'U valluni 'i Sant'Antonio

di Enzo Cumino

Al caro amico e collega Giovanni Scorzafave, che da tempo dedica le sue competenze al “nostro” paese e alle sue possibilità di crescita, “ritornando” con amore alle memorie storiche del territorio.

 

Il mio vicinato

 

Guardatelo. Guardate la sua forma curiosa, simile ad un L maiuscola, al cui angolo è posta la casa della mia infanzia e della mia giovinezza. Da sempre è denominato Vico II Margherita: da Via dei Cinquecento, all’altezza della Casa delle Suore Piccole Operaie dei Sacri Cuori, degrada verso la Statale 106 ed il Pizzillo, per poi inerpicarsi nuovamente lungo il fronte orientale di Via Aquilino, fino a giungere al garage dove il dott. Francesco Persiani chiudeva la sua “mitica” auto d’epoca, acquistata negli anni ’30 del Novecento.

Guardatelo. Guardatelo, con gli occhi del cuore o della fantasia, come faccio io.

Guardatelo. È lì, sempre lo stesso. Lo rivedo dopo molto tempo. Ma è davvero lo stesso? Le pietre sono le stesse, magnificamente sistemate nei primi anni ’50 del secolo passato da artigiani locali, ma i muri delle case presentano spaccature, dove l’erba portata dal vento la fa da padrone. Squarci lungo le pareti e caduta di intonaco su tanti edifici significativamente indicano al passeggero che il tempo chiede sempre la sua parte. Tante porte sono chiuse da anni; su alcune sono stati affissi dei cartelli: vendesi affittasi. E i bambini con i loro giochi allegri e spensierati dove sono?

Eravamo tanti, una volta! Alcuni, anche se con i capelli bianchi,  ci sono ancora oggi. Battista, Micuccio, Giovanni, Giorgio, Ciccillo, Aldo, Enzo, Pierino, Tonino, Nicola, Saverio,Tonino,Carmine, Tommaso ogni giorno riempivano il vicinato di giochi: da scintilli mazz’e trùgghji, da ‘a petra ‘i ru trentuni  a  ‘u cavalli luonghi. Saverio e Tonino, i figli del preside Fortunato Bruno, si distinguevano nelle sortite con una tavola di legno con cui scivolavano (spesso con cadute rovinose) lungo la discesa che da casa Massimilla portava a casa mia.

Su tutti questi cavallucci sbrìgghjati vegliavano le mamme, le comari del vicinato, le quali, per controllare quanto succedeva intorno, si affacciavano dai propri balconi, quando le incombenze familiari glielo consentivano.

Le ragazze c’erano pure, forse più numerose dei maschi: belle e allegre. Più che ai giochi erano “guidate” dalle mamme verso i lavori di casa o agli incontri di catechismo in parrocchia.

Non mancavano i personaggi, nel mio vicinato. I più importanti ed austeri erano il preside Fortunato Bruno e il maestro (per tutti, il professore) Vincenzo Cumino, fratello di mio padre Alfredo. Amati e rispettati da tutti, rappresentavano le figure di riferimento per tutto il vicinato.

Poi, accanto a “mastri” artigiani e ad impiegati vari, c’erano tante persone semplici. Le ho ancora qui, davanti ai miei occhi. Mi soffermerò, per adesso, solo su due di esse. Poi…, si vedrà.

E comincio con  ‘a mastra ‘i Durata, cioè “mastra Dora”. Donna energica ed attivissima, era sempre impegnata tra le faccende di casa, la gestione della cantina, in cui si consumava il vino prodotto nella piccola vigna di collina del marito, le lunghe chiacchierate con le vicine.

Sposata, non aveva avuto figli, per cui aveva deciso di adottarne due: Aldo e Giorgio, che aveva avviato brillantemente, dopo gli studi elementari, verso un lavoro artigianale di sicuro avvenire: l’idraulico. A tutti e due voleva un gran bene.

