<<<< per ritornare ai "miei personaggi"

Gente del Sud

di Antonio Siinardi

I DUE BANDITORI: ALICI E CILLAPONTE 

La pubblicità è sempre stata l'anima del commercio, fin dai tempi più antichi. A Borgojonico, negli anni del dopoguerra, la pubblicità non poteva essere fatta che in termini artigianali ed era affidata quindi a due personaggi che si chiamavano Aligi e Cillaponte.

Aligi si rivolgeva alla popolazione colta del paese mentre a Cillaponte era affidato il compito di illustrare la bontà delle merci agli analfabeti, ai contadini, alle massaie. Diverso quindi lo strumento di comunicazione: Aligi si serviva di un italiano piuttosto aulico e ricercato; Cillaponte si serviva invece del dialetto più tradizionale ed antico come si parlava nei vicoli più chiusi del paese, accompagnato da gesti ampiamente illustrativi. Aligi non era di Borgojonico ma proveniva da un paese del Nord: con ciò resta spiegato il suo italiano quasi forbito. Alto, allampanato, esile come un fuso, aveva un paio di baffi neri ed inconfondibili ed i capelli radi e tirati ali'insù; spesso impomatati sì che nessuno di essi veniva a trovarsi fuori posto. Aligi aveva un megafono rudimentale costruito artigianalmente da mastro Quarara, che tutti chiamavano "la tromba di Aligi" e che in seguito diventerà proverbiale.

Infatti d'una persona, non abituata alla segretezza delle notizie ma sempre pronta a spifferar tutto, si diceva: "Ha la bocca come la tromba di Aligi!". Era la peggiore delle infamie che si potesse dire sul conto di questa persona che veniva perciò radiata dal giro delle comari e delle amiche.

La mattina Aligi usciva presto di casa con la sua tromba che era il suo indispensabile strumento di lavoro; così come la zappa per il contadino e la borsa per l'avvocato.

Dapprima faceva il giro delle cantine: quelle più importanti naturalmente; poi andava al mercato della frutta al Fossogrande, quindi al mercato del pesce. Riceveva gli ordinativi della pubblicità, facendosi spesso pagare in natura, "seduta stante". Fatta così la spesa, la portava a casa; sicché la moglie aveva tutto il tempo nella mattinata, di pulirla e di cucinarla; e comunque di tenerla pronta per quando Aligi sarebbe rientrato a casa.

Il quale, tutto consapevole dell'alto compito affidatogli da ciascun venditore, cominciava a fare il giro del paese, portandosi nelle piazze principali e nelle strade dove abitavano le famiglie più in vista o danarose.

La pubblicità di Aligi non aveva niente della teatralità del "pazzariello napoletano", ma aveva un rigore altamente scientifico.. . (se così si può dire! )

Egli si annunziava (ed era l'unica cosa che si concedeva per attirare su di sé l'attenzione delle massaie) con tre prolungati suoni di tromba che sembravano avere sempre la medesima lunghezza d'onda; e perciò assai distinguibili dalle persone che, udendoli, esclamavano subito agli astanti: "Silenzio, silenzio: sta suonando la tromba di Aligi!"

Un rispettoso silenzio, all'improvviso, avvolgeva piazze e vicoli perché ognuno ascoltasse le novità delle mercanzie e dei prezzi offerte nella giornata.

Dopo gli usuali squilli di tromba e dopo che un silenzio profondo s'era diffuso nella piazza o sulla strada, il raffinato banditore cominciava a esordire:

"Attenzione attenzione, signori e signore che mi state ascoltando, vi annuncio che al n° 78 di Via del Commercio presso la cantina del Decano, inizierà stamane la vendita d'un eccezionale bicchiere di vino. Un vino così eccellente che mai avete assaggiato né alla cantina del Ceruzzi né alla cantina di Scocciapiselli, né in quella di Spillolungo! Signori e signore, dovete solo provarlo questo vino del Decano: gusto e profumo che l'Avv. Gargiulo stamane ha già avuto modo di apprezzare con queste testuali parole: "Ma questo vino è ambrosia degli Dei a sole 300 lire al litro!".

