I Racconti di Giuseppe Casciaro

Giuseppe Casciaro, coriglianese, giornalista del quotidiano "La Repubblica"

(Ho linkato le immagini di questa pagina web per dare la possibilità a chi ha un account su Facebook di collegarsi ai singoli racconti e poterli leggere, inserendo, eventualmente, qualche commento)

In quella casa al centro della foto, sembra un rudere, con le due finestre ai lati che sembrano occhi sulla valle che porta alla costa, al piano inferiore c'era una sorta di magazzino che mio padre utilizzava come pagliaio (ho un vaghissimo ricordo ma credo che quelle balle di paglia le vendesse nel suo negozio di cirria). E sopra abitava una donna, iolanda la reggitana. Una donna alta, imponente, bionda e sempre curata, al contrario delle donne di cirria ( a parte mia madre...). Quella casa per noi ragazzini era la fine del paese, la fine del mondo. Non c'erano strade oltre quella casa, solo una mulattiera che portava i contadini nei poderi della valle e verso le case della costa. Per noi ragazzini era il posto proibito soprattutto perche' c'era lei, iolanda, in quella casa. Iolanda era una prostituta. Cinquemila lire ci volevano, dicevano quelli piu' grandi per entrare in quella casa... E noi piccoli a fantasticare e a osservare, la sera, di nascosto dalle madri, quella processione di uomini che scendevano verso la sua casa. In vecchiaia iolanda decise di andare dal prete di santuori e chiese di confessarsi. Dopo rinuncio' per sempre agli uomini.

(16/7/2012)

 
Cirrji... Casa mia era qui, sulla sinistra al centro della foto, dove ora svetta un inutile cancello... Di fronte abitavano guerino e lucia i canzunelli, a zi marittella e ra zi carmenia, a fianco zi zi santa e zio pippini forciniti, fratel...lo di mio nonno, con il figlio gianfranco. Poi li' arrivarono compa sarbaturi i duduelli ( grande tifoso dell'Inter e tenutario con padre e parenti di una girella, la roulette che portavano la domenica all'acqua nova e poi nelle feste patronali) e cumma rusina, con i figli giovanni, tonino, enzuccio, bina e luciano (luciano lo battezzammo io e mia cugina maria domenica, era il 1978). E sotto di noi ghirma, con il marito, due figlie femmine e franco, ora barbiere in via roma (spero ci sia ancora). Ghirma.
Ghirma venne li' con la famiglia dopo una serie di disavventure in altre case. L'ultima era nella vinella, in fondo, verso i gradini che portavano alla ricella, più' o meno dove mastro pasquale aveva la sua temuta falegnameria... Un giorno vidi persone correre e gente urlare. Ghirma e il marito tornarono a casa e scoprirono qualcosa di sconvolgente. La casa, riferivano i grandi, era sottosopra, materassi per terra, stoviglie e piatti lontani dalla cucina e in mille pezzi, i mobili spostati... I ladri, pensarono tutti. Ma non era cosi', almeno secondo ghirma, il marito, le due figlie femmine e mastro franco. C'era il dettaglio della tigre con la coda strappata che fece avanzare un'altra, terribile, ipotesi. A combinare quel putiferio era stato il demonio. Perche' quella tigre di pezze e stoffe, grande come una tigre vera, comprata qualche tempo prima alla festa dei venticinque, era indistruttibile, dicevano, nessun essere umano, sostenevano con forza, avrebbe avuto la forza di staccarla. Percio' ghirma e la sua famiglia presero la decisione: via subito da quella casa, via dal diavolo. E vennero a stare sotto di noi, forse gia' il giorno dopo quel terribile evento. Non accadde piu' nulla a ghirma e alla sua famiglia. Forse perche' fuori dalla porta, sul muro, attaccarono subito decine di teste d'aglio e amuleti vari e a terra spargevano regolarmente grosse manciate di sale grosso. Ghirma e la sua famiglia avevano ritrovato la serenita'. Costanza, la figlia grande, ogni giorno sul lastrachielli le pettinava con amore i capelli, raccogliendoli poi in una grande treccia che le cingeva tutta la testa. Giorni normali finche' la vita di costanza fu stravolta da un terribile evento. Ma questa è un'altra storia.
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16/7/2012)

(A Corigliano, a metà degli anni '70, c'era una radio libera...)

c'ero anch'io, a un certo punto della sua storia, in quelle stanze della casa di viale rimembranze, presa in affitto dal professor d'amico, allora direttore didattico. radio fm sud corigliano, 102,250 megaerz. non so come ci arrivai. non so chi mi ci portò. ricordo solo che la mia voce parve gradevole. a gianni la face, soprattutto.avevo quasi timore di lui, i primi tempi. capelli brizzolati, statura imponente, bel tratto del volto, deciso, sicuro. cominciò a farmi registrare gli spot pubblicitari con la sorella di fofonz u nivuri (alfonso iannini, altro pilastro della radio), mariuccia. che bella voce che aveva anche lei. ha ragione mio fratello: la pubblicità era annunciata da un motivetto che faceva proprio come ha ricordato lui (quando sente questo disco dice sempre il mio papà: questa è l'ora della pubblicità... e la voce dell'annuncio era la mia).poi i programmi d'informazione, assistito alla regia dal mio amico pierangelo, poi ancora il giornale radio con il professor pappacena. e le cronache dal consiglio comunale. un giorno gianni mi disse: vuoi andare stasera al comune e trasmettere in diretta il consiglio comunale? è semplice, mi disse. c'è una stanzetta affianco alla sala, ci facciamo mettere un microfono, tu alzi la cornetta del telefono, fai il numero della radio, avvicini il telefono al microfono e la trasmissione comincia. così fu. solo che i consigli comunali di quei tempi, metà degli anni settanta, s'interrompevano spesso, spesso anche a causa delle risse che scoppiavano tra destra e sinistra... che divertimento. e io a raccontare quello che succedva... avevo 16 o 17 anni... e duravano un'infinità: spesso tornavo a casa alle quattro, alle cinque del mattino (mi piaceva, perchè poi non sarei andato a scuola...). e poi le interviste, i servizi realizzati con pierangelo. un giorno andammo anche a cosenza, a farne uno, gianni ci diede i soldi per l'autobus, per mangiare un panino e per comprare un paio di cassette e quattro batterie per il registratore. c'era un convegno con il professor vittorino andreoli che parlava della innoucità delle droghe leggere... poi le interviste agli attori che facevano gli spettacoli al teatro di rossano (fu duilio del prete il primo). poi anche al metropol. pippo franco, mario merola... e alighiero noschese. fu una bella intervista, me lo disse anche pierangelo. parlammo della vita, della morte, del trasformismo, della necessità per un uomo di cambiare continuamente... c'era una certa amarezza nelle sue parole. il giorno dopo andai al cinema, a vedere un film. l'uomo che staccava i biglietti mi vide e mi disse: ma sei tu quello che ha fatto l'intervista ieri ad alighiero noschese? risposi di sì ma solo con la testa, magari, pensavo, ho combinato qualche guaio, ero preoccupato. bene, rispose. ieri sera dopo lo spettacolo ho accompagnato il signor noschese alla stazione di paola. durante il viaggio mi ha chiesto continuamente di te. diceva che eri bravo, voleva sapere il tuo nome. e mi ha detto di salutarti... che piacere mi fecero quelle parole... qualche tempo dopo, poco tempo dopo, al telegiornale la notizia che non mi sarei mai aspettato. Alighiero Noschese si era suicidato.

16/7/2012

gabriele meligeni. quando diventò sindaco per la prima volta io cominciavo la mia difficile età dell'adolescenza. avevo 13 anni nel 73 ma già mi appassionava la politica, già ero in prima fila all'acqua nova a sentire i comizi. i suoi, di mastro pasquale orsini... un giorno arrivò anche pietro ingrao.... che festa... e gabriele era un mio idolo. comunista. che voleva dire tutto. per poi scoprire che non voleva dire niente. ero già un ragazzo cresciuto abbastanza nell'ottanta, già lontano dal mio paese quando diventò sindaco di nuovo. fedele de novellis mi aveva coinvolto in un giornalino, progetto sibari. piegavo quelle quattro paginette per centinaia di copie, di notte, in una sua vecchia casa che dava sulla ferrovia. l'architetto pisani aveva fatto il progetto grafico. il direttore era un giornalista di roma, fedele ci metteva i soldi. e le idee, e la passione. e la sua visione "liberale" del mondo. un giorno, leggendo un lungo articolo di leonardo sciascia sull'europeo, un settimanale dell'epoca, scoprii una definizione che mi piacque molto. il cretino di sinistra. Scrissi subito un articolo su progetto sibari che raccontava dei nostri, conterranei, cretini di sinistra. usai una frase forte. Più o meno faceva così: i nostri amministratori, anche di sinistra, levano le mani vuote dalla tasca, le riempiono da qualche parte, le rificcano in tasca, e le rilevano vuote. Certo, non era il caso di gabriele meligeni. e forse di nessun altro amministratore dell'epoca. ma quella definizione indispettì la sinistra. non avevo fatto nomi in quell'articolo. gabriele meligeni mi denunciò: diffamazione a mezzo stampa. la convocazione del tribunale di rossano arrivò nell'83, io soldato di leva alla caserma del genio, scuola pontieri, a roma. il colonnello mi guardò e mi disse: devi andare. andai. fedele aveva fatto venire un suo avvocato, (suo cugino) da roma. un civilista già allora molto stimato. il presidente ascoltò la mia difesa e chiamò l'avvocato di meligeni. chiedendogli di ritirare la denuncia, visto che non c'erano gli estremi... mi sentivo al settimo cielo. tornai a casa con mio zio, salvatore. mio zio era un suo amico. anch'io volevo essere un suo amico. peccato, ti ricorderò per sempre. ciao gabriele.

(17/7/2012)

zio ciccillo. era mio zio. ci siamo visti poco con zio ciccillo. un po' per colpa sua, i primi tempi. era un poliziotto quando io ero ancora un bambino. prima in sardegna, poi a reggio, infine a sibari. un po' per colpa mia, dopo, quando tornò a corigliano. io ero già via. non c'ero neanche quando se ne andò per sempre. un giorno mi portò a napoli, alla laurea di zio salvatore. andammo in treno. la laurea. poi la sera la festa, io lui e zio salvatore, in una pizzeria. pagava zio ciccillo. un poliziotto. un eroe. alla fine degli anni sessanta la sardegna era una terra preda dei banditi. mio zio era lì. giovanissimo agente di pubblica sicurezza. un giorno, una sera, uscì in pattuglia, come sempre, nelle terre di orgosolo e della barbagia. mitra in mano, pistola senza sicura. perchè era molto facile incontrare i banditi. quel giorno, quella sera, lui e la sua pattuglia incontrarono i banditi, i banditi spararono, i poliziotti spararono. mio zio sparò. forse rimase ucciso un bandito, un ragazzo di vent'anni braccio destro di graziano mesina, il temuto capo dei banditi. un generale di vent'anni, neanche italiano, che aveva deciso di dedicare la sua vita alla causa dei delinquenti. c'era ache graziano mesina, il capo, in quel gruppo di delinquenti. mesina, come sempre, ma ancora per poco, riuscì a cavarsela. qualche ora dopo arrivò una telefonata non so se a casa mia o a casa di qualche altro parente. era mio zio. mi danno un premio, c'è il ministro dell'interno taviani a nuoro, lo fanno vedere anche al telegiornale. andammo a casa della nonna, i ntru vagghi, via roma. dove è cresciuta mia madre con le sorelle e i fratelli, dove viveva allora zia lina con zio pasquale i suoi figli). si entrava in un vicolo buio, a destra e a sinistra scale, in fondo un cortile dove affacciavano i balconi e le finestre. salimmo di corsa, quel pomeriggio. il telegiornale stava per cominciare. l'avrebbero visto in tutte le case, ma in quella casa, quel giorno, sembrava che quel telegiornale venisse trasmesso solo per noi, per la nostra famiglia. citti ,citti, ca mo feni viriri a ciccill, ammoniva nonna peppina. e noi tutti in pied . cominciò il telegiornale. la solita politica, qualche notizia di esteri e poi la cronaca. e ora ci colleghiamo con la sardegna dove ieri sera c'è stato un violento conflitto a fuoco tra poliziotti e banditi (mo vena ciccilli, citti)... il ministro dell'interno taviani ha premiato questa mattina i valorosi agenti che hanno affrontato senza paura i banditi. ecco il ministro con gli agenti... eccolo zio ciccillo, così lontanto, così vicino. era diventato un eroe. il mio eroe. se ne accorse anche graziano mesina. e mio zio fu trasferito, un po' di tempo dopo. a reggio, nella neonata digos, polizia politica, si diceva, giusto in tempo per affrontare i fascisti del boia chi molla, di ciccio franco, della rivolta di reggio, giusto in tempo per prendersi una catenata in testa. anche lì servizio in tv con ciccio franco accanto al letto... una notte partii verso roma su un autobus pieno di manifestanti. andavamo nella capitale per protestare non ricordo contro chi e contro cosa. io ero soprattutto lì per fare un servizio per la radio. sceso a piazza esedra, la mattina presto, in una città mai vista, mi guardai un poco intorno e vidi una persona che conoscevo. era mio zio ciccillo, il maresciallo francesco forciniti, uomo di punta della digos, della polizia politica di reggio. mi vide, mi guardò, mi abbracciò. e mi disse: attento, che io ti controllo.

ciao zio ciccilo.
(a zia melina, a giusy, a bina e a natalino. con affetto).
18/7/2012

il mio castello. non c'era bisogno di favole ai miei tempi per avere un castello. il mio castello era lì, a due passi da casa. salivi da cirrìa verso l'acqua nova, attraversavi la piazza sempre piena di gente, prendevi la strada alla sinistra di via roma, cinquanta metri, piegavi ancora a sinistra, all'altezza del vecchio ufficio delle tasse (ci andavo a pagare ogni settimana un'imposta sul commercio, forse ige, l'impiegato era il fratello di don gigino guidi), poi subito sulla destra, dopo i pochi gradini che portavano alle monachelle il magico negozio della signora salatino (ve ne parlerò prima o poi). poi dritto ancora, pochi metri, la bottega di un sarto, piegavi a destra, ancora pochi metri e poi di nuovo a sinistra. la splendida piazza, e poi ancora a sinistra. a fianco l'arena estiva, teatro degli spettacoli del cinema d'estate (l'altra arena era a san francesco). film all'aperto per tutta la stagione al fresco degli alberi. western anzitutto. fino a dodici tredici anni pensavo che il cinema fosse solo fatto da indiani e soldati americani, banditi e sceriffi. non ci andavo spesso al castello. perchè dovevo andarci? non era aperto come adesso. c'erano le suore, un asilo, una chiesetta bellissima. si entrava solo per andare all'asilo. io non ci andai all'asilo, andai direttamente a scuola. non mi ci mandarono. prima o poi vi spiegherò perchè. quell'anno però ci andò mio fratello, francesco. all'asilo. forse era il 68. o il 69. lui aveva quattro anni, più o meno, io otto, più o meno. ero contento per lui. ero contento per me. perchè all'asilo c'era una suora bellissima. suor giovanna, ricordo, forse suor emilia. comunque, qualunque fosse il suo nome, era una suora bellissima. giovane, con il corpo chiuso da quella veste marrone, mi pareva persino attillata, e il capo coperto da quella tunica bianca. come tutte le suore del mondo. restava solo il viso. era il volto di una specie di madonna, dai lineamenti semplici e rassicuranti, sempre col sorriso sulle labbra.rassicuranti. c'era la fila di padri, alla fine della mattina, per andare a prendere i propri figli all'asilo. tutti a salutare la suora che sembrava la madonna. giovane come una madre. ma qualche volta, quando mio padre non poteva, quando era in giro con la sua lambretta a portare nelle case bombole di gas, ci andavo io al castello a prendere francesco. non c'erano profumi da mettere allora o capelli da pettinare. o vestiti da cambiare. mio madre diceva: giusè... e io avevo già capito, correvo verso il castello. a prendere mio fratello. a vedere la suora con il volto da madonna.

(19/7/2012)

Bentornata, ti aspettavo. Scorro le foto del gruppo e ogni tanto incontro una persona, una strada, una piazza, un negozio. Quello di Tonino Cardamone, ad esempio. Eccola la mia Acqua Nova. Eccolo il mio negozio dell'infanzia. Giocattoli e penne stilografiche. Ma non solo. D'estate salvagente e articoli per il mare, pinne e maschere. Ma a settembre la mia passione. Si cominciava con i libri. In quel buco di negozio c'era di tutto. Ma per me c'erano soprattutto i libri. Quelli di scuola, a settembre. E non solo. Non so come ma a un certo punto della mia infanzia mi trovai in quel negozio (e poi in altri, vi dirò in seguito). Ad aiutare Tonino a mettere a posto i libri di scuola. I libri mi sono sempre piaciuti. Per quello che sono, oggetti puri e semplici, per quello che contengono, storie e informazioni. Mi piaceva toccarli, sfiorarli, aprirli, leggerli. Un amore vero. A casa ne portavo tanti, ne compravo tanti. Da Tonino. A un certo punto non sapevo più dove metterli e mia madre comprò la prima libreria. Tre piani in simil noce, larghi all'incirca un metro, tenuti da assi di legno torniti. Faceva davvero schifo la mia prima libreria. Ma era la mia libreria. Vi sistemai subito tutto quello che era sparso per la casa: nella stanzetta che dividevo con mio fratello, arrieri a stagghieta. persino nella stanza dei nonni. Solo un libro non trovò spazio e posto nella mia libreria. Aveva una copertina bianca, sopra c'era l'immagine di una donna, un mezzobusto come si diceva allora, di una ragazza vestita da sposa. Bellissima. Non lo avevo comprato io, non so se si vendesse nelle librerie. Quel libro lo comprò mia madre. La sola volta che mio madre comprò un libro. Non so se andò da Cardamone e se lo prese altrove. Non so come arrivò dentro casa. So che quel libro era una specie di reliquia. Dopo averlo comprato lo conservò in un mobiletto dove tenevamo i liquori, la parte sopra si apriva a ribalta, il sotto aveva due sportelli, affianco al tavolo da pranzo. Lei lo teneva sopra. Pronto per essere preso, sfogliato, letto. Ma non voleva che venisse preso, letto, sfogliato. Le reliquie si ammirano, quando sono in esposizione. Le reliquie si contemplano, Ma io quel libro lo presi, lo aprii, lo sfogliai, lo lessi. La storia la conoscevo. Dicembre 1972. Una donna, una ragazza di di Corigliano si era appena sposata ed era rimasta incinta. Partorendo, morì. Questo il mio ricordo immediato. Il libro era altro. Lo prendevo il pomeriggio, guardavo la foto in copertina, di Tina, che forse non avevo mai visto, e leggevo. Era la storia di un amore, di una passione, di un matrimonio. Di una bambina appena nata. Il libro, pubblicato nel 1974, era una denuncia. Un caso di malasanità che il marito, il padre, Giuseppe De Rosis, raccontava in tutti i drammatici dettagli. Ogni parola, ogni pagina, ogni capitolo erano pieni d'amore. Per quella donna persa all'improvviso, mentre dava alla luce la sua prima figlia. Per quella figlia nata senza una madre. La storia di un dolore. Alla bimba venne dato il nome di Tina. Di sua madre. Oggi è una donna, ho cercato il suo volto, l'ho trovato. Uguale a quella foto pubblicata sulla bianca copertina di quel libro. Bianco. L'innocenza. la purezza, la gioventù. Scesero tante (mie) lacrime su quelle pagine, su quella foto di copertina. Non furono lacrime sprecate. Le lacrime sono fatte per alimentare il dolore. Senza lacrime, il dolore non avrebbe ragione di vivere. E, spesso, abbiamo bisogno del dolore. Per comprendere meglio, appieno, il suo contrario, la normalità. La gioia di vivere. Dopo le lacrime, di nascosto da mia madre, riponevo quel libro tra la sambuca molinari e la bottiglia del bouton. Le reliquie non si toccano. Si contemplano. Bentornata, ti aspettavo, era il titolo di quel libro.

(20/7/2012)

Il mago. Al cinema comunale da casa mia si arrivava così. Su fino all'Acqua Nova, prendevi la strada a sinistra di via Roma. Il negozio di Longo, la tabaccheria della signora Cicero (ve ne parlerò), salivi su, senza girare per la strada del castello. Dritto. a un certo punto incontravi il negozio di Russo, nella vetrina affianco agli archi ho visto la prima chitarra. A sinistra la banca (la cassa rurale e artigiana, poi costretta a chiudere), un altro sforzo, ancora più su, a destra la farmacia, pochi metri e a sinistra vedevi la chiesa (l'ho vista sempre chiusa nei miei diciotto anni coriglianesi, in effetti, ripensandoci, non c'era un parroco per quella chiesa), I negozi, la scalilla, ma se volevi andare al cinema dovevi scendere. Finalmente si scendeva. a sinistra la casa di mastro Pasquale Guglielmo e poi in scioltezza verso la piazzetta. Poco prima un negozio di casalinghi. Finalmente, il cinema. A destra l'ingresso della caserma dei carabinieri, più giù quello del carcere. Il cinema comunale non era il mio cinema. Io andavo spesso al moderno, all'Acqua Nova. Più vicino. Al comunale si andava la domenica, ma la mattina, mica il pomeriggio o la sera. La domenica mattina al cinema comunale non davano un film. Ne proiettavano due. Kung fu e banditi l'accoppiata vincente. Sempre pieno, al prezzo di un solo film. Si cominciava alle dieci. La messa di don Gigino a Santuori cominciava alle nove. Io ero chierichetto in spe (servizio permanente effettivo, come dicevano una volta i militari), vuol dire che avevo l'obbligo morale di essere lì tutte le domeniche, con Mario Amica, Giorgio Oranges... e altri. Don Gigino era un prete dai modi spicci, in ventotto-trenta minuti, sbrigava tutta la messa, predica compresa. Alle 9 e 35 della domenica mattina ero già fuori, scendevo i pochi gradini a due a due e via verso il cinema. Un'altra strada rispetto a casa mia. Se andavi a sinistra, la strada più breve, arrivavi a San Pietro, scendevi fino alla scalilla e poi giravi a sinistra ed eri arrivato. Quando non andavo al cinema prendevo la strada di destra uscendo dalla chiesa, che mi portava dopo la purtella in un bar poco frequentato - più o meno di fronte alla farmacia Romanell - ma che disponeva di un macchinario incredibile: il flipper... Si faticava a trovare posto la domenica mattina al cinema comunale di Corigliano. Ma ero piccolo, anche se alto, e riuscivo a passare, a fare il biglietto prima degli altri. Un biglietto sotto. Fumavano tutti al cinema. Sotto e sopra. Platea e galleria dicevano quelli che parlavano bene. Un biglietto sotto, per favore (non guastava mai dirlo...). E l'avventura cominciava. Ma non è dei film del cinema comunale che vi voglio parlare. Un giorno, una sera, al cinema comunale non era in programma un film. Era in cartellone uno spettacolo, con un artista, dal vivo. C'era un mago in cartellone. Ma', mi ci manni stasira a ru cinemi? Ero piccolo, la sera non si usciva mai, perchè dovevo andare a vedere lo spettacolo? Non ricordo perchè ma mia madre disse di sì. Strafelice. Andai. Il mago cominciò il suo spettacolo. Non c'erano donne da tagliare in due, piccioni da fare uscire da un cilindro, fiori da far sbocciare da un bastone. Il mago era una specie di sensitivo, diceva lui. Indovinava quanti soldi avevi in tasca, dove portavi il fazzoletto (una volta si usavano, quelli di stoffa, mia madre credo ne conservi ancora un servizio da sei in uno dei suoi cassetti, mai toccato, e perchè toccarlo... era un servizio...). Ma non solo. Il mago a un certo punto annunciò: adesso vi stupisco tutti, gente di Corigliano, adesso capirete perchè mi chiamano il mago. A conferma, chiamò uno del pubblico. Ma quello lo conosco, dissi tra me e me. Era sarbaturi i duduell (diventammo compari nel 78 perchè fui padrino di battesimo con mia cugina maria domenica di suo figiio luciano, mi piacerebbe raccontarvi un giorno quel giorno). Sarbaturi, che abitava con la famiglia a Cirria, accanto a casa mia, era stato in Germania. A lavorare. Ma lavorare non era proprio il suo obiettivo principale così tornò al paese. Dedicandosi all'attività di famiglia: il gioco d'azzardo. Gestiva una girella, come ho detto altrove. C'erano periodi, anche lunghi, che non lo vedevo a Cirria. Poi tornava e portava splendide gondole fatte con i fiammiferi. Giusè, chist hai fatt a russeni, chist a castrovillari... Un anno, tornando d'estate, mi dissero che non c'era più. Ma questa è un'altra storia. Allora, il mago, adesso capirete perchè mi chiamano il mago. E il pubblico, presissimo, spegneva e accendava sigarette. Lei, disse il mago, lei bel signore in terza fila, vuole venire sul palco? Sarbaturi si guardò intorno e sorridendo si alzò. Salì i pochi gradini verso il palco e guadagnò la scena. A disposizione del mago. Allora, disse, il mago, io adesso vi farò vedere i miei poteri soprannaturali. Ohhhhhhhhh, dalla platea. Ohhhhhh, dalla galleria. Sarabaturi rideva. Adesso addormento quest'uomo e gli faccio fare quello che voglio. Così fu. Sarabaturi andò in trance, rispondeva meccanicamente ad ogni ordine del mago. Lasciando a bocca a perta tutti gli uomini seduti in platea, tutti gli uomini seduti in galleria. Tutti gli uomini che non avevano trovato posto e stavano appoggiati ai due muri, a destra e a sinistra del palco. (Ovviamente non c'erano donne). E carabinieri, anche loro tra il pubblico. Fu un trionfo, per il mago. Ma cumi cazz ha fatt... era l'espressione ricorrente sulle bocche del pubblico in uscita dal cinema comunale di Corigliano. Restai un po' davanti all'uscita, per sentire ancora i commenti. E per aspettare Sarbaturi. Magari andavamo insieme verso casa. Ma lo vidi tra due carabinieri, all'uscita. E lo portarono in caserma. Lui aveva una certa familiarità con i militari ma quella sera ebbi l'impressione che qualcosa non era andata alla perfezione, in quella sala. Il giorno dopo lo vidi davanti alla sua casa e gli chiesi: ma ieri sera, ma ti sei addormentato veramente? Lui sorrise, come sorrideva sempre. E mi disse: Giuseeeeeee. (Mi guardò come per dirmi: ma m'a pijeti pi fissi?). E continuò a sorridere.

(21/7/2012)

Il panino. Il capo di questo gruppo di ragazzini era evidentemente quello più grande. I piedi poggiati spavaldi per terra, le gambe allargate per stare più comodo e per creare spazio libero a destra e a sinistra. Quello era il suo territorio, giocava in casa. Era il figlio di Carbita, abitavano poco più su, a sinistra. E poi c'era il nonno, u scarperi, lì a fianco, mastru Francischi, u mut. 

Era muto, nel senso più proprio. Non aveva il dono della parola. Ma lavorava tanto in quella putighella di due metri per uno. Meno della cella di un frate, meno della gabbia di un cane. Tanto piccola che appena poteva prendeva il piccolo tavolo - dove appoggiava i suoi attrezzi e s'appoggiava per rifare le suole - e lo metteva fuori. Aveva tutta la strada davanti. Guardava a destra e si perdeva nel panorama i ri pinnini, la costa sullo sfondo. Guardava a sinistra e vedeva la salita che portava all'Acqua Nova, con il via vai di gente che scendeva a ra putiga i ru capichiatti. E non solo. Gli sguardi più teneri, tra un tacco e un soprattacco, erano per gli asini che andavano verso le stalle. 
Alla destra del capo, l'apprendista, Enzuccio. Figlio di Rusina e Sarbaturi. Morirà presto, per una malattia, brutta. 
Tra il muro e la gamba sinistra del capo, il più piccolo del gruppo, di sicuro un suo parente, visto che stava in quella posizione. Ma doveva pagare in qualche modo: perciò fu confinato tra il muro e la zampa dei pantaloni. Spazio vitale zero. Sei sotto il mio controllo, bambino. 
Dietro, il figlio di cir i ru latte. Forse vendeva il latte, il padre. Lui, il figlio, aveva sempre l'aria divertita. E sorridente. Un bonaccione. Perciò spesso rimaneva coinvolto nelle guerre tra bande, quante paliate lì in mezzo alla strada, con l'arrivo, inutile, alla fine, di madri urlanti. E stasiri quanni veni parti... ti fa bbirrir ghill... ti runa u riesti. Il padre puntualmente arrivava (spesso ubriaco), la moglie riferiva, e via il resto a quei poveri bambini.
Gli altri guagnunielli sono comparse, attendenti, piccoli speranzosi di entrare nella stretta cerchia del capo. Sull'estrema sinistra della foto, con la canottiera bianca, l'inconfondibile figura di uno dei tanti figli di Pinuccia, a sua volta uno dei tanti figli di Pippini i menzachepa e di cumma Ninetta. Molti di quei figli lavorarono nel negozio di mio padre. Gli altri quatrarielli, ora, non ricordo chi fossero. Allora sì che lo sapevo. Io abitavo là sopra, vivevo lì in mezzo. Ma non scendevo quasi mai a sedermi su quei gradini. Quei gradini portavano al negozio di generi alimentari di cannilisi, concorrente di mio padre. Non stava bene farsi vedere da tutti lì. In realtà il negozio non era neanche tanto rifornito di roba, gente andava, ma poca. A quei tempi su quel pezzetto di Cirria che da cannilisi arrivava all'acqua nova, c'erano cinque negozi di generi alimentari. Uno ogni dieci metri. E tutti sopravvivevano. Cannilisi, più su mio padre, quasi attaccato quello di zi zi santa, più su ancora, a un certo punto il negozio di uno che non era proprio un commerciante, fare i pozzi era la sua occupazione principale. Poi ancora il negozio di Taverna. 
Nel negozio di mio padre mi divertivo. Soprattutto a mettere posto la roba, quando il camion di compa luigi i ciccuzzi (Ungaro, mi tagliò le unghie al battesimo e questo voleva dire la strina a Natale) la scaricava (Angelo, si chiamava Angelo l'autista). Quei pacchi di pasta Monsurrò aspettavano solo me. Li aprivo, cominciavo con la pasta lunga, gli spaghetti, i vermicelli, i bucatini, gli ziti... poi verso l'altro scaffale, quella corta. Mi ha sempre attratto l'idea di mettere in ordine. Ma non c'era solo la pasta nel negozio di mio padre. Anzi. Vendeva tutti i generi alimentari, ma anche bombole di gas ed elettrodomestici, prima ancora la calce e la varechina sciolta... Ma erano i generi alimentari i miei preferiti. Perchè si potevano mettere a posto. C'erano poi le cose sciolte, l'olio i ntru zinni da venticinque litri, la cioccolata in una specie di rametta, che si prendeva con il zucchiaio, i pesciolini di liquirizia, lo zucchero nei sacchi, i fagioli e il baccalà. Sopra, sugli scaffali alti, le vecchie bottiglie di rosso antico. C'era un ben di dio in quel negozio. Ma io non mangiavo quasi nulla. Ero magrissimo. Facendo preoccupare sempre di più mia madre. Che per aiutarmi a mangiare cuoceva le fettine di carne in padella, poi le tagliava a pezzettini e rimetteva il tegame sul fuoco. A me la carne piaceva stracotta. E mi piaceva nel tegamino. Ero un viziato. Ma ditemi voi quale madre non vizia un figlio sempre con la faccia pallida. Tanto che non so quante centinaia di fiale di calcio dobetin e quanti schifosi cucchiai pieni di olio di fegato di merluzzo fui costretto a ingurgitare. Tanto pallido che il medico un giorno disse a mia madre: a questo bambino bisogna fare un ciclo endovena. E chi bbeni a diri, ma, chi ghè stu ciclo endovena? Lo scoprii quando un pomeriggio, e poi per quindici pomeriggi, arrivò un signore magro, ben vestito, con una borsetta nera sempre sotto il braccio. Era una specie di infermiere. Ninè, vulla a siringa... Cominciavo a capire... Assettiti, Giusè, diceva mia madre. Ma, adduvi mei'assitteri, ma, col terrore negli occhi. Sulla sedia accanto al tavolo da pranzo. E mint un vrazzi aroccussì. Vi risparmio il seguito. 
A metà mattina un panino. Noi non li vendevamo i panini, c'era il pane, tanto pane, ma i panini mio padre non li prendeva mai. Avrei potuto mangiare due fette di pane e in mezzo metterci quello che volevo, mortadella, provolone, la cioccolata... No, io volevo un'altra cosa: un panino con dentro tonno e carciofini sott'olio. Che noi non vendevamo. Quasi tutte le mattine mia madre mi dava i soldi, meno di cento lire, per comprare quel panino, da battistielli, aquilino, all'acqua nova. (E si ti runa u riesti accattaticci u giornalett). Lui aveva investito sulle specialità. Aveva il tonno, il prosciutto, sia cotto che crudo, vari tipi di salumi e di formaggi. E poi faceva quei panini. Mu ru nu panini cu ru tonn? E mi ci minti puri i carciofini? Lui prendeva quel pezzo di pane, lo poggiava sul banco, la mano sinistra sul panino e nella destra il coltello piegato con la lama che cominciava ad affondare. In un attimo quel pezzo di pane era perfettamente spaccato a metà. Spesso toglieva la mollica, creando una piccola conca nel panino, per far adagiare meglio il tonno e i carciofini, poi ricopriva con l'altra metà la parte piena di quel ben di dio e lo avvolgeva in un pezzo di carta. Oleata, si diceva, che con consentiva all'olio di fuoriuscire. Pagavo, prendevo quel bottino mattutino e correvo verso i miei luoghi di sempre. Dove mangiare tranquillo. Davanti al nostro negozio c'erano i gradini che portavano a casa nostra. Io mi sedevo sul secondo gradino, piazzavo bene i piedi per terra e cominciavo a togliere a poco a poco la carta, facendo bene attenzione a non farmeli cadere addosso quell'olio, quel tonno, quei carciofini.

(24/7/2012)

Il vestito a fiori. Quand’ero bambino avevo quattro nonni, come quasi tutti i bambini del mondo. Nonno Giuseppe e nonna Tresia erano i genitori di mio padre, Nonno Natale e nonna Peppina i genitori di mia madre. I nonni paterni li vedevo sempre, perché abitavamo nella stessa casa. Si usava allora che il figlio maschio che si sposava andava a stare nella casa di suo padre e di sua madre. Così la donna che aveva preso come sposa poteva accudire lui, mio padre nel caso specifico, e i genitori dello sposo, nell’occasione mio nonno Giuseppe e mia nonna Tresia. Così fu. 

I nonni materni non li vedevo quasi mai. O li vedevo poco, soprattutto nonna Peppina. Abitavano a via Roma, sant’Antonio, la strada principale del paese. Mia nonna era sempre indaffarata a casa, ogni tanto il sabato pomeriggio o la domenica mia madre mi ci portava a casa della nonna. Dove abitavano pure zio Pasquale e zia Lina. Era bella quella casa perché dal balcone di nonna ti affacciavi e vedevi tutta via Roma. Con tutti i negozi aperti e la gente che passava. E le prime macchine che facevano su e giù per quella strada che stava cominciando a diventare stretta. C’era confusione, una bella confusione, tipica di un paese pieno di vita. Erano gli anni Sessanta. 
Mio nonno Natale ogni tanto veniva a trovarci. Lo vedevo da lontano a ra vucca i cirrìa, ma’, ma’, sta binienn u nonn Nateli… Scendeva con la sua tipica andatura, magro, il volto scavato dagli anni, salutava a destra e a sinistra, prima di arrivare verso di noi, si fermava persino a parlare con le persone che incontrava. Non finivano mai quei cinquanta metri i ra vucca i cirrìa fino a casa mia. Poi il nonno finalmente arrivava e io mi avvicinavo, sorridente. Giusippiell, ‘a manget? Diceva. Io lo guardavo felice. Sì, nonno, ho mangiato. 
Mia madre diceva che il nonno era uno che sapeva le cose. Non ricordo se usasse la parola “colto” o il termine “istruito”. Tornando indietro direi che il primo vocabolo era distante da lei. Il secondo un po’ meno. Mio nonno, diceva lei, era uno che leggeva il giornale la mattina. E si teneva informato. Atri ca chisti i Cirrja… diceva con un breve, innocente, sano senso i rispregg verso quelli che abitavano dalle nostre parti. Lei era nata a via Roma, mica i ntri timp… 
Non ho ricordi di mio nonno Giuseppe al lavoro. Nel Sessanta, quando io sono nato, lui aveva già sessantadue anni ed era, o stava andando, in pensione. L’Argentina, la terra alla Costa, l’uliveto sulla strada che porta a Rossano. E il negozio di Cirrìa. Aveva fatto tanto mio nonno Giuseppe. Tanto che un giorno arrivò pure una lettera a casa, portata dal postino Gigino Iannini, vestito con i pantaloni blu e la camicia color celestino d’ordinanza. E il cappello da postino. Con la sua borsa di pelle marrone, consumata dal peso della corrispondenza, sempre colma di novità, si fermò davanti al lastrachiello e chiamò mia madre: Ninè, c’è na littira, chista ghè important. Mia madre si pulì le mani a ru sineli e si precipitò verso Gigino. Prese la lettera, mise una firma su un foglio (ma per fare quella firma ci volle molto, mia madre aveva fatto la terza elementare, la firma la sapeva fare ma stenderla su un foglio era sempre laborioso, anche perché la F maiuscola di Forciniti e la A maiuscola di Antonietta le faceva in maniera così elaborata che ci voleva tempo per tracciarle con l’inchiostro su un foglio di carta. Ma l’operazione riuscì, come sempre). 
Ministero della Difesa, c’era scritto sulla lettera. E mo’, sta littira, e chi ghè? Lèggia, Giusè…. Presi la busta, l’aprii ficcando un dito in uno spazio lasciato apposta perché qualcuno vi ficcasse un dito e l’aprisse… Al signor Casciaro Giuseppe… oggetto: indennizzo prima guerra mondiale…. Ma’, c’è scritto indennizzo, chi ghè st’indennizzo? Lèggia, lèggia, diceva mia madre… Visti gli articoli… vista la legge… visto il decreto… mà, ma chi ben’a dir? A un certo punto la comunicazione diventava più semplice e capii che mio nonno aveva diritto a una somma come risarcimento per il tempo passato al fronte a fare il soldato durante la prima guerra mondiale. Ma’, a ru nonni li rinuni i sordi… Arrivò mio padre, che rigirava quella lettera tra le mani. Poi il nonno: fammi virrir ammii… Nonno anche lui rigirava, nessuno di noi aveva capito bene, fino in fondo, quello che diceva quella lettera. Ma in sostanza tutti, mio nonno, mio padre, mia madre ed io avevamo capito che a mio nonno sarebbero arrivati dei soldi. Per il suo impegno al fronte. In effetti mio nonno la guerra la fece per davvero, nel senso che fu chiamato al fronte a fare il soldato. Ma non credo che sparò mai un colpo, lo diceva lui. Il suo impegno, il suo lavoro, era quello di stare nelle cucine del battaglione d’appartenenza. Il Piave mormorava calmo e placido… ma mio nonno preparava le minestre per i commilitoni. Muti passarono quella notte i fanti… ma mio nonno o dormiva o stava preparando il caffè per le truppe che dovevano imbracciare fucile e baionetta. Però ci andò, al fronte.
Mia madre ed io eravamo raggianti. Giusè, mo chi venini chilli sord mammà t’acccatta nu peri i pantaloni luonghi e na cammisa, i calzettoni nuovi e ri scarpi. E io, diceva mia madre, mi compro un vestito a fiori. E a part nent… Che risate con mia madre. 
Quei soldi arrivarono, a noi sembravano tanti, quattro o cinque milioni. Solo che quando arrivò l’assegno era, giustamente, intestato a mio nonno. Mica era stato al fronte mio padre. O mia madre. O io… Così quei soldi non li vedemmo mai. Almeno quando potevano esserci utili. 
Si tornò alla vita di tutti i giorni. Mia madre per comprarmi qualcosa da vestire andava dalla signora Salatino, il negozio sulla strada che portava alle monachelle. Era una signora sempre dolce e gentile la signora Salatino, sempre piena di sorrisi e di complimenti. Un giorno mia madre le disse: sapesse, signora, quanti interessi ha mio figlio… ora si è messo pure a fare la collezione di cartoline illustrate. Cartoline illustrate?, disse la signora Salatino, ma io ne ho centinaia… Me le regalò tutte, facendomi creare la più grossa collezione di cartoline esistente a Corigliano. Passavo interi pomeriggi a catalogarle, per regione, per provincia, per località… Avevo nove o dieci anni, non era poco. 
Mia madre sceglieva le cose più belle per me, dalla signora Salatino. Se le faceva impacchettare e… e, come fanno tutti, avrebbe dovuto pagare. Ma allora non era così. Mia madre non aveva tutti quei soldi (iess, giusè, gioia i ra mamma, quant sordi ami spisi…), lasciava un acconto, mille lire, cinquemila lire, racimolate mettendo da parte (di nascosto da mio padre), i soldi incassati al negozio per qualche chilo di pane, qualche chilo di zucchero e qualche busta di caffè. Il resto glielo pagavamo a rate alla signora Salatino. Ogni mese. Sempre puntuali. 
E il suo vestito a fiori? Il suo vestito a fiori uscì fuori comunque. Come dal cilindro di un mago. Era una brava sarta mia madre. Comprava un po' di stoffa, prendeva le misure. E tagliava. E cuciva. Finchè non veniva fuori uno splendido vestito a fiori.