Negli anni ’70, all’età di circa 10 anni, Giorgio cominciò a frequentare la Banda musicale cittadina. Imparò ben presto a suonare il clarinetto. All’epoca, il buon maestro della Banda, Antonio De Bartolo, aveva inaugurato una bella cerimonia di “iniziazione”,  per ogni nuovo allievo. Quando l’ultimo allievo era “pronto” ad entrare nell’organico della Banda, il Maestro portava tutti i suonatori in divisa davanti all’abitazione del nuovo allievo. Così avvenne un giorno anche per Giorgio. La Banda arrivò davanti alla casa del ragazzo ed eseguì un “pezzo” già precedentemente concordato, preparato anche dal nuovo piccolo allievo.

A metà esecuzione, Giorgio uscì dalla porta di casa, scortato dalla mamma, e si inserì, suonando, al suo posto, in  mezzo agli altri suonatori. La mamma, ‘a mastra ‘i Durata, era raggiante, sembrava toccasse il cielo con un dito: tutto il mondo girava attorno a lei e al suo piccolo “ometto”.

Al termine del brano, ella invitò il maestro De Bartolo e tutti i suonatori ad accomodarsi in casa. Aveva preparato ogni ben di Dio ed era orgogliosa di poterlo offrire ai suoi ospiti, insieme a tutto il vicinato (ovviamente), perché la “sua” festa era anche la festa del “vicinato”, in cui lei era “viva” e, spesso, una delle “voci” più ascoltate.

Poco più sopra, in un “basso”, formato da una sola camera quadrata, viveva Maria, con il marito, per lo più disoccupato, e i suoi 12 (dodici) figli! Maria diveniva la protagonista del vicinato nel periodo dei tradizionali pagghjari  (falò) di S. Giuseppe (17-19 marzo) e di S. Francesco (23-25 aprile).

Nei giorni precedenti tale evento, noi ragazzi andavamo negli uliveti più vicini al paese e lì raccoglievamo le “frasche” della potatura e ‘i pucchji (cisti). Era una festa coinvolgente  (iniziava sul far della notte e finiva dopo circa tre ore), fatta di salti, giochi, canti, cantilene, sfottò nei confronti di ragazzi e di adulti dei pagghjari vicini.

Nel mio vicinato, i falò erano due: uno alla sommità del rione, vicino all’abitazione  di mio zio Vincenzo, l’altro più sotto, vicino casa mia. Entrambi erano “guidati” da due donne, di nome Maria. Nel giorno della festa, quando l’atmosfera era surriscaldata da salti e canti continui, si levavano i cori all’indirizzo dei partecipanti dell’altra “fazione”.

Da sopra si gridava: abbàscia, abbàscia, abbàscia ‘u pagghjari ‘i Maria ‘a vàscia. A tale provocazione non poteva corrispondere un coro similare, giacché la rima non era possibile con “alto” o gàvuti. E allora… si alzavano cori meno poetici, ma altrettanto incisivi. Tutto, però, naturalmente, all’insegna del civismo e del rispetto degli altri.

Lo rivedo, il mio vicinato, sempre con nostalgia. L’ho lasciato in età matura, ma è sempre rimasto nel mio cuore. Tanti i ricordi che si affollano nella mia mente, quando penso agli anni che vanno dal 1950 al 1980: trent’anni di storia, fatta da persone semplici ed operose.

   Ho parlato, nel precedente articolo, dettato dalla memoria, delle donne, schiette ed energiche, che davano vita e voce al mio vicinato. Gli uomini, per lo più artigiani e piccoli proprietari, erano più discreti, più silenziosi.

   In un letto, posto in una stanza quadrata, tappezzata ed adornata tutta da “santini”, stava Sarbaturi  (Salvatore) ‘i Pappuscini, poliomielitico e paralitico dalla nascita. La porta di casa, di giorno, era sempre aperta: Sarbaturi  aveva in bocca un pezzo di canna legato ad un filo, appeso a non so cosa, e fingeva di fumare una sigaretta.

   Era sempre disteso nel letto e tutta una serie di spaghi reggevano le sue braccia e le gambe. Su di lui vegliava, sempre ed amorevolmente, la mamma: ‘za Pippina (zia Giuseppa), con dei candidi capelli ed un sorriso sereno, che disarmava chiunque osservasse la gravità di una situazione come quella che lei viveva da oltre cinque decenni.