Se il vino da propagandare non era, quel giorno, quello del Decano, ma quello del Poeta o quello di Scocciapiselli, l'annuncio pubblicitario di Aligi era pressoché uguale; cambiava solo lo "sponsor":

".. . Signore e signori, dovete solo provarlo questo vino di Scocciapiselli: gusto e profumo che il dr. Casarano ha già avuto modo di apprezzare stamane con queste testuali parole: "Ma questo vino è meglio del Cirò o del Barbera!". E voi sapete chi è il dr. Casarano: supremo intenditore dei vini nostrani! Perciò affrettatevi subito da Scocciapiselli prima che le sue botti rimangano all'asciutto!"

Di venerdì toccava ai merluzzi, alle sarde, alle triglie dei pescatori della Marina oppure al baccalà "San Giovannino" di Alfonso Maccarrone ad essere propagandati da Aligi per le strade e per le piazze del paese:

" Attenzione attenzione, da Francesco il pescivendolo, in piazza Mercato al Fossogrande, sono giunte or ora tre cassette di fragaglia paesana e due cassette di triglie vive! ! Signore e signori, affrettatevi perché oggi non si mangia carne!"

Quindi con un paio di flash pubblicitari, intervallati da sonori squilli di tromba ( che servivano a richiamare l'attenzione da parte del pubblico) Aligi continuava:

" Da Alfonso Maccarrone troverete, questa mattina, a prezzo davvero conveniente, filetto di baccalà o baccalà "S. Giovannino" della migliore qualità; ed anche da Totonno il salumiere – in piazza - troverete un ottimo baccalà in ammollo, pronto per essere cucinato!"

Dopo di che il nostro banditore, tutto compunto e con le mani che reggevano la tromba legate dietro i fianchi, con la testa piegata in avanti e lo sguardo fisso per terra alla ricerca di non si sa che cosa, procedeva per altre strade e per altri vicoli.

Ben altri atteggiamenti caratterizzavano invece la figura del secondo banditore cioè il Cillaponte.

Egli portava, nella cattiva stagione e fino a primavera inoltrata un ampio mantello nero che lo proteggeva abbondantemente dai rigori del freddo invernale; mentre il capo era ricoperto da un logoro cappello che nascondeva i suoi capelli radi e arruffati.

Ma Cillaponte si caratterizzava soprattutto per un eccezionale paio di mustacchi attorcigliati e arricciolati alle estremità come ormai non se ne vedono più sulla facce dei vecchi; e per una lunga pipa arcuata che continuamente emanava in cielo fumo di fetido tabacco.

Mantello, mustacchi e pipa erano già di per se stessi tre elementi assai caratterizzanti del personaggio; ma se si aggiunge che Cillaponte portava ad un occhio - offeso dalla guerra - una piccola benda, capirete che il nostro secondo banditore appariva una figura davvero unica ed inconfondibile nel panorama dei tipici personaggi di paese.

Intanto preannunciava ogni sua venuta con stridule note d'un fischietto singolare; poi con aria e atteggiamenti più consoni ad un profeta che a un banditore, saliva i gradini dell'Acquanuova dove convenivano o si davano appuntamento dai rioni popolari le persone più umili - e cominciava i suoi bollettini pubblicitari con toni di lugubri cantilene.

Queste erano espresse - come dicevamo - nel dialetto più caratteristico dei rioni, viuzze e vinelle.

Cillaponte, mentre canticchiava gli annunci pubblicitari, assumeva un'aria così assorta e quasi mistica che dava l'impressione d'essere profondamente convinto di quel che diceva; e perciò i suoi messaggi erano assai più efficaci psicologicamente.

 

"A ra cantini ‘i ru poeti

s'incigne na vutta nova...

(e qui.. . una pausa di qualche minuto)

 

Nu vini ruci cum'a cchisti

un s'è mai visti e ccusta ppochi

‘a ra cantini i ru poeti…

(e altra pausa di qualche minuto)

 

‘A ra chianca i Nardi si vinna ccarne

a bbascia macinazione:

fujite, gente, ch'è ccarna bbona

prima ca finisce.

 

A ra gghiazza i ru marcate

su arrivate l'alici frische

e ri sardi: i bbìnnini quasi rigalate…

‘a ra gghiazza ‘i ru marcate

ecct ecct.

 

Dopo di che Cillaponte, con aria quasi sacerdotale, salutava gli astanti; e, dopo essersi aggiustato il mantello attorno alle spalle, ridiscendeva i gradini della piazzetta e spariva, dirigendosi verso le chiuse vinelle. 

IL FACCHINO LUPOMMANNARO

Era il decano dei facchini che operavano in paese, nel dopoguerra. Tale prestigio gli derivava non solo dall'età ma soprattutto dalla forza che scaturiva, inspiegabilmente, dai suoi muscoli e dalle sue ossa.