(25/7/2012)

Il teschio. Quando sei bambino le prime persone che vedi ammalarsi, soffrire, giacere su un letto presi da un dolore profondo, sono i nonni. Quei nonni che ti avevano accompagnato giorno per giorno con i loro sguardi severi, i volti accigliati, le parole che parevano sentenze, le carezze che erano docili schiaffi, i loro occhi, un pozzo dove affondare la tua innocenza. E le rughe, solchi insistenti che la vita gli aveva fino ad allora regalato. I nonni, povere stelle perse ormai nell'azzurro del cielo, nel buio della notte. 
Io li ho visti i miei nonni paterni, Tresia e Giuseppe, avviarsi per quella strada che portava alla fine dei respiri. Giusè, è binuta l’ura… Li ho visti curvati dal peso del dolore, li ho visti stanchi e sofferenti girare verso quell'angolo dove solo loro potevano girare. Giusippielli, quant te vuluti beni… diceva mio nonno con gli occhi umidi e rossi. E tu potevi solo piangere e guardare. Guardare e piangere. 
Quando ero bambino e moriva un parente, un nonno, uno zio, un cugino di papà o mammà, era una cosa seria. Che aveva conseguenze sulla vita di tutti i giorni. Non si accendeva la televisione, non si rideva, non si teneva la porta di casa spalancata. Non si andava a giocare per strada. I primi due o tre giorni non si andava nemmeno a scuola. Se il parente morto era importante. Il lutto era una cosa seria. Si mangiava pure di meno a casa, perchè mammà non aveva voglia di cucinare. Magari ce l'aveva pure ma quando moriva qualcuno di casa era come finire in un grande cono, come quelli dei gelati, tutti i parenti laggiù in fondo, stretti stretti, ma non si stava scomodi, solo che stare in fondo al cono di un gelato stretto stretto assieme a tutti i parenti, pensavo da bambino, ti fa perdere le forze. Ti rende inerme. Quel cono di gelato immaginario, il frutto del debole pensiero di un bambino, era come un limbo, il luogo tipico delle anime sospese, ma noi stavamo lì con loro, in un fiume di acqua melmosa, in un mare di candida ovatta. 
Papà, con la cravatta nera, mammà con il vestito nero (una maglia e una gonna), gli anziani di casa, zii zie, parenti stretti, più tristi e pensierosi di prima. E i bambini con il bottone, nero, comprato di corsa da Giorgio u capichiatti e attaccato sul maglione, sulla camicia, sulla maglietta. Perché la gente che ti vedeva doveva capire che una persona che ti era vicina era morta. E non ti doveva coinvolgere in una bevuta in cantina, in una chiacchierata all’Acqua Nova, in una passeggiata senza pensieri, in un gioco per strada. Era questo il lutto. Ma non solo.
Il lutto erano anche i caffè che arrivavano dai bar dell’Acqua Nova, decine di caffè, già nelle tazzine o in più comode caraffe, i caffè mandati da amici e conoscenti. D’inverno i caffè. Per far restare svegli, per non piegare gli occhi verso il sonno, per alleviare la stanchezza di chi da ore vegliava su quattro pezzi di legno con il suo contenuto inerme, il corpo di mia nonna in una bara. Il fatto è che di questi caffè ne arrivavano così tanti che non si sapeva più a chi farli bere. Tanto che i bar a un certo punto si fermavano. Non mandavano più nulla, perché si rendevano conto che erano tanti e che sarebbero andati sprecati. Così segnavano su un foglietto: dieci caffè da Ciccillo, dieci caffè da Cuosimi, dieci caffè da Francischi… Poi, quando il morto era ormai sepolto il bar i ru catarreri, il bar gatto bianco, il bar gravina ti chiamavano e ti dicevano: abbiamo preso ordini per cinquanta, sessanta caffè, cento caffè, ma non li abbiamo portati, cosa volete in cambio? In cambio c’era poco da prendere. Solo qualche bottiglia di liquore. Sambuca, Bouton, Vecchia Romagna. Da aprire con gli amici e i parenti alle feste per gli onomastici e ai compleanni. Alla prima comunione. Ma c’era qualcosa che ai funerali non andava mai sprecato. I pezzi duri. Erano pezzi di gelato, più costosi dei caffè, più buoni dei caffè. Arrivava il ragazzo del bar, al funerale di mio nonno Giuseppe, d’estate, con queste guantiere stracolme di pezzi duri, al limone soprattutto. Una specialità i ru catarreri. Avevano la forma di un tetto di una casa di campagna. Quei tetti delle case che disegnavo da bambino. E che talvolta, nelle mille inutili riunioni al lavoro, continuo a disegnare. 
I primi lutti li ho vissuti da estraneo, nel senso che le persone morte non le conoscevo. Facevo il chierichetto. E don Gigino mi chiamava a casa, oggi alle tre c’è un funerale, vieni? Alle due e mezza ero già lì, a preparare l’altare, l’incensiere, essenziale per una cerimonia funebre. E poi quei due trespoli di ferro, dove poggiavamo un pezzo di legno rettangolare – dove veniva poggiata la bara - che coprivamo con una coperta viola. Tutto sistemato davanti all’altare. Con cura. Con rispetto. Arrivava la bara ma io non sapevo chi c’era dentro. Sapevo solo delle lacrime che l’accompagnavano. Non ho mai pianto per i morti degli altri, era come una specie di lavoro, in quella chiesa di Santuori. L’eterno riposo, dona loro Signore, scandivo bene le parole, come una sorta di omaggio a quell’uomo, quella donna, mai visti.
Al concetto di morte mi ero avvicinato proprio nella chiesa di Ognissanti. La mia amata chiesa di Santuori. La prima, la più vecchia del paese. Tanto vecchia che un giorno a me e ai miei amici chierichetti, Mario Amica, Giorgio Oranges… gli angoli nascosti di quella chiesa riservarono una sorpresa inaspettata. C’era una specie di balconata sopra l’ingresso della chiesa, un luogo stretto e insicuro, vi si arrivava tramite una scala pericolante, e davvero pericolosa, che partiva dall’ingresso della sacrestia. Don Gigino ammoniva sempre: guagnù, non si sale su quella scala. Come dire a un bambino: guagnù, il gelato è lì, non toccarlo. Salimmo su una mattina che il prete faceva le confessioni. Timorosi, attienti, Giusè, ca chillu scalun è rutt… Su, dieci o dodici gradini malfermi. Eccolo il “balcone” con affaccio sulla chiesa, eccolo lo splendido e malridotto organo a canne che nessuno ha mai suonato, eccola quella cassa coperta da un vecchio pezzo di tela… Il gelato è là sotto, pensavo, levammo l’instabile coperchio e scoprimmo una cosa che sembrava la faccia di una persona. Senza capelli, e senza pelle. E senza denti. Tutti ci tirammo indietro, tutti avevamo disegnato lo stupore sul volto, la paura, tutti volevamo scappare. Ma tutti restammo lì, a osservare il contenuto di quella cassa. Un teschio, c’era un teschio, il cranio di un uomo o di una donna finito lì chissà come. Forse rinvenuto anni prima durante un scavo, un lavoro di restauro, una qualsiasi opera di pulizia. Fermi, non toccatelo, disse Mario, più grande di noi, anche se solo di qualche mese. Quella è la testa di morto. Scappai, tornai indietro, tutti tornammo indietro, verso quelle scale insicure, a raggiungere la più confortevole sacrestia. Don Gigino continuava a confessare. Noi avevamo visto la testa di un morto. 
Con il passare del tempo, salimmo più volte per quelle scale malferme e insicure, quando il prete non era ancora arrivato, o quando era distratto, mettendo i piedi dove andavano messi, evitando i mattoni pericolanti, raggiungendo senza timori la nostra cassa, il nostro segreto. Avevamo preso confidenza con quel teschio, con quella che era stata la testa di un uomo. O di una donna. E la accarezzavamo, così come si accarezza il ricordo di una persona che non c’è più.

(28/7/12)

Il mio primo maestro si chiamava Berardi, il signor maestro Berardi. In realtà a me la prima elementare volevano farmela fare con un altro maestro. Andò così.

Il primo giorno di scuola, il primo ottobre del 1966, mia madre mi accompagnò alle Monachelle. Ma non mi ci portò alle otto del mattino. Io quella mattina ero quasi pronto per farmi mettere il grembiulino nero ma mia madre era come se facesse finta di niente. Mamma, ma pirchì ummi ci puorti a ra scola stamatina?, Unn’è tardi?, le dissi la mattina di quello che pensavo dovesse essere il mio primo giorno di scuola. Non era tardi. Mia madre mi spiegò con il suo solito sorriso come stavano le cose. Era sì il primo giorno di scuola, ma da noi la scuola elementare funzionava in maniera strana. Non c’erano tutte le aule, tutti i banchi, tutte le sedie e le lavagne per tutti i ragazzini del paese che dovevano andare alla scuola elementare, così i capi della scuola, quelli che decidevano come dovevano andare le cose, decisero che ci sarebbero stati due turni; insomma, nella stessa classe la mattina ci andava un gruppo di scolari, il pomeriggio un altro. A me era toccato il pomeriggio. Andammo, arrivai anche tardi, era già buio per strada. Entrammo nella scuola, pochi passi, a destra, poi su le scale, un piano, due piani. La mia classe era l’ultima delle classi. Dentro, alcuni bambini con i volti spauriti, con brevi cenni ne salutai un paio, erano ragazzini di cirria, guardavano un quaderno e in mano tenevano una penna... Il maestro, in piedi davanti alla cattedra, salutò mia madre, bonasira signò, e le disse che potevo sedermi lì, in quel banco vuoto tra la seconda e la quarta fila, l’unico banco vuoto, senza neanche uno straccio di compagno affianco. Guardai mia madre. C’era una piccola finestra, chiusa. Fuori era buio. Non c’era tanta luce neanche in quella stanza, in quell’aula. Stavano quasi a ru scuri, quei ragazzini al loro primo buio pomeriggio di scuola. Mà, ghji u’nci vuoi ster lluochi... E già due lacrimoni avevano raggiunto i due angoli della bocca. Arrivano sempre lì le lacrime, quando sei bambino (ma anche da grande), perché tu possa sentire che le lacrime sono amare.
Afferrai il braccio di mia madre di nuovo. Faceva finta di niente. E parlava con il maestro. Mà, a capiti? Mi nni vuoi jiri a ra chesa, ma... Mia madre capì che doveva ascoltarmi. Si scusò con il maestro. E’ tanto delicato, unn’è steti tanti buoni sti juorni, disse, è miegghji ca mi nnu puorti a ra chesa pi stasira. 
Così fu. Mia madre, dai miei pianti, aveva capito che non volevo stare in quella classe. Buia, fredda, con quel maestro che non mi stava neanche tanto simpatico, e in quel banco da solo tra la seconda e la quarta fila. Non so come, mia madre mi fece cambiare. Non scuola, perché i primi due anni della scuola elementare di chi abitava a Cirria dovevi farli per forza alle Monachelle. Ma classe. Perciò il mio primo giorno di scuola alle elementari fu qualche giorno dopo l’inizio vero, ma di mattina, in una nuova classe, con nuovi compagni, con una finestra più grande che faceva passare la bella luce delle nostre giornate d’un tempo e un maestro decisamente più simpatico. Il signor maestro Berardi.
Tutti in piedi quando entra qualcuno. Fu questa la prima essenziale cosa che imparai a scuola, i primi giorni.
Poi andammo molto veloci. Vocali e consonanti, i primi dettati, le letture balbettanti, le risate con gli amichetti. E la simpatia del maestro. Non credo fosse anziano, avrà avuto quarantacinque anni il giorno che io entrai nella sua classe. Ma ne dimostrava anche sessanta.
Si fidava di me, il signor maestro Berardi. Tanto che qualche mattina mi dava cinquecento lire e mi diceva: giusè, m’ibbaccatti rua pacchetti i sigarette aru tabacchini? E portimi u riesti. Mi alzavo e rispondevo solo con un sorriso, Che voleva dire: certo signor maestro, non vedo l’ora, di uscire, di farmi una passeggiata fin’aru tabacchini - che stava sulla destra, prima della curva che porta al castello, comprare le sue sigarette (le micidiali nazionali senza filtro) e magari con cinque lire che ho trovato in tasca mi compro pure due pesciolini e do pure un’occhiata ai negozi aperti e alle persone che passano per strada.
Il maestro Berardi abitava vicino alle Monachelle. Avete presente la chiesa di San Pietro? Sulla sinistra c’è una strada che porta, girando ancora a sinistra, in una specie di vinella ma voi non dovete prendere la vinella; subito a destra, quasi accanto al muro sinistro della chiesa, c’era una scala che, scendendo, portava dritto dritto a casa del maestro Berardi. (Se invece di scendere i gradini andavate a sinistra, nella vinella, trovavate tante belle case, tra cui quella di mia zia Melina Luzzi, quand’era signorina e, in fondo, quella del mio amico Rocco Spanò). 
Quando nei giorni di festa lo incontravamo per strada il maestro Berardi, mia madre lo salutava e mi tirava il braccio, sussurrando: u vi, u vi u maestr i ru tuu… salutalo. Buongiorno signor maestro, buonasera signor maestro. Emozionato.
Più che emozione una mattina in classe provai terrore. Capii cos’era davvero l’insicurezza, la fragilità, la solitudine. Compresi quanto a quell’età, ma non solo a quell’età, un padre, una madre siano importanti per non farti sentire preda degli altri. Indifeso. Domani, disse con tono imperioso il maestro Berardi, viene un dottore e tutti dovete fare una punturina sul braccio, una vaccinazione. Mi raccomando, tutti. Io volevo morire lì, davanti a tutti, piegarmi su un fianco e precipitare per terra, perdere i sensi e non sentire più quella parola: punturina. Ma rimasi, seduto, impettito. Il respiro affannoso e gli occhi persi nel vuoto. Piansi. Il maestro se ne accorse. Cos’hai, Giusè?, Nent, nent, dissi singhiozzando.
All’uscita non vedevo l’ora di tornare a casa e raccontare a mia madre quello che mi aspettava il giorno dopo. Corsi come non ho mai corso. Scappai. Correndo mi tolsi anche il fiocco e il grembiule come a scrollarmi di dosso una divisa che segnava la mia appartenenza a quella scuola. Senza quei simboli non c’era motivo che qualcuno in quella scuola mi facesse la punturina. Senza grembiule ero solo il figlio di mia madre e di mio padre. Solo loro potevano decidere su di me. Arrivai a casa con le lacrime già pronte. Un sacco di lacrime da rovesciare su mia madre, sul suo sineli, sulle sue guance. Piangevo, e non riuscivo a spiegarmi, perché i singhiozzi complicavano le parole. Mi calmai, spiegai in maniera confusa. Ma mia madre capì. Nooo, ma’, ghij umma fazza feri chilla cosa supr u vrazz, riciaccell tu, ma’, pi piaciri… Chissà come sono sembrato agli occhi di mia madre quella mattina del 1966, chissà cosa ha pensato mia madre vedendomi in quello stato. Di certo avrà provato lo strazio, che si prova davanti a un figlio indifeso. 
Non mi disse nulla se non parole di conforto, non ti preoccupare, gioia i ra mamma, e mi accarezzava, asciugando con il palmo delle mani il mio viso bagnato. Non c’era una soluzione apparente, tutti dovevano farla quella maledetta punturina, pensavo, come avrebbe potuto mia madre evitarmi quel massacro? Non mi disse più niente mia madre.
Le ore passavano, vedevo che mia mammà parlava con papà, e mmo chi facimi? Poi, dopo un po’, mammà venne da me, sul letto dove mi ero rintanato, rinchiuso, isolato. E sedendosi asciugò le mie ultime lacrime: non ti preoccupare, domani ci parlo io con il maestro.
Aveva trovato la soluzione. Io non ero un bambino come tutti gli altri. Gli anni prima della scuola avevo avuto una specie di malattia che si chiamava eczema. Una malattia della pelle. In una della sue peggiori manifestazioni. Una violenta infiammazione della pelle. Che mi lasciava segni sul volto. Sulle mani. Soprattutto se mi toccavo, se mi grattavo. Non potevo giocare con gli altri bambini. Spesso dovevo mettere dei guanti bianchi. Per evitare il contatto tra mani e viso. Per questo non sono mai andato all’asilo.
Tutto ciò accadeva quando ero proprio piccolo piccolo. A Corigliano c’era un dermatologo che mi teneva in cura ma una volta (stava supra all’acqua nova, sopra il negozio di Ortale, forse si chiamava Benvenuto) ci disse di andare a Cosenza, perché c’era uno più bravo di lui… Andammo, con la Littorina, il treno che da Corigliano portava a Cosenza… 
A un certo punto guarii. Ma quel medico aveva detto a mia madre che, vista la mia situazione, era meglio non farmi fare i vaccini. Mia madre se ne ricordò e la mattina dopo i miei pianti mi accompagnò a scuola. I bambini erano già tutti con le braccia scoperte. Mammà cominciò a parlare con il maestro, poi con il dottore con la siringa in mano. Poi mi guardò e mi sorrise. U’nti preoccuperi, gioia i ra mamma, nessuno ti farà la punturina sul braccio. Sorrisi, l’abbracciai e le diedi un bacio. Grazie mamma.

(30/7/2012)

La pasta imbottita. Il 25 maggio del 1969, domenica, era una bella giornata a Corigliano. C'erano 23 gradi di temperatura, qualcuno, la mattina, dal paese era pure andato al mare, ad assaporare i primi tepori di un'estate ancora lontana. Io la mattina come sempre ero andato alla messa a Santuori. Tornando, dopo una partita a flipper nel bar di fronte alla farmacia Romanelli, passai dall'Acquanova. C'era gente, tanta gente, come ogni domenica mattina. Tutti vestiti bene, con la giacchetta e la cravatta. Anche se cominciava a fare caldo. Nella piazza era stato montato un palco, per un comizio previsto nel tardo pomeriggio. Come al solito, mi intrufolai nei capannelli di persone, per carpire una discussione, una parola, cercare i motivi di una risata fragorosa o di una voce alterata.

Da poco più di una settimana avevo compiuto nove anni. Non ricordo torte, ai miei tempi, nè feste e nè regali. Era il mio compleanno e basta. 
Nel mondo, intanto, lontano da noi, succedeva un po' di tutto. In Biafra (il paese dei bambini che morivano di fame), avevano rapito un bel po' di tecnici dell'Agip ma non di tutti si avevano notizie. Quattordici erano nelle mani dei rapitori, si sapeva qualcosa di loro ma di dieci nessuna traccia. Erano dati per dispersi. A Roma, in quella settimana, al Parlamento si cominciava a discutere di divorzio. E in Italia, ovunque, si registrava l'eterna tensione fra fascisti e comunisti. Il campionato di calcio era appena finito, sette giorni prima, aveva vinto la Fiorentina... E non c'era più neanche tutto il calcio minuto per minuto da ascoltare alla radio. Nei cinema di prima visione, nelle città grandi, proiettavano il film “Z, l'orgia del potere”, di Costa Gavras, E Paqualina Straface, l’ultimo sindaco di Corigliano che si ricordi a memoria d'uomo, era appena nata, aveva appena quattro mesi e mezzo di vita. Napolitano, il presidente Napolitano, quel giorno era a Oristano, per un comizio. Eddy Mercks invece era a Campitello Matese dove consolidava il suo primato nella classifica del Giro d’Italia di ciclismo. (Ma poi lo vinse Gimondi, perché Mercks fu trovato positivo all’antidoping e squalificato). La sera, sul primo canale, davano la terza puntata dello sceneggiato “Il segreto di Luca”, da un romanzo di Ignazio Silone. Mentre sul secondo Pippo Baudo si apprestava a presentare l'ennesima puntata di Settevoci. Pino Romualdi, un fascista, su un periodico scriveva: “Crediamo nell'olio di ricino e nel santo manganello... prima che il comunismo arrivi al potere è chiaro che troveranno mezzo milione di uomini capaci di procurarsi le armi e di usarle”. Luigi Longo, un comunista, cominciava a criticare la visione che si aveva dei paesi comunisti dell'Est dell'Europa. Un quadro, scriveva, “che non può essere accettato senza beneficio d’inventario”. Ovunque si respirava un clima di tensione. Sociale, umana, politica, economica. Il Sessantotto era appena cominciato, le brigate rosse si preparavano a stilare i primi volantini.
Mia madre, invece, a casa, quel giorno con mio padre preparava la pasta imbottita. Un piatto unico, doveva essere. Si stendeva su un ruoto (un tegame da forno con i bordi abbastanza alti, dalla forma quadrata o rettangolare), prima uno strato di formaggio grattugiato, poi uno strato di pasta (lasagne, ma anche i rigatoni grossi, sccaffittuni, fatti cuocere e poi tagliati con le forbici a uno a uno e poi aperti e stesi su quel velo di formaggio). Poi toccava al sugo, una pennellata, a coprire la pasta, poi uno strato di polpettine piccole piccole fritte in precedenza e seminate su quel letto di pasta con sugo. Poi un altro po' di sugo e un altro strato di pasta, quindi la mortadella, il sugo, il formaggio e poi ancora un altro strato di pasta. Poi toccava alla salsiccia, (e formaggio, sugo e un altro strato di pasta). E ancora polpettine, sugo e pasta e uova sode sminuzzate… fino ad un'altezza di una decina di centimetri. Una bontà. Poi tutto il ruoto veniva messo nel forno e dopo una ventina di minuti veniva fuori uno dei piatti più ricchi e saporiti che io ricordi della mia storia alimentare coriglianese. 
Mangiammo quel giorno come sempre la domenica. Tanto. Tanto che il pomeriggio ti sentivi così pieno da buttarti sul letto e non avere neanche la forza di leggere un giornaletto. Tex, il Monello, l'Intrepido, erano i miei punti di riferimento. (Non li compravo i giornaletti… un giorno vi spiegherò perché). 
Era una giornata particolare, quella domenica. Goi c'è nu comizi all'Acquanova, nu comizi i ru mis… disse mio padre all'ultimo boccone di pasta imbottita. Mia madre, io, i miei nonni lo guardammo. Con gli occhi ancora pieni di pasta imbottita. Nu comizi... pensai io. Ma allora ci devo andare. Devo andare a sentire. U mis era la sigla, a Corigliano storpiata per necessità di linguaggio, del Movimento Sociale Italiano. Il partito di Almirante e dei fascisti.
Il pomeriggio passò veloce, anche perchè tra un tuffo sul letto e una litigata con mio fratello ogni tanto facevo capolino all'Acquanova per vedere cosa succedeva. Ricordo tanta gente, quel pomeriggio in piazza, gente normale, che vedevo tutti i giorni, ma anche gente mai vista prima. E poi i carabinieri, quelli della nostra caserma, li conoscevo di vista, già in piazza con un paio di macchine. Una seicento verdina e un pulmino 850... Erano sette, otto i carabinieri del paese già presenti all'Acquanova fin dal primo pomeriggio. Ma la cosa strana era che c'erano altre persone in divisa, che non avevo mai visto prima. Altri carabinieri. E poi altri con una divisa che vedevo per la prima volta a Corigliano. Erano i poliziotti. Avevo visto qualche tempo prima un paio di poliziotti a Rossano, per strada, fermare le macchine. Ma i poliziotti di quel pomeriggio non erano due, erano davvero tanti. Capii che sarebbe stato un pomeriggio davvero particolare. Una giornata particolare.
Su e giù per Cirria. La strada dove abitavo, nonostante fosse domenica pomeriggio, era animata, come al solito. Qualcuno, nelle case vicino alla mia, aveva acceso il giradischi. A quei tempi accendere il giradischi voleva dire alzare tutto il volume e far sentire a tutto il vicinato quella maledetta musica. Napoletana. Per strada qualcuno giocava cu ru carruoccili, altri, i più piccoli, alla campana. Altri ancora si picchiavano. Le ragazze del vicinato, vicine all’età da marito, con le loro madri, ricamavano e preparavano il corredo. Come tutti i pomeriggi. Guardando verso l’Acquanova, in attesa di qualche bel giovane che dichiarasse il proprio interesse…
L’Acquanova, a un certo punto, era piena di persone e di carabinieri e di poliziotti. Di tanta gente che non conoscevo. Comincia il comizio… Non ricordo le parole dette, i toni usati, gli improperi lanciati. A un certo punto qualcuno dal pubblico reagì. Basta, basta, disse uno. Fu l’inizio dell’inferno. Chi parlava dal palco continuava a parlare ma tra la gente c’erano strani movimenti. Gruppi di persone si spostavano, altri gruppi si allontanavano. Poi corpi che si muovevano agitati, militari che intervenivano, gente che scappava. Anch’io scappai, verso casa. Tutti scappavano quella domenica, chi verso casa come me e altri, chi in cerca di qualcuno di agguantare, picchiare, sbranare. Raggiunsi casa, salii sul terrazzino e aspettai. Non si vedeva niente, da quella posizione. Sentivo solo le voci dall’Acquanova, ogni tanto vedevo qualcuno correre, verso Cirrìa, verso a Ricella. Vidi uno con la faccia piena di sangue. Era successo quello che succedeva un po’ ovunque, in Italia, in quei giorni. I fascisti e i comunisti che non perdevano occasione per massacrarsi. Ma non finì lì. 
Io volevo andare a vedere, mia madre che mi urlava: ttresa ghintri, entrai dentro, fuori succedeva di tutto e io ero dentro. Con le orecchie alla finestra. Rumori di sirene, scoppi. U fuoc, u fuoc, a un certo punto della sera, o della notte. Era questa la voce che sentivo da fuori con il buio padrone da tempo.
Il fuoco era il frutto di un assalto organizzato dai comunisti - dopo il comizio e dopo le continue provocazioni – ai danni della sede del mis. Che era lì, proprio a due passi da casa mia. A ra vucca i l’acquanova, a ra vucca i cirrja. Per arrivare alla sede del mis bisogna passare da un piccolo portone che portava però anche a casa di zu ntoni, fratello di mio nonno, e di zi ntunetta, se non ricordo male, i genitori di linda, franca, annina e di un’altra sorella di cui non ricordo il nome, forse Minuccia. Tutte cugine di mio padre. Perciò a casa mia, vedendo il fuoco, temevano per la loro sorte. A loro non successe nulla. Il bilancio: un fascista picchiato, una macchina, quella del segretario provinciale del mis, distrutta, 42.150 lire sottratte dalla cassa della sezione (questo dissero i fascisti), una macchina da scrivere e alcuni amplificatori rubati. La notte stava per finire, ero agitato perché non potevo andare a vedere. Statti ghintr, ordinava mia madre. Io mi sentivo prigioniero
Ma i veri prigionieri vennero fatti qualche giorno dopo. Dodici persone, si diceva, nella notte tra il primo e il due giugno, tutte persone comuniste o socialiste, vennero strappate dalle loro case, portate all’Acquanova, messe sui furgoni della polizia e portate al carcere di Rossano. Il paese, raccontavano gli uomini che quella notte, all’alba di quel mattino avevano assistito al blitz, sembrava un paese in guerra. Con centinaia di carabinieri e di poliziotti. Ovunque. Vennero arrestati Antonio Romio e mastro Pasquale Orsini, Serafino Corrado e Aldo Amato, Giorgio Misiscia e Antonio De Cicco, Antonio Leto e Salvatore Bonafede, Gerardo Lavorato e Francesco Meligeni, il professore Franzè e Giuseppe Orsini… Per la procura di Rossano erano i responsabili morali e materiali dell’assalto alla sede del mis di Corigliano, quella notte del 25 maggio 1969.
I miei giorni da bambino proseguirono anche se quei fatti mi avevano lasciato addosso un segno profondo. La violenza. Avevo conosciuto la violenza.
Durò 28 giorni quella prigionia.
La figlia di Mastro Pasquale Orsini, Mannina, abitava con il marito Ciccillo e la figlia Filomena (gli altri due figli, maschi, non credo fossero ancora nati) proprio sotto casa nostra. Ogni tanto, in quei giorni dopo il due giugno, mia madre chiedeva notizie. Nent, Ninè, diceva Mannina, ancora nent. 
Passarono 28 giorni prima che le loro famiglie potessero rivederli. Quel giorno durò più degli altri giorni. Le strade erano piene di bandiere comuniste, e socialiste. Il rosso, le falci e i martelli si sprecavano. L’Acquanova era piena, via Roma stracolma, centinaia le persone in attesa di quella dozzina di antifascisti e comunisti di Corigliano accusati di avere dato fuoco alla sezione del mis.
Arrivarono, e io ero lì, in prima fila, tra poliziotti con il manganello e carabinieri mai visti. Urla, grida. Arrivarono in piazza. Gli abbracci lunghi e commossi con i parenti e con i compagni. Il comizio. Il fascismo non passerà, il comunismo vincerà.
Pochi mesi dopo venne trovato il primo volantino delle brigate rosse. Quello che stavano preparando mentre mia madre e mio padre erano indaffarati a preparare la pasta imbottita.

(1/8/2012)

(Se non avete mai avuto un cane, e quindi non avete mai amato un cane,non leggete questo racconto. Non fa per voi.)


La mia famiglia. Mi chiamo Heidy, sono nata il 29 ottobre 2001 a Palestrina,un paesino vicino a Roma. Ho trascorso solo un mese in quella casa dicampagna fuori dal mondo, dove sono nata, coccolata da mia madre e daimiei fratellini. Poi un giorno un uomo che si prendeva cura di me mi prese emi portò fuori. Era novembre, la fine di novembre di quell'anno, av

evo da poco compiuto un mese e l'unica cosa che mi piaceva era dormire.Uscii fuori, in braccio a quell'uomo, vidi la luce, forse la prima volta. C'eranodue persone sul piazzale di quella casa di campagna, un uomo e una donna.La donna mi vide e mi prese in braccio. Erano calde le sue braccia, ci stavobene, mi addormentai. Quasi un mese dopo, alla vigilia di Natale di quell'anno, la persona che miaccudiva mi strappò ai mia fratellini, a mia madre. Mi poggiò sul sedileposteriore della sua auto e partimmo. Andiamo a Roma, disse lui. Allora nonsoffrivo il mal di macchina, anzi, mi piaceva stare là dentro. A un certo punto la macchina si fermò, sentii dei rumori. Forti. Ero arrivata in città. L'uomo che mi accudiva mi prese e mi mise tra le bracciadi quell'uomo che avevo visto un mese prima, di sfuggita. Ecco i soldi, dissel’uomo che avevo visto di sfuggita. Grazie, rispose l'uomo che fino ad allorami aveva accudito. Arrivammo a casa, quella vigilia di Natale, che non faceva freddo, maneanche caldo. L'uomo che avevo visto di sfuggita mi trattava con cura, ionon c'ero abituata a quelle attenzioni. Bella casa, pensai, anche ungiardino... Mi prese quasi di nascosto e mi portò fuori, nella casetta degliattrezzi. Cera già una scatola di cartone, pronta per la mia prima vigilia diNatale. Mi mise lì, scoprirò più tardi, perché io ero la sorpresa per i suoi figli,Marco, Eleonora e Francesca. Il loro regalo di Natale. Non la faccio lunga,solo di quella giornata potrei scrivere pagine e pagine…. ma non è questal'occasione giusta. Verso mezzanotte, finalmente, quell'uomo, che d'ora in avanti chiameròpapà, venne a prendermi. Non ce la facevo proprio più a stare là dentro.Cominciava a fare freddo. E poi in casa c'era qualcuno che cominciava asvelare il segreto. Ehhh, sapeste, faceva quell'uomo che scoprii essere ilpadre del mio papà (mio nonno Carlo), sapeste che regalo vi aspetta... unregalo che si muove, che vi viene vicino e poi se vuole vi lecca le manine ese fate i cattivi vi morde... Un robot, pensarono i bambini in casa. Ma io nonero un robot. Ero un cane. Un beagle. Il mio papà mi portò dentro. Non vi posso descrivere le facce dei figli del miopapà, (i miei fratellini) perché sono un cane e non saprei descriverle. Maerano proprio contenti. Vidi anche quella donna che un mese prima mi presein braccio. Era la moglie del mio papà, (la mia mamma). E c'era ancheun'altra donna, che si vedeva che voleva tanto bene al mio papà. Perchéera la sua mamma (nonna Ninetta).
Che bello, che bello, vieni qui come ti chiami.... Ma sei maschio e femmina?Hai fame, Hai sete? Vieni in braccio, amore....e vidi le prime lacrime, di gioia,della mia vita. Sul viso di Eleonora. Gesti mai visti, parole mai sentite, uncane non sente le parole, quand'è piccolo piccolo. Cominciai così, quellanotte di Natale, a vivere in quella che sarebbe stata la mia casa. La miafamiglia. La prima notte, e le successive notti dei successivi sette anni, dormii nelletto con papà e mamma. (Poi a un certo punto, complice anche una storia d’amore che avevo con unmaschietto irrequieto che si chiamava Leo, che abitava a casa nostra e chepure lui s’era insediato nel lettone, mamma si arrabbiò così tanto che cacciòvia tutti e due, me e Leo, dal letto. Leo era il padre dei miei cuccioli ma eradavvero irrequieto, Mamma non lo sopportava. Così un giorno lo diede a unsignore che aveva una campagna grande dove lui poteva giocare e faretutto ciò che voleva. Da quel momento io dormo nella mia cuccia, accanto allettone di mamma e papà). In quella casa mi volevano (e mi vogliono) tutti bene. E io, non sto qui anasconderlo, me ne approfittavo. Non volevo mai restare da sola. O meglio:a me restare in casa da sola piaceva ma combinavo sempre qualche guaio.Allora, vediamo... una volta ho preso gli occhiali di papà e ho mangiatoquelle bastoncini che sembrano ossi, un'altra mi sono attaccata ai piedi diquel mobile antico che papà e mamma avevano comprato nelle Marche, poile ciabatte di Francesca, quelle di Ele, quelle di Marco, il telefonino diun’amica di Eleonora... Ma il massimo fu un giorno che trovai sulla scrivaniadi papà un portafogli, sì, quegli oggetti di pelle dall'odore che noi canisentiamo forte... ma non fu la pelle ad attrarmi. Dentro c'erano dei pezzi dicarta (in seguito papà mi disse che erano soldi) e io li presi con i dentiniancora piccoli, e li mangiucchiai, Ma mio padre si arrabbiò soprattutto per isoldi che avevo reso inservibili, del portafogli non gliene fregava niente,anche perché era consumato. Ma i soldi no. Li ridussi in cento pezzi. Papà,con pazienza, li raccolse (e io lo osservavo dal mio divano), e li mise in unabusta. E che ci farà, adesso?, sono distrutti, pensai. Lo scoprii qualchegiorno dopo. Andò alla Banca d'Italia e se li fece ridare interi. Per me il miopapà da quel momento diventò una specie di mago. La mia vita trascorreva felice. A casa mia. L'inverno sul divano accanto altermosifone, la primavera ad assaporare i primi caldi fuori in giardino,l'estate ad aspettare di partire per la Calabria. Corigliano. Mi piaceva andare a Corigliano anche se in macchina stavamo stretti e ilviaggio era davvero lungo. Soprattutto a causa della strada, quasiimpraticabile. Ricordo quelle lunghe soste, senza un motivo, su quella stradache porta a Corigliano. Heidy, questa è la Salerno-Reggio Calabria, disse ungiorno papà durante un viaggio. Capii che non era una cosa bella. Maquando arrivavamo a casa dei nonni era tutta un'altra cosa. Avevamo tuttidimenticato il viaggio infinito e già pensavamo alle braciole fatte da nonnaNinetta, a ri pipi e pateti, ari cipullizzi, ai broccoli cu ra sazizza. Piatti nonproprio estivi ma nonna li preparava sempre quando arrivavamo noi. Per levacanze d’estate. Un giorno papà mi portò al paese, il suo paese, mi fece vedere i luoghi dellasua infanzia, la strada dove giocava, correva. La sua casa. Mi piaceva,perché lì non passavano macchine. E a dire la verità non c'erano neanchepersone. Solo un paio di cani che mi misero anche un po’ di paura. Ma era lastrada dov'era cresciuto papà e la paura mi passò. Avrei voluto correre perquella strada, come faceva lui, mangiare un pezzo di pane seduto suigradini che portavano verso la sua casa ma non era quello il tempo per farequeste cose… Così papà mi rimise in macchina quel giorno, e tornammoverso la nuova casa dei nonni. Alla stazione. Non è brutta la casa dei nonni, al terzo piano, all'incrocio tra due stradeimportanti, sempre animata di macchine e rumori... ma per arrivarci devi faretre piani a piedi. Che d’estate non sono il massimo. Per un cane. E per unuomo. C’è un episodio che ricordo anche a fatica delle mie vacanze coriglianesi. Ungiorno andammo al mare, (papà ti porta a ru meri, disse). Non è che mipiacesse tanto il mare ma per farlo contento andai. Un mare normale, stradenormali. Gente normale. Ma quel giorno era un giorno di festa al mare, e perquell’occasione si è soliti portare la statua della Madonna su una barca. Abenedire tutta la spiaggia. E tante altre barche più piccole in processione.Una cosa normale, che si fa nei paesi del sud, pensai. Ma quello che non miaspettavo era il rumore che accoglieva il passaggio di quelle barche. Ognicento metri un fragore (questo vocabolo non è mio ma mio padre ha dettoche ci sta bene): fuochi che s’accendevano, petardi che scoppiavano, unrumore infernale per le mie orecchie. La prima scarica, la seconda, la terza.Non ce l’ho fatta più. Sono scappata. Via da quel rumore. Papà mi inseguiva,urlava il mio nome, Heidy, fermati. Io non ne volevo sapere. Avrei preferitomorire, pur di scappare da quel rumore. Arrivai in un prato, lontano dairumori. Ansimavo. Chissà papà che faceva. A un certo punto mi girai e nonc’era più nessuno a inseguirmi. Ci rimasi male. Anche perché ero in un postoche non avevo mai visto prima, la mia casa a più di cinquecento chilometri eil mio papà che non ce l’aveva fatta a seguirmi. Ero disperata, soprattuttoperché sapevo che papà era disperato. E io non sapevo come tornareindietro, ora che il fragore era finito. Vagavo per quel prato. Per fortuna incontrai un uomo che conosceva ilfratello di mio padre e che mi aveva visto correre. Mi vide ansimare, si fermò,mi raccolse. E mi portò a casa di zio Francesco, dove papà ormai stava percollassare… … Non mi è stato molto vicino papà nei miei primi anni di vita. Sempreimpegnato al lavoro. Usciva la mattina presto e tornava la sera tardi. Iostavo bene con i miei fratellini e la mia mamma ma con un papà vicino la vitaè migliore. Lui lavorava sempre. Tornava a casa quando gli altri nelle altrecase già dormivano. Ma io lo aspettavo sempre. Sentivo, allora sì che cisentivo bene, il rumore del suo motorino, mi fiondavo alla porta, grattavofinchè lui non apriva. Le feste, tutte le sere, tutte le notti. Poi lui scaldava ilpiatto che mamma gli aveva preparato e si sedeva per mangiare. Eranosempre le undici e mezza, mezzanotte. Io mi sedevo vicino e aspettavo ilpremio per quell’attesa. Che arrivava sempre. Un pezzo di carne, unpezzetto di formaggio. Lui ogni tanto, anche per parlare un po’, mi diceva delle cose. Ogni sera unacosa diversa. Eh, sapessi Heidy, ho fatto tardi perché è caduto un aereo,una ragazzina è scomparsa, un cane come te ha mangiato una bimba, unpazzo ha abusato di un bimbo, del nipote, e gli ha dato fuoco, un treno haderagliato, una mamma pazza ha massacrato il figlioletto… Io ascoltavo manon capivo. Una sera mi disse anche che era morto il Papa. E lì quasi mivenne da ridere. Ma che c’entra il mio papà con il Papa? Poi ci sedevamo sul divano ma a un certo punto suonava sempre il telefono.Era qualcuno del suo ufficio, del turno di notte, che voleva indicazioni dal miopapà su come affrontare una notizia appena arrivata… Che strana vitafaceva il mio papà. Poi una sera, poco più di un anno fa, tornò a casa. Ma non fu una sera cometutte le altre. Entrò e aveva i pantaloni all’altezza del ginocchio strappati, disse a mammache era scivolato con il motorino e che gli faceva male una mano. Poi riuscì.Da solo. Tornò tardissimo, nel cuore della notte, con la mano che gli facevamale tutta fasciata. E disse a me a mamma: devo stare a casa per 45 giorni. Non ci volevamo credere. La nostra vita cambiò. Papà era sempre a casa, mangiavamo la sera comemangiano quasi tutte le famiglie del mondo. Alle otto, alle otto e mezzo disera. Aveva ritrovato il tempo, papà. La mattina faceva cose che non aveva mai fatto. Andava in giro con mamma,portò anche me dal veterinario, nell’ospedale degli animali. Il medico ci disseche avevo un nodulino a una mammella e prima o poi avremmo dovutotoglierlo. Non capii l’importanza, allora. Ma il mio papà sì. E disse allamamma che dovevamo toglierlo quel nodulino. Poi un’altra mattina andòpure in una clinica a fare degli esami che faceva ogni tanto. Quando avevatempo. Tornò a casa, all’ora di pranzo. Ma non mi sembrava normale. Il suosguardo, anche verso di me, era diverso. Non capivo. Il pomeriggio sisedette sul divano e guardò fisso il televisore spento. Vidi due lacrime sulsuo viso. Sul viso di papà. Poi un giorno, qualche giorno dopo, arrivarono a casa nonno Carlo e nonnaNinetta. Non era il tempo dei nonni, quello. Non era Natale, che erano venutia fare? Un paio di mattine dopo papà e mamma uscirono di casa con una valigia. Misalutarono, tutti e due. Salutarono i nonni. Nonna mi sembravapreoccupata. Ogni tanto per casa sentivo qualcuno singhiozzare. Papà e mamma non tornarono per giorni e giorni. Sette, otto giorni senzatornare. Ogni tanto sentivo un rumore ma niente. Ecco perché erano venuti inonni. Per stare vicini a me e ai miei fratellini. Visto che papà e mamma nonc’erano. Tornarono a un certo punto. Otto giorni dopo. Papà mi guardò e sorrise. Iovolevo saltargli addosso, leccarlo, baciarlo… ma tutti mi fermarono. Giù,lascia stare papà.
Lo lasciai stare. Guardandolo preoccupato. Non riusciva a piegarsi verso dime, camminava a fatica. Però mi sorrideva. Papà era tornato a casa. Andammo in giardino, lui cominciò a guardare i fiori appena sbocciati. Erametà aprile. Ma dopo un po’ dovette sedersi perché era stanco. Poi, a poco a poco, papà cominciava a stare meglio. Anche se ogni tanto sitoccava il fianco e diceva alla nonna e alla mamma: che male… Ma anche conquel dolore io ero felice. Perché papà aveva cominciato a stare sempre conme, la mamma e i fratellini (anche se ormai cresciuti e diventati uomini edonne).
Tornò al lavoro, dopo una lunga convalescenza, ma durante l’estate ci disseche non ne voleva più sapere di stragi e di morti, di incidenti e di mammepazze. Voleva stare con noi, con la nostra famiglia. Così come ogni padre eogni marito sta con la sua famiglia. Papà ha ritrovato il suo tempo, il tempo per gli altri. Il tempo per le carezze.Il tempo per me. Tanto che l’altro giorno mi ha riportato nell’ospedale dove ci sono tuttimedici giovani e che curano solo gli animali. Mi ci ha portato perché quelnodulo che avevano scoperto prima di quelle due lacrime di papà, eradiventato enorme. Un carcinoma mammario, ha detto il dottore. Che vatolto. Anzi, adesso facciamo anche un’ecografia e una radiografia per vederese ci sono altri problemi.
Vedevo il volto del giovane dottore preoccupato. Papà e mamma eranopreoccupati. L’ecografia aveva mostrato una cosa nella mia vescica nonbella, la radiografia un’altra cosa nei miei polmoni… Io non ci ho capitoniente, a dire la verità. Mamma ha cominciato a piangere. Papà no.
Ho capito, qualche giorno fa, che non ho molto da vivere, con quelle cosedentro. Ora che il mio papà ha ritrovato il suo tempo io non ho più moltotempo per stare con lui. Una di quelle cose brutte però stamattina me l’hanno tolta. Papà si è alzato presto, mamma pure. Siamo andati in ospedale, io sonoterrorizzata dal quel posto. Riconosco la strada, riconosco gli odori,riconosco le persone. Ma il mio papà mi teneva ferma. Una dottoressa ci hachiamati. Siamo entrati in una stanzetta e poi lei ha detto a papà e mamma:adesso lasciateci soli. Sono usciti, io guardavo papà, implorandolo con losguardo, non mi lasciare… Non scorderò mai i suoi occhi. Non scorderà mai imiei occhi. … Sono tornati, stasera, papà e mamma, a prendermi. Sto bene, anche sel’intervento è stato pesante. Ma sono felice. Perché adesso sono a casa,nella mia casa, nella mia cuccia. Con la mano di papà che dal letto anchestasera cerca la mia zampetta. Per addormentarsi. Per farmi addormentare. Per trascorrere un’altra estate con me.
(4/08/2012)

Il ditale d’oro. Quando sei bambino le vacanze cominciano presto. Un attimo dopo la fine della scuola. E finiscono tardi, qualche minuto prima dell'inizio della scuola. Alle elementari, per non farti perdere l'abitudine con lo studio, i maestri ci davano da fare i compiti per le vacanze, una o due paginette al giorno, qualche operazione di aritmetica, alcuni esercizi di grammatica, una lettura... Il fatto è che io prendevo quel libro dei compiti e lo divoravo in un paio di giorni. Alla festa di sant’Antonio, il 13 giugno, l'onomastico e il compleanno di mammà, io avevo già finito i compiti per le vacanze. E così il giorno della festa ero libero da tutti gli impegni ... per festeggiare con mammà. 