   Morirono quasi insieme: le preghiere di ‘za Pippina erano state esaudite. Lei volò in cielo appena tre giorni dopo il figlio. I due abitavano in quella stanza che, in seguito, sarebbe divenuto lo studio legale di mio cugino Pierino Cumino.

    Poco più giù, abitava un fratello di ‘za Pippina‘zu Vicienzi ‘i Pappuscini (zio Vincenzo Garasto). Piccolo proprietario terriero, aveva un asino, che, ogni sera, tornava dalla montagna carico di legna o di otri di mosto o di ogni altro ben di Dio da consumare a tavola: legumi, noci, castagne…

   ‘Zu Vicienzi era esperto nello sfasciare il maiale appena ucciso. Nel periodo natalizio e, poi, ancora a Gennaio e a Febbraio, tutte le famiglie del vicinato lo chiamavano per far dividere il “grasso” dal “magro”, la carne per la “salciccia” da quella per le “soppressate”. Pochi tocchi e… tutto era a posto.

   Lavorava in silenzio e, se ben ricordo, non pretendeva nulla dai vicini di casa per le sue prestazioni. A volte, prendeva qualche chilo di carne, se le insistenze si ripetevano più del dovuto.

   Parlando di ‘zu Vicienzi  ho citato il suo asino. Nel vicinato, c’erano anche cavalli e muli, i mezzi di locomozione di quell’epoca. Tra i quadrupedi che maggiormente attiravano la curiosità di noi piccoli c’era il mulo di Mangiaresti (Mingrone Luigi). La stalla era sulla strada, ancora per poco in terra battuta, che portava al garage del dott. Francesco Persiani, ma Mangiaresti abitava in un basso, dirimpetto al nuovo edificio INA-CASE (1952) di Villa Margherita.

   I due, il padrone ed il mulo, nel tardo pomeriggio, superata la statale 106 ed imboccato il Vico II Margherita, percorrevano di corsa gli ultimi cento metri della strada che portava alla stalla, facendo sentire lo scalpitio degli zoccoli (il mulo) e le grida e le imprecazioni (il padrone) che sollecitavano l’animale a correre con foga.

   Il rapporto tra i due non era idilliaco. Più di una volta il mulo aveva “accarezzato” con gli zoccoli il volto del padrone. Questi ricambiava l’animale con la stessa moneta: lo percuoteva con pali e frustate continuamente e, in una particolare occasione, addirittura diede un morso al collo del quadrupede, il quale cercò subito, ma senza alcun risultato, di vendicarsi del suo “amato” amico-nemico.  

Se non ci sono delle occasioni ben precise, le cerco: devo, ogni tanto, tornare nel mio vicinato, per tentare di ricreare dentro di me le atmosfere della mia fanciullezza e della mia giovinezza.

   C’erano nel quartiere, oltre alle porte delle case e delle stalle, tante altre porte, sulla soglia delle quali si affacciavano artigiani valenti e laboriosi. Ricordo mastru Rafeli  ‘u scarpari  (mastro Raffaele, il calzolaio), un artigiano che occupava un minuscolo sottoscala, adibito a bottega. Meno di due metri quadrati erano sufficienti per portare avanti il mestiere. Claudicante, proveniva da uno dei vicini paesi di origine albanese. Gentile e cordiale, era un gran lavoratore e consegnava le scarpe “nuove” o quelle  “riparate”, sempre con grande puntualità.

   Un sottoscala occupava, anche, mastru Firili (Fedele), che apparteneva ad una famiglia da generazioni impegnata nel mestiere di calzolaio, quella dei Polino. Dall’Argentina tornò, negli anni Sessanta, un altro calzolaio, mastru Pippini  (Giuseppe) Guglielmi, il quale, nel raccontare simpatici aneddoti relativi alla sua esperienza in terra americana, intercalava espressioni idiomatiche italiane con termini dialettali e frasi interamente apprese dal lessico argentino.