Era una forza quasi demoniaca che non si immaginava minimamente potesse albergare in quel corpo piccolo e minuto.

Era di pochissime parole ed il suo vocabolario si limitava all'espressione e alla comprensione delle frasi fondamentali.

Un gergo dunque riguardante i bisogni istintivi e quelli inerenti al suo particolare mestiere.

In compenso amava esprimersi maggiormente con un sorriso ora tranquillizzante ora che incuteva paura: a seconda degli umori e delle circostanze.

Portava capelli e barba incolti e nerissimi; aveva un naso affilato e lungo ed un mento pronunciato che risaltavano sulla sagoma del volto assai scavato.

Gli occhi erano ad un tempo dolcissimi; ma, all'occasione, si trasformavano in ruote di fuoco.

Portava appesi alla cinta del pantalone una lunga corda raggomitolata ed un coltello né piccolo né grande che erano gli arnesi del mestiere.

Portava la camicia per lo più sbottonata, che lasciava intravedere un petto così irsuto come non era dato vedere in altri esemplari della razza umana.

Forse era stato proprio questo particolare a dar corpo alla voce popolare secondo cui il nostro personaggio, nella notte di Natale di ogni anno, - nella quale si diceva fosse nato - si trasformasse addirittura in un lupo mannaro.

Certo le fattezze fisiche del personaggio lasciavano briglia sciolta alla fantasia; ma alle mamme del tempo era stato comodo inventare questa favola per rabbonire i loro figlioli più turbolenti, con lo spauracchio del lupo mannaro, divoratore di bambini.

E la favola, per qualche generazione di bambini e ragazzi, aveva funzionato.

Lupomannaro stazionava tutti i giorni sui gradini della piazza, che brulicava allora di numerose persone aspiranti al trasporto delle merci.

Tanta era la miseria nera che avvolgeva, nell'ultimo dopoguerra, la popolazione più umile del paese.

Anche perché le macchine circolanti ed i camioncini adibiti per il trasporto delle merci erano come le mosche bianche; d'altra parte il paese era tutto raggomitolato su se stesso intorno alla rocca turrita; cosicché i facchini potevano raggiungere facilmente, per vichi e straducole, ogni angolo di esso.

Quando al paese arrivava, di tanto in tanto, l'autotreno della pasta Licandro o della birra Raffo o del vino Cirò o dei sacchi di farina o di concime di qualche rinomata ditta, non appena stazionava nei pressi della movimentata piazzetta, subito era uno sciamare di questi prestatori di braccia e di spalle che si chiamavano Cipolletta e Lupomannaro, Caponetta e Cillaponte, Ballista e Bisonte; e che si avvicinavano ai camion con quella frettolosità con cui sono soliti avventarsi i cani su qualche sparuto osso.

Lupomannaro era ormai di casa alla bottega di Lorenzo. Per lui trasportare i pacchi di pasta, pesante ciascuno dieci chili, ( e ne portava cinque o sei per volta! ) era un gioco da ragazzi.

Avevo spesso occasione di assistere a quel faticoso rito del trasporto che si svolgeva tra il camion e il negozio-deposito di Lorenzo. Quanti interminabili viaggi poteva fare l'irsuto Lupomannaro!!

Di tanto in tanto si detergeva il sudore, abbozzava un sorriso che lo faceva rassomigliare, più che ad un uomo, ad un folletto; e poi nuovamente su e giù, giù e su con i pacchi di pasta caricati sulle  spalle, che sembravano aver perso ogni peso di gravità come se fossero diventati improvvisamente piume d'uccelli.

Quando l'improba fatica era terminata, Lupomannaro, fattasi consegnare da Lorenzo la giusta paga, si recava alla cantina del Decano per riempire il suo fiasco di vino.

Quindi si portava sugli scalini della piazza dove abitualmente dimorava; ed incominciava ad assaporare, con forza e voluttà, quel pane morbido e fragrante, infarcito d'olio d'oliva e di pomodori, che aveva comprato poco prima da zi Battista Campione.

Dopo si ristorava col vino e si appisolava, nella buona stagione, sul duro giaciglio; e si copriva con la giacca per ripararsi dai raggi del sole e, ancor più, dagli occhi curiosi.. . della gente che attraversava la piazza.