Le feste di una volta, le feste dei grandi, a vederle con gli occhi di un bimbo erano davvero strane. A mammà il giorno di sant'Antonio, arrivavano tanti regali. Ma non erano borse e foulard, trucchi e profumi. Il giorno di sant’Antonio, dalla mattina, scendevano versa cirria, verso casa mia, i ragazzini dei bar con guantiere piene di dolci e di bottiglie di liquore. Qualcuno, che si avvicinava timidamente alla modernità, mandava un altrettanto timido mazzo di fiori. Pierino, Battista, zio Pasquale, compa Luigi, Antonio e Lucia, Vicienzi, cumma Mariuccia e cumpa Pierino, cumpa Giorgio Aversente... e chi se li dimentica più... Erano questi i “mittenti”, quelli che mandavano il loro pensiero, il loro gentile omaggio per l'onomastico di mammà. 
A mezzogiorno il tavolo era già pieno di dolci e di liquori, con tutti i bigliettini bene in vista per capire - e ricordarsi, perchè poi bisognava disobbligarsi - chi era che si era ricordato di sant’Antonio. Erano quasi tutti parenti, soprattutto di papà. A mammà volevano tutti bene i parenti di mio padre. Perchè era una donna sempre disponibile e accomodante. Ed era pure una brava sarta. Così spesso zii, cugine, nipoti, venivano a casa nostra con le loro buste piene di panni da aggiustare. E tra un discorso e l’altro, aggiornamenti sullo stato di salute dei bambini, andamento del lavoro e qualche pettegolezzo, per mammà cominciavano le richieste: ninè, mi cciu runi nu punt a sta cammisa... ninè, ho comprato la gonna ma mi sta larga, i quazuni i maritimi su luonghi, mi ccia fè a piega? E così via. 
A mia madre piaceva fare quel lavoro, solo per diletto. Secondo me si divertiva pure a farlo. Spesso lavorava solo con l’ago e il filo tra le dita, con l’accortezza di mettere sul dito più esposto a eventuali contatti con la punta dell'ago, un ditale di metallo, a prevenire probabili sviature di quell’attrezzo che ha nella punta e nella sua sottigliezza i massimi punti di forza. Era un ditale color oro quello che mia madre conservava gelosa per i suoi lavori di taglio e cucito. Quand’ero piccolo piccolo pensavo addirittura che fosse d’oro. Visto il suo colore. Naturalmente non era così. Era solo un normalissimo ditale di metallo che però salvava il dito di mia madre, se l’ago prendeva strade diverse da quelle naturali. 
Ma non c'erano solo le mani. A casa avevamo una bella macchina per cucire a pedale, Borletti, una bellissima macchina per cucire che mia madre aveva dal 1951, quando aveva quattordici anni. Fu l'unica cosa, oltre al corredo, che portò a casa di mio padre il giorno del suo matrimonio, il 6 agosto del 1959. Quando non serviva, il mobiletto che conteneva la macchina diventava un tavolino per poggiare un vaso con dei fiori (con un centrino ricamato, sotto, perchè mica possiamo fare brutta figura se viene qualcuno...). E quando si mangiava e c’erano ospiti poteva trasformarsi in un comodo e pratico tavolinetto d’appoggio per disporvi le varie pietanze. Non aveva una superficie molto grande, ma tre, quattro piatti sopra ci andavano. E a noi bastava, quello spazio.
Quella macchina fu anche uno dei miei primi giochi. 
Le macchine per cucire a pedale hanno tutte lateralmente una specie di ruota di metallo che, grazie a una cinta collegata al corpo della macchina, produce, induce il movimento dell'ago. La velocità di cucitura dipende dalla forza e dall'intensità con cui si spinge il pedale. Se hai bisogno di fare una cucitura che non deve seguire un percorso lineare, è necessario muovere il pedale con molta attenzione, su e giù piano, senza forzare troppo. Ma quando la cucitura da fare è dritta, allora puoi accelerare, facendo muovere l'ago secondo le esigenze di chi cuce e della stoffa da cucire.
Un gioco, uno dei miei giochi preferiti. Bastava togliere la cinta, e la ruota diventava un semplice oggetto di metallo collegato al pedale e non più alla macchina. Così si poteva spingere con un piede solo, ma anche con due piedi, piano, più veloce, forte, fortissimo. Finché la ruota non girava su se stessa in maniera vorticosa, vertiginosa. Producendo anche un notevole e fastidioso rumore, che arrivava soprattutto alle orecchie di mia madre. 
Giusé, mo' basta cu sta machina, mo' si rumpa, u vo capiri ca si rumpa sta machina, e pu mammà cumi cusa? 
Aveva ragione mia madre, se si rompeva la macchina lei non poteva più cucire. Il suo unico divertimento. Cosi io abbandonavo il mio gioco. Ma poi ricominciavo. Tanto ero sicuro che era quasi impossibile che si rompesse. Era questo il gioco, vedere quella ruota correre, e quella corsa, quella velocità erano il frutto del mio movimento dei piedi. Bastava poco, per giocare, tanti anni fa. 

Poi, il pomeriggio, cominciavano le visite. Le aspettavamo le visite. Ti accorgevi che stava arrivando il loro tempo quando mia madre cominciava a pulire bene bene, non come tutti i giorni che passava un po' la scopa e toglieva un po' di polvere che si depositava sui nostri pochi e poveri mobili. Te ne accorgevi perchè mammà andava a pulire pure sopra, dove nessuno di noi andava mai. E dove nessuno in visita sarebbe mai andato. Però era meglio pulire bene bene perchè se qualcuno diceva: mmi cci fa virriri supri, non è che potevi dirgli: non ci andiamo mai, è tutto in disordine... sarebbe sembrato brutto, da scostumati. Così pulizie a fondo anche sopra, letto sempre aggiustato, balcone semichiuso per fare entrare solo un po' d’aria fresca, gli accessori da toeletta in perfetto ordine sul mobiletto dove mia madre avrebbe dovuto sedersi per pettinarsi ma dove non si sedette mai nemmeno per guardarsi allo specchio.
I parenti meno stretti arrivavano nel primo pomeriggio, dopo le quattro e prima delle cinque. Mio padre stava al negozio (nel pomeriggio c’era sempre meno da fare rispetto alla mattina), mio nonno seduto sui gradini vicino a ru capichiatti, mia nonna davanti all’ingresso di casa. Era il 13 giugno, faceva anche un po’ di caldo. Fuori si cominciava a stare bene. E mia madre in casa, a sistemare le ultime cose. Spesso quando si è festeggiati, ci si rilassa e si aspetta che qualcuno faccia quello che fai tu tutti i giorni. Non era così per mia madre. 
Così le visite arrivavano, anche quelli che la mattina avevano mandato dorci e buttigghji. E come stai, e come non stai, e ru picciulilli, e marititi… E u vu nu cafè, e nu pezzarielli i dorc? Mangiatill, ani fatt adduvi u catarreri… E così il tempo passava. Le visite del primo pomeriggio a un certo punto toglievano il disturbo. … mo minn’e jiri ca vena bicienzi e addi mangeri. Statt bona Ninè, e tanti auguri ancora.
Verso le sette di sera, arrivavano i parenti più importanti. Più stretti. Fratelli, cugini, zii. Arrivare alle sette vuol dire avviarsi verso un orario di visita che si aggira intorno ai sessanta minuti, non meno… Che senso ha arrivare alle sette di sera e andare via, che so, alle sette e venti, alle sette e mezza… Non si faceva, ghera brigogna. Così, verso le otto, mia madre contava i presenti e annunciava: stasira mangeti lluochi. Non è che ci fossero catering o ristoranti o pizzerie disposti a prepararti qualcosa da mandare a casa per gli ospiti, per le visite. Se volevi far mangiare qualcuno a casa tua, dovevi preparare tu. Ma mia madre era previdente e fin dal mattino armeggiava in cucina a preparare qualcosa che non fosse solo per la nostra famiglia. Così alle otto di sera del 13 giugno, la festa di sant’Antonio, anche se con una dozzina di persone che erano venute a fare la visita, mia madre non si scoraggiava e portava in tavola il meglio della sua cucina.
Poi, dopo un sorso di sambuca con la mosca (la mosca era un semplice chicco di caffè, ma che masticato dava all'intera bevanda un sapore davvero particolare) i parenti ci salutavano. E la nostra casa, la nostra famiglia, tornava alla normalità. Papà a dormire su una sedia, i nonni tossendo raggiungevano la loro stanza, io in pigiama mi poggiavo sul letto. Ma non avevo sonno, non dovevo dormire, perchè il giorno dop la scuola non c’era più. Cosi poggiavo la testa sul cuscino e sentivo mia madre che apriva il mobiletto della macchina per cucire, tirava su la macchina, sistemava l’ago e il filo, agganciava la cinta al pedale e quel rumore riempiva la casa. Anche quelle che stavano sopra e sotto di noi. Ma era la vita che correva in quella casa. Nella nostra casa. A cirria.
Un giorno, molti mesi dopo, prima di Carnevale, mia madre tirò fuori la macchina per cucire, come tutti giorni, come tutte le sere. Ma non era un rammendo o una piega, un paio di pantaloni da allungare o una gonna da stringere. Sul tavolo da pranzo, accanto alla macchina per cucire, c'erano tanti pezzi di stoffa colorata, dieci colori diversi, tagliati a forma di rombo. Mia madre stava per dare vita a una delle sue creazioni più belle, per me, per il figlio che aveva difficoltà a giocare con gli altri e che seguiva con un affetto e un amore mai visti a cirria. Mammà quella notte diede vita al suo capolavoro, che scoprii la mattina al risveglio. Era uno splendido vestito da Arlecchino. Per il mio Carnevale. Che mi stava a pennello. Quando un sarto deve fare un vestito su misura pensa bene di prendere le misure giuste affinchè quel vestito stia in maniera perfetta sulla persona che l'ha commissionato. Mia madre non prese le mie misure quella sera. Perchè una madre che vuole bene a un figlio dentro di sè ha tutte le misure del figlio. Il giro vita, le spalle, le braccia, il cavallo dei pantaloni, la lunghezza delle gambe. Il suo cuore.
(nella foto, mia madre nel mese di agosto del 1960, pochi giorni dopo il matrimonio)

(6/8/2012)

I 22 bambini.

Ero già abbastanza grande il 31 dicembre del 1974. Quattordici anni compiuti da un pezzo, la voglia di crescere, i primi amici veri, quelli che conservi geloso per tutta la vita, anche se li vedi per qualche minuto una volta
l'anno. Se va bene. Erano appena passati i primi mesi dal mio primo liceo scientifico, all'Ariella. Prima B. Nuova classe, nuovi compagni, nuovi insegnanti, professori stavolta. Mica quelli delle medie e delle elementari. Al liceo gli insegnanti avevano un aspetto severo, forse qualcuno gli aveva detto: signori, questo non è uno scherzo, voi siete professori del liceo scientifico Fortunato Bruno di Corigliano Calabro, mica professorucci di una scuola qualsiasi... Così, secondo me, cambiavano aspetto. Tutto in quello scuola aveva la faccia della severità. Ma nonostante tutto ci divertivamo. Era pur sempre la prima classe del liceo scientifico. Mica un master in una università americana..
I primi compagni li ricordo bene, molto bene. Antonio Schiavelli, Pierangelo Falbo, Antonio Trebisonda, Mario Mangano, Fiore, Godino, Viteritti, Antonio Manfredi, Aldo Pisani… mia cugina Maria Domenica, Bianca Favaro, la polentona, le ragazze che venivano ogni mattina dai paesi albanesi, Piera, Franca, Albina… E poi una ragazza bravissima, docile, fin troppo, il primo banco le stava persino stretto. Lei era oltre. Oltre tutti noi. Gianfranca, le chiedevamo, ma u tieni u ziti? Gianfranca, docile e sorridente, rispondeva sempre nello stesso modo: lo conoscerete alla fine del liceo. Il ragazzo di Gianfranca, scoprimmo tutti con uno stupore esagerato, era Dio, il Signore, il Padreterno, chiamatelo come volete. Gianfranca, Gianfranca Dima, prese i voti e diventò suora. Non l’ho più rivista.
Non avevo grandi progetti, a quei tempi. Al telegiornale vedevo una persona, un giornalista, si chiamava Marcello Alessandri, che raccontava le guerre infinite nei paesi arabi. Però, che bel mestiere, pensai, non sarebbe male fare il giornalista… Ma poi ci ripensavo e mi dicevo: ma che dici, tu da Corigliano parti e vai a fare il giornalista? A Roma, poi, mica a Trebisacce, a Castrovillari o a Cosenza… Così ripiegavo i miei sogni verso occupazioni più terrene e abbordabili. Il pompiere, l’avvocato. O il prete. Sì, volevo fare il prete da piccolo. Però con un’avvertenza per me stesso: prendo i voti, divento prete ma mica mi fermo lì. Voglio fare il vescovo, l’arcivescovo, il cardinale. E poi un giorno chissà…
Nel frattempo, per rimanere alla vita reale, quella che tutti i giorni ti accompagna inesorabile, nel tempo libero, il pomeriggio e i giorni di festa, andavo a dare una mano alla signora Cicero.
La signora Cicero non era originaria di Corigliano. Aveva un accento che non era il nostro, sembrava di uno di quei paesi a sud di Rossano. Ma forse mi sbaglio. Abitava proprio accanto alla chiesa di Santuori con il marito e un figlio. La sua casa aveva un balconcino pieno di piante e di fiori che dava sull’ingresso della mia chiesa. Ed era pure, la signora Cicero, presidente dell’Azione Cattolica della nostra parrocchia. E mia madre, inutile dirlo, era una delle aderenti. Perciò la conoscevo. Perché io ero un chierichetto e lei partecipava attivamente alla vita della parrocchia.
Aveva con il marito una tabaccheria e un’edicola, all'inizio della strada che dall’Acqua Nova porta al castello, sulla destra, Subito dopo la bellissima merceria di Longo.
Cominciai a frequentare il negozio della signora Cicero dopo la morte del marito. Era rimasta sola, il figlio era all’università. A darle una mano c’era mastro Pippini Iannini, famiglia di postini. Faceva i conti dei giornali e la distinta per ordinare le sigarette. E a darle supporto morale ogni giorno che Dio mandava in terra c’era un signore, anziano, alto e corpulento. Che conosceva da tempo, amico del marito. Non ricordo il suo nome (mastro Mario Tiano?). Ricordo solo la sua presenza, i suoi occhiali spessi, la sua voce forte e gradevole. Il suo controllo disinteressato. Ogni pomeriggio arrivava e si sedeva lì. A parlare del più e del meno.
Mia madre aveva capito che mi piaceva leggere i giornali. Così un giorno disse alla signora: che ne dice se Giuseppe viene qualche volta a darle una mano? Andai. Tutti i pomeriggi. E le domeniche, quando era di turno. Mettevo a posto i giornali, facevo le rese, ovvero ritagliavo le fascette dei quotidiani che erano rimasti invenduti (la fascetta era una parte della testata che conteneva la data di pubblicazione). I giornali, i periodici, li mettevo a posto, ordinati su un banco; quando arrivavano era il momento più bello della settimana… Erano la mia passione. E poi la signora mi dava i giornaletti da portare a casa, Tex, Zagor, il Monello, l’Intrepido.
E poi le sigarette. Ero bravo, veloce e preciso, diceva la signora. A venderle, a dare il resto, a sistemarle il giorno dell’arrivo. Non mi dava soldi, perché non si danno soldi a un ragazzino, non prendevo ‘a muzzetta (si diceva così). Il giorno più faticoso era il turno della domenica, quando toccava al tabacchino della signora Cicero restare aperto per tutta la giornata. Arrivava gente da tutto il paese, vedevo anche qualche parente, un giorno addirittura un professore, di matematica, il professor Formaro… Lo guardai, lui mi guardò, mi disse poco, o niente (già lui non è che parlasse molto). Sorrise e mi chiese le sue sigarette preferite.
Ero contento. Avevo venduto le sigarette al mio professore di matematica. La sera della domenica, dopo un’intera giornata di lavoro, la signora prendeva due, tre pacchetti di sigarette, me li metteva in mano e mi diceva: tieni, portale a tuo padre.
Papà era contento, io ero felice.
I giorni primi della fine dell’anno 1974 passavano come tutti gli altri giorni che ti portano verso la fine dell’anno. Con il mio amico Mario Mangano andavamo in giro per sant’Antonio, avevamo comprato un paio di pistole, innocue, quelle con il tappo rosso, e ci divertivamo a sparare colpi innocenti, ma rumorosi, qua e là. Quelle pistole le tenevamo strette nei pantaloni. Come veri delinquenti. Come si faceva un tempo. Ma erano gesti da ragazzini.
(Mario, oggi un ottimo medico, urologo, lavora in un ospedale del nordest. E’ il figlio di zia Rosetta Luzzi, sorella di mia zia Melina - moglie di zio Ciccillo - e di Biagio. I suoi fratelli sono Angelo e Francantonio, anche loro affermati medici . Mario da piccolo aveva una spettacolare peculiarità. Faceva dei rutti incredibili. A comando. Non doveva bere bevande gassate per sprigionare quel rumore che spaccava i silenzi e le attese. Mario, fammi sentir… E lui andava con quella sua specialità che lo faceva sembrare ai miei occhi una specie di eroe).
A Cirria qualche sera prima di Capodanno sparavamo i bottamuri. Micidiali ordigni, incartati come fossero innocenti e prelibati cioccolatini, che scaraventati con forza contro un muro producevano un rumore da bomba.

La mattina del 31 dicembre 1974 mi alzai con il pensiero fisso di andare a comprare i bott per la sera dell’ultimo dell'anno. Ovviamente con mio padre. Anche se avevo quattordici anni la mia passione, più che le pistole o i giochi rumorosi erano i friapisci, innocenti stecchette che accese facevano vedere centinaia di innocue stelline. Ma quella mattina non fu come tutte altre.
Qualcuno, scendendo verso Cirrìa, parlava a voce alta.
A ru mmatt, a ru mmatt, su muorti tutti… rurici, rurici marineri…
Dodici marinai morti… Ma che voleva dire quel pazzo. Corsi all’Acqua Nova, dove le informazioni potevano essere più dettagliate. E lì scoprii la tragedia. Che avrebbe cambiato il mio ultimo giorno del 1974. E che cambiò il Capodanno di tutto il paese.
La mattina del 30 dicembre, lunedì, due pescherecci, Nuova Sant’Angelo e Maria Santissima i loro nomi, partirono dall’approdo di Schiavonea diretti verso le acque che portano a Policoro. Tratto di mare ricco di pesce. Per un giorno e una notte di pesca, per raccogliere il frutto che poteva garantire anche agli occupanti di quelle due imbarcazioni, tredici persone, e alle loro famiglie, qualche soldo per comprare da mangiare per l’ultima cena dell’anno, per comprare bottamur e friapisci ai figli piccoli. Il tempo era buono.
Partirono con il sorriso sulle labbra, dalla Madonnina. Non c’era il porto, allora, a Corigliano. I marinai spingevano le loro barche dalla spiaggia al mare, con la forza di mille mani. E partivano. Per il mare amico.
Era una bella giornata, quella di lunedì 30 dicembre del 1974. Il programma prevedeva il rientro per la mattina successiva. Quando avrebbero scaricato il pescato nelle cassette per poi venderlo per le mille e più tavole di fine anno del paese.
All’alba del 31 dicembre, proprio all'ora del rientro previsto a casa, il mare smise di essere buono e spinto dal vento diventò irriconoscibile. Nemico dei pescatori. Tanto nemico che onde altissime, alle prime luci dell'alba, sembravano giocare con quelle due barche.
Noi dobbiamo tornare a casa, dalle nostre famiglie, dai nostri figli… urlavano. Ma il mare non li sentì. Tanta era la forza del vento.
Quell’alba maledetta molte delle famiglie di Schiavonea si svegliarono non tanto per i sogni premonitori ma per la furia del vento e dell’acqua. Che dal mare arrivò nelle prime case, invadendole, allagandole. Le famiglie uscirono così all’alba, sfrattate, dalle loro case e tutti si ricordarono che in mezzo al mare c’erano quelle due barche, con tredici persone delle famiglie Celi e Curatolo. Un pezzo, grande, di Schiavonea. E della sua storia.
Si fiondarono tutti sulla spiaggia, all’altezza della Madonnina, a guardare il mare, a cercare i profili della Nuova Sant’Angelo e della Maria Santissima.
I bbi, i bbi… eccole, i stei virienni…
Quello che si vedeva dalla spiaggia era l’ultimo atto di uno spettacolo a cui nessuno avrebbe voluto assistere. Le onde facevano la guerra a quelle fragili barche e ai loro occupanti.
A duecento, trecento metri dalla riva. Mare forza 9.
Vinsero le onde.
Dodici persone non tornarono più a Schiavonea, da quella giornata di pesca.
Morirono Francesco Celi, 39 anni, e i fratelli Rocco (30 anni), Nicola (33) e Carlo (35). E i nipoti Angelo e Cosimo (qualcuno diceva che avevano 16 e 17 anni).
Morirono Stefano Curatolo 52 anni, e i figli Stefano (31 anni), Marino (30 anni), Luciano (22), Antonio, (29). E il nipote Giuseppe (22).
Ci fu un solo superstite, Cosimo Margherita, nipote di Curatolo. Approdò a Schiavonea legato a un palo. Vagò per molto dopo la salvezza. Lo ricordo coperto con un mantello nero, una sera non proprio d’inverno di molto tempo dopo. Quel dolore era troppo grande per essere ricordato.
Quelle persone, quei nostri compaesani, lasciarono ventidue bambini orfani, ventidue bambini senza un padre.
La notte di quel 31 dicembre 1974 nessuno a casa mia e nel paese aveva più voglia di buttare piatti dalla finestra e sparare i bott e accendere i friapisci.
Perchè ventidue bambini, da quella notte, non avevano più un papà da chiamare.
...

(10/8/2012)

La stazione. Quando ero un bambino la stazione era solo la stazione. Un posto cioè dove arrivano e partono i treni. Poi da grande ho scoperto che ci sono anche le stazioni termali, le stazioni sciistiche, le stazioni dei carabinieri, le stazioni della via crucis, le stazioni della metropolitana, degli autobus... quelle spaziali, meteorologiche, radiofoniche… Quando ero piccolo la stazione era solo la stazione dei treni. La nostra stazione dei treni era a quattro chilometri da casa mia, bastava prendere una macchina, una moto o un postale, e arrivavi alla stazione. Ma solo se dovevi partire. Se dovevi andare a Sibari (ma che bisogno c'era di andare a Sibari?, non esisteva il paese di Sibari, quasi come la stazione di Corigliano), a Crotone, ma anche a Roma, a Napoli, a Milano. Se non dovevi partire che ci andavi a fare alla stazione? Niente, assolutamente niente, perché alla stazione non c’era niente. C'era solo la stazione, appunto, e una doppia fila di case basse ai lati della strada che portava alla stazione. Certo, ci abitavano delle persone, quelli della stazione appunto, c’era qualche negozio, pochissimi... La prima volta che passai da quella strada mi colpì un'insegna: “da pasquale marino pizza polli e vino”. Sbirciai dentro: in una vetrinetta un pezzo grosso di mortadella, un chilo di pane, un fiasco di vino. I polli e la pizza erano su ordinazione, immaginai. Ma c’erano anche un negozio di autoricambi, un gommista, una piccola chiesa (altro che le nostre…). Non c’erano neanche le banche alla stazione, una volta. 

Ci potevi passare dentro la stazione, per esempio, se andavi a Cosenza in macchina o con il postale, ed era necessario fare quella strada per arrivare a Tarsia, dopo la diga, quando incontravi l'autostrada. Ci andavo ogni tanto a Cosenza. Con mio padre. Partivamo alle due del pomeriggio con la nostra Seicento verdina (CS 23814 era la targa) e arrivavamo nel negozio del ragioniere Crescibene, che vendeva elettrodomestici all’ingrosso. Mio padre ordinava le cucine (le macchine per il gas…), i frigoriferi, i fornelli a gas, le stufe a gas… che poi rivendeva nel suo negozio di Cirria. Dopo l’ordine e una chiacchierata con il ragioniere, papà mi portava sempre alla Standa di Cosenza. Io andavo su e giù con le scale mobili, lui guardava il reparto della ferramenta. Comprava sempre qualcosa, un cacciavite, un paio di pinze, una volta ha comprato anche un rotolo di nastro adesivo. Poi riprendevamo la nostra Seicento e tornavamo a casa nostra, a Cirria. Che viaggio. Lunghissimo per un bambino. Tanto che papà prima di partire mi comprava Topolino e io lo leggevo, sdraiato sul sedile di dietro, per stare più comodo. E per dormire meglio, si ti pija ru suonni, diceva papà. Alla stazione una volta c'era anche un signore che stava dietro un vetro. Tu lo chiamavi, gli dicevi: vorrei un biglietto del treno, lui lo preparava, ti diceva quanto costava, tu gli davi i soldi, lui ti dava il biglietto ed eri pronto per partire. Per Cosenza, Roma. O per Napoli. 
C’era un uomo una volta nel mio paese, Sarbaturi ‘u Re, che abitava con la moglie e tanti figli maschi nei pressi della caserma dei carabinieri… Quando ti vedeva aveva solo una domanda da rivolgerti: scusi, sa come devo fare per andare a Napoli? Chissà perché.
Superavi la porta ed eri nella stazione: due binari, ma i treni che portavano i passeggeri passavano sempre sul binario esterno, quello verso la campagna, così tu per prendere il treno dovevi scendere un gradino, attraversare il primo binario, salire su un altro gradino e ti trovavi sul marciapiedi per l'attesa. Il treno lo sentivi arrivare non tanto dal rumore di ferraglia ma per un campanello che veniva azionato qualche minuto prima che il treno arrivasse. U campanielli, disse una notte mio padre verso le quattro del mattino, alla stazione di Corigliano. U se chi bben'a'ddiri? No, pa, unnu sacci. Eh Giusè, quanti su ciuoti, ven’addiri ca sta arrivanni u treni. 
Il treno quella notte arrivò e dopo quattro ore ci scaraventò nella stazione di Bari, quella sì che era una stazione, la città dove noi eravamo andati per andare a vedere la Fiera del Levante. 

Oltre al signore dietro al vetro che faceva i biglietti c'era anche il capo della stazione, un signore non alto, con gli occhiali, si chiamava Capano, papà di Gilberto, un amico di mio zio Salvatore. 
C'era più o meno solo questo alla stazione, quarant’anni fa. Quand'ero un po' più grande vi aprirono una pizzeria, grande, con i tavolini fuori. Al lato della strada. E ogni tanto con Giorgio Oranges ci andavamo. A mangiare la pizza e a bere una birretta piccola. Ci accompagnava il papà di Giorgio, zio Luigi, con la sua Milleecento, alle otto di sera, poi alle nove ci veniva a riprendere. Poi, in seguito, quando avevo quattordici anni, ci andai qualche volta con la mia vespetta. Ma non vedevo l’ora di tornare a casa mia. A Corigliano. A Cirria. 
(Ma la mia prima pizza l'ho mangiata a Corigliano, a san Francischi. All'angolo della lunga strada che sbucava dalla Ricella e prima del rione Falcone. Pizza al taglio. Sembrava buona quella pizza, ma il mio stomaco non era d'accordo, tanto che la prima volta sono stato davvero male). 
Una volta alla stazione ci sono andato anche in bicicletta. Era la prima domenica che non potevano circolare le macchine. Per l’austerity, si diceva. (Un evento, in Italia, tanto che un cantante popolare di quei tempi vi fece addirittura una canzone: austerity, austerity, se non vuoi andare a piedi compra l’asino… A Corigliano non avevamo problemi, perché di asini ce n’erano davvero tanti). Era il 2 dicembre del 1973. Così con alcuni amici prendemmo le nostre bricichette e andammo. Ad andare, si andò. Tutto in discesa. una discesa quasi folle per via Roma, poi la villa, le case della periferia, tanto da arrivare a turra longa senza mai dare un colpo di pedale, Ma a salire fu un vero incubo tanto che all'altezza i ru giruni scendemmo dalle bici e proseguimmo a piedi, verso casa.

Ci fu un episodio che costrinse me e la mia famiglia ad andare alla stazione con regolarità. Non per ammirare i suoi negozi, le sue strade o le sue chiese. O il suo castello. O la sua storia. 
Fummo costretti ad andarci perché un giorno arrivò a casa zio Salvatore e disse a mia madre, la sorella, che si era fidanzato. E cunta, cunta, disse mia madre, chini ghè, chi fè, chi feni u petr e ra mammisi… e tena ru sturii? , chiedeva curiosa mia madre. Cunta, cunta, diceva mio padre. Zio, dicci qualcosa di questa donna.
Zio Salvatore non è stato per me solo uno zio. Quando io sono nato lui aveva appena dieci anni. Per lui sono stato il bambino da accudire, da far crescere, da portare al mare, da avviare verso gli studi, da introdurre nel mondo del lavoro. Mi trattava come il fratello più piccolo. Gli volevo (e gli voglio) molto bene. 
Ghè guna i ra staziona, disse lui, cercando i nostri sguardi. Il nostro consenso. Lì per lì nessuno di noi tre, mio padre, mia madre ed io, ebbe reazioni evidenti. Ma tutti e tre in quel preciso istante pensammo: ma propri guna i ra stazione ta jut a pijeri, un ci nn’erini fimmini a via roma, a san brancischi, a ru fuossi bianchi, a ru funnichi, a santa maria…
No, evidentemente non ce n’erano. Mio zio aveva conosciuto questa ragazza e si erano fidanzati. Come capita. Senza chiedere prima dove abiti. E cosa fai. 
Si chiama Rosaria, ci disse, è bella, giovane e ci sto bene insieme. Prima o poi ci sposiamo. Mia madre sorrise e l’abbracciò. Ma sì, chi se ne importa che è della stazione, pensò mia madre, l’importante è che ci stai bene. Così cominciammo ad andare alla stazione. Conoscemmo i genitori di lei, una bella casa, grande, con la sala da pranzo che dava sulla strada principale. Aveva due fratelli, zia Rosaria, Angelo, soldato a Milano, e Nino, un bel ragazzo, che studiava e giocava a pallone. Diventammo amici, molto tempo dopo. 
Il giorno del fidanzamento andammo - quasi tutti i parenti - a pranzo, a casa di zia Rosaria. La mamma aveva preparato un tipo di pasta con una cremina bianca che noi non conoscevamo. Era la besciamella. La scansammo tutti. Ma solo perché non la conoscevamo, la besciamella. Non sapevamo da dove provenisse quel condimento un poco viscido. Da noi, al paese, non si usava. O semplicemente noi non la conoscevamo.
Un giorno zio portò a casa nostra pure una foto di loro due. Che mia madre conservava nel mobiletto della stanza da pranzo. Accanto al libro che raccontava la triste storia di Tina De Rosis. 
Dovete sapere che mio zio Salvatore prima di andare in pensione e prima di far finta di fare l’agricoltore, faceva il professore di matematica. Con una qualifica del genere, ha cercato in lunghi pomeriggi di far capire a tutti i suoi nipoti – in sedi, luoghi e tempi diversi - quello che non capivano la mattina a scuola. Anche con me ci ha provato. Ma i risultati erano sempre gli stessi. Nessuno di noi ci capiva niente. Ma da insegnante aveva un carattere fin troppo fermo. Tanto da far star male noi che cercavamo di colmare le lacune. Per farla breve, un pomeriggio, dopo l’ennesimo tentativo di farmi capire il teorema di Talete piuttosto che altre strampalate teorie, decisi che era ora di finirla. E dissi a mia madre che non volevo più che mio zio, il mio adorato zio, venisse a casa a spiegarmi cose che non mi interessavano. Così fu. E per cementare il distacco andai a prendere quella foto di lui e di mia zia Rosaria e la scigai un pochino, la strappai leggermente. Un inutile gesto di cattiveria. 
Poi si sposarono, mio zio Salvatore e mia zia Rosaria. Non ricordo assolutamente nulla di quel giorno. O forse sì, un ristorante sul mare… Ricordo solo che dopo mio zio prese la sua Cinquecento e con zia Rosaria fece un lungo viaggio di nozze in giro per l’Italia. (Così diceva lui ma credo che le tappe siano state Perugia e Firenze. Che comunque era un gran bel vedere).
Poi nacque il mio cuginetto, Natalino. Un bimbo bello. Come tutti i bambini, ma lui era il mio cuginetto… Bello come la mamma, come zia Rosaria. 
Natalino era il bambino da far giocare, da far saltare sul letto, da cullare, da far sorridere. Non c’erano grandi giochi a quei tempi. Così quando li andavamo a trovare, alla stazione, lui era felice di vedermi. E anch’io lo ero. Perché si divertiva a giocare con me. Il solletico, i giochi con le parole, a mmucciuna,. Tutto per stimolare il suo sorriso. 
Un giorno tutti perdemmo la voglia di sorridere. 
Zia Rosaria stava male. Giovanissima, un marito sposato da poco, un figlio di appena tre quattro anni. Una madre che cominciava a vivere il suo più grande dolore. Era un male terribile quello che aveva zia Rosaria. Che la prese, una mattina, e la portò via per sempre dai suoi cari. Da tutti noi. Non c’ero al suo funerale, rimasi a casa, alla stazione, con Natalino, il mio piccolo Natalino. Io e lui. Per farlo giocare, sorridere, divertire. Mentre la mamma, zia Rosaria, faceva il suo ultimo viaggio accompagnata dalle lacrime e dal dolore.
La sera dopo il funerale tornai a casa con i miei genitori. Appena arrivato andai a prendere quella foto che avevo strappato leggermente. La portai con me nella mia stanzetta, presi un pezzetto di nastro adesivo e con cura lo poggiai sul retro della fotografia. Zio Salvatore e zia Rosaria stavano di nuovo insieme. Uniti da un pezzetto di nastro adesivo.
...
...
(a zio Salvatore, a Natalino e alla sua nonna. A Federica, a Matteo e al ricordo della loro mamma. A Pina e ai suoi figli. Con affetto)
...

(11/8/2012)

Le radici. Ero proprio piccolo piccolo quando i miei genitori mi portarono per la prima volta in vacanza. Era l'estate del 1961. Quando sei bambino, dicono i medici, è meglio se d'estate respiri un po' d’aria fresca. Niente mare, meglio un po' di montagna. Noi ce l'avevamo vicina la montagna, u mperi i carusi, ma per andarci dovevi avere una casa. Altrimenti che ci andavi a fare? Così la nostra montagna, quando io ero piccolo piccolo, era la Costa.

La Costa sta sopra Corigliano, a cinque chilometri da casa mia. Per arrivarci non dovete andare su verso san Francesco e poi a destra per l'Acquedotto. Quella è la strada pi ru mperi i carusi. Per andare alla Costa si scende da via Roma e si fa la strada che porta verso il ponte. Alla fine del ponte, dopo la chiesa del Carmine e dopo il macello, ci sono due strade. Una, quella a destra, porta verso la stazione e la marina. L'altra, a sinistra, porta alla Costa. Cinque chilometri, tra curve e paesaggi selvatici, alberi alti, vegetazione fitta, curve su curve. Una vista unica sul mio paese. Terreni apparentemente abbandonati. Sulla strada a un certo punto c'era una nicchia con dentro il disegno di una madonnina, un’icona sbiadita. Sempre qualche fiore, una candela. Riciaccell ‘na preghiera a ra madonnina, diceva mia madre, così ti fa stare bene.
Bei paesaggi, quando stavi per esempio sul ponte i ri ciavuli potevi vedere a iumera, i timp i farconi, cirria. Papà diceva che si vedeva pure casa nostra. Io non l'ho mai vista casa nostra dal ponte i ri ciavuli, perchè ero piccolo e non riuscivo a distinguerla da lassù. Ma vedevo il mio castello. Come un papà che tiene sotto di sè i suoi figli. E li protegge.
La Costa in realtà è una montagna a metà. Mio padre diceva che eravamo a quattrocento metri sul livello del mare, chista sì ca ghè montagna Giusè, atri c’u mperi i carusi… Poi qualche anno dopo scoprii che u mperi i Caruso era una vera montagna con i suoi ottocento metri… E io avevo trascorso le mie vacanze da bambino in collina, non in montagna. 