   Alcuni artigiani del vicinato, però, svolgevano le loro attività in altre zone di Corigliano. Era il caso di mio padre Alfredo, che aveva la bottega di sarto  supra l’Archi  (Sopra l’Arco, cioè dopo il Ponte Canale, salendo verso S. Francesco). Artigiano “illuminato”, pur in possesso solo della Licenza Elementare, papà leggeva  libri o giornali mediamente per non meno di 2-3 ore al giorno. La sua bottega era meta di professionisti (tra gli altri, Francesco Maradea -fine anni Trenta-, Francesco Milano, Costabile Guidi, il fratello Vincenzo Cumino),  che si fermavano a “confabulare”  (così diceva papà) tra loro di letteratura o arte.

   Ricordo che, nel lavoro di mio padre, i giorni più impegnati erano le vigilie delle feste, perché egli doveva consegnare gli abiti ai suoi esigenti clienti, per il “dì della festa”. In quelle occasioni, papà rimaneva a lavorare fino alle ore 23,00 o fino a mezzanotte, pur di soddisfare i suoi clienti. Poco prima, verso le ore 20,00, io, ancor piccolo, gli portavo un qualcosa da mangiare, racchiuso in un piccolo contenitore di latta: era la sua cena.

   Altri due calzolai, mastru Tumasi (Tommaso, padre) emastru Linardi (Leonardo, figlio) Mingrone, lasciavano al mattino, di buon’ora, le loro case, per recarsi nella loro bottega artigiana, situata in Via Roma, a fianco della cantina di Rocco Pedace e dell’emporio di Ciccill’i Murruni.

   Nel mio vicinato, oggi quasi deserto, esistevano anche tre attività “imprenditoriali” importanti. Il panificio di Gigino (Luigi) Privato, situato nei magazzini della famiglia Vasso, al mattino era meta di tanti avventori: si faceva la fila, per assicurarsi la fragranza del pane appena sfornato; il fumo, poi, che usciva, grigio o nero, dalla canna fumaria che si ergeva sopra il tetto di casa Vasso, si dileguava nell’aria, formando figure sempre cangianti, che ammaliavano noi ragazzi. Nel forno, oltre al “padrone”, lavoravano altri quattro operai.

   Nel 1957, a ridosso del garage del dott. Persiani, i signori Pierino Tebano e Rocco Scaglione aprivano, intanto, la prima marmeria , che, più tardi, nel 1964, veniva rilevata da un giovane dipendente di origine acrese, Giuseppe Lupinacci. Le case dell’Ariella, le ville di Piano di Caruso, gli edifici che numerosi stavano trasformando (e, forse, deturpando) il volto dello Scalo si abbellivano ed arricchivano con i marmi di Carrara, lavorati da Giuseppe e dai suoi quattro dipendenti. C’è da aggiungere che, in quegli anni, cominciava ad avvertirsi, a Corigliano e nello Scalo (in forte espansione), la presenza sempre più massiccia di laboriosi giovani acresi, albanesi, longobucchesi, ecc.

   All’imbocco di Vico II Margherita, nasceva, sul finire degli anni Cinquanta, una bella trattoria. Era gestita da Elena Zangaro maritata Casciaro, una bella donna che cucinava in maniera divina. Lunghe teorie di camion si fermavano lungo la statale 106 che delimitava Villa Margherita. Ad attirare l’attenzione di noi ragazzi erano i camion carichi di barbabietole da zucchero, provenienti dal Crotonese e diretti allo zuccherificio di Policoro (MT) e, soprattutto, i camion che trasportavano  le gabbie in cui erano “imprigionati” i polli di allevamento, destinati al mercato e alla tavola.

    Dall’altra parte, all’inizio della strada che porta al Pizzillo, c’era la bottega di generi alimentari  di  Ruchi ‘i Pinnulari  (Luca Martino), alla quale accedevano tutte le famiglie del mio vicinato e del Valluni ‘i Sant’Antonii (Gradoni S. Antonio).  Ruchi era affabile con tutti. Dati i tempi difficili, ad alcuni clienti riservava un trattamento speciale: consentiva loro di acquistare giorno per giorno pane, pasta, riso e mortadella e, poi, di pagare il conto a fine mese.

