Domenico Montillo

Ruminichjiell’i trentatreanni

 

Domenico Montillo, conosciuto come Ruminichjiell’i trentatreanni, era affetto da nanismo primordiale, sin dalla sua nascita. Per questo suo deficit nell’accrescimento somatico delle strutture anatomiche del corpo stava ai margini della società.

Per poter vivere faceva tante cose, o forse niente. In particolare, andava ad attingere acqua presso le fontanine pubbliche per qualche famiglia che ne faceva richiesta. Poi qualche servizio in generale, adeguato al suo stato fisico di eterno bambino.

Dopo un’adolescenza e una prima giovinezza vissuta tra tante difficoltà, finalmente a metà degli anni ’40, veniva accolto nell’ Ospizio di Mendicità e Vecchiaia “Cor Bonum”, ubicato in alcuni locali del piano terra del Convento dei Minimi di San Francesco di Paola. Una fondazione del 1944, voluta, con grande spirito caritatevole, da Alessandro de Rosis, noto come don Lisanni. Un grande uomo. Un maestro di scuola e di vita, che stette sempre dalla parte dei più bisognosi.

Quella del “Cor Bonum” era una grande casa famiglia. Forse di più.

Ruminchielli, dall’apparenza timido e tranquillo, diventava, a volte, inquieto, dimostrando sofferenza per il suo stato fisico e anche, credo, per non avere mai avuto una sua vera e propria famiglia.

Era in eterno conflitto con i “vecchietti” dell’Ospizio, e in particolare derideva, con gesti particolari, Battista Montalto, uomo bonario e tollerante, noto come Battisa ‘u sacristeni o Battist’i ru Primiceriji, perché sagrestano della chiesa di S. Giacomo Maggiore, dove celebrava la messa il Primicerio, Monsignor Antonio Colosimo. Questo atteggiamento ‘i Ruminichielli, forse, era una reazione a tutti gli insulti che, a sua volta, subiva girovagando per le stradine della città, quando sfuggiva alla stretta sorveglianza di Padre Michele Serpe.

Infatti, spesso doveva subire le prepotenze di alcuni monelli di strada che, per dispetto, gli buttavano in aria il suo piccolo e misero copricapo, un berrettino, che gli serviva per proteggersi dal freddo;  altre volte, invece, addirittura, gli rubavano quei pochi spiccioli che teneva avvolti e stretti in un fazzolettino nelle sue minuscole tasche del pantalone o della giacchettina. Erano mascalzoncelli che si divertivano a prenderlo in giro per la piccola statura. Una specie di bullismo, che anche allora non mancava.

Però, a dire il vero, c’erano anche delle persone che gli volevano molto bene. Spesso lo accoglievano, rendendolo, anche se per poco tempo, felice e contento.

Ruminichielli aveva l’abitudine quando trovava a piano terra di un fabbricato una porta aperta di una casa, e di quei tempi ce n’erano tante, di intrufolarsi senza crearsi alcun problema. Si sedeva, aspettando con “santa pazienza” l’arrivo di qualcuno che, puntualmente, dopo qualche minuto arrivava. La presenza dell’inaspettato ospite sorprendeva la padrona di casa, che con un finto tono di rimprovero diceva : «… ma tu chi ci fè cchè?». Ruminichielli, per niente intimorito, non si scomponeva affatto, anzi, al contrario, con un’espressione leggermente ironica, e con un eloquente sorrisetto, rispondeva : «ma runa na cosicella». La "gradita" visita si concludeva, quasi sempre, con un piccolo dono da parte della padrona di casa : un po’ di pane, o nu stuocchiciell’i sazizza, o qualche monetina di poco valore, o qualche oggetto religioso, come le figurine o le medagliette dei santi, che Ruminichielli collezionava con amore e devozione. Felice e contento, per aver ricevuto qualcosa, andava via, ringraziando, con la sua vocina flebile e la solita frase : «chi vù stèri bbona».

Le monetine le conservava in un fazzolettino; le figurine in una tasca interna della sua minuscola giacca e il pane se lo mangiava nel frattempo di trovare un’altra porta aperta.

Un importante particolare era quello di considerare Ruminichielli, per la sua statura fortemente ridotta, un “portafortuna”, a tal punto che molte persone, dopo avergli fatto il regalino, lo fotografavano insieme ai propri bambini.

Ma Ruminichielli, non era solo questo. Era, anche, un “banditore”. Anzi, uno speciale banditore. Propagandava i vini di alcune cantine della città. Infatti, alcuni cantinieri, per pochi spiccioli, gli affidavano il compito di divulgare alla cittadinanza la notizia della vendita del proprio vino novello.

Ruminichielli, dopo, e solo dopo, aver ricevuto il simbolico compenso in denari, qualche monetina di 10 lire, si apprestava a salire, con qualche difficoltà, i quattro gradini che portavano all’astrachiell’i ra varbaria ‘i Mastri Pippin’i marinari, un pianerottolo antistante il salone di mastro Giuseppe Servidio. Appoggiandosi al primo tubo orizzontale in ferro della ringhiera, quello più basso per intenderci, con la sua caratteristica vocina, così recitava : «si vi vuliti cunzèri ‘u stomichi jeti ‘a ra cantina ‘i il nome della catina) cà ‘ntrivillèti ‘u vini nuovi, fujiti genti,... fujiti». Ma il bando non finiva qui. Restava, ancora, la parte più pittoresca, che le numerose persone presenti all’Acquanova attendevano con curiosità. Ruminichielli, dotato, anche, di grande spirito, concludeva il suo bando con l’immancabile našchèta, cioè una particolare tirata di fiato rumorosa col naso. Praticamente una risata nasale, simile, pressappoco, ad un simpatico grugnito.

L’applauso di tutti i presenti non si faceva attendere. Ruminichielli, dall’uomo emarginato e dileggiato da alcuni ragazzi, era diventato, per pochi minuti, anzi per qualche secondo, il protagonista dell’Acquanova, la piazza più importante della città.

Verso la fine degli anni ’50, per questioni varie, L’Ospizio fu costretto a limitare la propria attività. Rimasero pochi vecchietti, e tra questi l’irriducibile Ruminichielli, che alla fine degli anni ‘60 ci lasciava. Ci lasciava per sempre. Portandosi con sè tutte le ingiustizie che la vita gli aveva riservato, ma anche l’affetto di molti coriglianesi, quelli più sensibili, che ancora oggi lo ricordano con il dovuto rispetto.

Sono certo che Lì, dove oggi si trova, nella Giusta Città, dove non conta la statura degli uomini, continuerà ancora a prendere simpaticamente in giro Battisti u sacristeni, ma terrà, soprattutto, in allegria i suoi compagni di merenda : Carolina B. ;  Angelo S. ; Tommaso P. ; Isola D. ; Antonio P. ; Vincenzo G. ; Carmela T. ; Agata M. ; Antonio D.C. ; Angelo M. ; Francesco S. ; Marianna B. ; Cristina T. ; Maria Rosa S. ; Giorgio S. ; Filomena G. ; Domenico P. ; Vincenzo G. ; Lucia Z. ; Antonio T. ; Salvatore L. ; Rosa S. ; Leonardo S. ; Maria A. ; Maria Carmela Z. ; Giovanni O.

A Ruminichielli e ai suoi amici il mio sincero e rispettoso ringraziamento. Come, pure, ringrazio don Lisanni De Rosis, per aver scritto una delle più belle pagine della storia della nostra Città e per averci insegnato a stare sempre, e comunque, dalla parte dei più deboli.

Giovanni Scorzafave