La nostra casa alla Costa non era in realtà solo casa nostra. C’erano due casette basse, attaccate, costruite insieme. La prima, quella i ru zu Ntoni, era più grande. Tu aprivi la porta e vedevi tutta la casa. Una stanza, una sola stanza dove c'era nu parmienti, una vasca in cemento dalle pareti alte e sotto un’altra vasca, questa più piccola. Serviva a settembre per fare il vino. C'era poco altro in quella stanza, quando non era estate. Un camino, che era la cucina di casa. Bastava accendere il fuoco, ce n’era tanta di legna buttata là fuori, mettevi un pentolone per la pasta, un tegame per un po’ di verdura e dopo un po’, come per magià, tutto era pronto. E buonissimo. Non c'era la luce, (i primi anni del 60), non c'era l'acqua corrente, non c'era il bagno. 
Quella era la casa i ru zu Ntoni e i ra zi Ntunetta. E dei loro figli Franca, Minuccia, Linda e Annina. Tutte cugine di papà e, in qualche modo, capii, anche mie. Che io chiamavo zie. (Abitavano tutti a ra vucca i l’acquanova, nello stesso ingresso della sezione del mis, di cui abbiamo già detto).
La casa nostra era attaccata a quella i ru zi Ntoni. Un'altra porta d'ingresso. Una stanza. Non c'era neanche u parmienti, come adduvi u zi Ntoni.
D'estate però, agli inizi di giugno, quelle due stanze, soprattutto quella i ru zi Ntoni, prendevano vita, come d'incanto si riempivano di trabacche e materassi, stoviglie e generi alimentari. Pronte per essere abitate. 
(Prima di proseguire un piccolo dettaglio: tutte le cose che riempivano quella casa, i primi tempi, le portava in più viaggi u zu Ntoni. Non aveva la macchina, neanche un motocarro. Figuriamoci un camion. Però aveva un asino. Il suo mezzo di trasporto. Lo caricava ben bene e via verso Cirria, i pinnini, a iumera, per poi salire verso sentieri impossibili, tra uliveti e vegetazione spontanea, tra la luce dell’alba e il profumo del mattino). 
Le vacanze potevano cominciare.
Il mio primo ricordo, ero davvero piccolo piccolo, è legato proprio a uno di quei primi giorni di vacanza. Avevo poco più di un anno. Ero vestito con una magliettina e dei pantaloncini corti e ru bavett. Nei pantaloncini c’era una piccola fessura, creata ad arte da mia madre, perché allora non c’erano i pannolini usa e getta. E da quella fessurina immaginate cosa poteva uscire… Così ero pronto, ogni volta che ne sentivo la necessità, di fare il mio bisognino in mezzo agli alberi o per la strada sterrata o davanti alla porta di casa. O sotto l’albero delle mandorle, o dietro la casa. Dove mi pareva. Un bambino può. Tanto non sporcavo niente. Davanti a me una persona, forse mio padre, con una macchina fotografica. Vieni, Giusè, vieni. Clic.
(E’ la prima immagine che nel tempo ho associato al concetto di libertà).
Non ricordo più nulla di quei tempi. Credetemi, ero davvero piccolo piccolo.

Ma poi gli anni passavano e io cominciavo già ad essere grandicello. Quattro o cinque anni. E d’estate sempre alla Costa. Solo che a un certo punto papà e mammà non vennero più. Nel senso che io venivo affidato a ru zu Ntoni e a ra zi Ntunetta e loro se ne restavano a Corigliano. Il negozio stava prendendo piede, papà vendeva anche le bombole di gas e non è che poteva dire a una signora che voleva una bombola: guardi, signora, io sono in vacanza alla Costa, non posso portargliela la bombola. Quella andava da qualcun altro a comprarla e papà perdeva la cliente. Non si poteva fare. Me ne rendevo conto anch’io.
Così loro venivano solo il sabato sera, con tanta roba da mangiare. Io li aspettavo, seduto sul piccolo piazzale della casa. Da lì si vedeva la strada asfaltata che viene da Corigliano. Riconoscevo la Lambretta di papà, o la macchina, la Seicento appena comprata. Zi n’Tunèèè, zia Frà… stani arrivanni, stani arrivanni papà e mammà. Che gioia rivederli. Ogni volta.
I giorni passavano tranquilli. Zia Franca si era sposata con zio Tommaso (La Grotta) che faceva il calzolaio ma poi fu assunto in una scuola come bidello. Zia Annina era scchetta (poi si sposerà con Luigi Monteforte), zia Linda forse era già sposata con zio Tommaso (Lavia) e zia Minuccia non me la ricordo proprio. Perché era sposata da tempo e viveva in campagna, verso Spezzano. 
Nella casa i ru zi Ntoni c’era un letto di fortuna: delle assi di legno, legno robusto, poggiate sulla seconda vasca i ru parmienti, (quella dove scendeva il mosto). E sopra c’era un materasso. Quello era il loro letto. Io dormivo nella casa dei miei, dove c’era il letto di zia Franca e di zio Tommaso. Sembrava una stanza d’albergo, al confronto. 
A quel punto, un anno, arrivò pure la luce. Una luce fioca, leggerissima. Quasi inutile. Tanto inutile che spesso, ma molto spesso, andava via. Erano meglio le candele e i lumi i ru zu Ntoni.
C’erano tanti ospiti, gente che veniva in vacanza in quelle due case della Costa. Parenti soprattutto i ru zu Ntoni e i ra zi Ntunetta. Non ricordo dove stessero tutti, lo spazio era davvero stretto. Ma ci stavamo tutti. In quelle due stanze. E anche bene.
La mattina andavo in giro, intorno alla casa, verso i prima filari della vigna. Mi piaceva tanto un albero grande e pieno di frutti che a me sono sempre piaciuti: le mandorle. Stavo là sotto e le guardavo, le mandorle. Sperando che qualcuna, ogni tanto, cadesse. Il pomeriggio, quando l’aria era fresca, uscivamo. C’era un bar, lungo la strada che porta a san Giacomo d’Acri. Un bar in mezzo alla strada, tra un agglomerato di piccole ma dignitose case. Mi preparavo, mi vestivo bene, con i pantaloncini e la maglietta puliti, e con zia Linda e zia Franca e zia Annina (e quando c’erano, anche i due zii Tommaso) e andavamo verso quel bar. Poche centinaia di metri, forse un chilometro, passeggiando, attraverso sentieri e strade non battute (runici a mena, giusè, diceva zia Annina, ca po cariri), per arrivare prima. Poi da lontano vedevo l’insegna di quel bar di quasi cinquant’anni fa. Sognavo già il mio gelato. Che arrivava. Quasi tutti i pomeriggi d’estate.

C’erano tanti ospiti… Una volta venne anche zio Salvatore per qualche giorno. Il mio zio adorato, quello della foto strappata. Quando c’era lui mi sentivo meno solo. Stavo sempre con lui. Ma un pomeriggio mio zio Salvatore mi tradì. Tradì la mia fiducia. Rappresentava, insieme, mio padre e mia madre. Era la mia famiglia in quella casa di collina. Ma quel pomeriggio lo vidi con la faccia scura. Zi, c’a fatt? Nent, Giusè, nent.
Ma quel niente non era per niente vero. Perchè zio Salvatore superò la stalla, piegò verso l’albero delle mandorle e si incamminò nella vigna.
Zio, dove vai, zio, torna da me. Zio Salvatore mi sentiva ma non tornava indietro. Stava andando via. Stava scappando da quel posto. 
Le mie lacrime e la mia disperazione non furono sufficienti a farlo desistere. Scendeva, quasi correva, tra i filari delle viti, tra i grappoli di uva quasi maturi, lungo un sentiero accidentato e anche pericoloso. Fermiti, zio, fermiti. Non lo vidi più. 
Era scappato. Volevo scappare anch’io, buttarmi nella vigna e seguirlo. Ma ero troppo piccolo. Restai da solo. Ad aspettare papà e mammà. Per chiedergli il motivo di quel gesto. 
Qualche giorno dopo, sabato sera, arrivarono. Ma’, chiesi a mia madre, pirchì zio si nnè fujuti? Non ti preoccupare, gioia i ra mamma, si era stancato ed è tornato a casa di nonna Peppina.
Non era solo la stanchezza. Il motivo era più serio. E anche divertente a vederlo oggi con gli occhi da adulto.
U zi Ntoni era solito portarlo in un posto dove c’era una fontana, a prendere l’acqua per le necessità della casa. Un tragitto non proprio agevole. Un lavoro anche un poco faticoso. Le prime volte zio andò volentieri, cu ru zi Ntoni e ru ciucci. Ma dopo alcuni giorni zio si stancò. Basta con quest’acqua, basta cu stu ciucci. E scappò.

Il momento più bello di quelle vacanze era la parte finale, gli inizi di settembre, quando l’uva era matura ed era arrivato il tempo della vendemmia. La mattina presto i grandi si alzavano (più tardi sarei andato anch’io, non mi è mai piaciuto alzarmi presto la mattina) e andavano a raccogliere l’uva. Tanti paneri che bisogna riempire e portare verso la casa. Dentro la stanza, intanto, a zi Ntunetta aveva tolto le assi di legno e il materasso per liberare lo spazio i ru parmienti. Poi, dopo una lunghissima giornata, l’uva veniva sistemata in quella vasca di cemento. Pulita come si doveva. Tutto era pronto. Giusè, t’a laveti i pieri, diceva u zi Ntoni. Sì, zi Nto’… Allura jemi i ntru parmienti. E via a pestare quell’uva, l’unico gioco vero di tutta l’estate, atteso come il passaggio di una cometa, come le stelle cadenti della notte di San Lorenzo. Un salto su quella massa di grappoli e poi ancora salti, ridendo, cantando. Inebriati da quell’odore forte di mosto. Che cominciava a scendere nell’altra vasca dove u zi Ntoni e ra zi Ntunetta, fino alla mattina della vendemmia, avevano sistemato il proprio giaciglio. 
Eh st’anni vena propri bbuoni u vini, diceva mio padre. Ma non fu mai così. Ogni anno tutto quel lavoro e alla fine, verso a mmaculeta, la terribile scoperta: il vino sapeva d’aceto. Ogni anno così.

Alla Costa ci sono tornato, da solo, una decina d’anni fa (poi dopo anche con mio fratello, quando quella “terra” nostra era stata ormai venduta).
Arrivai con la macchina fino allo spiazzo davanti alla casa. Mi fermai. L’albero delle mandorle non aveva frutti, la vigna era abbandonata. Sbirciai attraverso la porta socchiusa. La spalancai. U parmienti era sempre là, le tavole per il letto i ru zi Ntoni pure. 
Tornai indietro con il vuoto dentro. Giù, lungo la strada che porta al paese.
Ad un certo punto, però, durante la discesa, mentre già si vedevano il castello e le case di Corigliano, avvertii un senso di privazione, di vuoto, come se avessi dimenticato qualcosa lungo la strada. Accostai la macchina e scesi. Tornai indietro a piedi. A piccoli passi, guardando bene a terra ma anche verso la zona rocciosa. Guardavo, a destra e a sinistra. In basso, E forse anche in alto. Non c’era niente che mi appartenesse. Finchè non vidi, incastonata tra le rocce, una nicchia. Con dentro una candela spenta e dei fiori appassiti. E in fondo il disegno di quella madonnina, quell’icona sbiadita d’un tempo, quando mia madre mi diceva: riciaccell ‘na preghiera a ra madonnina, così ti fa stare bene. Mi bloccai. Un minuto, lunghissimo, davanti a quell’immagine. Non riuscivo a pensare, a parlare, a muovermi. Riuscii solo ad alzare una mano e ad avvicinarla alla parete della nicchia, quasi a sfiorarla. Un secondo. Ma bastò a ridarmi la forza, il pensiero, le parole. 
Tornai indietro. Consapevole di aver ritrovato qualcosa che avevo perso. Le mie radici.

(13/08/2012)

La manina. Papa Giovanni XXIII, il papa buono, ha un male incurabile allo stomaco. Muore in Vaticano. Era il papa buono. Date una carezza ai vostri bambini - diceva dalla televisione – e dite: questa è la carezza del papa. A Dallas, in Texas, lascia il mondo terreno il presidente americano John Kennedy. Ucciso. Era l’anno 1963.

In compenso, a Cirria, in via piave 21, il 31 dicembre del 1963 nasce mio fratello. Francesco.
Non ho mai capito perchè l'hanno chiamato Francesco. Il mio nonno paterno si chiamava Giuseppe, e perciò io mi chiamo Giuseppe. Il mio nonno materno si chiamava Natale e perciò mio fratello avrebbe dovuto chiamarsi Natale. Ma così non fu. La regola fu infranta e credo che mia madre ci rimase male, come anche i nonni. Immagino le discussioni, in casa, in quei giorni di fine anno del 1963. Ma i Natale nella mia famiglia non mancano. Natale Falsetta, figlio di zia Teresa e di zio Alberto, Natale Gallo, figlio di zia Lina e di zio Pasquale, Natale Forciniti, figlio di zia Rosaria e zio Salvatore, Natale Forciniti, figlio di zia Melina e di zio Ciccillo Forciniti. 
Andava e veniva 'a vammèna in quei giorni a Cirria, a casa mia. Abitava a ra Purtella, una bella casa che s'affacciava su tutta la valle. I balconi si vedevano anche dal mio terrazzino. Una signora attenta, cortese, gentile. Aveva fatto nascere anche me. Non credo che fosse una “praticona”, penso che avesse anche studiato per fare ciò che faceva. Era una levatrice. Un'ostetrica, si dice oggi. Ogni volta che la vedevo pensavo: ecco, adesso fa nascere il mio fratellino.
Mia madre i giorni prima di partorire (una volta si diceva sgravare) aveva trasferito il suo letto al piano di sopra della nostra casa, così poteva stare più tranquilla. Lontana dal negozio e dalle continue necessità dei nonni. 
Mi sembrava un po’ strano quel suo isolamento. Un figlio, sapevo io, lo portava la cicogna, anche se quella pancia grossa di mia madre mi disorientava. D’altronde ero sicuro che fosse stata proprio una cicogna a portarmi nella casa dove ero nato. Me lo diceva sempre mia madre. Una mattina, sul tetto di casa nostra si è posata una cicogna. E ti ha lasciato sul mio letto. Ma allora, mà, matrima ghè na cicogna… Ma fè canusciri? No, gioia i ra mamma, non puoi conoscerla, perchè quando viene non si fa vedere da nessuno. Lascia il bambino e vola via. Verso altre case, a portare altri bambini. Che mistero per il pensiero di un bambino. Ma a quell’età si può pure credere a una cicogna, a una leggenda. A una favola. 
Le giornate prima dell’atteso evento trascorrevano veloci. Su e giù per Cirrja, i primi amichetti. Le prime esplorazioni i ntri vinelli, a cercare di capire cosa c’era intorno a me. I primi volti e i primi nomi di Cirrja impressi nella mia memoria. Aspettando. Che nascesse il mio fratellino. A casa intanto si faceva molta attenzione a mia madre. Ai suoi gulji, per esempio. Se mia madre diceva, ah, cumi mi mmangiassi rua bielli mannarini, subito mio padre si fiondava all’acquanova a comprare i mandarini; o se voleva nu piezzi i dorci subito veniva accontentata. Se poi chiedeva qualcosa che era introvabile, una frutta che non era di stagione, a dicembre i pircochi, per esempio, mia madre doveva fare attenzione a non toccarsi perché altrimenti le sarebbe rimasta la voglia, una grossa macchia rossastra proprio su quella parte toccata. Intanto in casa, agli inizi di dicembre, si preparava di tutto. Tutto quello che mia madre avrebbe potuto desiderare. Si friggevano i cullurielli, poi i crustuli, a pastacumpetta e ra giurgiulena… Che buon sapore avevano quei giorni. 
Ma poi perchè doveva nascere un fratellino? In effetti nessuno di noi in casa aspettava un maschietto. Tutti pensavamo a una femminuccia. Mio fratello doveva essere una femminuccia. Non c’erano ecografie o analisi particolari a quei tempi per stabilire il sesso del nascituro. Si andava a intuito. La forma della pancia. Per esempio. Rotonda voleva dire femmina, pizzuta maschio. E la pancia di mammà era rotonda. Poi si lanciava la parte superiore i ra corchija i na piretta in aria e dalla faccia che presentava cadendo a terra si capiva il sesso di chi doveva nascere. E poi i precedenti. Se il primo figlio era maschio, per il secondo c’erano altissime probabilità che fosse femmina. Perciò, in base a tutti questi rilievi effettuati quando la pancia di mammà era già grossa, il bambino che doveva nascere non poteva che essere una femminuccia. Tanto che mammà cominciò a preparare il corredino. Non c’erano negozi allora che vendevano la roba per i neonati. Mia madre fece tutto da sola. E usò il colore che conviene alle femminucce: il rosa. D’altronde c’erano tutti quegli indizi (la forma della pancia, la piretta, il primo figlio maschio) che non lasciavano dubbi.
L’amarezza accompagnava mio padre quando fu chiamato sopra per vedere il suo secondo figlio. Ghè masculi o fimmina? Chiese alla vammèna… Mio padre non voleva una femminuccia, perché bisognava farle il corredo, cercarle un marito, non puoi farla lavorare a ra putiga… Ma era quasi rassegnato, considerato quell’insieme univoco di indizi. U sacci, ghè na fimmina, disse. Alzò il lenzuolino per chiudere il cerchio della sua rassegnazione ma una sorpresa lo avvolse. Era un maschietto. Anche il suo secondo figlio era un maschio.
Giusè. Giusè, è neti fratt… Mio fratello… Era mattina presto, mi alzai dal letto svegliato da quell’annuncio rumoroso di papà. La nonna mi vestì velocemente e mi precipitai da lui. Ma non doveva essere una femminuccia? No, no, ghè nu masculi, ghè masculi. Io non potevo ancora vedere il mio fratellino e né la mia mamma. Sopra c’era ancora a vammèni, che prestava le ultime cure a mammà. Per strada, a ra vucca i l’acquanova, un uomo con un cappotto e un cappello cominciava la sua giornata di lavoro. 
A ru mmercat i ru pisci su arriveti le alici e ra rosamarina, i sicci e ri pruppiti, urlava. Nella mano destra teneva alcuni esemplari del pescato del giorno, in vendita a ru mmercheti i ru fuoss bianchi. Nella mano sinistra una specie di megafono, un cono di metallo che avvicinato alla bocca dava più forza alla sua voce. Quell’uomo, la mattina di quel 31 dicembre, jitteva ru banni. In altri tempi quella figura, il banditore, probabilmente andava in giro per il paese ad annunciare i provvedimenti del sindaco, le ordinanze, le regole che nel paese bisognava rispettare. Alle quali bisognava adeguarsi. Io lo vidi per la prima volta quella mattina, con i pesci disposti su un pezzo di carta nella sua grande in una mano, il megafono nell’altra.
Anche noi quella mattina, io e papà, andammo a jitteri u bann. Ad annunciare la nascita di mio fratello. Non c’erano telefoni, allora. Uscimmo di casa, io e lui, e andammo prima da Mammazia, sorella di nonna Tresia. Scendemmo verso Cirria, poi prendemmo la strada che porta a ru Prainiello e poi a destra, quattro, cinque gradoni e c’era la casa di Mammazia. Papà bussò forte, e ru trucculi, il picchiettare con la mano aperta o con il pugno chiuso sulla porta, era accompagnato da richiami vocali. Mammazi, Mammazi, rep’a porta… Forte. Aprirono. C’era pure il figlio Ciccillo, con la moglie, Rosetta. E’ nato, è nato, ghè maculi, lo chiameremo Francesco. Poi su ancora per quei gradoni, sino alla fine, sino alla Purtella. Da lì andammo verso la chiesa i Santuori, qualche metro prima ci abitava zia Assunta, un’altra parente nostra, (i figli erano Pierino, Cicchina, Mariolina, la più piccola…) Anche lì l’annuncio, i loro volti sorridenti. Auguri, auguri. Tornammo a casa, dopo altri giri, altri annunci. Mammà stava bene, a vammèna non c’era più. Me lo fecero vedere, ma da lontano. Unnu tuccheri, Giusè, ca si po’ feri meli. Mi affacciai dal balcone e vidi un uomo venire verso casa nostra, portava na gistella coperta con un panno raffinato. Dentro, scoprii dopo, c’erano i filarini e nu palummielli. Per fare un brodo e farlo bere a mammà dopo quel travaglio.
I primi giorni, i primi tempi, Francesco era avvolto in quei panni dal colore innaturale per un maschietto. Rosa. Ma poi mia madre ritrovò le forze e ricominciò a cucire il corredino per quel bambino appena nato. Stavolta il colore era deciso. Netto. Azzurro, celeste, il colore dei maschietti. 
Ma’, ma ghè bielli Francesk, è più bello di me? No, gioia i ra mamma, tu su cchiù bielli. In effetti, scoprii qualche anno dopo, mia madre non era molto soddisfatta, i primi mesi, i chilla billizza. Il mio fratellino aveva un bel visino, un bel corpicino, insomma, era tutto a posto. Solo che aveva il naso un pochino grosso e mammà, i primi tempi, per non guardare l’unica cosa brutta di Franscesco, gli copriva leggermente il volto con un lenzuolino. Ammuccia, ammuccia, gioia i ra mamma. Gli diceva.
Poi il naso cominciava a star bene su quel faccino. Aveva i capelli biondi, sembrava non dovesse venire alto ma adesso, da grande, forse mi supera di un mezzo centimetro. Anche se mia madre, ancora oggi, non è d’accordo: no, gioia i ra mamma, mi dice, su cchiù gavut tu.
Cresceva forte, robusto, spigliato. 
(La sera, per addormentarmi, dal mio letto mettevo la mano nella sua culletta, poi in seguito nel suo lettino, per cercare la sua mano, accarezzarla e addormentarmi. Come ho già raccontato, non sempre incontravo la sua disponibilità). 
Faceva subito amicizia con tutti. (Il mio esatto contrario). E spesso si allontanava con gli amici da Cirrja. Io lo seguivo sempre con lo sguardo. Facendo attenzione a che non lasciasse la sua strada, la nostra strada. Qualche volta lo perdevo di vista, ma dopo un po’ lo ritrovavo, a saltare quattro cinque gradini tutti in una volta. A fare quello che io non ho mai fatto.
Ma un giorno lo persi di vista. Pensai che sarebbe tornato subito. Che magari era intru cafuorchji a giocare o a ri pinnini o a casa di qualche suo amichetto. Andai all’acquanova, a ra ricella, bussai alle porte delle case dove poteva essere entrato, chiesi al ragazzo che lavorava con noi di andare a vedere con la vespetta se magari era a san Francesco o alla Ricella o ra gghiazza… Niente. Non c’era traccia. Anche i miei cominciarono a preoccuparsi. Ma non come me. Io ero terrorizzato: pensavo che mio fratello si fosse perso. Che non l’avrei più rivisto. Passavano i minuti, passò un’ora, due ore da quando l’avevo perso di vista. E i miei pensieri correvano sempre più veloci. Verso conclusioni non proprio belle. Il cuore batteva più forte del solito. Disperato, alzai gli occhi verso l’acquanova. Vidi due ragazzini scendere. Uno era Berticielli, un ragazzino che abitava a Cirrja, l’altro era lui. Mio fratello. Ero contento, ovviamente. Libero da quei pensieri orribili che per due ore si erano completamenti impadroniti di me. Ma con la rabbia dentro. Perché aveva lasciato me e la sua casa senza dire nulla. Mia madre gli chiese: ma adduvi su steti tutt stu tiempi? Erano andati al cinema – aveva sei o sette anni, io dieci o undici - lui e Berticielli. Senza dire niente a nessuno.
Io non gli dissi nulla, lo guardai soltanto e salii a casa. Andai sul letto. Senza parlargli.
La sera, quando andai a dormire, ero indeciso se cercare la sua manina, come al solito. Tanto non me l’avrebbe data. Come al solito. Poi, in un attimo, decisi: la cerco. Ci provo l’ultima volta, pensai, se non me la dà quella manina sinni ijssa a nnetru pizzi, non lo voglio vedere più. Vada pure al cinema con i suoi amici, vada a giocare a sant’Antonio senza dire niente a nessuno. Vada pure adduv vo’ r’ill. Pensavo.
Poi tirai fuori il braccio da sotto le coperte, l’avvicinai al suo lettino e subito trovai la sua manina. Vo virrirj, pensai, adesso si gira dall’altra parte. 
Invece quella sera non tirò indietro la sua manina, indispettito, come al solito. Quella sera la lasciò lì, io la presi tra le mie mani, l'accarezzai, e ci addormentammo. Tutti e due felici.
...
(nella foto, da sinistra, mio fratello ed io, nel 1972)

(16-08-2012)

La supplente. “Salgo la china con trepido volteggio per solcare il maredell’inconosciuto…”. Non è una frase di un poeta o di un romanziere… L’hoscritta io, tanto tempo fa, forse nei primi anni Ottanta, 

all’inizio di un articolo, di un pezzo, di una cosa, insomma, che tentava diraccontare il mondo di un artista che si chiamava Carmelo Bene. Mi è tornatain mente in queste ore, che ho deciso di dedicare un po’ del mio tempo aglianni della scuola media.
Ma prima c’è altro. Finisci l’elementare e non hai la minima consapevolezzadi cosa ti aspetta dopo qualche mese. I tanti libri, i tanti insegnanti, l’edificiodiverso, i nuovi compagni.
Noi alle elementari avevamo un solo insegnante. Io ho avuto il maestroGiovanni Berardi per i primi due anni, a ri Monachelle (abbiamo già detto), epoi il maestro Raffaele De Vincenzo, a Sambrancischi. Sono stati tre annibelli e divertenti con quel maestro. Le cose che ricordo con più piacere, oltrea tutti gli insegnamenti avuti, sono tre.
La prima è nu carusielli. Un giorno misero in classe una specie di grandecassettiera, con tutti i cassetti chiusi a chiave. Sembravano le modernecassette di sicurezza di una banca. (Non le ho mai viste dal vivo, ma nei filmsì). Un signore una mattina venne (tutti in piedi, disse il maestro) e ci spiegòil funzionamento. A ciascuno di noi veniva assegnata una cassetta, la chiavece l’aveva il maestro. E noi quando volevamo in quella fessurina che ilsignore ci fece vedere con cura, potevamo mettere i nostri soldini, i nostririsparmi. Per poi prenderli tutti insieme a fine anno. Io, ogni tanto, arrivavola mattina in classe, ficcavo la mano nella tasca del grembiule (quand’eropiccolo pensavo che fosse una voce dialettale, grembiule, così latrasformavo, complice mia madre, in grembiale, ma poi mi accorsi che nonera così) e depositavo con fierezza le mie dieci lire intra cchillu carusielli,cinquanta quando ero stato bravo a casa. Aspettando la fine dell’anno… Poichi voleva quei risparmi poteva metterli in un libretto in banca. (La presenzadi quel signore era chiara: incentivare i depositi bancari).
Il secondo è un album. O più album. Delle figurine Panini. Eravamo soliti io ei miei amichetti comprare fino ad allora le figurine dei calciatori. C’era tuttoun mercato intorno a quei rettangolini con le foto dei calciatori del tempo. Siarrivava in classe con le tasche piene dei doppioni e si mercanteggiava con icompagni di scuola. No, questo è un Bertini che vale molto, dissi una volta aun amichetto, mi devi dare il tuo Vavassori e poi anche Baratta e Ginulfi,praticamente introvabili. E poi c’erano le valide, le bisvalide e le trisvalide. Eanche le impossibili pentavalide. Si trattava di speciali figurine che sul retroindicavano un valore (valide, bisvalide…). Grazie a quelle figurine,raggiungendo un certo numero, si poteva accedere a un catalogo di premi adire il vero molto ristretto ma che conteneva il sogno di ogni ragazzino. Diallora, e di adesso. Un pallone di cuoio. Sì, con cento valide (ma forse anchedi più) potevi avere tutta per te quella magica sfera che roteava tra i piedidei miei idoli… Sarti Burgnich Facchetti, Tagnin Guarneri Picchi, Jair, Mazzola,Peirò, Suarez Corso.
Non l’ho mai avuto un pallone di cuoio quand’ero ragazzino, l’ho sempresognato. A Cirria usavamo i Supertele, ramoscelli instabili ma efficaci per ilnostro calcio in salita, poi arrivarono i Supersantos, un pochino più robustima anch’essi facilmente deformabili.
Con le figurine dei calciatori ci si giocava anche per strada. Noi a Cirria, mapenso anche in altri rioni, ci riunivamo in tre quattro, mettevano su unaspecie di piatto virtuale, sei sette figurine per volta, le univamo strettestrette, giravamo la parte laterale delle figurine a formare una specie dirialzo e poi le addossavamo a un muro. Il gioco consisteva nel dare unamanata a terra, con la mano a forma di cuoppo, vicino alle figurine. Lospostamento d’aria generato dallo schiaffo dato per terra provocava ilmovimento delle figurine, che per diventare tue dovevano capovolgersicompletamente… Così a turno tentava di farle ribaltare.
Ma gli album della scuola non erano quelli dei calciatori. Una mattina ilmaestro ci disse che se avessimo voluto avremmo potuto ordinare laraccolta completa di ben due album di figurine. Quello degli animali e quellodel Risorgimento. Andai a casa quel giorno urlando: mamma, mamma, midduni i sordi pi l’album? Non è l’album dei calciatori, ma’, questi sono albumistruttivi, come ci ha detto il maestro De Vincenzo. Ahh, alluri si su istruttivimammà ti dduna ri sordi. Il giorno dopo io e molti altri arrivammo in classecon i soldi. Per prenotare le nostre raccolte complete dell’album degli animalie di quello del Risorgimento. Passarono mesi. Forse tre, anche quattro.Finalmente una mattina in classe arrivò un pacco enorme. Con tutti gli albumordinati e con le figurine. Da attaccare una ad una. Ci misi un solopomeriggio ad incollarle tutte quelle figurine. In poche ore avevo completatonon uno, ma due album di figurine Panini. Come non mi era mai successocon gli album dei calciatori. Ma un anno, che capivo un po’ di più, scoprii chele figurine mancanti potevano essere ordinate direttamente alla Panini, aModena. Lo feci subito, con la complicità di mammà (che mi dava i soldi).Scrissi una lettera alla Panini che faceva più o meno così: gentili signori, mimancano alcune figurine per completare il mio album… elencai nomi e numeri… vi allego i soldi perciò mandatemele appena potete. Grazie, GiuseppeCasciaro, Via Piave 21, 87064 Corigliano Calabro, Cosenza.
Arrivarono quasi subito e la gioia, inutile dirvelo, fu enorme…
Eravamo così attaccati io e i miei amichetti al mondo delle figurine Panini cheun giorno decidemmo anche di creare un Club, come stabilito da unregolamento dell’editore. Sì. A nove dieci anni facemmo il club coriglianesedelle figurine Panini. Era una cosa seria, perché bisognava chiedere i moduli,stabilire una sede, nominare un presidente… Una volta espletate leformalità burocratiche, all’indirizzo della sede, allegato alla documentazione,arrivavano gagliardetti e materiale utile per la vita dell’associazione. Lasede la trovammo subito, era la casa di via Roma del mio amichetto AntonioTrebisonda. Una bella casa grande, accogliente, con bei mobili. La casa diAntonio, dove abitava con tutta la sua famiglia, era quasi sutt’a l’arch, sullasinistra scendendo verso sant’Antonio. Ovviamente, in maniera plebiscitaria,decidemmo che il presidente del Club Panini Angelo Lombardi (l’amico deglianimali…) dovesse essere proprio lui, Antonio. La casa era sua quindi non cifu bisogno di fare mozioni a favore o contro. Doveva essere lui il presidentee basta. Una volta a settimana ci vedevamo in quella casa, con un grandesoggiorno, e facevamo la nostra riunione. Inutile dire che solo i primi minutidei nostri incontri venivano dedicati al mondo delle figurine. Il resto, interipomeriggi, a giocare, a mangiare e scherzare.
Il terzo ricordo è un ragazzino. Si chiamava Giorgio, Giorgino, ed era il figliodel maestro. Non frequentava la nostra classe, perché era più piccolo, ma ilpapà, considerati i doppi turni, spesso se lo portava con sé in classe, nellanostra classe. E lo faceva sedere tra di noi. Lavorava praticamente da solo.E faceva cose che noi neanche immaginavamo. Neanche sapevamo cheesistessero. Cose che gli anni dopo sembravano normali, ma Giorgino lefaceva uno, due anni prima di noi. Mi ero affezionato a quel ragazzino esoprattutto a quel padre (il maestro) che stava così vicino a quel suo figlio.Invidiandoli anche un po’. Poi Giorgio è diventato un ottimo professionista.Grazie anche a quel papà che lo seguiva sempre da vicino. Ho cercato la suafaccia, l’ho trovata. E’ insieme ai due figli. La stessa faccia di un tempo. Ho lostesso sguardo del papà, che con amore lo seguiva.
La ricordo bene quella scuola, le sue finestre che davano sull’arena SanFrancesco, dove d’estate proiettavano i film e dove d’inverno noi andavamoa giocare a pallone. Ricordo i grembiuli e i fiocchi, i compagni di classe e gliesercizi di scherma che il maestro Franzè faceva fare ai suoi allievi.
E la prima sferza. La sferza era un oggetto di legno, stretto e rettangolare.Uno strumento di punizione che il maestro usava sui ragazzini indisciplinati.Avevamo tutti terrore di quella sferza. Ne aveva viste di mani quell’oggettodi legno. Vieni qui, diceva il maestro, apri la mano, aprila bene, e teneva lesue mani nascoste dietro la schiena. Impugnando quel terribile attrezzo.Non l’hai aperta, voglio vedere il palmo della mano, ecco così. All’improvvisole sue mani non erano più dietro la schiena e la mano destra, cheimpugnava la sferza, cominciava a bacchettare, sulle manine dei malcapitati.Non servivano le lacrime, i lamenti a casa. Perchè se dicevi a tua madre o atuo padre: u maestr m’a mineti cu ra sferza, allora arrivava il resto. Perchése il maestro usava quell’oggetto contro di te voleva dire che ti ericomportato male a scuola. E allora avevi bisogno i ru riesti. Per farti capireche non dovevi più fare quello che avevi fatto a scuola. Il maestro come unpadre, visto che il padre spesso non era il tuo maestro.
L’ultimo ricordo, ma più che un ricordo è una illusione, è legato a unasupplente. Una donna, non una ragazzina come quelle che sbirciavamo ognitanto nelle classi femminili. Quella era una donna giovane e bella che ungiorno andò a fare la supplente in un classe di femminucce. Io e i mieiamichetti la notammo subito. Era una donna come decine, centinaia didonne. A noi, non so perché, sembrava una madonna. Spesso qualcuno dinoi chiedeva di andare al bagno nella speranza, uscendo, percorrendo icorridoi, di incontrarla. O sperando di poter sbirciare nella sua classe, con laporta aperta. Per fare cosa poi non si sa. Ma era solo il piacere di guardarla.Di strapparle uno sguardo. Un sorriso. Che ovviamente non ci furono mai.C’è stato un tempo che lei insegnava di pomeriggio, mentre noi andavamoin classe la mattina. Così, io e Giorgio (Oranges) un giorno decidemmo diandare sotto la scuola anche il pomeriggio. Per cercare di vederla. Mangiaivelocemente e dissi a mia madre che dovevo uscire. Salimmo su verso SanFrancesco, io e Giorgio, con il passo deciso. L’ora dell’ingresso era vicina.Arrivammo davanti alla chiesa, cominciammo a correre, pochi metri, poi adestra verso la scuola. Eccoli, i ragazzini, le ragazzine del turno dipomeriggio. E di spalle, anche lei. La supplente dei nostri sogni. Cifermammo, Giorgio ed io. Guardammo le sue spalle, la sua gonna. Le suescarpe. Eravamo a un metro da lei. Che si accorse della nostra presenza. Sigirò verso di noi, con lo sguardo da supplente: ma non avete il grembiule,non dovete entrare a scuola? Io e Giorgio ci guardammo, inebetiti. Le nostrepiccole menti andarono in subbuglio. E soprattutto scappammo. Civoltammo, senza dire nulla e piano piano ci allontanammo. Ehi… sentimmoormai da lontano. La supplente ci stava chiamando. Ma voleva solo sapereperché non avevamo il grembiule.

(I ricordi mi hanno trascinato lontano dal mio obiettivo, la scuola media. Chearriverà. “Per solcare il mare dell’inconosciuto”).
(20/8/2012)

Cinquanta rose rosse.

U capillerj, u capillerj passa… Era una delle voci che svegliava il rione dal torpore, dalle abitudini di tutti i giorni. Una delle voci. Insieme al ticchettio degli asini che dalla Costa portavano il loro carico di ricotte caldissime, appena fatte, e di sciunghetj….
U capilleri era una delle figure che animavano Cirrja, ogni tanto. Scendeva verso di noi con le sue due ceste. Una era piena di giocattoli, l’altra quasi piena di capelli. I capelli che le donne di Corigliano conservavano dopo essersi pettinate. Perché poi sarebbe passato u capillerj e li avrebbe presi, quei capelli, e riposti in una delle due ceste. L’uso che di quei capelli avrebbe fatto mi è sempre stato oscuro. Nel tempo ho maturato la convinzione che quei capelli persi delle nostre mamme servissero per fare delle parrucche. 
In cambio, per ogni manciata di capelli che le nostre mamme avevano conservato, u capillerj dava macchinine e palloncini gonfiabili, più era grande il volume di quei capelli più avevi diritto a un giocattolo importante. U capillerj passa… E tutti a fiondarci per strada, tutti a guardare in una di quelle ceste, a cercare il giocattolino dei nostri sogni. Mà, mà, porta i capill… E tutte le mamme di Cirrja tiravano fuori i loro fagottini, fazzoletti, le prime buste di plastica, e anche loro si fiondavano, con maggiore dignità dei bambini, verso u capillerj… Mammà conservava i suoi capelli in un pezzo di carta, in realtà non erano tantissimi. Altre donne, più attente e più dotate nella capigliatura, portavano involucri ben più consistenti dei nostri. E a loro toccava il giocattolo più importante, quello che non si trovava nei negozi di Corigliano. Ma io ero contento. Anche di un semplice palloncino. Che tu lo gonfiavi, poi ci facevi un nodo con l’aiuto di papà e lo facevi volare, su nel cielo alto e pulito di Corigliano. Il mio paese. Lo seguivi quel palloncino in tutti i suoi svolazzi, raggiungeva un balcone, toccava una ringhiera, poi s’imbatteva nei panni stesi, in un’antenna della televisione, poi si fermava ma aveva ancora la forza di districarsi, e di librarsi, libero, verso il nostro cielo azzurro. Lo seguivi finchè lo vedevi, poi a un certo punto cominciavi a immaginarlo quel palloncino che a un certo punto non vedevi più e che era finito chissà dove. Tra gli alberi della Costa, o verso il viale delle Rimembranze, impegnato ad affrontare le ripide e asfittiche salite verso il cielo della montagna.
U capillerji non era l’unico forestiero a scendere per Cirrja nei primi anni Sessanta. Ce n’erano altri. Come il venditore di corredi, pugliese, che sbarcava con la sua macchina proprio sotto casa mia ed esponeva la sua mercanzia per strada, chiamando una ad una le mamme con figlie femmine… Perché loro dovevano fare il corredo. Una macchina stracolma di pacchi e di lenzuola e di tovaglie, pizzi e ricami, bianco e colore. Fiori. Nella nostra famiglia non c’erano figlie femmine, perciò non eravamo interessati a quella mercanzia. Ma molte altre donne sì. Così la strada si riempiva di mamme e figlie femmine. Non vi preoccupate signò, il prezzo è basso. E poi potete pagare a rate. Così le mamme sognavano, e realizzavano, bagulli pieni da consegnare un giorno alla loro figlia che diventava una sposa…
Non erano gli unici forestieri u capillerji e il venditore di corredi. Ce n’era un altro, dalla voce imponente, che ogni tanto scendeva per Cirrja…
Olio malamente cambia sapo’… Aveva la voce grossa quell'uomo che veniva da lontano e che ogni tanto, ciclicamente, s'affacciava nella mia strada. S'appoggiava a un carretto con sopra un bidone. E un cesto con pezzi di sapone. Veniva da noi, per la nostra strada, e per le altre strade del paese, a chiedere l'olio che nelle nostre case si usava per friggere e che le nostri madri conservavano gelosamente. Senza buttarlo. Perchè sapevano che prima o poi sarebbe passato quell'uomo a chiederlo l'olio malamente, l'olio usato. E in cambio dava a mia madre, alle madri di Cirrja, alle madri di Corigliano, un pezzo di sapone... Quando passava quell'uomo era una specie di festa... Mà, mamma, c'è chilli i l'uogghji malamente. E tutti ci affacciavamo, ci mettevamo a seguirlo, come si segue la statua di un santo in processione. Poi mia madre, le altre madri uscivano, nel senso che varcavano gli usci di casa, con le bottiglie in mano, piene di olio usato, ormai inutile dopo tante fritture, e s'avvicinavano a quell'uomo venuto da lontano per fare il baratto. Un litro d'olio, una pezza di sapone, come diceva il forestiero. Decine di ragazzini con gli occhi sgranati cercavano di cogliere l'attimo di quello scambio, un litro d'olio che senza delicatezza veniva versato nel bidone e poi quel pezzo di sapone dato in cambio, giallognolo, aspro, proveniente da quello stesso olio che mia madre e le madri di Cirrja e Corigliano puntualmente versavano in quel bidone. Ero orgoglioso di prenderlo io quel pezzo di sapone, era il frutto del lavoro oscuro di mammà. Delle nostre madri. Che conservavano persino l'olio malamente per far quadrare i conti. Lo prendevo con premura, su due mani, come l'ostia della comunione, e lo portavo in processione verso la mia casa, verso la cucina della mia casa. Così facevano gli altri bambini. Mà, adduvi u minti? Mintili supri u lavandini, diceva mia madre. Il lavandino che serviva per lavare i piatti in cucina, ma anche per pulire il fango e il nero che regolarmente si depositava sulla nostre gambe, sulle nostre braccia, sui nostri piedi, dopo i giochi per le strade di Cirrja. E quel sapone era una mano santa. Per i piatti sporchi e per le nostre ginocchia luride. Non avevamo docce a Cirrja, figuriamoci le vasche da bagno. C'era una semplice tazza, nel bagnetto cieco in fondo alla cucina. Sopra però c'era un buco, un finestrone senza infissi che faceva passare l'aria. In cucina.
La cucina era una stanza stretta, angusta, ma era bellissima. Il regno di mammà. Appena si alzava, mammà andava in cucina. A sistemare. Con un panno sulla spalla sinistra. Pronto per essere afferrato. Entravi e sulla sinistra c'era il frigorifero e sopra una radio Mivar che ancora oggi conserviamo da qualche parte in campagna. Mia madre la teneva sempre accesa. I giornali radio, le canzoni... Poi un paio di stipetti, la macchina del gas e il lavandino. Di pietra. Dove a turno tutti si lavavano la faccia, con il sapone che io avevo portato in processione. Io non mi lavavo da solo. Perchè ero piccolo e non sapevo come fare per lavarmi. Ma mia madre sì che lo sapeva. Giusè, vieni, ca mammà ti leva ra faccia. Poggiavo il mio visino nel lavandino, con le labbra ben strette per non fare entrare l'acqua in bocca e gli occhi chiusi, stretti stretti, per evitare che acqua e sapone entrassero dentro. Mia madre cominciava a bagnarmi, poi un po' di sapone, sulle guance, sulle gote, sugli occhi, sulle orecchie, e poi ancora un po' d'acqua gelida, un filo d'acqua, perché non è che ne arrivasse tanta a quei tempi, per sciacquarmi, per levare quella schiumetta che si era formata sul mio volto. D’estate e d'inverno.
Vola, colomba bianca vola, cantava mammà, seguendo la voce di Nilla Pizzi che arrivava dalla radio Mivar poggiata sul frigorifero. Diglielo tu... che tornerò... Si riempiva la nostra casa, con la voce gracchiante della radio, con la voce limpida di mammà.
Tanti fiori in questo giorno lieto ho ricevuto, rose rosse, ma le più belle me le hai mandate tu… Grazie dei fiori, cantava mammà seguendo la voce che veniva dalla radio, tra tutti gli altri li ho riconosciuti, son rose rosse e parlano d'amor... ... Fiori che papà non le ha mai dato, come nessun padre di allora. Le mamme di un tempo avevano bisogno come le mamme di oggi di fiori e di carezze, del profumo di una rosa o di un mano che si poggiava dolce sul loro viso. O sulle loro mani. Ma non si usava, allora. La tenerezza non abitava a Cirrja. 
Così un giorno di venticinque anni fa, il 12 giugno del 1987, decisi che quelle rose rosse mia madre doveva vederle. Averle. Per una volta. Il giorno dopo sarebbe stato il suo compleanno, il suo cinquantesimo compleanno. Io ero già a Roma. Andai in un negozio Interflora e chiesi se potevano spedire dei fiori a Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza (Italia), la fioraia consultò un foglio, sbirciò tra le righe, leggeva a voce alta nomi di città importanti. Ma Corigliano non c’era. Poi prese un altro foglio… continuò a leggere, e dopo un po’ sentii quello che volevo sentire. Sì, disse, possiamo mandare dei fiori a Corigliano Calabro. 
Bene, dissi, allora, vorrei spedire cinquanta rose rosse a questo nome e a questo indirizzo: Antonietta Forciniti (volevo mettere Ninetta ma avevo paura che un diminutivo avrebbe potuto pregiudicare l’esito della consegna), via Piave 21, 87064 Corigliano Calabro, Cosenza. 
Cinquanta rose rosse.
Bene, disse la fioraia. Riempia il biglietto e scriva l’indirizzo. Scrissi una cosa banalissima, nel biglietto. Che neanche ricordo. Ma avrei voluto scrivere: ecco le rose che non hai mai avuto, i fiori che non hai mai ricevuto, una carezza che non ti ho mai dato…
Il giorno dopo, il 13 giugno del 1987, chiamai mia madre al telefono. Pronto, pronto, mamma, sugni ghji, Giuseppe… Gioia i ra mamma, disse lei… E ci furono lunghissimi, interminabili attimi senza parole. Senza le sue parole. Senza le mie parole. Intuiì un singhiozzo di mammà, mammà intuì un mio singhiozzo. Auguri mamma, le dissi soltanto. Per i tuoi cinquant’anni. Che sorpresa, gioia i ra mamma, tutti chilli fiori, e chini avija mei visti… Ma avrei voluto dirle: mamma, ecco le rose che non hai mai avuto, i fiori che non hai mai ricevuto, cinquanta carezze che nessuno ti ha mai dato. Per quell’olio usato e per quei capelli conservati con cura. Per avermi regalato un pezzo di sapone o un palloncino da far volare verso la montagna. 
...
Nella foto, Cirrja. La mia casa è sulla destra. 
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(25/8/2012)

La luna. Oggi è una domenica particolare, che si annuncia bellissima. E’ il 20 luglio del 1969 e io ho solo 9 anni, due mesi e tre giorni. Porto i pantaloncini corti tenuti su con le bretelle, una camicetta leggera, i calzini e le scarpe. E nient’altro. (Va be’, sotto ho le mutandine, gli slip, quelli che avevano la finestrella per poter fare più comodamente i propri bisogni). E vivo a Cirrja, la mia strada, la mia vita, a Corigliano, il mio paese. E’ un giorno particolare perché papà mi ha detto che stasera accadrà qualcosa di unico. Pà, ma che può essere, cosa ci può essere di diverso nella nostra vita, nella vita di Cirrja, oltre a ri ciucci e a ru vicinanzi, alle nostre belle giornate, alle fettine cotte nel tegamino e all'Acquanova, alle gite in montagna con la nostra Seicento e alla ninna nanna di mammà per farmi prendere il sonno? Stasera, disse mio padre, un uomo va sulla Luna.

