovanni Paolo Pignataro, ricorre all'arcivescovo di Rossano, affinchè con ogni sollecitudine ordini al parroco di S. Maria della Piazza di celebrare il matrimonio tra i due, in quanto il fatto è ormai di dominio pubblico. L'anno dopo, il 2-11-1704, viene registrato lo stupro subito da Felicia Micca. Nel corso dello stesso anno (1704), Anna Mezzo taro riceve un bacio nella chiesa di 5. Maria di Costantinopoli (o della Riforma) da Domenico Salinas, un napoletano già avanzato negli anni. Accetta di sposarlo per non macchiare il suo decoro, ma si astiene da rapporti carnali. Pochi anni dopo, nel 1712, Teresa Schettino viene assalita, nel quartiere popolare della Giudeca, da Giovanni Buontempo, che riesce a darle solo dei baci. Con tale gesto, tuttavia, il giovane, secondo le usanze dell'epoca, riesce a stabilire dei diritti di matrimonio sulla donna. Nel 1732, viene registrato lo stupro di Felicia Taverna; la stessa sorte subisce Anna Milito, nel 1736. Negli anni in cui svolge il suo apostolato in Corigliano (1720-1726-17301732-1736) ed è ospitato nel convento del suo Ordine, i Francescani Cappuccini, il beato Angelo d'Acri tenta invano di portare la pace tra le famiglie Saccolito e Salimena. In effetti, un Saccolito aveva assalito una giovane Salimena e, ad ogni costo, voleva sposarla. Per anni, poi, l'odio tra le due famiglie fa temere ai coriglianesi che da un momento all'altro possa succedere qualcosa di molto grave. Nel 1747, il paese parla (o sparla) degli amori pubblici di Rosa di Caro, mentre l'anno dopo l'argomento più scottante è lo stupro di Anna Drogo ad opera di Leonardo Liotta. Nel febbraio del 1748, viene registrato uno degli avvenimenti più gravi mai verificatisi in un edificio sacro. Il frate carmelitano Giuseppe Americo violenta, nella sacrestia della chiesa del Carmine, la diciottenne Caterina Leopardi e la costringe a soddisfare le sue voglie sessuali più volte al giorno, per sei mesi continui. Nello stesso anno, viene violentata Rosa Lupo, ad opera di due agenti del Duca, Alberto Magno e Nilo Bianco. Il fatto turba sia la popolazione sia il duca Saluzzo, il quale ordina a Gaetano Pugliese di accertare i fatti e di punire i colpevoli in maniera esemplare. I dati riportati, relativi a due secoli della storia della città di Corigliano, si potrebbero estendere sicuramente ad altri periodi non meno tormentati e tragici di quelli descritti. Alla base di tali atti di violenza, oltre alla brutalità dell'uomo, c'è, comunque, da evidenziare la povertà t l'ignoranza della donna, in quell'epoca ancora per nulla consapevole del suo ruolo e delle sue prerogative.

DONNE LIBERE O MERETRICI NEL CATASTO ONCIARIO DEL 1743

Nel 1743, il Catasto onciario voluto da Carlo III di Borbone "fotografa" la realtà socio-economica di ogni parte dell'allora Regno di Napoli. A Corigliano, il catasto registra una popolazione di 6.758 individui, di cui 3.321 sono maschi e 3.437 femmine. Tra queste, le meretrici sono 49. Di esse, 28 vivono da sole, senza figli o parenti; le altre 21 hanno figli e, a volte, congiunti che vivono sotto lo stesso tetto. Meretrici o prostitute sono state sempre presenti in ogni città o villaggio della terra, ma cifre reali ed attendibili ad esse pertinenti non compaiono su documenti ufficiali e governativi. Ecco perché è sembrato opportuno fermare la riflessione su un documento di notevole importanza, il catasto onciario napoletano del 1743, che, pur soffermandosi prevalentemente sui beni patrimoniali e sulla consistenza dei nuclei familiari, offre spunti interessanti sulla vita di queste povere donne. Esse vivono prevalentemente in case locate, cioè prese in fitto; alcune di loro, per benevolenza dei proprietari, non pagano alcun canone. Ciò invita a riflettere su quanto precaria fosse la situazione economica in cui versava la classe dei nullatenenti, nel periodo preso in esame. Tra le donne che non pagano il fitto c'è Agata Pugliesi, libera e mendica, di 70 anni, la quale abita nel quartiere del Fosso, in una casa a lei ceduta per carità da Giovan Battista Mingrone; stessa sorte tocca ad Aurelia Mirabile, di 65 anni, abitante in una casa vicino Gl'Arco d'Alessio, dalla quale il proprietario, Paolo lacucci, non esige alcun canone. Anche Catarina Lumbisani, di anni 32 e con una figlia di 5 anni, Agata, per caritative nella casa di Giacomo De Rosis. Lucrezia Sapia, di anni 50, originaria di Longobucco, abita per carità in una casa appartenente a Simone di Mauro, nel rione Falcone. Serafina Pugliesi, ventenne, abita in una casa di proprietà di Giulia Marinaro, senza pagare alcun canone. Alcune meretrici abitano, per mancanza di mezzi, nella stessa casa delle madri, anch'esse interessate allo stesso mestiere: Anna Mazzeo, di anni 18 e con un figlio di 1 anno, abita con la madre Lucrezia, detta la Pignola, quarantenne, nella contrada Grecia; Vittoria Braiolo, trentenne e con una bambina di 5 anni, abita con la madre nella contrada S. Basile. Il documento mette in rilievo, anche, il paese di origine di alcune meretrici: Lucrezia di Giacomo, di anni 69, proviene da Malvito; Lucrezia Sapia, di anni 50, è di Longobucco; Rosa Leone e Teresa Florio, entrambe quarantenni, sono originarie di Cosenza; Lucrezia Marmotto, quarantenne, è di Acri. E interessante notare, inoltre, che alcune di queste donne riescono, nel corso degli anni, a comprare una casa. Anna Cristaro, trentenne, vive in casa propria, nel rione Casalicchio; Lucrezia Isola, di anni 25, abita in una casa di sua proprietà, posta nel rione Senatore. Particolare è il caso di Rosa, detta Caccio d'oro, la quale abita nel rione di Santoro (parrocchia di Ognissanti), in una casa di sua proprietà. Non solo! Rosa, nello stesso luogo, ha un'altra abitazione, affittata a Giovanni Celestino. La donna, di soli 23 anni, ha due figli: Antonio (undicenne)e Domenico (6 anni)! Sembra quasi incredibile che Rosa abbia concepito il primo figlio all'età di circa 12 anni! Il fatto, poi, che il figlio Antonio porti il cognome di Valentone (una delle famiglie più prestigiose di S. Marco Argentano, con molte proprietà anche in Corigliano) significa che Rosa aveva vissuto (e, forse, ancora viveva) una relazione con un esponente di casa Valentone.

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