   Si serviva, a tale riguardo, di due quaderni a quadretti (uno per la sua contabilità e l’altro per il cliente), sui quali annotava puntualmente e pazientemente, giorno per giorno, il prodotto venduto e, a fianco, il prezzo dello stesso. A fine mese, i clienti dovevano essere precisi e puntuali nel pagare il conto, se non volevano essere rimbrottati da Luca e, conseguentemente, obbligati a pagare in contanti i generi alimentari che intendevano acquistare.

Quest’ultimo articolo sul vicinato, che ha accompagnato la primavera della mia vita, lo voglio dedicare ai due vegliardi, che, negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, sono stati il punto di riferimento per tutti gli abitanti di Vico II Margherita: il prof. Fortunato Bruno e il maestro Vincenzo Cumino. Vorrei chiudere, però, il tutto con due brevi “flash” su una coppia giovane, che venne ad abitare in quegli anni nel quartiere e su un gruppo di ragazzi, perché sono loro che rappresentano il “sale”  della vita e la “speranza” del domani.

   Lo ricordo bene il prof. Fortunato Bruno. Ho di lui un ricordo indelebile. Era il 20 marzo 1951. Non avevo ancora compiuto il quinto anno di vita. Eppure la scena è vivissima nei miei occhi, ancora oggi: Fortunato Bruno era nella bara, nella camera grande dell’appartamento (di proprietà di mio zio Vincenzo Cumino), in cui la famiglia Bruno viveva in fitto da molti anni. Il viso composto, il volto austero, la figura nobile, che emanava un fascino potente, anche nell’ora solenne del trapasso.

   Una fila interminabile di varie generazioni di allievi, per ore ed ore, si attardava davanti alla bara che conteneva le spoglie mortali del Maestro, a dire una preghiera, a vegliare, a “ringraziare” intimamente l’Uomo che aveva speso la sua vita, per insegnare ai giovani i Valori su cui si costruisce l’Esistenza.

   Nato nel 1877, F. Bruno aveva vissuto una vita per la Scuola, Scuola come Missione, svolta sempre all’interno del Convitto-Ginnasio “Garopoli”: docente dal 1901 al 1937, Rettore dal 1919, Preside dal 1921. In pensione dal 1937, riusciva a fare istituire nel 1938 il Liceo Scientifico, in cui espletò il ruolo di Docente e Preside fino al 1946.

   Amava ardentemente la Famiglia, anche se soffriva tanto perché alcuni suoi sogni non si erano avverati. Credeva nella Vita, ma le tante delusioni patite, lo portavano a dichiarare che il Destino si era preso beffa di lui attribuendogli il nome di Fortunato.

    Mio zio Vincenzo Cumino, maestro elementare, ma per tutti “il professore”, aveva tanto in comune con il prof. Bruno: l’onestà intellettuale, la dignità della persona, il rispetto dell’altro, l’amore per la patria, la stessa visione della Scuola, palestra di formazione civile e culturale.

   Per zio Vincenzo esistevano, al di sopra di tutto, tre realtà: la Famiglia, la Scuola, la Musica. Nato nel 1885, divenne, di fatto, capofamiglia alla morte del padre (1906). Nel 1928, anno in cui sposò zia Serafina Russo, splendida donna che gli diede la gioia di ben sette figli e condivise tutte le sue scelte di vita, zio Vincenzo continuò a tenere unita, in casa sua, tutta la famiglia d’origine: la madre, le sorelle (Antonietta e Caterina) ed i fratelli (Antonio ed Alfredo).

   Era lui il capofamiglia. A proposito di ciò, è bello per me ricordare e raccontare quanto segue. Nel parentado Cumino, esisteva una sola “festa” di famiglia all’anno: il 5 aprile, solennità di S. Vincenzo, si onorava “il patriarca”.

    Si andava tutti a casa di zio Vincenzo, affettuosamente da noi chiamato ‘u parrini (il padrino), per motivi legati ai tanti battesimi e cresime di familiari, e lì si consumavano dolci fatti in casa e un bel gelato (un “pezzo duro”, nelle coppette , proveniente dal bar “Ariston”, da poco allestito dalla famiglia Massimilla).