Ma come, pensai io. Quella palla lucente, bianca e splendente che ogni tanto la sera, ma non sempre, vedevo quando uscivo dal portone di casa e mi affacciavo sul terrazzino… Pà, pensavo che quella fosse solo una palla di luce che qualcuno aveva messo lì per illuminare la nostra strada, Cirrja, quando, andava via la luce e non sapevamo come muoverci, come raggiungere le nostre case, la luna che ci indicava la via da seguire, la nostra stella cometa… Pà, ma su sicuri? 
Noi stavamo lì. E la luna stava nel cielo sopra Cirrja, vicino agli alberi della Costa, a illuminare a jumera, sopra Corigliano, sopra il mondo.
Giusè, pripariti, ca stasiri ni rivertimi.
Non capivo quell’enfasi, quell’improvviso interesse del mio papà per un fatto che pensavo impossibile. Un uomo su quella grossa lampada appesa al cielo…
E va bene, pà, stasiri virimi. 
Papà intanto aveva già acceso la televisione, una grossa scatola bella anche come mobile, che quando tu premevi un pulsante ti faceva vedere persone e paesaggi, uomini che parlavano e telefilm, canzoni e programmi. L’accese perché voleva essere sicuro che si vedesse bene, quel giorno, la televisione. Premette il pulsante e dopo qualche secondo il televisore Geloso accanto alla macchina per cucire di mammà si trasformò. Cambiò aspetto. Il nero dello schermo, che quando era spento rifletteva il tavolo da pranzo, all’improvviso si animò. C’erano delle persone che parlavano da quello schermo e si vedevano mentre parlavano, era un programma che trasmettevano tutte le domeniche, “A come Agricoltura”, papà se lo vedeva sempre. Quel giorno però, nonostante il bel tempo, non si vedeva benissimo, la televisione. E no, disse papà, proprio oggi tutta sta negghia… Una nebbiolina fastidiosa disturbava il programma. Non era possibile. Proprio il giorno in cui l’uomo sarebbe sbarcato sulla luna. Papà cominciò a dare schiaffi sulla parete destra di quel trabiccolo di televisore, pà, statti attienti ca li fa meli… avrei voluto dirgli. Ma lui mi sembrava sicuro. Nonostante quei colpi la nebbiolina non aveva intenzione di lasciare lo schermo, nonostante la piena estate. Papà allora, smadonnando, (e sta cazzi i televisioni, un si viri mei bona… ) decise che era arrivato il momento di risalire all’origine di quella nebbia fuori stagione. L’antenna. Che non era proprio sul tetto di casa nostra ma a qualche decina di metri di distanza, dall’altra parte della strada.
A quei tempi l’antenna della televisione doveva essere piazzata in un sito alto, lontano dalle possibili interferenze generate dagli edifici. La dimora della nostra antenna della televisione era su un terrazzino, neanche tanto vicino alla nostra casa, dal lato opposto della nostra abitazione. Era il terrazzino i ronna Carbita, moglie i ru Capureli, famiglia di macellai. 
Mo vei addduvi ronna Carbita, disse mio padre, tu stai qui davanti al televisore, ordinò. Va bene, pà. Dopo qualche minuto sento mio padre: Giusè, Giusè… Mio padre era su quel terrazzino, in alto, di fronte, alla nostra casa, sul terrazzino i ronna Carbita, a una distanza abissale, che per sentirsi bisognava urlare. Adesso io muovo, diceva mio padre, e tu dimmi si c’è ancora chilla negghia… Ve bene, pà, mova, mova. Io davanti al televisore aspettavo gli esiti di quel movimento. Allura… Pà, sempr u stess, no aspetta, lassa accussì… Va bene così, pà, la nebbiolina non c’è più, urlai. Poi uscii fuori, sul terrazzino, vidi papà che aspettava un’ulteriore conferma. Pà, mo’ si vira bbona… La nebbiolina era sparita. Papà salutò ronna Carbita, ringraziandola, immagino, e tornò a casa.

Per strada a Cirrja, si usava mettere la musica a tutto volume. In quel tempo, nell’estate del 1969, i dischi più ascoltati erano tre, quelli che avevano ottenuto i migliori piazzamenti al Disco per l’Estate. “Pensando a te” di Al Bano era la vincitrice, ma a me piaceva di più la seconda, “Lisa dagli occhi blu”, di Mario Tessuto. Classe seconda B, il nostro amore è cominciato lì, Lisa agli occhi blu, senza le trecce non sei più tu… Anche a Cirrja, a ru vicinanzi, piaceva di più Mario Tessuto tanto che la domenica mattina, dopo la campane di Santuori, una sole voce percorreva alta la strada, dall’Acquanova a ri pinnini, fino nei vicoli più lontani. Era Lisa. Dagli occhi blu, la classe seconda B… il nostro amore è cominciato lì… (Il terzo brano era, per la cronaca, “L’altalena”, di Orietta Berti…).
Giusè, vieni mangj, ch’è pront… Lasciai le miei occupazioni della strada e corsi verso casa, verso il tavolo dove pranzavamo. La domenica e tutti i giorni. Mammà aveva preparato la pasta, gli zitoni con il sugo… Gli zitoni erano un tipo di pasta lunga che aveva un buco al centro. Non potevi mangiarli senza fare rumore. Li mangiavi ma combattevi continuamente con la forchetta e con il piatto, non sapevi come prenderli. La cosa migliore era spezzettarli. E quando mia madre si accorgeva con non ce la facevo, arrivava con la sua forchetta e con cura li spezzava, per renderli più adatti alla bocca di un bambino di nove anni. Per secondo c’era la carne al sugo, a carna russa, che mia madre poggiava nello stesso piatto dove avevamo mangiato la pasta. Il pranzo era finito. Nonno e nonna andavano nella loro stanza, papà già dormiva sulla sedia, mammà in cucina. A mettere a posto.

Non vedevo l’ora che arrivasse sera, a Cirrja, per poggiare i miei occhi verso la luna. 
Non avevamo macchinette fotografiche o binocoli o telescopi a quei tempi per vedere più da vicino quello che ci interessava. Avevamo solo i nostri occhi. I miei occhi. Se tu volevi fissare nella tua mente qualcosa, un fatto, una persona, una situazione, una strada o un panorama non dovevi fare altro che sgranare i tuoi occhi (se pensavi che erano un po’ appannati non dovevi fare altro che poggiarvi sopra i dorsi di due dita, dei due indici, con gli occhi chiusi veniva meglio, per strofinarli un po’) e poi guardare intensamente quello che in quel momento ti interessava. Quello che succedeva intorno a te. Per immagazzinare un attimo in quell’area del cervello che è la sede, la dimora dei ricordi. Per conservarlo per sempre.
Non veniva mai sera a Cirrja, quella sera. L’ora prevista per l’allunaggio, mi diceva papà, era dopo le dieci. Di sera. La televisione era sempre accesa. Sul primo canale. Sul secondo non c’era niente, i programmi sarebbero cominciati più tardi. 
Esco di casa, sono le quattro del pomeriggio, più o meno. Verso l’Acquanova vedo una persona cu nu paneri… Pà, pà, c’è chilli i ri fichi paletti… Papà ebbe un sussulto, si alzò dalla sedia, rintronato. E mo chi bu? Sembrava dicesse… Pà ni mangemi rua fichi palett? E va bene, disse mio padre. Mi dette la mano e andammo insieme verso l’Acquanova, dove stazionava con il suo paniere il venditore i fichi paletti. Non c’era nessuno, a quell’ora del pomeriggio. Un grande paniere stracolmo. Tre fichi palett reci lire. Munna, munna, disse mio mio padre. Guna a tji e guna a mij, disse mio padre. Il venditore senza paura affondava le sue mani nel paniere e prendeva quei frutti spinosi, con il coltello faceva prima un taglio per lungo, poi le due curicine… che sapore di fresco quei frutti appena raccolti. Mangia Giusè, ca ti feni buoni… Quanti fichi palett mangiai quel giorno, verdi, rosse, arancio, amaranto, ognuna dal sapore diverso. Alla fine con cento lire avevamo mangiato trenta fichi palett…
Tornammo a casa. Con la pancia piena. Con in testa la luna.
In televisione c’era un telefilm che io non avevo mai visto, “I Monroes”, e che anche allora non vidi. Preferii qualche pagina del mio libro del cuore, “Cuore”, di De Amicis. I minuti passavano, anche le ore. Era quasi il tempo della cena ma io non avevo fame. Dopo quel sugo, a carna russa e ri zitoni di mammà e dopo i fichi palett, alle sette e mezza di sera il primo canale cominciò a trasmettere il programma che avrebbe fatto vedere a noi a Cirrja, a Corigliano e a tutta l’Italia, lo sbarco dell’uomo sulla luna. Tito Stagno, Andrea Barbato e Piero Forcella in studio da Roma, Ruggero Orlando da Nuova York, America.
Mi piazzai lì davanti e sgranai gli occhi, presi due dita, i due indici delle mie manine, e li strofinai sui miei occhietti chiusi. Per vedere meglio. Per conservare quegli attimi in quell’angolo del mio cervello che è il ricovero dei ricordi. Eterni.
Il tempo passava. Non capivo assolutamente nulla di quello che stava per accadere. Guardavo la televisione e ogni tanto uscivo per guardare quella palla di luce appesa al cielo. Immaginando un veicolo con due uomini che da lì a poco sarebbe atterrato. Anzi, allunato. 
Eh, Giusè, chissà che può succedere, ammoniva mio padre. Pà, che può succedere… chiedevo timido io. Può scoppiare tutto, diceva convinto mio padre. Uno scoppio. Che avrebbe cancellato quella palla di luce per le nostre notti senza luce, ma anche Cirrja e Corigliano. Avevo paura. Non so se papà lo diceva convinto. Io ero convinto di quello che diceva.
I minuti si ricorrevano, io continuavo a fare dentro e fuori. A guardare le immagini del televisore. A osservare la mia luna, quella di sempre, poggiata tra le stelle.
Finalmente le dieci di sera. Non si sentiva una mosca ronzare. Quindici minuti dopo le dieci, sedici. Diciassette minuti dopo Tito Stagno disse: ha toccato. Il modulo lunare con Armstrong e Aldrin si era poggiato sul suolo lunare. Corsi fuori subito, a guardare con i miei occhi la mia palla di luce. Papà aveva esagerato. Non era successo nulla. Cirrja, Corigliano e il mondo non erano scoppiati. Eravamo ancora tutti lì. Con le nostre case e con i nostri genitori. I nostri piatti da lavare e le nostre giornate da passare. 
L’uomo era sbarcato sulla luna, aveva fatto i primi passi su quella palla di luce che illuminava alle nostre notti d’estate. Costava 60 milioni di lire la tuta di Armstrong, 60 quella di Aldrin e altri 60 quella di Collins, che era rimasto in orbita, a girovagare da solo, aspettando che i suoi amici portassero a termine la missione. Centottanta milioni che ci avremmo comprato tutto il paese, a quel tempo. Per non dire dei dodici miliardi di lire che erano il costo dei quindici motori del modulo lunare…
“Un panorama fantastico, ma non si vedono le stelle…”, disse il compianto Neil Armstrong, in collegamento con Houston.

Ma io quella sera le stelle ho continuato a vederle, mpracchiete al cielo, appiccicate al mio cielo, accanto alla Luna. A Cirrja, a Corigliano, quella sera del 20 dicembre del 1969, le stelle le potevi toccare con un dito. Tanto erano vicine a casa mia, al mio terrazzino, alle vinelle e ai gafii, all’Acquanova e a ri Vasci, alla cucina di mammà, alla sedia dove mia padre s’era già appoggiato per dormire mentre tu, compianto Neil, toccavi la luna con un piede. 
E mentre noi, a Cirrja, continuavamo a toccare le stelle con un dito.
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(1/9/2012)

La sabbia.

Non c’erano tanti giocattoli con cui giocare quando ero piccolo piccolo. Non ricordo quasi nulla dei miei giocattoli. Forse perché non ne avevo tanti. Solo una macchinina a pedali, un involucro giallo dove entravo accompagnato da papà o da mammà. Plastica. due pedali in fondo, io infilavo i piedini e spingevo. Prima un piede e poi l’altro. La macchinina magicamente andava. Il tragitto che percorrevo non era lungo. Anzi. Era cortissimo. Dal nostro negozio, un paio di metri di pedalate e poi qualcuno mi doveva fermare perchè cominciava la discesa che porta davanti alla casa dove abitava zizi Santa con zio Peppino e Gianfranco. E' stato questo il mio primo giocattolo. Poi ne ho avuti altri. Una locomotiva a batterie che tu spingevi un bottoncino e lei faceva ciuf ciuf, una macchina della polizia che tu spingevi sempre un bottoncino e lei andava. Con il suono della sirena. Era particolare quella macchina, perchè se incontrava un ostacolo non si fermava, anzi, li voleva proprio incontrare gli ostacoli. Era fatta apposta. Per dimostrare tutta la sua potenza. Tu la indirizzavi verso un muro, ad esempio. Lei non aspettava altro che quel muro, per sbattere, per far vedere quant'era brava a tornare indietro e a cambiare direzione. E i miei occhi di bambino a seguirla, inseguirla, indirizzarla, ammirarla, invidiarla, amarla. Ho avuto anche una diligenza quand'ero piccolo piccolo. Quattro cavalli che trainavano una bellissima e colorata diligenza. Non immaginatevi una cosa grande, lunga. Pensate a un oggetto lungo una trentina di centimetri. C'era un pulsante sopra che tu lo spingevi e lei andava. I cavalli si muovevano, tutto si muoveva, un suono accompagnava quelle sgroppate, il rumore dei passi dei cavalli, il loro nitrito. 
I miei giocattoli mammà li teneva sopra, nella sala da pranzo, dove nessuno ha mai mangiato. Perchè non è che tutti i bambini che passavano dalla nostra casa potevano prenderli. Erano i miei giocattoli. Così ogni volta che li volevo salivo su e li prendevo. Uno per volta. La locomotiva. La macchina della polizia. La diligenza. Erano il mio piccolo segreto dentro la mia casa, i miei fili d'acciaio per coltivare la fantasia, gli strumenti per volare via da Cirrja e immaginare praterie sconosciute, strade di città, binari che ti portano lontano.
Poca roba, rispetto a oggi. Quasi niente. Ma erano i miei giocattoli.
I giochi veri erano per strada. La mia strada. Cirrja. Il più bello di tutti era un gioco non codificato, non scritto, non raccontato dai nonni, non pubblicizzato sui giornali, non esposto nelle vetrine dei negozi di giocattoli. Era un gioco che tu ci potevi giocare quando qualcuno a Cirrja decideva che era arrivato il momento di cambiare l'aspetto della propria casa, alzare un muro o creare una stanza da un terrazzo. Per realizzare quei lavori servivano materiali strani. Come la sabbia. Che arrivava la mattina con un camioncino piccolo perchè la nostra strada non è che fosse così grande. Arrivava quel camioncino e tutti i bambini ad aspettarlo. A inseguire i suoi lenti e misurati movimenti. A vedere e a osservare quel suo carico di sabbia che sembrava rubato dalle nostre spiagge. Il camioncino scendeva, verso Cirrja, poi sceglieva un posto dove depositare il suo carico, si girava e quell'uomo dentro azionava un pulsante, un bottoncino, lo stesso, pensavo, che io toccavo per far muovere la mia diligenza, la mia locomotiva, la mia macchina della polizia. L'uomo dentro il camion toccava quel bottoncino e succedeva qualcosa di miracoloso. Il cassone del suo camioncino lentamente cominciava a sollevarsi, un grosso tubo all’improvviso spuntato tra il pianale del camion e il cassone si alzava e cominciava a spingerlo verso l'alto, facendogli assumere una posizione quasi verticale. A qual punto il carico cominciava a scendere, a posarsi proprio tra il muro sotto il terrazzino del negozio di papà e Cirrja. Proprio di fronte alla fontana del 1893 che ancora oggi controlla il passaggio di pochi uomini e di poche cose.
C'era un via vai di gente la mattina davanti a quel canale, donne cu gummili e vaschette, che facevano la fila per riempirle. d'acqua. L'acqua che sarebbe servita nelle case di Cirrja per lavare i piedi sporchi dei bambini o per cuocere la pasta. O per farvi bollire una siringa quand'era il momento di fare una cura. L'acqua da bere, fresca, i ri gummili.
Il carico di sabbia giaceva ormai sotto casa mia, il suo punto più alto era si e no a mezzo metro dal muretto del terrazzino dove avevamo il negozio. Era lì, alla portata di un salto. Alla mia portata e alla portata dei ragazzini di Cirrja. Non serviva subito quella sabbia. Non arrivavano in un attimo i muratori cu ri cardarelli a prelevarla e a portarla nel cantiere, nella casa da ristrutturare. Spesso rimaneva lì per ore e ore senza che nessuno la toccasse. Così io e i ragazzi di Cirrja salivamo sul muretto del terrazzino e a turno spiccavamo quei salti che ci avrebbero fatto atterrare su un vicino letto di sabbia. Il gioco più bello. Quello che ti faceva sporcare di più, che riempiva di minuscoli granelli le scarpe, le tasche dei pantaloncini, i calzini. Un salto, planando in due secondi su quel cumulo di sabbia. In piedi, giù per strada e di nuovo sul muretto. Per un nuovo salto, una nuova avventura. A volte però ci pensava la natura a farci smettere, non tanto la premura dei muratori. Perchè quando pioveva, e un tempo quand'era inverno pioveva come si doveva, l'acqua s'impastava con la sabbia e la sbriciolava, l'appiattiva, la spargeva per la strada, facendola scorrere verso i pinnini, verso a jumera. Che così si riprendeva quello che qualcuno le aveva tolto.
Certo, giocavo anch'io con i giochi d'una volta raccontati, e illustrati, così bene dai nostri libri. La campana, a mazza e ru trugghji, uno si monta la luna, a mmucciuna. Ma alcuni dei miei giochi non sono raccontati dai libri.
Per strada ad esempio, un gruppetto di ragazzini si riuniva per giocare a ru banc, un gioco di carte che prevedeva un banchista che faceva i mucchietti di carte e ognuno doveva puntare su un mucchietto. Se erano cinque giocatori, ad esempio, il banchista faceva cinque mucchietti di carte e uno lo teneva per sè, il banco, appunto. Poi ognuno sceglieva il proprio mucchietto, vi puntava dieci lire e se la sua carta, l'ultima, quella che toccava la strada, era più alta di quella del banchista, aveva vinto dieci lire, che gli doveva dare il banchista. Altrimenti, se la sua carta era più bassa di quella del banchista, aveva perso. Io non giocavo direttamente a questo gioco perchè ero proprio piccolo piccolo ma partecipavo. Nel senso che fornivo il mazzo di carte napoletane (le avevo solo io a un certo punto a Cirrja) e ogni volta che il banchista aveva un re e quindi prendeva i soldi di tutte le puntate, io prendevo una specie di commissione per l'uso delle carte. Cinque lire...
Ma c'era un altro gioco che mi piaceva particolarmente e che nessun libro ha mai raccontato. Perchè era solo mio. Papà, come ho già scritto altre volte, oltre ai generi alimentari, alla calce, alla varechina sfusa e alle bombole di gas, vendeva anche gli elettrodomestici. Cucine (ma solo le macchine per il gas), frigoriferi. E ogni tanto una lavatrice. Che arrivavano con un camioncino da Cosenza fino alla nostra putighella in via Piave. Nei loro cartoni robusti, stretti stretti, legati da fili piatti di un materiale che mi sembrava alluminio. Papà lentamente e con cura li scartava prima di esporli. Papà sapeva che a me quei cartoni, quegli involucri piacevano tanto, perchè erano uno dei miei giochi. Quando sballava una cucina, ad esempio, restava quel cartone bello robusto, che sembrava una casa. Io lo portavo su nel terrazzino di casa e lo appoggiavo alla ringhiera. Ci entravo dentro, ritagliavo una finestrella per non perdermi nulla del mio mondo, di Cirrja, e mi chiudevo dentro. Prima però da mammà mi facevo preparare un pezzetto di pane con la mortadella, prendevo una gassosa dal frigorifero e cominciavo a sorseggiarla, mordendo subito quel pezzo di pane con la mortadella…
Li prendevo tutti i resti degli imballaggi. Perché oltre ai cartoni c’erano della provvidenziali stecche di legno che servivano per una causa comune. La causa della banda di Cirrja.
C’erano tante bande a quei tempi, nei primi anni Sessanta, a Corigliano. Bande di ragazzini che non avevano magliette con scritte minacciose né tatuaggi né capigliature stravaganti. Ragazzini normali, che d’estate portavano la canottiera e d’inverno un maglioncino. Le bande di quartiere. Che ogni tanto s’incontravano. Si scontravano. Quelle stecche di legno delle cucine di papà, e quei fili larghi d’alluminio erano gli elementi costitutivi delle nostre armi. Lo fornivo io ai ragazzini di Cirrja, alla mia banda, il materiale per costruire le armi. Quelle stecche di legno delle cucine di papà diventavano spade, spesso appuntite, affilate con coltelli, per quelle guerre che non ho mai combattuto. Dieci, dodici ragazzini, partivano da Cirrja. Io, gracilino, il più piccolo, restavo lì aspettando il ritorno dei guerrieri. Che un pomeriggio andarono a combattere con la banda di Farconi, un altro con quella i ri Vasci, un’altra si spinsero fino a ri Pignateri… Provate a immaginarla una processione di ragazzini con le spadre di legno nelle mani, salire su per Cirrja, arrivare all’Acquanova, e andare verso San Francesco o scendere giù per via Roma, per andare ad affrontare il nemico… Io, piccolo e gracile, sul mio terrazzino ad aspettarli. Non era particolarmente forte la nostra banda, anzi, pure un po’ scarsa. Forse per colpa di quelle armi così improvvisate, che sembravano semplici giocattoli… Gli altri, negli altri rioni, erano più attrezzati. Così i miei compagni, al ritorno, sui loro visi avevano disegnato il colore della sconfitta. I segni del dolore.
Ma il giocattolo più bello è quello che non ho mai avuto. Un giorno a casa nostra qualcuno portò un libro grande grande, una specie di catalogo dove c’era tutto quello che ti poteva servire. Dai vestiti ai mobili, dalle mutande agli oggetti per la cucina. Ai giocattoli. Si aprì un mondo agli occhi di mammà, ai miei occhi di bambino. Mà, mà, accattamini tutti… Dissi a mia madre. Sì, gioia i ra mamma, n’accattemi tutt. Ma cumi si fè?, dissi io. Guarda, guarda tu, Giusè, disse mammà. Il librone era un catalogo della Vestro. Alla fine, dopo tutta quella esposizione, c’era un modulo che tu dovevi riempire segnando i codici dei prodotti, la quantità, il prezzo, poi dovevi fare la somma, staccare il modulo, metterlo in una busta affrancata e spedirlo alla Vestro. Così facemmo. Mammà scelse per sé delle mutandine e un paio di strofinacci per la cucina, per papà qualche paio di calzini, per il mio fratellino un paio di bavette. E per me scelsi un giocattolo. Un camion grandissimo, c’era scritto che era lungo ottanta centimetri e che era capace di ribaltare il cassone, proprio come quei camioncini che lasciavano il loro carico di sabbia sotto casa nostra. Completai il modulo con il nostro indirizzo, lo misi in una busta, scrissi l’indirizzo della Vestro e andai all’Acquanova per imbucarlo nella cassette delle lettere. 
Mammà, visto che dovevamo pagare al ricevimento della merce, aveva cominciato a mettere da parte i soldi. Ventiduemilalire.
Cominciò l’attesa. Un’attesa lunghissima. Passavano i giorni, le settimane… 
Poi un giorno sentii la voce di mastro Gigino Iannini, u pustieri. Ninè, Ninè, c’è nu pacchi… Uscii di casa, mia madre era già lì, diede i soldi a Mastro Gigino, prendemmo insieme il pacco, entrambi felici, andammo su verso casa, mettemmo tutto sul tavolo e mia madre prese delle forbici per aprirlo. Non finiva mai. Poi spuntarono le mutandine, le bavette, i calzini, gli strofinacci. Sotto, incartato, quello che doveva essere il mio camion. Scansai le mani di mammà, mà, u repi ghji, u repi ghji, sognando già di portarlo per strada, di riempire il cassone di terra o di pietre o di sabbia, e farlo ribaltare, quel cassone…Lungo era lungo. Ma era rotto, il cassone. Spaccato, inutile, vano. Avremmo potuto rimpacchettarlo, rispedirlo alla Vestro dicendo: ma chi mm’ati manneti, nu cammij rutt? Non lo facemmo. Perché non lo so. Ma non lo facemmo. Avrei voluto piangere. Mammà pure. Uscii fuori. Andai sul terrazzino. Guardai verso l’Acquanova e vidi scendere un camioncino vero. Con un carico di sabbia. Che s’avvicinava verso il solito luogo del deposito. Un sorriso cancellò le mie lacrime. 
Tra un po’ sarei tornato a saltare, con i miei compagni di Cirrja, su un mucchio di sabbia. 
...
(la foto che accompagna questo racconto l'ho già usata. ma non ho altre foto di Cirrji. SI vede bene sulla destra il terrazzino di casa mia dove giocavo con i cartoni e il muretto - ai miei tempi non c'era la ringhiera - da dove ci lanciavamo verso il cumulo di sabbia)

(5/9/2012)

Un pomeriggio all’Acquanova

Dopo le cinque della sera, di ogni giorno feriale, l'Acquanova cominciava a riempirsi. Gente arrivava dalla strada di sant'Antonio, gente scendeva da san Francesco, gente saliva da Cirrja. Era il punto di confluenza, il centro di raccolta, il luogo dei saluti, la sosta della banda musicale, il sito dei palchi per i comizi (quelli della destra sotto i vigili urbani, quelli della sinistra sotto il negozio di zio Luigi Oranges); il passaggio per gli asini, il posto giusto per cercare e trovare un lavoro per il giorno dopo. L'Acquanova era la nostra piazza, la piazza del paese. Il mio paese.
Ci andavo sempre all’Acquanova quand’ero bambino. A guardare soprattutto i cartelloni del cinema Moderno, accanto al Gatto Bianco, e del cinema Comunale, affianco al negozio di Tonino Cardamone, all’inizio di San Francesco. Erano titoli strani, misteriosi, quelli proposti nei giorni feriali. Film normali, con gente vestita normale. Poi però quando era sabato, mettevano i film dei banditi, come dicevo quand’ero piccolo. E allora sì che capivo. Indiani, pistoleri, diligenze, rapine, giubbe blu. Era quello il mondo che un bambino voleva vedere al cinema, un mondo che non ci apparteneva, lontano e forse immaginario. Perché ai bambini di allora piaceva l’irrealtà. Piacevano le storie da inventare, da creare, da far vivere solo nella propria testa. Le favole. 
Quand’ero piccolo piccolo lessi un libro, si chiamava “L’isola del tesoro”… Ce l’ho ancora. Solo quel vocabolo, tesoro, mi faceva volare. Sognare. Fino ad allora associavo la parola tesoro ad un’espressione usata da mia madre nei miei confronti, tesoro di mamma, mi diceva usando una volta tanto l’italiano piuttosto che il nostro amato curghijanisi. Io ero un tesoro. Il tesoro di mammà. Sapevo che il tesoro era qualcosa di prezioso, di importante, di concreto, luccicante. Per un tesoro un uomo o una donna avrebbero fatto follie. Per me, mia madre avrebbe fatto pazzie. Oro e pietre preziose, gemme e diamanti. Io ero tutto questo per mammà. Sì, mi piaceva essere considerato un tesoro. Ma poi mi guardavo in giro, osservavo la nostra strada, la nostra casa, i miei pantaloncini con le tasche bucate, le ginocchia sbucciate e i capelli spettinati… e pensavo che mammà forse un po’ esagerava.
Il tesoro era altro, pensavo, un mucchio di oggetti d’oro, come quelli che vendeva zio Luigi, un cumulo di monete da cento lire, un fascio di banconote da mille lire… Perciò un giorno presi un sacchetto e ci misi alcuni pezzetti da cinque e dieci lire che avevo trovato sul tavolo della cucina. Lo chiusi bene e lo portai nel magazzino di papà, dall’altra parte della strada, nascosto nella vasca dove qualche tempo prima mio padre preparava di notte la calce fresca da vendere ai muratori. L’intento era quello di riempirlo, a poco a poco, quel sacchetto. Per avere il mio tesoro, vero, non quello che diceva mammà. Ma le intenzioni di un bambino sono una cosa, la realizzazione delle stesse è un’altra. E quel sacchetto non si riempì mai. Perché non è che le cinque, le dieci, le cento e le mille lire si trovavano per strada, non è che ogni mattina papà mi vedeva e mi diceva: tieni, questi sono i soldi per il tuo desiderio, per il tuo progetto, per la tua idea di ricchezza. No, papà non me lo diceva. E neanche mammà: per lei ero io, il suo tesoro. E basta.
Ci andavo spesso all’Acquanova. Perché ero curioso. Mà, ste ghiscienni, le dicevo. E lei mi guardava divertita. Salivo per la strada e dopo pochi metri davanti a me lo spettacolo della nostra piazza. Capannelli di uomini. D’inverno intabarrati nei loro semplici ma elegantissimi mantelli neri. D’estate più spigliati, camicie di tutti i colori con le maniche corte e i più coraggiosi in semplicissime canottiere. Mi intrufolavo in quei gruppetti, curioso, ansioso di ascoltare, sentire, capire, rubare qualche parola, un ragionamento, un segreto. Discreto. Mai nessuno si accorse del mio interesse, mai nessuno mi disse: chi sta facienni lluochi? Ero solo un bambino. Come ce n’erano altri per la piazza. Ma il mio obiettivo era diverso. Mi aggiravo sorridente e contento. Tendevo le orecchie. Lo sguardo incerto. Non c’erano grandi discussioni. Qualcuno parlava della giornata che stava per chiudersi, altri si soffermavano su a rimunna, i nzierti a ri jardini, altri ancora spiegavano tecniche per sfruttare al meglio la terra. E altri erano arrivati fin lì per incontrare i datori di lavoro e prendere i soldi i ra jurneta. Perché le mogli a casa dovevano fare la spesa per far da mangiare anche quella sera. 
Quando ero stanco i tutti chilli parramienti, scendevo per via Roma, pochi passi, fino a ra putiga i ru quarareri. Era sotto il livello della strda, molto prima degli archi, sulla sinistra, scendendo. U quarareri produceva pentole e tegami ma anche ramett che servivano per mandare la roba da mangiare ai parenti lontani, in Germania o in Argentina. Tu andavi adduvi u quarareri con il tuo carico di cose, rosamarina, cipullizzi, luminceni, e gli dicevi che volevi tre quattro ramette, sceglievi la grandezza, poi ci versavi la roba da mangiare e lui le sigillava, quelle ramette. Pronte per attraversare l’Europa. Gli oceani. In quel negozio, a dire il vero rumoroso, ogni giorno c’era uno spettacolo. Lo spettacolo della creazione. Tanto che non ero solo io affacciato alla ringhiera che dava su quel bugigattolo, scuro e angusto (come tutti i bugigattoli). Perché lì si lavorava con il fuoco per modellare il metallo, il rame. C’era sempre qualche bambino affacciato a guardare quel signore che da un pezzo di rame creava un tegame o una rametta. 
Poi risalivo verso l’Acquanova, ancora incursioni tra i gruppetti dove qualcuno aveva già i segni lasciati dal vino delle vicine cantine. Gli ubriachi mi divertivano ma mi facevano anche paura. Perché non avevano autocontrollo, e nessuno poteva controllarli all’acme della loro sbornia.
Così raggiungevo u bar i ru catarreri. Che non era solo un bar ma al suo interno ospitava un’ampia sala con due biliardi. Uno, il primo appena scendevi le scalette, per giocare all’italiana. L’altro per la carambola. Ero un bambino, lo so, e i bambini non dovevano entrare in quella sala perché lì si faceva qualcosa che non era il massimo per gli occhi di un bambino che stava crescendo. Si giocava ma a soldi. La bazzica. Io entravo perché mi conoscevano tutti, i baristi ma anche i giocatori. E poi passavo per uno preciso, tanto che, pur essendo bambino, mi chiamavano i giocatori del primo biliardo per segnare i punti. Si giocava a quarantotto o a sessanta punti, all’italiana. Ma a bazzica si finiva prima, a ventuno. Ero contento di segnare i punti perché entravi nel vivo del gioco, ti sedevi su uno sgabello proprio appoggiato alla sponda, per vedere meglio i birilli abbattuti, e dargli il giusto valore. Mentre tutt’intorno la gente sgomitava per vedere. E poi a chi segnava i punti toccava una consumazione, gratis ovviamente. Io prendevo sempre uno spingioni, una cosa dolcissima, fritta, lunga, burrosa, coperta di zucchero, che arrivava calda calda, appena uscita dal forno i ru catarerri. La mangiavo provando un piacere che non ho mai provato mangiando le cose che preparava mammà. E poi non costava niente. 
Verso sera, quando i giochi stavano per finire, lasciavo il mio posto e dicevo ai giocatori che dovevo andare a casa, ca mammà m’aspetta ppi mangeri. Salutavo, uscivo e l’Acquanova era ormai avvolta dal buio della sera, confortata solo dalle timide luci di alcuni lampioni. Un altro giro, prima di andare a casa. Una serpentina, le solite voci, i soliti discorsi… Quando a un certo punto sento uno che parlava piano piano per non farsi sentire. Era quello che faceva per me. Il bottino del mio pomeriggio all’Acquanova.
L’uomo si avvicinò ai suoi vicini, e con voce tenue cominciò a dire: ma unnu se ch’è ssuccessi l’etra notta… l’altra notte è successo qualcosa di clamoroso, u vi, llè, a ra nghianeti i sambrancischi, vicino alla libreria del professor Benvenuto… E che è successo, che è successo… chiedevano bramosi di sapere i suoi vicini di piazza, che è successo, che è successo, pensavo io tra me e me, sgranando gli occhi, tendendo le orecchie. Avevo la testa bassa, mi aggiravo come se avessi perso qualcosa, come se stessi cercando qualcosa.
Alluri, l’altra notte in quella casa che sta a fianco della libreria, all’inizio della strada che porta fino all’Ospizio e all’Ariella, c’erano tante persone. Ma come, disse uno, è una casa abbandonata, un ci ste nessuni… Eh, propri pi chisti, proprio perché non ci sta nessuno che l’altra notte c’erano tante persone, maschi e femmine… Maschi e femmine? E chi facijini sti masculi e sti fimmini, disse un altro. L’uomo tenutario della notizia teneva i suoi vicini sul filo delle sue parole. S’era accorto dell’interesse suscitato e non arrivò subito al punto. Tergiversava. Si dilungava in dettagli e particolari inutili per la comprensione della storia. Tanto che uno sbottò: ma alluri u vu cunteri buoni stu cazzi i fatti, chi facijini intra cchilla chesa???
E va buoni: allora, le persone che abitano vicino a quella casa abbandonata, a un certo punto hanno cominciato a sentire dei rumori. Fastidiosi per la notte. C’era anche la musica. Bassa, ma c’era. Qualcuno si affacciò dalle finestre e vide persino la luce di alcune candele accese. Uno pensò che forse là dentro si stava evocando il diavolo e allora cominciò a insospettirsi. Indeciso se chiamare un prete o i carabinieri propese per la seconda soluzione. Pronto, carabinieri, venite qua, a via San Francesco, all’angolo con la libreria Benvenuto, c’è qualcosa di strano. Scese per strada e attese i carabinieri, due, che arrivarono dalla caserma accanto al cinema comunale con la loro seicento verdina. 
Buonasera, buonasera. L’uomo che aveva visto le luci e forse il diavolo cominciò a raccontare piano piano ai militari la sua versione dei fatti che fino a quel momento era solo il frutto della sua immaginazione. I carabinieri non credettero alla storia del diavolo e bussarono a quella porta. Malferma. Tanto che non dovette arrivare nessuno per aprirla perché all’improvviso si spalancò. 
La curiosità all’Acquanova, in quel gruppetto, era arrivata alle stelle. Tutti guardavano con gli occhi sgranati quell’uomo che stava per rivelare qualcosa di unico. Di impensabile. 
Alluri, a vu finiri stu fatt cami jiri a mmangeri?
I carabinieri entrarono, s’introfularono nel buio e salirono per le scale. Anche l’uomo della finestra accanto salì con loro. E vide alla fine della scala, in una stanza illuminata da pochi cirogini diversi maschi e diverse femmine, tutti maggiorenni, adulti. Tutti nudi.
Alla parola nudi ebbi un sussulto, alla parola nudi tutti i vicini del narratore ebbero un sussulto. Nculi nuri? Ma propri nculi nuri? 
Sapevo quello che voleva dire quella parola riferita a un maschio e a una femmina insieme. Cirrja era la mia scuola. Ma più maschi e più femmine nudi in una stanza buia mancavano nel novero delle mie conoscenze. 
Il racconto proseguì. I carabinieri chiesero le generalità alle persone, nome, cognome, indirizzo… Ma non è che potessero fargli niente. Erano in una casa privata e lì potevano fare quello che volevano.
Il racconto andava esaurendosi. Il narratore e i vicini cominciarono a ridere. Prima piano, poi forte.
Io tornai verso casa, perché ormai era ora di cena. Vicino al negozio papà stava parlando con una persona, un signore che voleva da tempo venderci un’enciclopedia, I Quindici. Guardi, è importante per suo figlio, per la sua cultura, per la sua formazione… Non me la comprò mai quell’enciclopedia papà. E fece bene. Perché non c’era scritto tutto su quei libri. Non c’erano i volti degli uomini e delle donne di Corigliano, non c’erano le storie che sentivo all’Acquanova. E soprattutto non c’era la descrizione di una notte in quella casa illuminata solo da un paio di candele e animata dai sospiri di un gruppo di uomini e di donne nudi.