NERINO IL CARBONAIO 

Si chiamava Peppiniello ma in paese molti lo chiamavano Nerino il Carbonaio. In effetti era sempre nero come il carbone, a causa del mestiere di carbonaio che effettivamente svolgeva e che lo faceva rassomigliare ad un negro capitato lì non si sa come.

La vita in paese, nel dopoguerra, era molto dura e specialmente durante i mesi invernali: quando bisognava fare i conti con il freddo, la neve, la fame.

Già nel mese di ottobre le famiglie, che se lo potevano permettere economicamente, cominciavano a pensare e come difendersi dal freddo e dal gelo nel mese di gennaio.

L'unica difesa consisteva nella capacità di accaparramento di carbone, carbonella, legna di bosco.

Non si poteva certo fare affidamento sul potere calorifero di qualche stufetta elettrica; dati anche i costi che comportava l'uso di questa energia.

In casa di nonna Cristina, ad esempio, l'approvvigionamento del carbone si svolgeva ogni anno secondo una tradizione rituale.

Intanto, negli ultimi giorni del mese di ottobre, cominciava a stazionare più del solito sul balcone di casa, aspettando l'arrivo dei carbonai che portavano la loro merce preziosa dentro i sacchi caricati sugli asini o sui muli.

"A carbunella, signò, a carbunella!" : essi gridavano per farsi sentire dalle donne intenzionate alla compera.

Nonna Cristina li faceva fermare davanti al portone di casa; e, dopo un lungo tira-e-molla della trattativa, faceva portare i sacchi nel magazzino dove era ubicato il "bilico" per la pesa del carbone e per l'esame della qualità di esso.

Spesso carbonai senza scrupoli ficcavano nei sacchi anche pietre e tizzoni.

Nerino era uno degli ultimi discendenti di questi carbonai. Lo si vedeva spesso, nero più d'uno spazzacamino, seduto sui sacchi di carbone che, in tempi più recenti, venivano trasportati sui camion; dal momento che muli ed asini sono stati mandati dai contadini prematuramente in pensione, dopo onorata carriera.

Nerino, sempre vestito col suo lugubre abito scuro, che aveva pantaloni lunghi e giacca altrettanta lunga che gli arrivava fino alle ginocchia ma corta alle maniche, con i capelli rasi quasi alla radice e neri che facevano tutt'uno col colore del volto, esile e smussato qual era, sembrava bell'e pronto per andare a un funerale.

Quando camminava poi era incurvato sulle spalle come se portasse un pesante sacco di carbone, pur se alla vista non appariva; e ti faceva proprio pietà, anche perché andava pencolando ora a destra ora a manca che sembrava stesse sempre sul punto di cadere sotto l'invisibile peso del carico; o stesse camminando su invisibili carboni accesi a causa dei numerosi e grossi calli che portava ai piedi.

Il povero Nerino aveva tutti i buoni requisiti ... insomma perché i suoi compaesani scansafatiche lo facessero bersaglio di continui sfottò.

Quando lo vedevano sfrecciare sulla camionetta del carbone che sembrava uno spaventapasseri, essi lo apostrofavano con lazzi e motti e gli dicevano:

"Peppiniello va fatighi se no non mangi!

Il carbonaio che era ubriaco fradicio di fatica, già per conto suo, a quelle parole si inviperiva pensando di dover far lui l'ingrato mestiere del facchino, se voleva mangiare; mentre i suoi amici bigollenavano dal barbiere senza far nulla; e avevano pure il coraggio di lanciargli parole salaci!

E si rodeva il fegato al pensiero che essi, pur non lavorando, avevano comunque di che mangiare e di che bere!

Col passare del tempo l'attività dei carbonai sensibilmente diminuì; anche a causa delle nuove fonti di energia rappresentate dal gasolio e dal gas in bombole.

Si videro sempre meno circolare per il paese camion carichi di carbone che fra l'altro cominciava ad essere più costoso.

Le massaie subito preferivano queste nuove fonti di riscaldamento poiché assicuravano una maggiore pulizia ed igienicità sia a loro stesse sia alle loro abitazioni. Non solo, ma esse si accorsero che risparmiavano ore preziose che potevano essere utilizzate, più proficuamente , nel disbrigo delle faccende domestiche.