   Poi, zio Totonno (chitarra) e mio cugino Pierino (mandolino) allietavano la serata con tante melodie, soprattutto tratte dal repertorio classico napoletano. Spesso si ballava.

    La “festa” si chiudeva ogni volta allo stesso modo, con un finale davvero emozionante. Zio Vincenzo chiedeva al figlio Pierino di avvicinarsi al pianoforte e di intonare le prime note de  La Vergine degli angeli, inno religioso tratto da La forza del destino di G. Verdi. A zio Vincenzo (tenore) toccava il compito di iniziare il canto. Poi, tutti noi, fratelli, figli e nipoti, univamo le nostre voci alla sua. Cantavamo quel bellissimo brano in coro, a tre o a quattro voci. Il finale, prima in crescendo, poi, pian piano, spegnendosi, era un voto augurale per tutta la Famiglia e per un anno intero … e ci protegga l’Angel di Dio, ci protegga…

   Avviandomi alla fine, non posso tacere di una giovane coppia che si stabilì nel mio vicinato verso la metà degli anni Cinquanta. Lui, Angelo, guidava un furgone con cui trasportava i generi alimentari di un grossista; aiutava,poi, ‘zu Ruguardii (zio Edoardo) Casciaro, guidando una delle mitiche auto che portavano  “la sposa” in chiesa. Lei, Giuseppina, nata nel quartiere, si era spostata con la famiglia d’origine in C.da Fabrizio, quando erano state assegnate ai contadini le quote di terreno dall’O.V.S (1952).

   I due si amavano follemente. Lui era focoso, lei era bella e procace. Vivevano in una sola stanza (a fianco di Salvatore e zia Giuseppa Garasto di cui ho già scritto), anche questa destinata, anni dopo, a diventare lo studio legale di mio cugino Pierino Cumino. Al ritorno dal lavoro (a mezzogiorno o sul far della sera), consumato il pasto, Angelo, accompagnandosi alla chitarra, intonava un canto col quale esprimeva alla sua donna tutto il suo desiderio di possederla. La guardava estasiato. Lei ricambiava il suo sguardo con gli occhi lucidi, per la contentezza. Poi, il canto finiva. Angelo chiudeva i battenti della porta, serrava la finestrella che dava sulle scale che portavano al panificio di Luigi Privato e… tra i due si sprigionava l’amore. Il frutto, fecondo, di tali momenti, fatti di passione e di estasi, furono ben nove figli.

   Per completare il quadro dettato dai ricordi, non posso fare a meno di parlare dei bambini, in particolare dei calciatori in erba. In un’epoca in cui la Città era del tutto sprovvista di campi di calcio, noi bambini ci industriavamo per “inventare” rettangoli di gioco, in ogni luogo.

   Nel mio vicinato, ne esistevano due: il primo, in pendio, vicino al garage del dott. Persiani, misurava m. 30 x m.10; il secondo, proprio sotto la finestra della mia cameretta, aveva delle dimensioni “minuscole” , appena m. 7 x m.4.

   Gruppi di bambini, dai 6 ai 10 anni, si avvicendavano in questi mini-campi, a rotazione, ogni 3-4-anni. Per lo più provenivano dal popoloso quartiere dei Gradoni S. Antonio. Il loro vociare era assordante, specie nel primo pomeriggio.

 

Appena laureato, sentivo l’esigenza di fare una piccola “pennichella” ‘ntra cuntrura (nel pomeriggio). Feci un patto con i ragazzi che in quel periodo abitualmente calpestavano il campetto posto sotto casa mia: potevano giocare tranquillamente quanto volevano, ma solo dopo le ore 17,00. Rispettarono il patto per circa una settimana. Poi, un giorno, verso le ore 15, sentii che tiravano a calci ad un pallone, vociando come al solito. Aprii la finestra e mi rivolsi al “capo” gruppo, dicendogli che il patto era stato infranto. Al che Ciccilluzzo (così si chiamava) rispose, calmo calmo: sini  ca ‘u sacci, Provissò (certo che lo so, Professore). Ed il gruppo si sciolse.