(14/9/2012)

Era una bella festa quella i ri vinticinq quando ero un bambino. Soprattutto perché non si andava a scuola, tre giorni, dal 23 al 25 aprile. Ogni anno che Dio mandava in terra. San Francesco di Paola è il nostro patrono, il santo che con le sue mani e la sua barba, il suo saio e la sua bontà ha sempre protetto e protegge il nostro paese. Corigliano. E tutti i curghijanisi.

Te ne accorgevi che stava arrivando a festa i ri vinticinqu perché a Cirrja e in tutte le strade del mio paese arrivavano le persone del comitato. Quelli che organizzavano i festeggiamenti per San Francesco di Paola. Chiedevano soldi, perché bisognava pagare i cantanti, le bande, i fuochisti, quelli delle luci. Così arrivavano con il blocchetto e dicevano: Cà, (Carlo, mio padre), st’ann è na festa più bella degli altri anni. Cantanti mai visti a Corigliano, i fuochi che nemmeno in Cina li fanno… E papà, e tutti i papà di Cirrja, i ri Vasci, i l’Acquedotto, i San Pietri e di Santa Maria mettevano mano al portafogli. Cinquemila lire, diecimila lire. Uno dava quello che poteva. Per dire grazie a San Francesco. L’uomo del comitato tirava fuori un blocchetto e segnava: Casciaro 10.000 lire. Una pratica assolutamente inutile. Solo per far vedere che restava una traccia, labile, di quei soldi dati per San Francesco. Qualche nota della banda di Polignano a Mare l’avevamo pagata anche noi. Qualche luce l’avevamo fatta accendere anche noi sulla strada della festa. Per il nostro San Francesco.
Tre giorni di festa. L’annuncio era dato dai manifesti, che un mese prima riempivano i muri di Corigliano. Con il programma. Le cerimonie religiose. E quelle civili. Con nomi e orari. Arrivavano le bande musicali più importanti del sud dell’Italia. Che la mattina del 23 o del 24 si esibivano in un concerto all’Acquanova, e poi la sera in piazza, a San Francesco, nel luogo solito della festa. C’erano centinaia di persone ad ascoltarli. Anch’io, tra loro. I fiati, i tamburi. Il maestro. Che sembrava uno importante. C’era un silenzio quasi religioso la mattina del 23 o del 24 all’Acquanova, ad ascoltare le note della banda. Gli uomini con l’abito della festa, tutti rigorosamente in piedi, a sgranare gli occhi, ad aprire le orecchie. Musiche mai sentite. Che nessuno capiva. Che nessuno aveva mai sentito prima di allora. Ma l’interesse era elevato, come alla prima al teatro dell’Opera di una delle nostre città importanti.
Avevamo anche noi una banda a Corigliano, una bella banda. Che accompagnava le processioni religiose, oppure si esibiva per le strade del paese nelle occasioni del ricordo di una data storica, il 2 giugno, per esempio, il 24 maggio. Uno dei solisti più bravi abitava alla Ricella, figlio di Premio (Plinio), l’autista dell’autoambulanza del nostro ospedale. Con la sua tromba il figlio di Premio era un bomba. Me lo diceva sempre papà. Senti cumi sona sta trumma. Diceva papà.
Anch’io ho provato a entrare nella banda del maestro De Bartolo, un tempo. Venne a scuola, a San Francesco, il maestro, e spiegò – accanto al maestro de Vincenzo - quanto fosse importante per un paese come Corigliano avere una banda musicale. Farla vivere. Aderii subito, con altri compagni. Il pomeriggio dopo andai a ra Cavallarizza. Il libretto delle note in mano. Do re mi fa sol la si. Si la sol fa mi re do. Imparai questo, subito. Le sette note. Anche al contrario. Ero entusiasta. Ogni pomeriggio, per una settimana, andai a ra Cavallarizza, con un mio compagno di scuola, Raffaele Capalbo (oggi medico), figlio i Marij i Pittamolla, che portava l’acqua, con il camion, dove l’acqua corrente non arrivava. Ma dopo sette giorni accadde qualcosa di inaspettato.
A casa i ronna Carbita, moglie i ru Capurelj, arrivarono due signorine, due ragazzine, le nipoti. Da Catanzaro. In vacanza. Ronna carbita abitava a ra Ricella, ma le finestre della sua casa e il terrazzino dove papà aveva sistemato l’antenna del nostro televisore, s’affacciavano su Cirrja. A guardare le nostre vite che correvano per strada, i nostri giochi infantili, a sentire le nostre voci sguaiate e a osservare i nostri movimenti selvaggi. Trenta, quaranta metri dalle nostre finestre. Ero un bambino, ma fui attratto subito da quelle due giuvinelle, più grandi di me. Non so dire perché, perché ero un bambino e non conoscevo prima di allora i meccanismi dell’attrazione. Ma quando s’affacciavano alla finestra non potevo fare a meno di restare impalato, imbambolato, inebitito, a cercare un loro sguardo, un loro sorriso. Tutto qui. 
Rimasi così preso da rinunciare il pomeriggio ad andare a ra Cavallarizza alle lezioni del maestro de Bartolo. Per quegli sguardi lontani. Ma un giorno li incrociai da vicino, quei due volti di ragazzine. All’inizio della Ricella. Le guardai entrambe, per un attimo, poi a vrigogna s’impadronì di me. Mi fece diventare rosso, tornare indietro, correre verso casa a nascondermi sotto le coperte. Finalmente le avevo viste a un metro da me. Come avevo sempre sognato. Ma quell’incontro segnò la fine dei nostri incontri. Non mi affacciai più. Per guardarle. Che strana la mente di un bambino. 
La festa i ri vinticinqu cominciava all’inizio i l’Acquanova, . Appena cominciava la salita stazionavano a destra e a sinistra bancarelle con dolci e giocattoli. Non c’erano marocchini e rumeni. Solo gente che veniva dalla provincia di Cosenza, al massimo da Catanzaro. Qualcuno dalla Puglia.
Una mattina, prima di una festa i ri vinticinqu, qualcuno decise che era arrivato il momento di coprire le pietre della strada con l’asfalto. Di cancellare il nostro passato, di coprire le vergogne della nostra civiltà quasi contadina. Per noi bambini, però, era una festa. Perché l’Acquanova era piena di camion e di altri macchinari che non avevamo mai visto. Rumori mai sentiti. Gente mai incontrata prima. Una folla, quella mattina, all’Acquanova. Per vedere quelle macchine e quegli uomini all’opera. A un certo punto riconobbi un uomo che stava su una di quelle macchine, una macchina che al posto delle ruote davanti aveva un grande rullo di ferro, che serviva per compattare l’asfalto, il catrame. Era Sarbaturi i Piattelli, abitava a Cirrja. Lo conoscevo bene. Mi avvicinai, accanto al negozio di Tonino Cardamone, per vederlo meglio all’opera, per seguire il suo lavoro. Lui sulla sua macchina gigante era all’altezza del tabacchino di Terzi. Faceva scendere il rullo verso la piazza, piano, piano. E decine di persone a osservare quei movimenti. A un certo punto la macchina acquistò velocità, come se impazzita, incontrollabile, incontrollata. Sarbaturi i Piattelli aveva perso il controllo del suo mezzo, i freni si erano rotti. La macchina si dirigeva verso di me, io fermo. Pensavo fosse una cosa normale. Una mano mi prese. E mi tirò indietro. Era la mano di Tonino Cardamone. Che mi sottrasse a quel rullo di ferro. Forse aiutato da san Francesco di Paola.

Un anno, sui manifesti che annunciavano la festa tutti fummo attratti da un annuncio. Un nostro compaesano, ricordo solo il cognome, Garbato, avrebbe presentato la sera del 24 una canzone dedicata al nostro paese, Aufidersen a Corigliano Calabro… Ma chi è, ci chiedevamo, perché ha fatto una canzone su Corigliano. L’attesa era elevata.
La sera del 24 con Giorgio Oranges, verso le otto di sera (la presentazione del disco era per le nove) ci avviammo verso san Francesco. La strada a quell’ora, soprattutto per quell’evento, era stracolma di persone. Per salire verso la piazza dovevi sgomitare, intrufolarti, superare capannelli di gente. Poi a un certo punto, apparve la piazza. Piena di luci, il palco illuminato, gente seduta ai bar improvvisati. E sul palco gente indaffarata. In piazza tutti ncutti ncutti.
All’improvviso una voce. Mi chiamo Garbato, e ho voluto scrivere con il maestro che è qui vicino a me una canzone per il mio paese. Aufidersen a Corigliano Calabro. Vai con la base maestro.

Aufidersen a Corigliano Calabro… sotto una verde scogliera d’amore… a quattro passi dal mare Schiavonea, dove tutto è tranquillità… Tra le mura medievali, tra il profumo dei viali… dove tutto è sincero, un’oasi di pace… E fu nel mille, milleottocentosei, che dieder fuoco e scacco alla città…

La piazza regalava applausi, Garbato i bis, uno, due. E ora compratelo il mio disco, disse quel ragazzo che pensava di far fortuna partendo da San Francesco.
Non so se fece fortuna. Non credo. Ma di quella canzone mi rimase l’amore che un figlio di Corigliano aveva per il suo paese. E quella data. 1806. Quando i francesi arrivarono a ru ponti, saccheggiarono il Carmine e salirono verso le nostre strade, per devastarle. Lasciando tracce nelle nostre famiglie e nel nostro linguaggio. Avete mai pensato a termini come a buatta, abagiur, vatammasuni, u muccaturi e cento altri ancora? Ce li lasciarono in eredità loro, i francesi. Insieme alle macerie della mia chiesa di Santuori. Saccheggiata e distrutta.

Il giorno dopo, il 25, non avevo voglia di uscire. Il cantante che avrebbe allietato la serata non mi piaceva. Papà e mamma invece uscirono. Mi disse papà: stasera, quando torno, ti porto una bicicletta. La tua prima bicicletta. 
Una delle attrazioni i ra festa i ri vinticinqu è sempre stato un bel camion dove lavoravano due fratelli di Crotone. Un camion pieno di balocchi e cose che ti potevano servire a casa, per la vita di tutti i giorni. Facevano il gioco dei numeri. Tu compravi dei numeri, a caso, che andavano da uno a cento, e se il tuo numero veniva estratto, se vincevi quella mano, cominciava il mercato. 
Per il suo numero vincente le regalo una bella bottiglia di gassosa vuota, no grazie, un ghiacciolo già succhiato, un aspirapolvere che non aspira… oppure vuole quello che c’è nella busta numero 1? Il vincitore sceglieva la busta. Ma lei è sicuro, diceva il crotonese, al posto della busta le posso dare un ferro da stiro, un peluche, una bicicletta… La vuole la bicicletta?… Per farla breve, alla fine chi aveva vinto non vinceva quasi nulla, attratto dalle sirene della busta o da premi impossibili. Alla fine sceglieva quasi sempre la busta, dove il premio più importante era una bottiglia di gassosa. Vuota.
Quella sera papà era convinto di andare a giocare e di vincere una bicicletta. La mia prima bicicletta. La mattina dopo mi alzai sicuro di trovarla, la mia prima bicicletta. Pà, mà, adduvi ghe ra bricichetta? Non c’era, papà non aveva vinto niente. Come quasi tutti i papà che giocavano a sira i ri vinticinq al camion dei fratelli di Crotone.

(22/9/2012)

La sorellina. Una domenica mattina papà si svegliò presto, prese il caffè che era già pronto in cucina e disse a mammà di prepararmi perché mi avrebbe portato a gghescirji. Io avevo ancora gli occhi mezzi pieni di sonno, un pigiamino a pois e tanta voglia di prendere la mano a papà e uscire con lui, per strada. I bambini hanno sempre voglia di farsi prendere la manina dal papà e farsi portare, condurre, accompagnare. Mammà mi portò in cucina, dove c'era il lavandino di pietra, si inumidì le mani con il sapone, un po’ d’acqua e le passò sul mio visino con i segni della notte appena passata. Strinsi come al solito le labbra e gli occhietti per assorbire quella schiumina per niente delicata. Poi un po’ d'acqua gelida ed ero quasi pronto. Sul tavolo c’erano i pantaloncini corti, i calzini, le scarpe e una camicetta. Mammà mi tolse il pigiamino e mentre cominciava a vestirmi mi diceva: gioia i ra mamma, adduvi ti porta papà?

Non sapevo dove mi avrebbe portato papà ma ero sicuro che era un bel posto. La domenica mattina uscivamo quasi sempre con la nostra Seicento verdina. Un giorno dai miei zii a ra Ricota ranna, dove c’erano il mare e il trattore di zio Alberto, e i miei cugini Antonio, Natalino e Maria Domenica; un'altra volta in Sila, a mangiare sui prati i ra Fussieta, con il viaggio allietato da un mangiadischi giallo. (Un giorno papà lasciò i dischi sotto il sole e quando ci rimettemmo in macchina per tornare a casa i dischi non erano più una cosa piatta ma sembravano dei piccoli vassoi. Originali). Poi un’altra volta da zio Pasquale, a ri Prajnetti, a vedere come crescevano le piante di arance e mandarini che tanta fortuna hanno portato ai suoi figli, i miei cugini Natalino, Peppino, Domenica e Francesco. Ma quella era una mattina diversa. Perché mammà restò a casa e andammo io e papà, mano nella mano, su per Cirrja, fino all'Acquanova, poi giù verso via Roma e Sant'Antonio e poi verso strade che non avevo mai visto. Scale e vinelle, gafji e cafuorchji. Pà, ma adduvi stemi jenni?, chiesi timido, ma non mi interessava molto la sua risposta. L’importante era avere la mia mano nella mano di papà, quella domenica mattina. Gli odori e i rumori di Corigliano erano quelli che sentivo sempre. A Cirrja. Ma quella domenica scoprii che tutto il paese aveva quegli odori. La salsa che cuoce lenta dal mattino nelle cucine e sprigiona il suo profumo dolce ma intenso, i sentori di basilico e prezzemolo, la carne spezzettata che di lì a poco sarebbe stata immersa nel sugo per ottenere la cottura migliore. L’odore della varechina, l'unico disinfettante del tempo. L’odore dei muri scrostati.
I rumori. La musica ad alto volume, scoprii quel giorno, non era solo una prerogativa di Cirrja. Anche dove papà mi conduceva quella domenica mattina c’era la musica ad alto volume. I bambini come me che correvano per strada, le grida delle madri, il miagolio dei gatti, il suono delle campane. Tutto il paese si comportava come ci comportavano noi, a Cirrja.
Pà, ricimi adduvi mi sta’ purtanni... Adesso lo vedi, Giusè, rispondeva mio padre sorridendo. Alla fine del viaggio, dopo stradine strette e slarghi, nzoni stisi e gente alla finestra, sbucammo in un luogo ampio che sembrava una piazza ma non lo era. A terra non c’erano le pietre come a Cirrji, non c’era l’asfalto come avevo visto da qualche parte ma c’era la terra, battuta, densa, robusta. Che se tu camminavi non si alzava tanta polvere. E poi tanta gente, uomini e donne con il vestito della festa. E qualche piccola bancarella che vendeva dolci e palloncini. I palloncini. Camminavo con lo sguardo all’insù, per vedere meglio il cielo e qualche nuvola passeggera che quella mattina incrociava i nostri orizzonti. Che tepore. A un certo punto abbassai gli occhi attratto da una grande ombra circolare che si proiettava sulla terra battuta e raggiungeva i timpi che davano supr u giruni. Pà, ma chi gghè chill’ombra? Papà non fece in tempo a rispondere che girai lo sguardo e vidi un enorme palloncino colorato, alto come le nostre case di Cirrji. Sgranai gli occhi, aprii la bocca, strinsi la mano di papà. Pà, ma chi gghè?, chiesi, estasiato. Era una mongolfiera, coloratissima che alla base aveva una specie di culla di vimini, alta. Il pallone aveva un buco al centro, come i palloncini che vendevano in una delle bancarelle, solo che quei palloncini se li lasciavi aperti svolazzavano a destra e a sinistra per poi posarsi inerti a terra. Quel palloncino invece aveva la forza per rimanere gonfio, grazie all’aria calda che gli veniva sparata dentro. Gli girai intorno, una, dieci, cento volte. Volevo immagazzinare quella meraviglia in un angolino del mio cervello. E non scordarlo mai. Poi, dopo un po’, qualcuno urlando disse di allontanarsi. Perché il pallone doveva volare. Tutti ci allontanammo, ansiosi di vederlo volare, salire verso il cielo limpido di Corigliano. Un uomo dentro quel cesto che a me sembrava una culla aprì una bombola che pareva di gas, s’accese una leggera fiamma, il pallone si gonfiò. E cominciò a volare sopra le nostre teste, tutte rivolte verso l’alto, verso l’azzurro che accompagnava i nostri giorni e regalava luce ai giochi dei bambini, al lavoro dei grandi. 

Un’altra domenica partimmo con la Seicento di papà a fare una gita in Sila. Cu na truscia i rrobi da mangiare, fazzolettoni che contenevano frittate e polpette, salsicce e melanzane. Che mammà aveva preparato la sera prima. Non era bella la strada che portava in montagna. Tutte quelle curve. Che a me davano fastidio. Ma quel giorno diedero fastidio anche a mammà. Mi sembrò strano. Mammà non si era mai lamentata delle curve. Ohi Cà, tutti sti curb… Arrivammo che era ancora presto, forse le dieci del mattino. Scendemmo dalla macchina e papà aprì il cofano (era davanti) per scaricare la roba. I trusc, il mio pallone, il mangiadischi, il plaid dove sederci e mettere il cibo per il pranzo. E la macchinetta fotografica che prendevamo regolarmente in prestito da un cliente di papà che abitava sulla strada che porta a Santuori, sopra la Purtella. Io andavo in quella casa il giorno prima di partire, e ripetevo la mia strofetta: ha ditti papà ma mpriesta a machinett ca pu u luni ta puorti? Io prendevo la macchinetta, una Ferrania, nel suo bel guscio cartonato che pareva pelle e andavo da Giovanni Candia, il fotografo, amico di mio padre, all’Acquanova e gli dicevo: ha ditti papà mi ciù minti nu rullini e mi ddu i flash? 
Ore liete, allegre, spensierate. Intorno a un paesaggio davvero unico, per quei tempi. Alberi altissimi, erba verde, un lago, qualche animale selvatico, un ruscello, una fontanella che faceva sgorgare acqua purissima e fresca.
Al ritorno mammà dava segni di insofferenza, si toccava la pancia. Ma non si lamentò come si lamentano le persone che stanno male. Vidi solo che ogni tanto il suo viso si contraeva. Come non l’avevo mai vista. Finalmente arrivammo a casa, a Cirrja, scendemmo tutti dalla macchina e mammà corse verso casa. Pà, ma chi tena mammà? Nent, Giusè, s’è sintuta malament… E va bè, può capitare, pensai io. Rimasi dispiaciuto, perché avevamo passato una bella giornata e non ci voleva che mammà si sentisse così male. Papà era un poco preoccupato. Mammà andò al bagno, dopo un po’ uscì con la faccia stravolta. Hai pers, disse a mio padre, hai pers.
Scoprii qualche giorno dopo che mia madre quella mattina, prima di andare in Sila, era una donna incinta, che aspettava un bambino, una bambina pensava lei. Felice di regalarmi una sorellina. Non sapevo nulla. Non lo immaginavo. Non si dicevano certe cose ai bambini, allora. Non c’erano eco-fotografie da regalare ai posteri. Mammà era incinta e basta. Ma quella gita fece svanire il suo sogno di avere una femminuccia. Non era detto che fosse una femminuccia ma a lei piaceva l’idea, d’altronde aveva già due maschietti e il terzo figlio non poteva che essere una femminuccia. Da allora cominciai a immaginare come sarebbe stata la nostra vita con una sorellina in casa. Un sogno.
Letterina a una sorellina mai nata.
Cara sorellina, prima di arrivare te ne sei andata, mentre mammà e papà ti aspettavano. Volevano farci una sorpresa, a me e a Francesco, volevano svegliarci una mattina e dirci: guarda chini c’è intru liett… Ma quel giorno non è mai arrivato. La mia vita, cara sorellina, con te sarebbe stata diversa, più bella. Avrei voluto guardare i tuoi occhi, le tue mani, accarezzarti, coccolarti, darti mille baci sulle guancette. Avrei voluto prendere la tua manina e provare a farti camminare, a Cirrja, portarti a ru canalicchji e farti sentire la freschezza delle nostre acque, avrei preso le cento bambole di pezza che mammà ti avrebbe comprato e ci avrei giocato con te… Ma ti avrei fatto dare anche calci al mio pallone sbilenco. Avrei osservato il tuo primo giorno di scuola, ti avrei aiutata a fare i compiti, presa in braccio se stanca, coccolata se imbronciata. Avrei ammirato i cento vestitini che mammà ti avrebbe cucito addosso. Seguito i tuoi primi passi nella vita, guardato i tuoi primi sguardi, sorriso ai tuoi primi sorrisi. Amata ai tuoi primi amori. Ti avrei cercata quando sono partito, chiamata quando ero lontano. Purtroppo non ci sei, non ci sei mai stata. Non sei mai nata, non hai mai vissuto. Non hai mai visto la nostra casa, il nostro paese, le nostre facce, i diecimila volti i ri curghjianisi. Non hai potuto neanche immaginarci, pensarci. Io invece, anche se tu non ci sei mai stata, ti ho sempre portata con me. 
Nella mia vita.
Nei miei sogni.

(3/10/2012)

La pagellina d'oro

L’estate del 1971 passò in fretta. Un giorno dopo l’altro. Il solito caldo per le strade di Cirrja e di Corigliano. La mattina ogni tanto andavo al mare, con mio zio Salvatore. Mammà faceva due panini, uno per me e uno per lui, mi vestiva da mare e partivamo. Prendevamo il postale all’Acquanova che ci portava direttamente alla Marina, fermata Madonnina. Mi piaceva il profumo del mare, quand’ero un bambino. Un odore forte, di acqua salata. E di pesci. Appena pescati o da pescare. Mi piacevano le barche dei pescatori, arenate, che aspettavano la notte per riprendersi il mare. Mi intrigavano i nomi di quelle barche, i loro colori sgargianti. Le reti e le lampare. Mi piaceva l’acqua del nostro mare, fredda, limpida. Mi piacevano le pietre della nostra spiaggia. Che i forestieri non sapevano neanche camminarci sopra, tanto erano grosse e fastidiose, dicevano. Per noi invece erano le pietre del nostro mare. Un tuffo, piano, e subito ti sembrava di stare in un altro mondo, lontano da ogni pensiero. Perché quando ti butti nell’acqua del mare i pensieri, anche quelli di un bambino, di colpo svaniscono. Concentrato come sei a contrastare il freddo, le onde, la profondità. I miei pensieri a quei tempi erano pochi. Cominciavo a seguire il gioco del calcio, cominciò ad appassionarmi l’Inter. Che proprio quell’anno vinse un altro scudetto. Leggevo i fumetti e qualche libro d’avventura. Guardavo i cartoni animati in televisione e la sera alle nove già dormivo. E vivevo a Cirrja,la strada che mi ha regalato 19 anni di ricordi. 

Uno dei pensieri più importanti era rivolto a una data: il primo ottobre del 1971. Il mio primo giorno di scuola media. Non vedevo l’ora che arrivasse quel giorno, perché finalmente potevo andare a scuola senza grembiule, senza fiocco e senza cartella. Finalmente una scuola dove in classe non c’erano solo maschietti ma anche femminucce. E avrei cominciato a frequentare, seppur di passaggio, Sant’Antonio e la villa, dove stazionavano i ragazzi e le ragazze più grandi.
Giornate sonnolente, interi pomeriggi a giocare. Poi finalmente una mattina mammà mi disse: oh, un ti scurderi ca rumeni a jiri a ra scola, a scola media. Non me l’ero scordato, mamma. Aspettavo quel giorno come te.
La mattina del giorno dopo mammà mi lavò la faccia come sempre ma provai come un senso di fastidio. Mi sentivo un poco grande e avrei voluto dirle: mamma, mo basta cu stu lavamienti i faccia, me la posso lavare anche da solo. Sono grande ormai. Ma non glielo dissi. E lei, ogni mattina, per molto tempo dopo il primo giorno di scuola media, continuò a lavare la faccia al suo bambino. 
A sant’Antonio un bambino di undici anni, di Cirrja, soprattutto se non era nu bazzarjuoti, non è che ci andasse con regolarità. Anzi. Io non c’ero mai andato da solo. Al massimo con mammà e papà andavamo a casa di nonna Peppina, i ntru gafji i via Roma. Oppure alla festa del 13 giugno, che ogni tanto c’erano i cantanti e uno che entrava in una sagoma cartonata a forma d’asino che a un certo punto cominciava a sprigionare spari e fiamme… Una volta però, lo devo dire, ci andai da solo. A Cirrja scese un uomo, un pomeriggio, che cominciò a dire: stani mintienni u semaforj a Sant’Antonio… Un semaforo a Sant’Antonio? E che voleva dire? Andai, a vedere. Proprio all’inizio di via Roma, subito dopo la villa, degli uomini avevano montato un palo con tre luci attaccate, una gialla, una rossa e una verde. Dall’altra parte, nell’altro senso di marcia, ce n’era un altro. Dovevano servire a regolare il traffico. C’erano più persone che macchine a guardare quei pali che distribuivano ritmicamente quei tre colori. Quasi nessuno sapeva cosa fossero. Nessuno rispettava il rosso. Durò pochi giorni quel semaforo. Poi lo tolsero.
In classe, la prima A della Garopoli, conoscevo solo pochi ragazzini. Le femminucce, poi… neanche una. Ero abbastanza alto così fui sistemato all’ultimo banco, con Raffaele Capalbo, addirittura più alto di me. La cosa buffa in quella scuola era che alla fine di ogni ora andava via un insegnante e ne arrivava un altro. Tutti a spiegarti cose diverse. La signora Teresa Gravina era l’insegnante delle materie letterarie, italiano e latino, poi c’era il professore di francese, si chiamava Morelli ed era di Cosenza, l’insegnante di educazione tecnica, Aiello, quello di storia e geografia, quello di religione e quello di educazione fisica… Non c’ero abituato. Presto mi abituai. 
Ci divertivamo a scuola. Ansiosi di imparare. Ma non c’era solo lo studio. Un anno, prima di Natale, preparammo una recita con la signora Gravina. Il 23 dicembre, prima delle vacanze, la professoressa chiamò la preside, la signora Piazza, e la invitò ad ascoltare il nostro lavoro. Fu un successo. Tanto che la preside, commossa, ci chiese di replicare quella cosa, con il microfono della classe acceso in modo che le nostre voci arrivassero in tutte le classi della scuola media Garopoli. Diventammo, noi attori, subito famosi a scuola. Quelli delle altre classi ci guardavano con ammirazione. Incrociai per la prima volta gli sguardi e i volti sorridenti delle ragazzine della seconda B, di fronte alla nostra. Erano più belle quelle ragazzine, rispetto a quelle della mia classe. Una in particolare. Occhi grandi incorniciavano il volto di una piccola donna. Patrizia. Non so cosa provavo con esattezza. Solo che ogni volta che la vedevo, nei corridoi, mi batteva forte il cuore e la faccia diventava rossa. Poi, complice una canzone di Mario Tessuto, “classe seconda B, il nostro amore è cominciato lì…” capii qualcosa di più. Forse era amore. Tanto che ne parlavo con i miei amici, con Giorgio Oranges, soprattutto. Un pomeriggio, io e lui, andammo anche sotto casa sua. Ma dalla finestra non s’affacciò nessuno. Quell’amore che non era ancora nato stava già per morire. Non c’erano telefonini o computer per comunicare, allora. Una mattina un insegnante mi chiese di andare nella seconda B, la classe di quella ragazzina, per portare un registro. Ci andai, ma con il cuore in gola. Nel corridoio mi aggiustai i capelli, guardai la punta delle scarpe, infilai bene la camicia nei pantaloni ed entrai. Dissi: buongiorno. Ma non ebbi il coraggio di dire al professore: ecco il registro. Lo poggiai sulla cattedra e andai via, cercando il suo sguardo. Che non trovai. Forse quel giorno non era andata a scuola. Quel giorno quella storia d’amore mai iniziata finì. Era troppo complicato per un bambino tentare d’innamorarsi.
Eravamo un po’ stupidi, a quell’età. Nel senso che ci stupivamo. Anche per niente. Un giorno, uscendo da scuola, per esempio, io e altri compagni vedemmo davanti a noi, su via Roma, una ragazzina che frequentava la Garopoli. Era molto carina. Forse di un anno più grande di noi. Portava sempre i pantaloni. Così io le dissi da lontano: ma pirchì un ti minti a gonna ogni tant? E con me gli altri. Ci mettemmo a ridere, con i compagni. Il giorno dopo arrivò una telefonata a casa. Era la scuola. Il preside, Altimari, voleva vedere i miei genitori. Giusè, e ca fatt, gioia i ra mamma? Ma, chinni sacci ghij, unne fatt nent… E cercavo di capire, di ricordare un gesto, un atto, un comportamento irregolare dentro le mura della scuola… Niente. Non ricordavo niente. Andai a scuola con mammà ed entrammo nell’ufficio del preside. C’erano già due compagni, quelli che il giorno prima erano con me quando rivolgemmo quella domanda a quella ragazza. Il preside sbottò. Ieri una ragazzina è stata molestata dai vostri figli. Le hanno rivolto frasi sconce, con puro intento sessuale… Ma chi sta ricienni chisti, pensai… E rincarò la dose. I vostri figli sono dei delinquenti, da questi atteggiamenti si può capire cosa faranno da grandi. Vergognatevi. Tre giorni di sospensione. Mammà e le altre mamme si guardarono imbarazzate. I loro figli erano dei delinquenti perché fuori dalla scuola avevano detto a una ragazzina: perché non ti metti la gonna, ogni tanto? Uscimmo tutti dalla scuola e raccontammo come erano andate le cose. Le nostre mamme abbozzarono un sorriso. E noi passammo tre giorni senza andare a scuola. 
L’ora di educazione fisica a volte era la peggiore. Perché l’insegnante voleva farci salire a tutti i costi su una pertica liscia e alta che quasi nessuno di noi riusciva ad affrontare con dignità. Dopo quindici venti minuti di tentativi, l’insegnante si spazientiva e l’ora trascorreva senza che facessimo altro. Guardando da lontano quella terribile cavallina che neanche i più temerari osavano sfidare. Solo chiacchiere e sorrisi in quel campetto di terra battuta dai muri alti oltre i quali s’affacciava u valluni i sant’Antonio. Ma un giorno quell’ora fu riempita da un episodio che rimase negli occhi e nei ricordi di tutti noi. Quel giorno l’ora di educazione fisica, la quinta ora, da mezzogiorno e mezza all’una e mezza, era per due classi, la nostra e una terza. In quella terza c’era una bella ragazza, con un bel seno e un bel corpo. Non sembrava una ragazzina. Sembrava una donna. Mentre scherzavamo e giocavamo a pallone, la vedemmo tutti che aveva gli occhi pieni di lacrime. Era reduce da un incontro con il preside. Non ricordo se fosse Altimari o la Piazza. Ricordo solo quegli occhi pieni di lacrime. E il suo bel viso storpiato da quei singhiozzi che le toglievano la grazia. Non capimmo, non capii subito quello che era successo. Ci vollero giorni. Per capire che quella ragazzina dolce e indifesa era stata molestata da un insegnante. Non so bene fino a che punto. Anche quell’insegnante fu convocato nell’ufficio del preside. Ma non fu mai sospeso.

Dicevano che ero abbastanza bravo quando facevo la scuola media, nonostante gli amori mancati, i rossori, la timidezza e i tre giorni di sospensione. Tanto che un anno ebbi addirittura la pagellina d’oro. E con me Giorgio Oranges. Non era un foglio imbevuto d’oro, era solo un riconoscimento per gli ottimi voti presi in tutte le materie, diciamo la media del nove. Che alla fine si tradusse in quarantamila lire di premio. Mio padre quell’anno andò a vedere i quadri e accanto al mio nome c’era l’indicazione del riconoscimento. Non capì subito l’importanza di quella “nota”, papà. Ma da quella parolina, oro, intuì che era qualcosa di importante. Se ne rese conto definitivamente quando altri papà cominciarono a commentare: a vist a chilli, ha preso la pagellina d’oro, ma chini ghè? Papà allora si fece largo tra gli altri papà, raggiunse la bacheca con i quadri e puntando il dito sul mio nome disse fiero: quello è mio figlio.
(13/10/2012)

‎41400.
Quando il nostro telefono suonava, se il primo squillo era lungo voleva dire che era una chiamata urbana, una telefonata che veniva da Corigliano. Se lo squillo era corto, allora voleva dire che chi chiamava, chiamava da lontano. 
Era attaccato al muro dell’ingresso, il nostro bel telefono nero.
41400 il numero.
Mammà ci aveva messo una sedia vicino. Così quando uno parlava, poteva anche sedersi e magari parlare con comodo.
Più gli squilli erano brevi più quelle telefonate arrivavano da lontano. Una volta il trillo fu proprio corto, cortissimo. Un drin breve ma squillante. Brevissimo. Papà alzò la cornetta. Pronto, pronto, chini parra…
Quand’era corto corto io scommettevo con papà e mammà addirittura su chi potesse essere dall’altra parte. Non avevamo grandi conoscenze fuori da Corigliano. Zia Linda e zio Tommaso a Milano. Che ogni tanto ci chiamavano. Mà, chista ghè zia Linda… Pronto, chini parra… Era zia Linda, da Milano. Papà mi guardava, compiaciuto. Non è che ci volesse molto a indovinare. 
Ma c’erano squilli ancora più corti. Che potevano essere il segnale di una chiamata dall’estero, lontano da Corigliano e dall’Italia. Il nostro estero, la nostra conoscenza dell’estero a quei tempi era molto limitata. Sapevamo dalla televisione che c’erano l’America a Russia e la Cina, ma ci fermavamo lì. C’erano altri due paesi però che conoscevamo, senza averlo appreso dalla televisione. La Germania e l’Argentina.
In Germania, si diceva a Cirrja, ci andavano gli uomini che non trovavano un lavoro nel nostro paese. E lì il lavoro lo trovavano. Lavori umili. Muratori, camerieri, carpentieri, baristi, camionisti, giardinieri. Lè sì ca si trova a fatiga… no cum’a Curghienij. Partivano con le loro valigie di cartone, per un viaggio lunghissimo. Prima dovevano arrivare alla stazione di Corigliano. E per questo c’era il postale di Scura, che fermava proprio all’Acquanova. Poi da lì aspettare il treno che li avrebbe portati a Roma o a Milano. E lì dovevano cambiare e prendere un altro treno, internazionale, che li portava a Francoforte, Dortmund, Stoccarda, Amburgo. E poi da lì ancora una corriera che li depositava in un paesino meno bello di Corigliano ma dove li aspettava un lavoro, un salario, dei soldi a fine mese da spedire quasi tutti alle loro mogli, alle loro madri, ai loro figli.
Quasi tutte le famiglie di Corigliano negli anni Sessanta hanno avuto un parente emigrato in Germania. Quasi tutte le famiglie di Cirrja hanno avuto un padre, un fratello, un figlio che una mattina ha legato con uno spago la sua valigia colma di mutande, calzini, pantaloni, camicie e maglioni e ha preso il treno. Li vedevi a Cirrja, salire mesti, accompagnati dagli sguardi delle madri, delle mogli, dei figli. Tutti con il vestito buono. Tutti ad accompagnarli con lo sguardo, anche noi che non c’entravamo nulla, noi bambini, pochi, che avevamo il papà e la mamma che la sera ci riempivano di coccole, carezze e ninne nanne. Loro, quelli che stavano per lasciare il loro paese, davano l’ultimo bacio sulla guancia, l’ultimo saluto con la mano e partivano. Qualche lacrima su qualche volto. Pà, non te ne andare. Gli occhi pieni di speranze e di interrogativi. Ce la farà, riuscirà a mandare i soldi per far mangiare i bambini, tornerà per la vigilia di Natale, per Pasqua, pi menzagusti… Domande mai pronunciate, mai dette, rimaste in gola, tra una lacrima e un sorriso.
Quando lo squillo del nostro telefono era corto corto allora con molte probabilità era una telefonata che veniva dalla Germania. A casa nostra c’era l’unico telefono del vicinanzo, non perché fossimo ricchi ma perché papà ne aveva bisogno per la sua attività commerciale. Vendeva bombole di gas, papà, anche venti, trenta al giorno. Il sabato poi, soprattutto d’inverno, anche quaranta. Perché oltre alle cucine c’erano anche le stufe da alimentare con il gas delle nostre bombole. E i clienti, quasi tutti quelli che non abitavano a Cirrja, chiamavano al telefono, dal loro o da quello di un vicino. Cà, ma manni na bombila, sugni ‘Ntunetta, a mugghjera i Franchi… Ecco perché avevamo il telefono. Per prendere gli ordini delle bombole. Ma non solo.
Il numero del nostro telefono ce l’avevano tutti a Cirrja, anche quelli che partivano per la Germania. Così ogni tanto uno squillo corto corto annunciava la telefonata che veniva da lontano. Sugni Cuosimi, Ninè, mi ci fè parerri cu mugghierma? E mammà s’affacciava sul terrazzino e cominciava a chiamare: Ntunè, Ntunettaaaaaaa, c’è Cosimo al telefono, dalla Germania. La voce di mia madre veniva amplificata dai vicoli, altre voci si aggiungevano alla sua, fino a raggiungere la casa i Ntunetta. Che correva, così com’era, cu ru sineli e un bambino in braccio. I ru Prainielli o i ri Pinnini, i ru Cafuorchji o i ra vucca i l’Acquanova. Pronto, pronto. Cosimo, sono Antonietta, la tua sposa. E quando vieni, i sordi u mma manneti stu misi… Devo pagare i cunti a ri putighi… 
Arrivavano per le feste, i mariti e i figli partiti per lavorare. Li vedevi scendere giù per Cirrja, con le stesse valigie del giorno della partenza, gli stessi vestiti, gli stessi sorrisi. Speriamo che ha portato i soldi per pagare il conto della moglie, diceva papà.
Il giorno dopo, venivano a trovarci, al negozio. Portavano i soldi a papà per i conti in sospeso lasciati dalle mogli. E in più in una bustina un piccolo omaggio, per tutti i fastidi. Fogli, così si chiamavano, di cioccolata purissima svizzera. E sigarette per papà, le Hb, che da noi non si trovavano.
Non tutti andavano in Germania. Altri restavano e spesso le loro attività non erano proprio legali. Così ogni tanto qualcuno veniva preso dai carabinieri e portato lontano da casa. Anche loro avevano in tasca il nostro numero di casa, 41400. 
Pronto, sono Franco, chiamo dal carcere, ma sto per uscire. Me la passi a mia moglie? Ci guardavamo in casa, come se dovessimo compiere un atto contrario alla legge. Ma d’altronde se chiamava dal carcere qualcuno glielo aveva concesso, gli aveva dato la possibilità di mettersi in contatto con una persona di famiglia. Che non eravamo noi, ovviamente. Noi eravamo solo il tramite. E mia madre s’affacciava sul terrazzino, stavolta però con voce meno stentorea, perché c’era sempre un carcerato dall’altra parte del telefono e con discrezione cercava di contattare la persona giusta. Molta discrezione. Non erano strazianti quelle conversazioni. Tutt’altro. Non so come ma quelle persone riuscivano a campare. Come noi. Meglio di noi.
Quando quegli uomini tornavano a Cirrja, finito il periodo di detenzione, tornavano diversi. Sulle braccia avevano degli strani disegni. In faccia degli strani sorrisi. Non erano i volti degli emigranti che tornavano nelle loro case, dalle loro mogli, dai loro figli. Erano visi storpiati da qualcosa che non capivo. Ma anche loro portavano i loro ringraziamenti nella nostra casa. Gondole fatte con fiammiferi, soprattutto, in attesa della libertà.
Un giorno il telefono emise uno squillo che non seppi decifrare, non riuscii a quantificare la durata del suono. Forse perché ero distratto. Poteva essere zia Linda ma anche uno i ri Pignateri che voleva una bombola oppure Ciccill i Trebisonda dalla Germania. No, non era nessuno di questi. Rispose mammà. Pronto, chiamo da Catanzaro, so che lì a Cirrja c’è una persona che, insomma, ha fatto una figlia e non vuole più tenerla, insomma, ho il vostro numero perché mi hanno detto che mi potete aiutare. Mammà si guardò intorno, quasi a voler nascondere l’eco di quella voce che solo lei aveva sentito. No, signora, non conosco nessuno che fa quello che dite voi… E dall’altra parte: signora, aiutatemi, quella bambina starà meglio a casa mia che a casa della madre e del padre…
41400. Era il nostro numero di telefono.
Un giorno lo squillo fu davvero corto. Pronto, pronto, chini parra. Carlo, sugni Giuvanni, tuo fratello… Era zio Giovanni, il fratello di papà, emigrato in Argentina chissà da quanto. Chissà da quando. E’ Giuvanni, è Giuvanni, disse papà con le lacrime agli occhi. In casa anche il gatto ebbe un sussulto. Tutti ci avvicinammo alla cornetta. Era Giuvanni. Io conoscevo solo il nome, papà lo adorava, mio nonno lo rimpiangeva, mia madre non l’aveva mai visto. A papà brillavano gli occhi, noi tutti accanto a quell’aggeggio nero a cercare di carpire la voce, un saluto. Così lontano, così vicino. In quelle occasioni non sai che dire, papà non sapeva che dire. Cumi stè, e tua moglie e ri picciulilli… e quanni vieni… Nonno s’accese il sigaro, nonna si teneva la mano dolorante. Io non sapevo che fare. Mammà ci guardava tutti. La linea era disturbata. E volevo vedere… Uno dall’Argentina che compone un numero di Corigliano Calabro, Cosenza, Italia, Europa, e prova a parlare… Già è tanto che papà era riuscito a sentire: sugni Giuvanni… Fino ad allora i contatti con zio Giovanni e la sua famiglia erano stati solo epistolari. Lettere. Arrivava u pustieri, Gigini Iannini, e lasciava sui nostri usci quelle missive avvolte in quelle buste particolari, con le striscette colorate ai lati e la scritta “par avion”… Noi ci raccoglievamo attorno al tavolo e papà provava a leggere… Mio caro fratello, mia cara cognata, cari papà e mamma… Mio padre a quel punto già aveva le lacrime agli occhi e mi chiedeva di continuare. Io avevo appena cominciato a leggere ma quei caratteri scritti a mano non è che li capissi così bene. Ma alla fine, riuscivo a leggerla tutta, la lettera di zio Giovanni e di zia Vittoria. Fino alla fine. Attorno al tavolo di casa nostra, con mammà, papà, nonno e nonna. Il momento più impegnativo era quello della risposta. Perché se uno ti scrive poi è corretto anche rispondergli. Ma non è che a casa avessimo tutta questa scienza per poter scrivere una lettera a zio Giovanni. Così papà chiamava un parente istruito, che avesse fatto almeno la scuola media, per tentare di abbozzare una risposta. Io andavo a comprare al tabacchino un paio di fogli per lettera e un paio di buste (un paio perché se sbagliavi indirizzo o qualcosa nel testo potevi riscrivere tutto in maniera corretta). Il parente istruito scriveva sotto dettatura di papà e mammà e correggeva gli inevitabili errori. Poi mettevamo tutti quei francobolli … Casciaro Giovanni, Calle Floresta 1013, Buenos Aires, Argentina… e la lettera veniva imbucata….
Anche mio nonno Giuseppe era stato in Argentina, emigrato. A cercare la sua terra promessa. La trovò, soprattutto grazie a un carretto pieno di frutta venduta per le strade di Buenos Aires. Tornò a casa un giorno che io ero solo nei pensieri di mio padre. Forse anche con un po’ di soldi.
Anche mio nonno Natale era stato in Argentina, emigrato. A cercare la sua terra promessa. Lavorò, anche lui, appoggiato a un carretto pieno di frutta venduta per le strade di Buenos Aires. Tornò a casa un giorno che io ero solo nei pensieri di mia madre. Ma non portò con sé tanti soldi. Alla sua sposa, alle sue figlie. Almeno così mi raccontava mio padre. Anzi, aggiungeva pure un particolare. Spassoso e irriverente. 
Raccontava mio padre. Durante il viaggio in nave che lo avrebbe portato a Napoli, nonno Natale (che a dire il vero non è che nel suo periodo di soggiorno argentino avesse riempito d’oro nonna Peppina e i suoi figli) si teneva stretta stretta una valigetta, dov’erano contenuti i frutti dei suoi guadagni da emigrante. Ma a un certo punto, mentre lui era affacciato a guardare il mare un’onda alta colpì il bastimento, facendo barcollare tutto il personale e tutti i viaggiatori. I più sfortunati furono quelli affacciati a guardare il mare, come nonno Natale, che persero l’equilibrio e furono scaraventati a terra. Chi aveva in mano qualcosa la perse, strappata da quell’onda inaspettata. Mio nonno, raccontava irriverente mio padre, vide la sua valigetta volare e posarsi sull’acqua dell’oceano. Nonno Natale ebbe la forza di tirarsi su ma la sua valigetta, il frutto del suo lavoro, era ormai preda del mare. Che a poco a poco la masticò e la inghiottì. Nonno Natale tornò a Corigliano, nella sua casa di via Roma. Baciò nonna Peppina, le figlie Teresa, Ninetta e Lina. Ma fu l’unica cosa che portò dall’Argentina. Dopo anni di duro lavoro. Un bacio sulla guancia.