É vero che era molto bello allora accendere il braciere nei lunghi mesi invernali; ma ciò comportava fastidio e tempo. Bisognava intanto andare nello scantinato o in qualche ripostiglio a prelevare la carbonella e quindi deporla nel braciere. Poi bisognava trasportarla sul terrazzo o nel balcone per accenderla con qualche pezzette di legna resinosa ed evitare che il fumo si diffondesse per le stanze. Quindi, dopo averla accesa, bisognava col ventaglio consolidare l'accensione del carbone finché non si levassero in alto belle lingue di fuoco. E solo quando la carbonella era tutta ben accesa si riportava il braciere nell'interno della casa: si aveva sufficiente calore per qualche buona ora; poi bisognava cominciare daccapo il rito dell'accensione.

Ovvio che le massaie a poco a poco abbandonassero la dolce poesia dei caminetti e dei bracieri per rivolgere la loro attenzione più prosaica ai nuovi ritrovati della tecnica.

Il lavoro anche per il povero Nerino diminuì: i carbonai avevano sempre meno bisogno di lui per il trasporto dei sacchi; e le montagne, dove veniva preparato il carbone nelle carbonaie, raramente si videro fumare come nei bei tempi passati.

Nerino fu costretto così a mendicare un nuovo lavoro che era per lui assai problematico trovare.

Ma poiché la necessità aguzza sempre l'ingegno dell'uomo, Nerino, un giorno, guardandosi nello specchio, si accorse che madre natura gli aveva fornito dei denti che quasi quasi non sembrava potessero appartenere al genere umano.

Più che di denti, infatti, si trattava di zanne appartenenti chissà a quale specie di animale preistorico!

Nerino provava quasi compiacimento a guardare quelle zanne dategli da madre natura; e così provò ad esibirle agli scanzonati compaesani.

Ma poiché esse erano davvero rare e costituivano comunque uno spettacolo a vedersi, Nerino pretese, per così dire, il diritto d'autore!

Egli mostrava sì le sue zanne, disserrando le labbra in una comica smorfia, ma solo a chi ne aveva voglia ed era disposto a pagargli un panino ben sostanzioso che per lui era il problema assillante di tutta la giornata.

Sin dal primo mattino, Nerino si appostava vicino ai negozi dei barbieri o vicino agli uffici pubblici o vicino alle banche o dove comunque c'era maggiore assembramento di gente.

Petulante si rivolgeva ai passanti che conosceva essere più o meno danarosi, dicendo:

"Dottò, me le date mille lire? Sto morendo di fame; me lo comprate un panino? Mannaggia la madonna: è da due giorni che non mangio!"

Se il passante, piuttosto serioso, faceva finta di non aver sentito, Nerino reiterava le bestemmie ad alta voce tale che si potevano udire anche da lontano.

Se invece aveva a che fare con i soliti bontemponi, spalancava la bocca facendo bella mostra della chiostra delle sue zanne. A curare eventualmente le quali ogni dentista, per quanto umanitario, avrebbe mandato Nerino al diavolo!

Una volta saturata la piazza e venendo meno l'originalità dello spettacolo, i cittadini diventarono recalcitranti alle petulanti richiesta mattutine del nostro carbonaio.

Ma Nerino, non si scoraggiò: pensò bene di esportare il suo personaggio, con visite mensili, nel capoluogo di provincia: non so se queste ultime furono altrettanto redditizie per lui.

Ma poiché le vie della Provvidenza sono infinite, un giorno si verificò un evento davvero eclatante ed inimmaginabile.

Infatti un giornale quotidiano, a larga diffusione nazionale, sbattè Nerino in prima pagina come figura assai caratteristica dei personaggi di paese.

Figurarsi gli ibridi sentimenti d'ammirazione e di meraviglia che covavano nell'animo dei compaesani allorché riconobbero sul giornale la figura di Nerino il carbonaio!

Quasi quasi non volevano credere ai loro occhi; essi che erano abituati a vedere, di tanto in tanto, sui giornali l'immagine di qualche raro personaggio del paese, veramente importante, affermatosi altrove.

Ma quell'immagine sul giornale fu per Nerino una giornata di gloria ed una vera manna caduta dal cielo.

Per più giorni successivi i cittadini si coccolarono Peppiniello e fecero a gara per scegliere chi gli dovesse comprare il sostanzioso panino quotidiano.

E anche i commercianti fecero a gara per accaparrarsi la sua immagine che era ormai un' immagine vincente e che esponevano nei loro negozi per incrementare la vendita delle merci.

.......................................................................................................

Per continuare a leggere, vi rimando al Libro, in vendita nelle migliori librerie di Corigliano Cal.

<<<< per ritornare ai "miei personaggi"