(20/10/2012)

Il distacco.
Mammà un giorno che io ero poco più di un bambino, si sentì male. Ma male davvero. Non il solito mal di testa o la spossatezza tipica di una giornata di caldo o il solito dolore alla pancia che prende le donne giovani e fertili una volta al mese. Mammà non aveva più la forza. Si sentiva debole debole, con le braccia che le cascavano, le gambe che non reggevano il suo peso, la testa che spesso le girava. Mammà era malata. Il medico di famiglia capì che era qualcosa che andava approfondita, ma a Corigliano non c’erano i mezzi, le strutture, per farlo. Così prese un treno alla stazione e andò all’ospedale di Bologna, dove c’era una persona, un medico, che era un parente di mammà, molto bravo, dicevano. Che poteva aiutarla. Mammà partì. E stette lontano per molti giorni. 

All'improvviso mi ritrovai da solo. Sì, c’erano papà, i miei nonni, i miei parenti che venivano a trovarci. Ma non c’era più la mia mamma, a casa nostra. Non c’era più la persona che seguiva ogni mio passo, che mi faceva svegliare la mattina e addormentare la sera, che mi imboccava e mi lavava la faccia. Non c’era la donna che mi aveva tenuto dentro di sè e poi fatto nascere. Non c’erano i suoi sorrisi e le sue carezze. All’improvviso ero un bambino solo, senza la mia mamma. Tutti cercavano di farmi distrarre, una carezza, un sorriso, una buona parola. Dai, che fra un po’ la mamma torna. Ero sicuro che sarebbe tornata ma in quei giorni non c’era, mammà. In quei giorni provai per la prima volta la sensazione del dolore. Ma non era il dolore che conoscevo. Quando giocavo e cadevo, sbucciandomi le ginocchia, quando correvo e cadevo sentendo male a una gamba o a un braccio... era quello il dolore che conoscevo, fino ad allora. No, il dolore dell’assenza, della separazione, del distacco, era altro. E io cominciai a provarlo in quei giorni. Era un dolore leggero ma persistente, che buca lo stomaco e la testa, che ti fa perdere la forza e la voglia di fare, che ti costringe a buttarti su una sedia o su un gradino e guardare fisso nel vuoto. Ai bambini andrebbe evitato il contatto ravvicinato con il dolore dell’anima. Ma in quel caso non fu possibile. Poi mammà tornò a casa, guarita. Ma quella sensazione di vuoto ormai era entrata nei miei pensieri, era entrata a far parte di me.
...
Un pomeriggio - che ero affacciato sul terrazzino di casa a guardare verso la Costa, con gli occhi fissi sul ponte i ri ciavuli a cercare di carpire i riflessi di una macchina di passaggio, a guardare la vita che scorreva per Cirrja, a giocare con la corda che mammà usava per stendere i panni - sotto i miei occhi accadde qualcosa di unico. Una cosa mai vista prima. Un uomo e una donna, proprio sotto casa mia, uscirono da una vinella con un bambino. Ma non erano come un padre e una madre che portano un figlio a uscire. No. Quell’uomo e quella donna tenevano strette strette le mani e le braccia di quel bambino, che si dimenava, urlava, combatteva per non stare con loro. Sgranai gli occhi. Lo avevo visto qualche volta. Dietro di loro una donna, la mamma. Con il viso rigato dalle lacrime. Mà, vuogghji steri ccu tiji... mamma... Che grida in quel pomeriggio di Cirrja. Tutti affacciati alle finestre, ai balconi e supra i lastrachiellj. Nessuno che faceva nulla. Neanche la madre. Quel bambino stava per essere separato, forse per sempre, dalla sua mamma. Stava per essere staccato definitivamente dalla persona che l’aveva fatto nascere. Mà, chiesi a mia madre, ma perchè la madre non l’aiuta, perchè non chiama il padre e i parenti e ferma quella due persone che vogliono portare via quel bambino? Mia madre mi guardò. Senza darmi una risposta. Il bambino con la forza fu caricato in una macchina, una milleecento beige, e fu portato via. La madre non ebbe la forza nemmeno di chiamarlo. Forse perchè era anche un po’ colpa sua se quel bambino quel pomeriggio venne portato via. Staccato dalla sua famiglia, separato dai suoi affetti. Slegato definitivamente dalle sue radici. Le urla di quel bambino ogni tanto le risento. Ogni tanto rivedo quelle braccia tese, quelle dei grandi che tenevano forte, quelle del piccolo che voleva staccarsi. E provo a immaginare il vuoto dentro quel bambino strappato alla sua mamma, alla sua casa, alla sua strada. Ma non esistono parole, io non trovo le parole per descriverlo. Perchè il vuoto è indescrivibile. Proprio perchè vuoto.
...
Io per molti anni la mia casa di Cirrìa non l’ho mai abbandonata, la mia mamma non l’ho mai lasciata sola. Una volta però è successo che sono andato via per qualche giorno. 
Una mattina il mio amico Tonino, che vendeva sigarette e giornali nel tabacchino all’interno del bar Gatto Bianco, all’Acquanova, mi fece vedere sulla Gazzetta del Sud un annuncio. In un riquadro c’era scritto che si cercavano giovani da inserire nel mondo dello spettacolo. Cantanti, imitatori, presentatori. Io non ero nè un cantante, nè un imitatore, nè un presentatore. Ero solo un ragazzino di Cirrja che la domenica nella chiesa di Santuori prestava la voce a qualche Lettura sacra... ma tutto lì. Sì, avevo una bella voce, chiara, forte... che una volta... Una volta, una notte di Natale, don Gigino Guidi arrivò verso le undici e un quarto di sera per la santa messa della Vigilia ma non aveva neanche un filo di voce. Giusè, non ce la faccio, mi disse, stasera tocca a te fare l’omelia. Don Gigì, ma chi sta ricienni, pensai, io che faccio l’omelia per la messa della Vigilia, sta ghisicienni pacci, ... non sono il prete io, voi siete il prete. Non glielo dissi, lui lo capì. Ma tirò fuori dalla tasca un foglio scritto a mano e me lo diede. Ecco, devi solo leggere questa cosa che ho scritto io, mi disse, vedrai, andrà tutto bene. 
Andò tutto bene. Grazie alla mia voce.

Comunque, secondo Tonino dovevo partecipare a quel concorso di Vibo Valentia. C’era un particolare. Sceglievano chi prendeva più segnalazioni. In pratica ogni giorno sulla Gazzetta del Sud c’era una specie di coupon da riempire con il nome della persona che avrebbe potuto partecipare a quella selezione. I lettori di quel giornale, avrebbero potuto indicare il nome di un preferito. Più indicazioni arrivavano alla segreteria del concorso più alte erano le probabilità che quel nome, quella persona venisse chiamata a Vibo Valentia. Tonì, gli dissi, ma come facciamo, al massimo possiamo mandare due schede, la mia e la tua... No, Giusè, disse Tonino. Noi prendiamo tutte le schede che restano dalle copie che non si vendono e le spediamo. Spedimmo a Vibo Valentia in una settimana qualche decina di coupon, che segnalavano tutti il mio nome. Giuseppe Casciaro, categoria presentatori. Neanche lo dissi a mammà. Tanto, pensavo, non mi chiameranno mai.
Una mattina Tonino mi vide all’Acquanova e mi chiamò. Giusè, Giusè, vieni a vedere. Sulla Gazzetta del Sud c’era scritto che ero stato scelto per partecipare al concorso di Vibo Valentia. Incredibile. Ce l’avevamo fatta. E mi offrivano pure il soggiorno all'hotel 501. Corsi a casa da mammà... Mà, mà, mi devi comprare un vestito, devo andare a un concorso. Spiegai per bene la cosa a mia madre, che lo disse a mio padre. Entrambi non sapevano che dire, io non sapevo che pensare. Io, un ragazzino di Cirrja scelto per partecipare a un concorso per presentatori a Vibo Valentia. Giusè, ma sta fissianni... mi dissero i miei. Allora tirai fuori dalla tasca il foglio del giornale dove c’era scritto tutto... Con il mio nome e cognome, la data della convocazione, il luogo... Mammà e papà si guardarono e sorrisero.
Mi informai sull’orario dei treni dalla stazione di Corigliano per Vibo, per fortuna c’era un treno diretto, la mattina, papà mi accompagnò alla stazione. Presi il treno e dopo qualche ora arrivai. Fuori dal mondo, dal mio mondo. Dalla mia terra. Da Cirrja. Dalla mia casa. Raggiunsi non ricordo come l’albergo e c’era una stanza riservata a mio nome. Non ero mai stato in un albergo. Presi la chiave e corsi per scoprire la mia dimora per quella notte... Una stanza d’albergo. Ma non ero lì per stare solo lontano dal mio mondo. Dovevo partecipare alla selezione, quella sera stessa.Tirai fuori dalla valigia la giacca, i pantaloni, la camicia e le scarpe che mammà mi aveva comprato e mi vestii. Mi guardai allo specchio e vidi una persona che non avevo mai visto. Ma ero io. Mi ero scordato di lavarmi la faccia, mammà me lo aveva detto, lavati la faccia prima di fare qualsiasi cosa... Così aprii il rubinetto del lavandino, tutto vestito, bagnai prima le mani, poi presi un pezzetto di sapone e cominciai con le mani a strofinarlo sulle mani, così come faceva mammà... Ma quel pomeriggio non c’era mammà. Ero solo in quella stanza d’albergo, senza mammà, senza il mio lavandino di pietra, senza Cirrja, senza il mio paese. Tanto domani ritorno, pensai.
Feci la prova, c’erano Daniele Piombi e Cristiano Malgioglio, tanta gente in sala, ricordo ancora il rumore degli applausi. Tornai nella stanza e chiamai mammà. Ma, mamma, sugni ghij. E cumi su gghiutj, gioia i ra mamma. Ma sugni juti bbuoni... La sera andai a mangiare al ristorante dell’albergo. Avevo con me venti o trentamila lire che papà mi aveva dato ma non servirono. Anche la cena era pagata. Ordinai una bistecca, un piatto di patatine fritte e una birra. Le cose che mi piacevano di più. Mi sentivo grande ma non ero grande. Avevo sì e no quattordici anni. E mi mancavano la mia casa e la mia famiglia. Cirrja e il mio paese. Il giorno dopo avrei dovuto partecipare a un’altra prova. Ma non ce la feci. Il desiderio di tornare nel mio mondo era troppo forte. Mi informai sugli orari dei treni e presi il primo che portava alla stazione di Corigliano. Avrei potuto anche vincerlo quel concorso, avrei potuto ricevere i complimenti di tutti e chissà che altro. Ma scappai. Tornai nel mio paese, nella mia casa, nella mia strada. Perchè a quattordici anni la mia sola strada era quella di Cirrja. Non diedi modo al distacco di rafforzarsi. Di prendere vita.

Ma le separazioni spesso s’impongono. Per una forza straniera che pervade le vite di ciascuno di noi. Novembre 1979. La Diane verde del mio amico Fedele De Novellis scende per Cirrja. Altre volte lui e la sua macchina erano passati a prendermi. Per andare alla stazione a preparare Progetto Sibari, a piegarlo, a spedirlo. Poi mi avrebbe riportato a casa, Fedele. Ma quella volta non fu così. Era il giorno stabilito per la mia partenza, per il giorno della mia separazione. Del distacco definitivo. Andavo a Roma. Lontano, per la prima volta dalla mia casa, dalla mia strada. Da papà e da mammà. Fedele scese dalla macchina. Sei pronto?, disse. Mammà e papà erano davanti a ra putiga. Inermi. Il loro figlio partiva. Stavolta non erano una notte e un giorno. Partivo per sempre. Io non mi rendevo conto di quello che stava per accadere. Ero ansioso. Di andare. Avevo fatto la valigia, l’unica valigia che c’era a casa. Tanto non sarebbe servita a nessun altro. Ciao pà, ciao mà… Sembrava una cosa normale, un saluto come tanti giorni. Quello era il saluto di una vita. Papà lo aveva capito, mammà pure. Tanto che i loro occhi si bagnarono di lacrime. Io non capivo. Che non sarei più tornato a vivere per stagioni intere nel mio paese. Loro sì. Non capivo che non avrei più assaporato il rumore della pioggia e del vento a Cirrja, del sole e dell’afa per la mia strada. I piedi scalzi e ii pantaloni corti. Diedi un’occhiata veloce a tutto quello che avevo intorno. Salutai con lo sguardo alcuni ragazzini che mi guardavano andare via. Uno di loro aveva un pallone in mano. Aspettava che la macchina liberasse la strada. Per poter continuare a giocare.


(Amici coriglianesi, questo è il mio ultimo racconto legato ai ricordi della mia infanzia, della mia vita spensierata a Corigliano, a Cirrja, a casa di mio padre e di mia madre. A casa mia. Grazie per la pazienza, per le vostre letture, per i vostri complimenti. Tutti i miei racconti sono pubblicati, in maniera ordinata, sul sito di Giovanni Scorzafave).

(26/10/2012)

(Appendice 1) Lo sposalizio. Quando sentivo il rumore degli zoccoli di un asino, uscivo subito dalla mia casa e mi affacciavo dal terrazzino, a guardare. Poggiavo i gomiti sulla ringhiera, lasciavo cadere la testa all’ingiù e osservavo. Se era mattina gliasini scendevano giù per Cirrja. Lentamente, perché la strada era brutta e le pietre potevano giocare brutti scherzi a quegli animali. L’uomo che li conduceva faceva attenzione, molta attenzione. A evitare i bambini, soprattutto. Perché quando passava un asino per i bambini era come entrare in un gioco. In cui però si era solo spettatori. Cercavano i bambini di raccogliere un suo sguardo, di immortalare un movimento sbagliato, di vederlo barcollare. Per poterlo deridere. L’asino. Muort’ammazzeti, urlava il padrone, jetivinni a ra chesa… A me non piaceva deridere, in genere. Figuriamoci un asino. Quattro zampe e una groppa possente, ma pur sempre un asino. Inerme. Così osservavo solo da lontano, i suoi movimenti, il suo incedere preciso, meticoloso, ordinato sopra le pietre di Cirrja; il suo carico, il suo padrone. I ragli e i rimproveri. Mi piaceva il rumore prodotto dai suoi zoccoli sulla strada pietrosa e insicura di Cirrja. Il rumore del ferro sulla pietra. Senza violenza, però, ritmico, musicale, quasi cantilenante. Ogni tanto s’impuntava, si fermava l’asino, quasi curioso della curiosità dei bambini, delle donne che riempivano i gummili alla fontanella di fronte a casa mia, della vita che correva lungo la strada.

Erano sempre carichi di masserizie quegli asini nelle mattine della mia Corigliano. Scendevano giù verso i pinnini, diretti nelle terre intorno a ra iumera, bardati con precisione, carichi di fiaschi e di sacchi di tela robusta. Potevo solo immaginare cosa potesse esserci là dentro, in quei contenitori gonfi, poveri all’apparenza ma ricchi dentro. Il grano magari, o la farina. E nei fiaschi l’acqua. O il vino. Superata la barriera dei piccoli curiosi, l’asino e il suo padrone raggiungevano subito e sicuri la curva che porta verso i pinnini. Ormai soli, l’asino e il padrone. Fuori dal mio sguardo, dalla curiosità e dalla naturale invadenza dei bambini.

Un giorno che ero seduto sui gradini di casa vidi un asino con un carico mai visto. Non i sacchi robusti a cui ero abituato, non le damigiane legate come sempre, non i materassi… Quel giorno l’asino che vidi scendere dall’Acquanova aveva attorno a sé un carico di sedie. Sedie normali, con la struttura in legno e la base, il sedile, in paglia robusta. Ma erano tante. Non si potevano contare da lontano. Per capirne la quantità avrei dovuto far fermare l’asino e il suo padrone e mettermi a contare una ad una quelle sedie. Ovviamente non fermai né l’asino né il suo padrone, così immaginai un numero ipotetico di sedie. Dodici. Che fosse un trasporto eccezionale me ne resi conto quando i due, l’asino e il suo padrone, invece di scendere giù verso i pinnini svoltarono a destra verso la vinella che porta a ru prainielli. E che ci va a fare l’asino stamattina intru prainielli, mi chiesi senza sapermi dare una risposta. Cominciarono a salire lungo quella stradina stretta, superarono le scale che portano verso i timpi sotto la purtella, oltrepassarono la casa i Viti u mulineri e s’incamminarono verso il tratto pianeggiante che introduceva nel vicolo. Quindi si fermarono, davanti alla casa i ru muti, il calzolaio. Il padrone dell’asino, riuscii a vedere dal terrazzino, scaricò piano piano le sedie e le portò in quella casa.

Mà, mamma, ma tutti chilli seggi a chi serbini?, chiesi a mia madre. Gioia i ra mamma, disse lei, domani si sposa una ragazza di quella casa e quelle sedie servono per gli invitati.

Quand’ero bambino e una ragazza di Cirrja si sposava i genitori non organizzavano pranzi interminabili in luoghi da cartolina, non sceglievano il ristorante sul mare o con vista su qualche paesaggio. No. La festa per lo sposalizio era molto sobria. Tutto si svolgeva, a parte la cerimonia religiosa, in casa. Erano tutte umili le case di Cirrja ma il giorno che c’era uno sposalizio sapevano trasformarsi. Si sceglieva la stanza più grande dove poter ospitare gli invitati e veniva svuotata di quasi tutti i mobili, che venivano accatastati in un ambiente più piccolo e inutile per la festa. Solo un tavolo veniva lasciato, se c’era posto anche una cristalliera. E intorno, lungo le pareti che erano state riverniciate per l’occasione, venivano disposte le sedie. In una casa normale a Cirrja c’erano al massimo sei, otto sedie. Quelle che servivano solitamente per chi viveva in quella casa. Ma il giorno dello sposalizio era un giorno speciale. Perché bisognava invitare i parenti della sposa, i parenti dello sposo, gli amici più stretti. Qualche decina di persone, quaranta, cinquanta. E perciò servivano quaranta, cinquanta sedie per quel giorno speciale. Così il padrone di casa andava in giro a chiedere le sedie in prestito. Quella dozzina di sedie che vidi quel giorno scendere attorcigliate intorno all’asino provenivano da un paio di case, di parenti dello sposo, che avevano prestato le loro sedie per l’evento. Ma non bastavano. Così si ricorreva a ru vicinanzi. Si chiedevano le sedie a chi abitava lì intorno. Anche noi, la nostra casa, non ricordo se proprio per quello sposalizio, prestavamo le nostre sedie per far riuscire al meglio la festa. Così, di casa in casa, di portone in portone, chi organizzava la festa riusciva a raccogliere le sedie necessarie. Quaranta, cinquanta. 

Quel matrimonio quel giorno fu celebrato nella chiesa di Santuori. La sposa salì i larghi gradoni, accompagnata dal padre e dai parenti stretti e raggiunse dopo un paio di tornanti la purtella. Da lì il piccolo corteo s’incamminò verso il rione Ognissanti, fino alla mia chiesetta. Dove ad aspettare c’era don Gigino Guidi, il prete. E soprattutto, lo sposo con i suoi parenti. 

Che c’era una sposalizio a Cirrja me ne accorgevo subito. Perché tutti venivano al negozio di papà a comprare i confetti, cento lire di confetti. Avevamo quelli lisci, tradizionali, e quelli rizzi. Bianchi, Poi c’erano quelli colorati, che costavano un poco di più. Quasi tutte le donne di Cirrja venivano a comprare i confetti da noi. Papà li incartava ben bene ma quella confezione serviva a poco. Perché i confetti andavano messi su una guantiera. Le donne tiravano fuori dalle cristalliere i loro vassoi e vi depositavano le cento lire di confetti, aspettando il passaggio degli sposi. Dopo la cerimonia gli sposi e il piccolo corteo dei parenti fecero il giro. Attraversarono tutta la purtella, scesero, davanti al bar di Ciccillo i punti e alla farmacia Romanelli, s’incamminarono verso la discesa che li avrebbe portati all’Acquanova, prima passando però dal salone di barbiere i mastri Pippini u pilusi, davanti al negozio da calzolaio del papà di zio Tommaso, davanti al negozio di orefice di zio Luigi Oranges e arrivarono finalmente all’Acquanova. Piegarono a destra, e finalmente presero lenti la strada di Cirrja. Eravamo tutti per strada, grandi e piccini, tutti affacciati alla finestre e sui balconi, sopra i terrazzini e i lastrachielli, ad aspettare la sposa. Si faceva così, ad ogni passaggio di una nuova coppia. In segno di augurio. Appena presero la discesa di Cirrja, dalle finestre cominciarono a volare quei confetti. Bianchi. Ricci. Colorati. Che si scaraventavano violenti sulle teste dei poveretti in corteo. Ma era un segno di augurio e tutti erano felici. Soprattutto i bambini. Che avidi (anch’io, talvolta) si buttavano su quelle dolcissime pietruzze da masticare. Davanti all’uscio di ogni casa la solita scena. Il solito lancio. Così come alla marina gli stabilimenti balneari accendono i fuochi al passaggio della madonna.

A fatica, gli sposi e i parenti raggiunsero finalmente casa. La festa poteva cominciare. 
Quel giorno i festeggiamenti prevedevano anche l’intrattenimento per gli ospiti. C’era un complesso, un gruppo musicale, uno dei tanti di Corigliano, che era stato ingaggiato per allietare con la musica i parenti e gli amici degli sposi. Me ne accorsi perché fin dalla mattina, dopo le sedie sull’asino, vidi scendere persone mai viste con strani attrezzi. Casse acustiche, strumenti musicali, fili, microfoni. 
Ero curioso, come tutti i bambini. Andai, andammo a sbirciare, fin dalla mattina, in quella casa. Per vedere cosa stava accadendo. Ma venivamo regolarmente respinti. Ietivinnni a ra chesa.

Qualche minuto dopo l’ingresso degli sposi nella casa della festa, la banda cominciò a suonare. Canzoni italiane di quegli anni. La fine degli anni Sessanta. 
A un certo punto vidi Gianfranco Forciniti, cugino di mia madre, che anche lui andava verso quella casa. Gianfranco era il cantante di quel gruppo e io ero curioso di vederlo, sentirlo cantare. Non era mai successo, non l’avevo mai sentito. Appollaiati sui gradoni di fronte alla casa, noi bambini cercavamo di capire, di vedere, di ascoltare. Fino ad allora, era già sera, avevo visto solo persone, uomini e donne, entrare e uscire da quella casa. Avevo sentito la musica, solo strumentale, senza voce, di quel gruppo. Poi all’improvviso, riconobbi l’inizio di una canzone. Era “Rose rosse”, di Massimo Ranieri. E subito dopo la voce di Gianfranco. Il cugino di mammà. Ero perciò orgoglioso. Un mio parente che cantava in quella casa. Quello che canta lo conosco, è mio cugino, dissi a un bambino accanto a me. Mi guardò, come per dire: ma chi sta ricienni… chilli ghe ru cantanti, non può essere un tuo parente.

Tornai a casa che era ora di cena. A tavola sentivamo ancora gli echi di quella festa. Una delle tante feste di Cirrja.


In quella casa che un giorno aveva ospitato lo sposalizio, qualche mese dopo, ci entrai. Ma la festa aveva lasciato il posto alle lacrime. Stava morendo in quella casa una persona anziana, il padre i ru muti. Vecchio e malato. Don Gigino Guidi fu chiamato per l’estrema unzione, passò da casa mia e mi chiese di andare con lui, Dopo la festa per il matrimonio e prima della richiesta dell’estrema unzione, io ero diventato un chierichetto della chiesa di Ognissanti. E aiutavo don Gigino nelle funzioni religiose. Dentro e fuori la chiesa. Mammà mi lavò la faccia, mi pettinò e io scesi, ad accompagnare don Gigino che in mano già aveva una stola viola. Ci avviammo verso u Prainielli, entrammo in quella casa senza bussare e raggiungemmo una stanza da letto. Un attimo di raccoglimento, silenzi, lacrime contenute. Quel poveretto non aveva molto da vivere. Stava proprio per morire. La prima volta che vidi una persona sul punto di morte. Don Gigino si mise la stola, tirò fuori un libretto nero, cominciò a leggere una preghiera. Io fermo e immobile. Ogni tanto rispondevo. Amen. Condoglianze, condoglianze. Uscimmo da quella casa. Che un giorno aveva accolto quaranta, cinquanta persona, per lo sposalizio. Non c’erano le sedie lungo le pareti, il tavolo pieno di dolci, il complesso. L’aria allegra aveva lasciato il posto ai volti mesti. Uscendo vidi mastro Pasquale Gugliemi che andava a fare il suo lavoro. A prendere le misure per la bara del defunto. La bara arrivò, la vidi scendere portata a braccio da un paio di uomini. Il poveretto vi fu deposto, in attesa del giorno dopo. Della sepoltura. Ma la mattina successiva a quel decesso tutti fummo svegliati da uno strano vocìo. S’è abbivissciuti, s’è abbivisciuti… il padre i ru muti non è più morto… Era accaduto quello che non era mai successo a Cirrja, a Corigliano. Quell’uomo che la sera prima era stato deposto in una bara in attesa dell’ultimo viaggio, la mattina che dovevano chiudere la bara aveva aperto gli occhi, si era guardato intorno e si era alzato. Lasciando increduli quelli che lo piangevano. E tutta Cirrja. 


(Grazie a Maria De Simone per la foto. Nell’immagine, proprio al centro, si vede il portone d’ingresso della casa i ru muti, coperto da una piccola tettoia. Dove un giorno ci fu la festa per lo sposalizio, dove un altro giorno accadde quasi un miracolo).

(3/11/2012)

Mammazia. Aprii gli occhietti piano piano, quella mattina d’inverno. Accanto me il letto disfatto di mammà e papà, le prime luci del giorno che filtravano dalla porta di vetro opaco che aperta dava nella sala da pranzo. Era inverno, non c’erano termosifoni a casa e nemmeno stufe. Il tepore veniva solo dalle coperte, i ra manta, dalle scarpe da notte cucite a mano dalla nonna. Dagli abbracci di mammà e dalle sue mani nelle mie. A riscaldarmi. Hai freddo, gioia i ra mamma? Sì mà, ste murienni i fridd… E le sue mani mi avvolgevano. Come solo le mani di una madre sanno avvolgere. 

U sé ca mammazia sta malament?, mi disse mammà.

Mammazia non era il nome di una persona. Era il nome di una categoria di persone. Per lo più anziane. Ma vicine alla famiglia, per un vincolo di affetto o di parentela. Di affetto. Perché poteva essere una donna che si era presa cura di te con affetto, appunto, che ti aveva tenuto in braccio fin dai primi pianti, dai primi sorrisi, dalle prime parole. O di parentela, perché poteva essere una parente anziana di tua madre, di tuo padre o dei tuoi nonni. Nel caso della mammazia di quella mattina d’inverno che battevo i dentini dal freddo, che mia madre mi stringeva forte forte per farmi sentire un po’ di calore, si trattava di una parente. Mammazia, za Fraischella, era una donna anziana che abitava intru Prainielli con il figlio Ciccillo e la nuora Rosella. Era la sorella di mia nonna Tresia, Teresa Cortese. In giro per Cirrja non l’avevo mai vista, perché quando io sono nato lei era già anziana e poco incline alle passeggiate. Forse a causa di una malattia. Ogni tanto con mammà andavamo a trovarla nella sua casa proprio sotto la casa dove io sono nato, su quei gradoni che portano alla Purtella. Ricordo le sue solite parole, Giusippielli, quanti su ffatti ranni, e t’a mpareti a pparreri… Ricordo i suoi capelli bianchi e scilligheti, la sua bocca, le sue labbra segnate dai solchi dell’età, le sue rughe decise, le sue mani vigorose ma tenere. Mammazia quella mattina non stava male come tutti i giorni. C’era andato pure il medico a casa, e aveva detto che non aveva tanto da vivere.

In quel tempo ero già un chierichetto. Qualche mese prima avevo fatto la prima comunione così don Gigino Guidi, il parroco di Santuori, chiese a mia madre di farmi frequentare con assiduità la chiesa. Io obbedii. Non perché avessi un’illuminazione particolare. Solo perché a quei tempi si faceva così. Si cominciava con la messa della domenica, ad assistere il prete nelle funzioni religiose. All’inizio cose semplici. Bisognava preparare l’altare prima della messa, le ampolline con l’acqua e con il vino, il messale aperto alla pagina giusta, le candele da accendere se le candele andavano accese. I foglietti per seguire la messa messi sulle sedie di paglia. Cose semplici, che imparai a fare in una mattina. Poi, di messa in messa, di domenica in domenica, acquistai la padronanza del luogo e della cerimonia. Così cominciai a partecipare attivamente alla messa, leggendo le letture, aiutando il parroco a svolgere tutto ciò che c’era da svolgere. Insieme ad altri, ovviamente. Non era un’occupazione difficile. Tutt’altro. L’unica cosa brutta era che la domenica, il giorno che potevo dormire di più perché non dovevo andare a scuola, era diventato un giorno come gli altri. Sveglia alle otto, per stare davanti alla porta della chiesa verso le otto e mezza (la messa cominciava alle nove) e fare tutto quello che c’era da fare. Con i miei occhi assonnati. Ma con gli occhi del Cristo sull’altare e della Madonna e di tutti i Santi che c’erano in quella chiesa a guardare (e valutare) ogni tuo gesto. Un giorno don Gigino decise che era venuto il momento di affidarmi il compito, a un certo punto della messa, di passare tra i fedeli con un sacchetto ornato di simboli e colori religiosi per raccogliere le offerte. Non era una parrocchia ricca la nostra. Cinque lire, dieci lire mettevano dentro, i fedeli della domenica. Don Gigino era contrariato ogni volta che contava i soldi raccolti. Con questi non ci compro neanche i cirogini, diceva. Non aveva tutti i torti. Al massimo raccoglievamo cento, centocinquanta lire ad ogni messa. E non erano tanti. Don Gigino ogni tanto durante la predica spiegava che le offerte erano il sostegno per la vita della parrocchia, ma sapeva di gettare le sue parole al vento. Non c’erano nel nostro gruppo famiglie importanti, come a Sant’Antonio, a San Pietro, a Santa Maria. In tutta la nostra parrocchia erano due, o tre, le famiglie che potevano dare qualcosa di più. Romanelli, che avevano la farmacia, Oranges, che avevano l’oreficeria… e forse la nostra, che avevamo un negozio. Il resto era tutta gente normale, che viveva del sudore dei padri che ogni mattina all’alba s’alzavano per le loro poco redditizie ma dignitose giornate di lavoro. O gente normale che voleva vivere del lavoro dei padri emigrati in Germania. Sapeva di non poter pretendere, don Gigino. Ma proseguiva il suo lavoro, con tenacia, talvolta con rassegnazione. 

Don Gigino era anche il parroco della chiesa del Carmine. Non ci abitava tanta gente da quelle parti, perciò non si diceva messa tutte le domeniche. Solo in prossimità del 16 luglio, la festa della Madonna del Carmine, il mercoledì mattina andavamo, lui ed io, alle sette e mezza del mattino, ad aprire la porta di quella chiesa, a suonare la campane, a cambiare l’acqua e i fiori a quei bellissimi e puzzolenti vasi di vetro… Il periodo più impegnativo era quello della questua. In giro per tutto il paese e per le frazioni, a raccogliere le offerte. Un percorso lento e rituale che mi portava in tutte le case del mio paese, a vedere da vicino la gente di Corigliano, a conoscerla, riconoscerla, salutarla. Conoscevo ogni portone, ogni scala, ogni odore, ogni bambino, ogni famiglia. Conoscevo la gente del mio paese. Di Corigliano. 

A Santuori, nonostante la mia fragile età, con Mario e con Giorgio ero diventato uno dei “pilastri”. Facevamo di tutto. Eravamo pronti a partecipare con don Gigino a tutte le cerimonie. Conoscevamo ogni dettaglio, ogni parola da dire, ogni frase da ripetere. Ogni cosa. Matrimoni, funerali, cresime, comunioni. E battesimi. Fino ad un certo punto i battesimi venivano fatti sull’altare, con l’acqua necessaria per quel sacramento portata in una vaschetta a dire il vero poco sacra. Un giorno però qualcuno decise che era giunto il tempo di creare nella nostra piccola chiesa un fonte battesimale, una cosa importante che serviva a contenere l’acqua del battesimo. Un’opera imponente ma semplice. Alcuni artigiani lavorarono con zelo alla realizzazione di quell’opera, pagati con i soldi offerti con generosità dalle famiglie della parrocchia di Ognissanti. 
Qualche giorno prima dell’inaugurazione, del battesimo di quel “fonte battesimale”, don Gigino chiamò me e un altro paio di ragazzini e ci disse che avremmo dovuto essere noi a partecipare a quell’evento. I protagonisti. In più, ci disse, verrà la figlia della farmacista Romanelli. Isabella.
Isabella era una ragazzina che abitava sopra la sua farmacia, di fronte al bar i Ciccilli i Puntini. Non veniva spesso in chiesa, anzi, io non l’avevo mai vista, là dentro. Ma l’avevo vista altrove. Per strada. Davanti alla farmacia dei genitori, a giocare per strada. O tra gli scaffali di legno dove tenevano le medicine. Una ragazzina diversa dalle altre di mia conoscenza, quelle di Cirrja, che io vedevo tutti i giorni. Un volto sofisticato, bello, un corpo da piccola donna. Elegante, gentile. Occhi profondi che non si lasciavano guardare. Un sorriso beffardo. Che, senza volontà, intimoriva. Era più grande di me, pochi anni, due, tre. Perciò neanche la guardavo. Già guardavo con difficoltà le ragazzine e la ragazze di Cirrja… Quando passavo dalle sue parti o andavo in farmacia speravo di non incontrarla, per non guardarla, per evitare i suoi sguardi. Quel giorno che don Gigino ci disse che dovevamo fare quella cosa con lei, capii che avevo una grande occasione. Vederla da vicino e condividere qualcosa con lei. Ma il mio cuoricino cominciò a battere forte, i miei pensieri furono tutti rivolti a quel giorno, a quell’appuntamento che io non avevo cercato, a quell’occasione dalla quale forse volevo fuggire. Mammà mi portò dalla signora Salatino e mi comprò qualcosa di nuovo, per regalarmi un aspetto dignitoso per quel giorno di festa. Non è che potevo fare brutta figura, c’era pure la figlia della farmacista. 
Tutto si svolse secondo il copione. La chiesa era piena di gente. Dentro. E fuori. Noi attorno al parroco, noi attorno a Isabella. Era lì, accanto a me. Ma lontanissima. Però servì quel momento per avere in cambio un sorriso, ciao, quando la incontravo.

Don Gigino, quando vide che avevo preso familiarità con le funzioni, cominciò a portarmi anche fuori. Per la Pasqua, a benedire le case. O per le estreme unzioni. Un momento di dolore che vivevo con serenità. Era una specie di lavoro accompagnare il parroco e le sue parole di conforto, entrare in quelle case pervase dal pianto. Un letto, un corpo in fin di vita, le lacrime dei parenti. Una mattina andammo a casa di una parente di papà, un’altra mammazia, che stava per lasciare Cirrja e il mondo. Era la sorella di mio nonno Giuseppe. Arrivammo con don Gigino che la casa era già piena di persone. Accanto al letto le sorelle, a zi Marijttella e ra zi Carmenia. La prima si era sposata per procura ma non aveva mai conosciuto il marito. L’altra non aveva mai conosciuto un uomo. Vivevano insieme. A zi Carmenia era una specie di ciota ma non una demente. Non sapeva niente del mondo, delle persone, degli uomini e delle donne. Aveva sempre vissuto con la sorella. Mi colpì, quel giorno, quella mattina, per un’espressione. Una persona le si avvicinò e le disse: condoglianze, Carmè. Lei porse la mano e rispose: altrettante.

Quella mattina che al risveglio sentivo tanto freddo, don Gigino passò da casa e mi chiese di accompagnarlo. A casa di mammazia, za Fraischella, intru Prainielli. Scesi veloce i gradini, con gli occhi di mia madre addosso raggiunsi il parroco e ci incamminammo per la salita che porta a ru Prainielli. Passammo dalla casa i ru muti, che altre emozioni mi aveva concesso, e svoltammo a destra. Pochi gradoni e finalmente una porta marrone. Non ci fu bisogno di bussare, Ciccillo e Rosella e za Fraischella aspettavano il prete. Per quelle ultime parole di conforto. Ma non fu un’occasione “normale”. Za Fraischella, mammazia, non stava per morire e basta. Non aveva gli occhi quasi chiusi e le mani senza forza. La trovammo con il busto ben poggiato sulla spalliera del letto, il volto vigoroso seppure scavato dalla malattia e le mani rugose pronte a indicare. Il figlio, un quadro della madonna, la nuora Pensavo che mi avrebbe riconosciuto, immaginavo un sorriso da quella bocca ormai con pochi denti. Invece accadde quello che nessuno aveva mai visto e sentito.
Mammazia era più viva che mai. E parlava, parlava. Ma non era la nostra lingua, quella di Cirrja e di Corigliano. Quella che lei aveva sempre parlato. Sembrava italiano, quello che lei parlava in quegli istanti. L’italiano che sentivo dal maestro o dal prete o dalla televisione. Ma mammazia non aveva mai parlato l’italiano, forse non sapeva neanche cosa fosse. Diceva cose che potevano sembrare anche inopportune per un essere umano in punto di morte. Diceva di aver visto la madonna e tutti i santi. Ma non aveva riconosciuto il prete. Non mi aveva riconosciuto. Non riconosceva il figlio e la nuora. Don Gigino la guardava con commiserazione, con il volto accigliato. A me veniva quasi da ridere. Ciccillo la guardava addolorato, Rosella pure. A un certo punto il prete indossò la stola viola e lei, mammazia, cominciò a parlare una lingua ancora più strana, che quella davvero non l’avevo mai sentita. Intuii qualche parola, perché durante la messa c’era una specie di canto in chiesa che aveva qualche assonanza. Sì, era latino. Ma com’era mai possibile, lei che aveva sempre vissuto a ru Prainielli, e non aveva mai parlato l’italiano… Don Gigì, ma cumi sta parranni mammazia… gli chiesi sottovoce. Mi guardò, mi fissò. E poi si rivolse verso di lei, toccandole la fronte con le mani. Mammazia smise di parlare, di raccontare dei suoi incontri extraterreni. 
Uscimmo da quella casa. Poche ore dopo mammazia, za Fraischella, la sorella di mia nonna Tresia, chiuse gli occhi per sempre. Portandosi dentro il segreto della vita. E della morte.

(17/11/2012)

Il palo. I ragazzini degli altri rioni li vedevo come estranei quand’ero bambino. Lontani da me, da noi, da Cirrja. Il mio mondo era solo lì, su quella strada scoscesa che accompagnava la mia vita. 

La mia vita cominciava la mattina con il raglio di qualche asino, il miagolio di qualche gatto, i guaiti di qualche cane. Le voci sguaiate delle donne. Il rumore di un secchio d’acqua sporca rovesciato da uno dei tanti balconi sulla mia strada, sulla nostra strada. Un motocarro che scendeva, il rumore metallico delle bombole di gas, la vecchia motocicletta di papà che si avviava verso l’Acquanova con il suo carico di bombole. Un calcio ad un pallone, il pallone che sbatte violento sulla porta di un garage. Gol, urlava un ragazzino, mentre un altro, il portiere, piegava il volto rassegnato. Ma il prossimo te lo paro.

Uno sparo. Una mattina terribile sentii uno sparo, proprio di fronte a casa mia. Un rumore che non avevo mai sentito prima. Ero seduto in casa, a leggere qualcosa, un giornaletto, un libro, una rivista di mammà. Una domenica mattina che il sole non c’era. Mammà era come al solito in cucina a preparare il pranzo. Le polpettine. Mammà, come molte mamme di Cirrja e di Corigliano, la domenica preparava le polpette. Io la guardavo. In una bacinella di plastica versava la carne macinata, poi le uova e il pane sminuzzato. Non c’erano allora confezioni già pronte di pan grattato. Mammà conservava il pane rimasto dai giorni passati e poi lo sbriciolava con cura. Quasi come se in mano avesse una grattugia. Il prezzemolo, un po’ di sale. Sul fuoco intanto un pentolone pieno di salsa gorgogliava profumato, ogni tanto tiravo su il coperchio, avvicinavo il visino e con il naso aspiravo quell’aroma che non ho mai più risentito. Mammà intanto aveva già ficcato le sue mani nelle bacinella e cominciava a impastare quella prelibatezza, con movimenti lenti ma sapienti. Io lì accanto, ad osservare quei gesti, a immagazzinarli nella mia mente di bambino, a conservarli nel cassetto della mia memoria riservato alle cose che un giorno avrei classificato come perdute. Quando l’impasto era compatto, denso, robusto, ficcavo anch’io le mie dita nella bacinella, ma non per aiutare mammà, lo facevo solo per appallottolare un po’ di quella bontà: prendevo con la dita della mano destra un pezzetto di quell’impasto e lo depositavo sul palmo della mano sinistra. Poi aprivo la mano destra e poggiavo il palmo di quella mano sull’impasto fissato sull’altra mano. Un movimento leggero, attento, preciso, rotante, per formare una pallina, una polpetta, una pallottolina. Quando l’impasto aveva raggiunto grazie a quei movimenti una forma sferica, lo prendevo e lo portavo verso la bocca, non prima di averlo annusato, gustato, immaginato sulla mia lingua, nella mia bocca. Era una polpettina cruda, buona quanto una polpettina cotta. Quell’idillio tra me e le polpette, tra me e il lavorìo di mammà fu interrotto da un rumore sordo, forte e inopportuno per un giorno di festa. Uno sparo. Nelle mani avevo ancora i segni di quella “pallottola” di carne di uova di pane e di prezzemolo.
Uscimmo fuori con mammà ma non capimmo niente di quello che era successo. Guardai mammà, mammà mi guardò. Ci misi molto a capire. Sentimmo delle urla, proprio di fronte a casa nostra. Sguardi disorientati, altri che come noi erano affacciati dai balconi, dalle finestre, gente che era uscita di strada. Il silenzio di quella domenica mattina rotto solo dalle urla che venivano da una vinella. 
Successe questo. Un bambino di Cirrja era andato a giocare nella casa di un altro bambino, a un certo punto uno dei due, non si sa come, aprì un cassetto dove il nonno teneva un pistola e tirò fuori l’arma. I due cominciarono a giocarci… guarda, questa è la canna, questo il grilletto. Se lo passarono, quel giochino pesante, nelle mani, tra le mani. Lo avevano visto forse in televisione, quell’attrezzo pesante e lucente, nei film dei banditi, Uno dei due a un certo punto lo prese in mano con decisione, quasi a imitare i pistoleri dei film. Pum, pum, sembrava dire quel bambino, bang, bang fu il rumore di quella pistola. Che scaraventò una pallottola nella testa dell’altro bambino. Le polpette appallottolate cuocevano nella pentola della cucina di mammà, la pallottola di quella pistola rovinò la vita, e il futuro, di un bambino in quella domenica mattina di Cirrja.

Gli episodi tristi restano nella mente di un bambino e lo accompagnano nella sua vita. Ogni tanto, da grande, apri gli occhi un po’ di più e rivedi un volto, due occhi, due lacrime poggiate su una guancia. Non vorresti. Vorresti sorrisi al posto delle lacrime, due occhi che ridono al posto degli occhi che piangono. Ma è inevitabile. Parli con tuo figlio, guardi una rosa che sta per sbocciare, un semaforo rosso, un bicchiere di vino o un foglio di giornale, una strada vuota, un quadro o un pezzo di carne… e ti torna alla mente all’improvviso qualcosa che non pensavi e non volevi pensare. Che non volevi ricordare. 

Un’altra mattina a Cirrja giunse una voce. Portata da fuori, da lontano, da Sant’Antonio, una distanza considerevole per un ragazzino di via Piave, abituato a vivere la sua vita tra le mura di casa, le carezze di mammà e le solite voci della strada. E’ morto un bambino, a Sant’Antonio, a ru campi i palluni, disse un uomo scendendo per la nostra strada. Io ero appollaiato come al solito sui gradini accanto al negozio di papà, i gradini che portavano verso casa mia. Nu picciulilli. Un bambino come me, classe 1960, undici anni nel 1971. Quella voce ruppe il vociare di Cirrja. Era successo che quel bambino, bravo a giocare a pallone, stava preparando il campetto per una partitina tra amici. Quel giorno avevano deciso lui e gli altri, che il campetto dovesse somigliare a qualcosa di vero, un campo vero. Perciò servivano delle porte, con dei pali veri, una rete vera. (Tutto ciò che noi facciamo appare più reale se si avvicina alla realtà che conosciamo, appresa, che qualcuno ci ha proposto come vera). Lui montò sulle spalle di un compagno per sistemare quel palo (pesante) della porta che non ne voleva sapere di conficcarsi in quel terreno arido del campetto dietro la chiesa di Sant’Antonio.
Io c’ero andato qualche volta laggiù. Sapevamo, io e i miei amichetti, che lì giocavano i ragazzi più bravi di noi, un campetto pianeggiante come noi a Cirrja non avevamo mai visto. Terra battuta in un campo grande, quasi come un campo di pallone. Un campetto che sembrava uno di quelli che si intravedevano in televisione la domenica pomeriggio quando trasmettevano le sintesi delle partite del campionato di calcio di serie A. O come il campo della Marina, o quello del Villaggio. (Tutto ciò che noi facciamo appare più reale se si avvicina alla realtà appresa…). 
Lo conoscevo solo di vista quel ragazzino che quel giorno decise di piantare un palo per terra per dare concretezza ai suoi sogni. Si chiamava Domenico Mangano. Un ragazzino che vedevo ogni tanto a scuola, tranquillo, che però giocava davvero bene a pallone. Per essere un ragazzino. Quando andavo lì, ci sarò stato due o tre volte, in quelle giornate di sole raggiungevo subito la collinetta accarezzata dall’ombra dalla quale si poteva guardare bene la partita di quei ragazzini che giocavano veramente bene. Mi appollaiavo e li guardavo, estasiato, giocare. Loro al sole, Domenico illuminato dalla luce del giorno, noi seduti all’ombra ad ammirarlo. Dribblava, inveiva, segnava. Non avevano divise da calciatori quei ragazzini della mia età. Erano vestiti così com’erano usciti da scuola, al massimo con un paio di scarpe da ginnastica ai piedi. E tanta voglia di giocare. Su e giù per quel campetto di terra quasi bianca, battuta dai loro piedi e dalla luce provvidenziale delle nostre primavere coriglianesi. Passa sta cazzi i palla, urlavano i ragazzini in campo. Domenico non urlava più degli altri. A lui la palla la passavano quasi con riverenza. Perché lui poteva risolvere ogni situazione in campo. Poteva difendere, dribblare, portare il pallone attaccato ai piedi fino alla porta avversaria e bucarla, con i suoi tiri da bambino prodigio. Era un piccolo idolo, Domenico Mangano, per noi bambini che andavamo a vederlo fino al campetto dietro la chiesa di Sant’Antonio.
Poi quella mattina sciagurata che il sole non c’era a riscaldare il campetto, mentre Domenico tentava di dare un volto dignitoso al suo palcoscenico, accadde quello che non era mai accaduto. Il palo inanimato ebbe come una sorta di ribellione e stravolse l’equilibrio di quel giorno, di quei movimenti, di quelle intenzioni. Domenico e il suo compagno non riuscirono più a controllarlo quel maledetto palo, loro caddero a terra, su quella terra che li aveva visti protagonisti, correre divertiti inseguendo un pallone. Il palo, fuori controllo, cadde dritto sulla testa del povero Domenico, troncando la sua vita, i suoi sogni. Domenico Mangano morì per colpa di quel palo che non si fece conficcare in quel terreno arido del campetto da calcio dietro Sant’Antonio.
Quando sei bambino e senti che un altro bambino, uno che aveva la tua età, è morto, non fai grandi ragionamenti. Sgrani gli occhi e il viso perde ogni possibile sorriso. Ti butti sul tuo lettino, ti raggomitoli anche se fa caldo e ti lasci cadere due lacrime sul viso, che ogni tanto, anche da grande, rivedi. 
Non capisci in quel momento che i suoi genitori, i suoi fratelli, i suoi amici, hanno perso un pezzo di loro stessi. Che un bambino ha perso il suo futuro. Domenico Mangano poteva diventare un calciatore, un dentista, un agricoltore, un giornalista, un manager, un impiegato. Un uomo. E’ rimasto un bambino. Nella mente di quanti lo hanno allevato e amato. 

Ogni tanto, anche da grande, rivedi quelle due lacrime scese in un giorno senza sole sul tuo viso, raggomitolato sul tuo lettino. Rivedi quel dolore. Anche se guardi una rosa che sta per sbocciare, un semaforo rosso, un bicchiere di vino o un foglio di giornale, una strada vuota, un quadro o… E ti torna alla mente all’improvviso qualcosa che non pensavi e non volevi pensare. Che non volevi ricordare.

(ad Antonella Mangano, che cerca tracce di un fratello che non ha mai visto. A Domenico Mangano, che da lassù guarda rassegnato chi lo ha amato e chi lo ama senza averlo mai conosciuto).
...
(23/11/2012)

La letterina di Natale. Un pomeriggio d'inverno, era il mese di dicembre, papà decise che era arrivata l'ora di colorare la stanza dove prendevano vita i nostri giorni. Arrivò che aveva in mano un mucchio di nastri di plastica colorati, che rassomigliavano tanto a un tipo di pasta che a me non piaceva tanto, la mafalda. Stava arrivando Natale e papà pensava che quei nastri potessero ravvivare la nostra casa. Con sé aveva un martello e dei chiodi. Prese con cura quei nastri, salì su una sedia e cominciò ad attaccarli in alto, sul muro, tutt'intorno alla stanza. Una cornice colorata, di plastica, che dava un'aria di festa per quel Natale in arrivo. A mammà quelle cose non piacevano molto. Diceva che erano cose da poveri. Perciò guardava con diffidenza e con un malcelato senso di insoddisfazione quelle strisce zigrinate di plastica colorata. Ma a papà piacevano. A me, tutto sommato, piacevano. Perchè davano un po' di calore, alla nostra casa. Il quadro di festa venne completato dall’intervento di mammà, che tirò fuori un vecchio alberello di Natale, qualche delicatissima palla reduce dalle feste passate (ogni anno se ne rompeva qualcuna, mille pezzi lucidi seminati sul pavimento), un nastro argentato, un fila di luci e, oplà, era arrivato Natale. 

Correva una voce a Cirrja, in quel tempo. Che regalava sogni. C’era gente, soprattutto fuori da Corigliano, che giocava la schedina del Totocalcio e diventava ricca. Bastava compilare un foglietto che ti davano al bar del Combattente, all’Acquanova, tu dovevi prevedere i risultati della partite di calcio e se li indovinavi tutti o quasi tutti, vincevi. Un sacco di soldi. Milioni. Attraeva tutti, grandi e piccini, quel gioco. Perché una previsione azzeccata in pieno, un tredici al Totocalcio, poteva affrancarti dalla povertà, regalare una macchina a tuo padre, una macchinina vera a te, un po’ di sigari buoni al nonno, qualche caramella alla nonna, una macchina per cucire nuova a mammà, un giochino nuovo per il mio fratellino. Per questo cominciò ad appassionarmi l’dea di giocare. Non per strada, a Cirrja, non nella mia stanzetta e nel nostro retrobottega. Andai dal Combattente un pomeriggio di quel dicembre freddo in attesa del Natale, presi un paio di schedine e le portai a casa. In mano, ero sicuro, avevo lo strumento che poteva regalarci un po’ di tranquillità. A dire il vero non sapevo bene come si giocasse. C’erano due colonne e pensavo che bastava prevedere i risultati. Così cominciai a scrivere, i numeri chiari, netti, precisi, definiti. Alla fine dell’opera chiesi a mammà duecento lire e tornai dal Combattente. Un bar stretto, angusto. Entravi e sulla sinistra c’era il bancone, in fondo la cassa. Ma juochi sta schedina?, dissi all’uomo che era seduto dietro la cassa. Che prese un nastro di carta con dei segni strani e colorati sopra, lo passò su un attrezzo umido (che usavano anche al tabacchino per bagnare i francobolli da attaccare sulle lettere in partenza) e lo incollò sulla mia schedina. A quel punto l’uomo dietro la cassa prese un righello e divise in due la schedina, una parte restò a me, l’altra la ficcò in un cassetto. Presi il pezzetto che mi spettava e lo tenni stretto fra le dita delle due mani, orgoglioso di avere giocato la mia prima schedina. Ero quasi sicuro di vincere. Tornai a casa, andai nella mia stanzetta e mi poggiai sul letto, con la schedina tra le mani. Quel pezzetto di carta, con le mie previsioni, avrebbe potuto regalare un Natale diverso a me e alla mia famiglia. Avrebbe potuto farci diventare ricchi. Lo nascosi in un cassetto, sotto le tovaglie che mammà usava per apparecchiare la tavola quando a casa veniva qualcuno a mangiare con noi.
Il lunedì mattina, dopo la scuola, mi fiondai al bar del Combattente. All’ingresso era affisso un manifesto con la schedina vincente. Avevo il cuore in subbuglio. Presi il mio foglietto e cominciai la verifica. Il primo numero sulla schedina era un 1 e io ce l’avevo. Dio mio, cominciamo bene, questo l’ho indovinato… pensai raggiante. Il secondo numero era un altro 1… Ma io avevo uno zero… Sulla seconda colonna io avevo 3 e la schedina vincente dava 2… Insomma, avevo sbagliato tutto, i miei sogni stavano affogando. Pensavo che era sufficiente indovinare il risultato della partita, che so, uno a zero, tre a due, quattro a uno… L’avevo giocata così la mia prima schedina. E, me ne accorsi in quel freddo pomeriggio di un lunedì di dicembre, non era così che andava giocata. I miei sogni si sgretolavano. Quel giorno.
Mesto, distolsi lo sguardo da quel manifesto con i risultati dicendo tra me e me che non era quello il gioco di un bambino. Per un bambino.
Guardai verso il centro della piazza e c’era un movimento insolito, mai visto. Alcuni uomini stavano sistemando sul bordo dell’Acuqanova, quello che guardava Sant’Antonio, un grosso albero, forse un abete. Un albero di Natale vero. Non serviva solo per abbellire la piazza, scoprii dopo. Era l’albero per il Natale dei vigili urbani di Corigliano, In pratica tutti i commercianti, una volta che l’albero era pronto, portavano sotto quell’albero un po’ di doni per le nostre guardie. Panettoni e spumanti. Anche papà lo faceva. Tornai a casa. Pà, mà, ani misi l’arbiri… Ormai avevo dimenticato il tredici, la mia delusione, i miei sogni svaniti.
Quell’anno fu un albero funesto, che rovinò la vita di una famiglia. Uno degli uomini destinati alla sistemazione dell’albero si chiamava Gennaro Viteritti. Un uomo elegante, severo, sincero, stimato da tutti. Arrivò con il suo camion all’Acquanova, una folla di persone lo guardava. Altri uomini si adoperavano per issare l’albero della festa, scaricarlo dal camion di Gennaro e issarlo sulla nostra bella piazza. Un movimento sbagliato, una corda che si spezza, l’albero che cade sul povero Gennaro. Che all’Acquanova lasciò la sua vita. Una bambina, qualche minuto dopo la disgrazia, uscita da scuola passò per l’Acquanova. Vide il camion del suo papà, corse verso la folla e urlò: papà, papà… Ma suo padre già non c’era più, già aveva lasciato la terra. E sua figlia, per sempre. Alcune persone in piazza riconobbero la bimba e la fermarono. Arrassiti i lluochi, un c’è parti… con le lacrime agli occhi. Quella bambina tornò a casa e non rivide più il suo papà.

Un paio di giorni dopo papà aveva in mano una bottiglia di spumante e un panettone, Giusè, vieni ccu mmij, jemi all’Acquanova. Andai, tutto coperto perché faceva un freddo terribile. Arrivammo in piazza e quell’albero che avevo visto sistemare dopo la mia delusione svettava verso il cielo, come se ci fosse sempre stato, come se avesse trovato il suo humus, il suo terreno ideale. Tutt’intorno c’era una catasta di pacchi e pacchetti, soprattutto panettoni e bottiglie. Non c’erano bigliettini a testimoniare il mittente del dono. Non ce n’era bisogno. Gli occhi attenti dei vigili, che avevano il loro ufficio all’Acquanova, controllavano ogni lascito, ogni deposito. Ringraziando con gli occhi. Papà lasciò il suo panettone e il suo spumante e si guardò intorno. Cercando gli occhi di un vigile. Che arrivarono. Buongiorno, buongiorno, buon Natale. Il dovere era fatto. 
Tornammo a casa. Le pochi luci dell’albero, a intermittenza, regalavano un colore diverso alla nostra stanza. Allegro, delicato, pulito. Sincero. Le palline, poi, davano una luce particolare. Le fissavo, cercando di tenerle incollate con lo sguardo, perché bastava un soffio per farle cadere rovinosamente a terra e lì concludere la loro funzione. 
Un rumore, delle voci, interruppero la mia contemplazione. Uscii, vidi due macchine mai viste, gente mai vista. Andavano tutti verso la vinella, sotto casa mia. Proprio in quella stradina da dove - da giorni - veniva una puzza micidiale. Gli uomini si addentrarono e salirono ripide scale per raggiungere una casa. Bussarono, una donna aprì. Erano entrati nella casa della donna che conservava i rifiuti. Resti, scarti, roba presa per strada, immondizia. Che dava un fetore a tutta la strada. Qualcuno, giorni prima, protestò, e quegli uomini arrivarono per la bonifica. Per quelle scale trasportarono decine di buste maleodoranti, poi caricate su un camion e portate nel loro luogo naturale, una discarica, non una casa. Un’operazione che durò tutto il pomeriggio di un giorno vicino al Natale. La donna piangeva, perché le stavano togliendo tutto. Tutta la sua vita. Racimolata per strada.
Cirrja tornò a respirare, l’olezzo non riempiva più la nostra strada. Natale poteva accogliere i profumi dei dolci e delle delizie che le nostre mamme si apprestavano a preparare per la festa. 

A Natale quand’ero piccolo c’era l’usanza della letterina da scrivere a Gesù bambino. Un momento delicato, importante, per la vita di ogni ragazzino. Si cominciava a scuola, a scriverla su un foglio del quaderno… 
Caro Gesù Bambino…
Bisognava usare una bella grafia e non fare errori, anche se il destinatario, in genere il papà, non era in grado di comprendere tutto quello che c’era scritto. Ma era una tradizione e andava seguita.
Caro Gesù Bambino, regala a tutti noi un po’ di pace e di serenità…
Il maestro seguiva con attenzione quei nostri segni che poi dovevano essere trasferiti su una letterina. Che era cosa ben diversa da una pagina di un quaderno. La letterina si comprava in una tabaccheria. C’erano quelle semplici, con disegni semplici. E c’erano quelle complesse, con la porporina in rilievo, una bella illustrazione della Natività, le righe contornate da decorazioni. Mammà comprava la più bella. 
Caro Gesù Bambino, regala a tutti noi un po’ di pace e di serenità. Alla mia famiglia dona il bene e l’amore…
Qualche ora prima della cena della Vigilia di Natale mammà si sedeva vicina a me, al tavolo della stanza e mi dettava le parole che avevo scritto a scuola. Attienti a un ti sbagghjeri, Giuseè…
La letterina era davanti a me, bella, festosa e lucida. Allora scrivi.
Caro Gesù Bambino, regala a tutti noi un po’ di pace e di serenità. Alla mia famiglia dona il bene e l’amore... Ti chiedo di far stare bene tutti i miei parenti, il mio papà e la mia mamma, i miei nonni e il mio fratellino, i miei zii e tutte le persone che stanno vicino a noi… 
Che fatica scrivere quelle letterine. Dovevi stare attento a scrivere tutte le lettere delle paroline con la stessa grandezza, lasciare gli stessi spazi tra una parolina e l’altra. Il braccio sinistro poggiato sul tavolo, la testa reclinata verso sinistra, la mano destra che impugnava una penna che spesso lasciava inchiostro dove non doveva lasciarlo. 
Caro Gesù Bambino, regala a tutti noi un po’ di pace e di serenità. Alla mia famiglia dona il bene e l’amore… Ti chiedo di far stare bene tutti i miei parenti, il mio papà e la mia mamma, i miei nonni e il mio fratellino, i miei zii e tutte le persone che stanno vicino a noi. Ti prometto che non farò arrabbiare la mamma e soprattutto papà, che sarò bravo e ubbidiente anche quest’anno…
Quando si scrivevano le letterine, a quei tempi, non si indirizzavano a Babbo Natale. Semplicemente a Gesù bambino. E non si chiedevano regali. Semplicemente si facevano promesse.
La tradizione voleva che la letterina di Natale venisse posta, a tavola, durante il pranzo della Vigilia, tra il piatto del primo e il piatto del secondo riservati al padre. Mammà apparecchiava e con cura poggiava quella letterina imbustata tra i due piatti di papà. I lembi, evidenti, uscivano fuori. Chiunque se ne se sarebbe accorto, Il padre, papà, aveva il compito e l’accortezza di non accorgersene subito. Pur vedendola doveva far finta di niente. 
Cominciammo a mangiare la pasta, quella sera della Vigilia di Natale. Bona sta pasta, Ninè, diceva mio padre a mia madre. I piatti ormai vuoti del primo aspettavano di essere tolti per lasciare spazio ai piatti vuoti da riempire del secondo. Mammà con cura tolse i piatti ormai solo sporchi, cominciò dal mio, poi prese quelli dei nonni e infine quello del mio fratellino, Francesco. Restava quello di papà, che copriva un segreto, una testimonianza, un segno, una promessa. Papà si guardava intorno, facendo finta di niente, i lembi della letterina li aveva visti ma faceva finta di niente. Giocava. Come si fa quando ci sono bimbi in casa. In fondo doveva fare così. Mammà tolse anche il suo piatto sporco lasciando scoperta quella mia dichiarazione d’intenti, quella letterina a un bambino, Gesù, che non avevo mai visto di persona ma che incontravo ogni volta che volevo. Papà continuava a giocare. Ma alluri, un si mangia nnenti sta vijilia? Un c’è nnenti ppi sicunni?... Mammà lo guardava con aria indispettita. Lui avrebbe dovuto, in quel momento, invece che reclamare il secondo, guardare ammirato quella busta, aprirla, spiegare la lettera e leggerla ad alta voce. Ma papà non lo fece. Perché voleva giocare. Io non lo capii e mi feci scivolare sulle gote alcune lacrime. Yesss Cà, ma unn’a visti chi c’è supri u piatti?, fulminandolo con gli occhi. Papà a quel punto, vedendo le mia lacrime sorrise, mi accarezzò e disse: ma questa è una letterina, la letterina a Gesù Bambino…
Aprì la lettera con cura e la lesse. Ad alta voce,…
… 
Caro Gesù Bambino, regala a tutti noi un po’ di pace e di serenità. Alla mia famiglia dona il bene e l’amore,.. Ti chiedo di far stare bene tutti i miei parenti, il mio papà e la mia mamma, i miei nonni e il mio fratellino, i miei zii e tutte le persone che stanno vicino a noi. Ti prometto che non farò arrabbiare la mamma e soprattutto papà, che sarò bravo e ubbidiente anche quest’anno… Farò tutti i compiti e aiuterò al negozio quando ci sarà bisogno, senza lamentarmi perché tolgo il tempo ai miei giochi. E poi… e poi ti auguro buon Natale, caro Gesù bambino. E ti prometto che ti vorrò sempre bene. A te, al mio papà, alla mia mamma e a tutta la mia famiglia.

In casa, aspettando la mezzanotte, e soprattutto il secondo, correvano i singhiozzi. Quelli di mammà, quelli dei nonni. I miei. Quelli di papà. Che per completare la tradizione, prendeva un po’ di soldi dalla tasca, e me li dava. Assieme a un bacio. Questo era il mio Natale. 
Buon Natale a tutti.

(A Giovanni Ursino. E alla moglie, che ha perso il papà una mattina prima di Natale di molti anni fa. E che ha chiuso la sua letterina a Gesù bambino in un cassetto, senza poterla far leggere al suo papà)

(19/12/2012)

Pasqua. Sacchi di sabbia e cemento, un nugolo di ragazzini, voci assordanti che si rincorrono nei vicoli, la radio che va, l’odore delle cucine, le mamme che cantano, i padri che fumano nelle piazze, la Cinquecento di don Gigino già parcheggiata alla fine i ra Purtella, mio Dio, è tardi, la messa sta per cominciare. 

Pasqua. Negli occhi le stelle, il primo sguardo verso la Luna, gli occhi che si socchiudono davanti al Sole. Il cuore che batte per uno sguardo, gli occhi che ammirano il sugo di mammà, l’odore che si spande per la casa, scavalca la porta d’ingresso e s’intrufola per Cirrja, i pantaloni corti e i pomeriggi sul lettino, gli occhi incollati al soffitto, ad aspettare domani, dopodomani, chissà. 
Pasqua. La banda che passa all’Acquanova e va verso a Ricella, il rumore del martello i ru quarareri, le cataste dei libri nel negozio di Tonino Cardamone, i giocattoli sognati, il rumore di uno sparo, un carabiniere che insegue un fuggitivo, un uomo che rincorre una donna, una donna che rincorre un sogno.
Pasqua. I cullacci del giovedì santo pronti per la lavanda dei piedi, i preparativi per il triste altare del venerdì santo, poi di corsa verso San Pietro, l’odore acre i ru strittulilli, giù ad ammirare la preparazione della festa, triste, della via crucis.
Pasqua. Il sabato come giorno di passaggio, riflessione, penitenza. Fino alla notte. Il giorno della resurrezione. 
Pasqua. Negli occhi le stalle, il raglio degli asini, gli sposi in corteo, i confetti scaraventati giù dai balconi, le processioni, i bambini in festa, il rumore delle bombole di gas, una pianta di arance, un paio di jeans, una camicia con il colletto alla coreana mai avuto. Un libro, dieci libri, cento libri letti con bramosia, le sedute del consiglio comunale, un’edicola che non c’è più.
Pasqua. Tanti auguri, baci, abbracci, il vestito della festa, le ginocchia pulite con forza, i capelli pettinati, le mille promesse, gli occhi dei nonni, zio Ciccillo, zio Pasquale, zio Alberto. Un pomeriggio che un bambino veniva preso con la forza, una sera che i cani abbaiavano, un mattino che c’era il sole, un giorno che pioveva, una sera che andò via la luce e tutti che si muovevano come se la luce c’era ancora.
Pasqua. Un panino con il tonno preso con avidità da Battistielli, una passeggiata verso San Francesco, uno sguardo furtivo verso un portone, passi lenti sopra l’Arco, gli occhi che ammirano la prima chitarra. Un complesso riempie di note e di allegria le sere di Cirrja, papà che chiude il negozio, il foglietto lasciato dalla vigilanza notturna. Le marce per il 4 novembre, il 25 aprile, il fiocco ben annodato delle scuole elementari. Le battaglie con gli altri rioni a colpi di spade di legno, l’attesa per la nascita di un fratello. 
Pasqua. La strana lingua di mammazia morente e la mano ciondolante di nonna Tresia, il sigaro di nonno Giuseppe, la flemma di nonno Natale, la calma rassicurante di nonna Peppina. 
Pasqua. Compa Sarbaturi i Duduelli e cumma Rusina, Giovanni, Tonino, Enzo, Bina e Luciano. Compagni di strada. La festa per un battesimo. Un mago che incanta, un pubblico in festa, il cinema Comunale in delirio. I due film al prezzo di uno della domenica mattina, le partite alla radio, la prima schedina del Totocalcio giocata al bar del Combattente, il primo spingioni mangiato al bar i ru catarreri, il primo latte di mandorla gustato al Gatto Bianco.
Pasqua. Il primo film vietato al cinema Moderno, ho 14 anni, volete vedere la carta d’identità?, dissi al papà di Mario. Le storie rubate all’Acquanova, un amico che sbatte una testa contro un palo, un film in bianco e nero, un film a colori, banditi lontani, storie vicine. Una foto strappata, una Seicento verdina, un mangiadischi che suona, un disco che si deforma sotto il sole. Un urlo, un sorriso, uno schiaffo, una carezza.
Pasqua, una ragazzina della Costa, una pagellina d’oro, una pertica che nessuno vuole affrontare, un complimento di troppo, un richiamo del preside, classe II B, un amore mai cominciato e finito lì, quelle lettere alle ambasciate, un esame di geografia mai visto, Honshu, Shikoku, Kyushu e Hokkaido, le quattro principale isole dell’arcipelago giapponese. 
Pasqua. Quel giorno che bloccarono le macchine e insieme andammo tutti in bicicletta giù verso sant’Antonio ma poi al ritorno scendemmo giù e tornammo a casa a piedi. La prima pizza in quella pizzeria improvvisata di via San Francesco, la prima pizza col motorino alla stazione, che allora era un deserto. Un paio di Superga strette ma così strette che a un certo punto dovetti toglierle per il dolore e arrivai a casa scalzo ma felice.
Pasqua. Che le nostre strade brulicavano di gente, e di negozi, e di bar. E di vita. 
Pasqua. Una macchina per cucire e un vestito a fiori. Il negozio della signora Salatino e cinquanta rose rosse. La festa per l’onomastico e l’autobus che portava alla Marina. Il salvagente e le pinne. I compiti per le vacanze fatti in due giorni, il maiale ammazzato da zio Pasquale a ri Prainetti, il sangue che cola, la carne calda, le pietre, i pali del parcheggio del Salice, un librone per segnare i campeggiatori della pineta. I balli della sera e i fotoromanzi, i jukebox e i Santo California.
Pasqua. I comizi all’Acquanova e i pranzi nella casa di Giorgio, una sera al circo, al Villaggio. “Mammà mi ha dato i soldi”. “Ma sta fissianni?”, disse zio Luigi. Le partite del Corigliano Schiavonea, un rigore sbagliato da Nino. Un pomeriggio di dolore.
Pasqua. Che ormai ero grande. La resurrezione. La nascita. La rinascita. Il servizio militare. Natale i Paisanelli, con Antonio Trebisonda, che mi accompagna a Metaponto. Da lì in treno fino a Potenza. La Pasqua era appena iniziata. 
Buona Pasqua a Corigliano, buona Pasqua ai coriglianesi. A Corigliano e nel mondo.

(20/4/2014)

Quello che mi manca è il rumore di un coperchio che danza scomposto su una pentola piena di sugo bollente, le patatine fritte mangiate in un pomeriggio di pioggia sul terrazzino coperto da un balcone, la pasta imbottita preparata fin dal mattino della domenica, i rigatoni quasi cotti tagliati con le forbici, le polpettine di carne, i bicchieri di birra bevuti con papà, una fetta di pane caldo decorata con pochi fili d’olio, un panino imbottito con tonno e carciofini, una fredda frittata di uova, una salsiccia avvolta nella carta stagnola e lasciata cuocere lenta nel camino dove un tempo c’era la stanza dei nonni, una fettina di maiale mangiata subito dopo la fine del maiale, i vrascioli, i pipi e pateti, l’odore della rosamarina, un tegamino colmo di pezzettini di carne, il sugo denso, robusto, di grasso e olio che lo adornava, u cullacci di Pasqua, le tredici cose di santa Lucia, il profumo delle zagare, una ricotta calda arrivata dalla Costa, una sciungheta, quei pomodori sporchi di terra, tre fichipaletti dieci lire, il pesce del mercato a ru fuossi Bianchi. Goi, diceva il banditore urlando nel suo megafono improvvisato, alici a dieci lire.

Quello che mi manca è il rumore dei passi che sentivo per le strade di Cirrja nelle sere d’inverno. I rombi dei pochi motori, le voci gracchianti della televisione, le urla dei bambini, un calcio ad un pallone, un pallone che si staglia sulla porta metallica di un garage, un colpo di pistola, il raglio di un asino, un secchio d’acqua sporca svuotato per strada, u struscj delle scope i ri scupaturi, il camion guidato da Ciccilli i Coscietti, un rimorchio che rovescia per strada il suo carico di sabbia, i saluti dei vicini, i pagghjeri i san Giuseppe, i fragili rami degli ulivi che si sbriciolano al fuoco, le scintille che riempiono di luce, e di gioia, quelle sere, i girotondi dei bambini, le mani delle madri che accompagnano i loro figli.
Quello che mi manca è un fiocco che adorna un grembiule, un pacco di figurine, il letto freddo che ti costringe a dormire vestito, le scarpe da notte, un braciere, gli occhi dei nonni, il primo giorno di scuola, il primo maestro, il primo quaderno, un pacchetto di sigarette Pack – e portami il resto, Giusè, diceva il maestro Berardi – la paura di un vaccino, il tepore di un bacio. 
Quello che mi manca è l’albero di Natale all’Acquanova, il biliardo i ru Catarreri, i giornali, i cartelloni del Moderno e del Comunale, le pile di libri nel negozio di Tonino Cardamone, i mantelli neri, i gruppetti di uomini, a girella, le cantine aperte, l’odore del vino dell’otto dicembre – u juorni i ra mmaculeta tutti i vutti su ‘ntrivilleti - , l’acqua che diventa frizzante grazie a una bustina, u canalicchji, i gummili, le donne vestite eternamente di nero, i comizi, Aldo Moro e Pietro Ingrao, Misasi e Mancini, Longo e Almirante, il negozio dell’orologiaio e gli occhiali di Gravina, la vetrina con le chitarre sopra l’arco, i panni ritirati in lavanderia, il primo dente strappato, una donna svenuta, la seicento dei carabinieri e la prima volta che sentii la sirena dell’ambulanza.
Quello che mi manca sono i cartoni dei frigoriferi che mi davano ricovero sul terrazzino, un camioncino comprato sul catalogo Vestro, una pista elettrica, una bicicletta mai arrivata, una macchinina gialla a pedali, una diligenza e una scacchiera, una macchinina a batterie della polizia, un carabiniere che duella con un delinquente davanti al negozio i zi zi Santa.
Quello che mi manca sono i volti che dalle finestre e dai balconi si tuffavano sopra Cirrja, ad ammirare la vita che scorre, le donne sedute sugli usci, i mariti che tornano sporchi e stanchi dal lavoro, i mariti che tornano una volta l’anno dalla Germania, le telefonate al 41400, i figli venduti, i figli del re - scusi, sa qual è la strada per Napoli?, ripeteva il patriarca sul marciapiedi di sant’Antonio - , la mercanzia che Nando portava da Napoli, un bambino portato via dalla sua casa, u ciucci che prendeva fuoco il 13 giugno, la processione della madonna del Carmine.
Quello che mi manca è il suono delle campane di Santuori, l’odore dell’incenso, la cinquecento di don Gigino, le luci di san Francesco, il palco della festa, l’autoscontro, il cantante, tre giorni di festa, il vestito buono, le ginocchia lavate da mammà, un pezzo di sapone strofinato sulla faccia, i pantaloncini corti, la foto della prima comunione, i dorci per la festa.
Quello che mi manca è un cuoricino che batte forte per uno sguardo lontano, per un volto vicino di una ragazzina irraggiungibile, per una bambina della seconda B, una discoteca improvvista sulla strada del cimitero, camicie bianche colorate da luci strane, un lento, braccia che cingono un collo, corpi che si stringono nello spazio di una mattonella, i primi baci rubati dietro un camion, la prima volta che presi la macchina di papà – statt’attienti, Giusè - e si bucò una ruota.
Quello che mi manca è il sapore delle cose perdute. Il martello i ru quarareri che si scaglia con forza sul metallo incandescente, la sapienza dei venditori ambulanti, i teatrini siciliani all’Acquanova, una sera con zio Giovanni al cinema Comunale (un film con Lando Buzzanca), un pomeriggio caldissimo con mio cugino Josè, il corredo mortuario di nonna Peppina, le inferriate invalicabili del carcere.
Quello che mi manca è una manina che dalla culla prende la mia mano, un caschetto di capelli biondi, una vivacità che ammiravo, una sorellina mai avuta, la letterina di Natale sotto il piatto, gli auguri a ri parrini per avere la strina, i regali mai ricevuti, un singhiozzo, una lacrima, un dolore. 
Quello che non mi manca è un filo lunghissimo, resistente e robusto, che mi lega alla mia infanzia, ai miei piccoli anni, alla mia casa e al mio paese. Ogni tanto, quasi sempre, lo afferro, e mi lascio scorrere, trasportare, andare. Verso i miei ricordi, il mio paese, la mia terra.

(8/5/2014)

Quello che mi manca. 2
Quello che mi manca è il leone della MGM, il suo ruggito, la musichetta iniziale, il film del lunedì sera in bianco e nero che papà dopo cena diceva “questo sì che è un film, Giusè”, e ci sistemavamo sulle nostre sedie mentre mammà sparecchiava e lavava i piatti e i nonni andavano nella loro stanza, altro che divani e cuscini, con gli occhi sgranati, attenti a sentire ogni suono, a carpire ogni immagine, a capire ogni storia. Pippi calzelunghe e i ragazzi di padre Tobia, Chissà chi lo sa - condotto da Febo Conti - e i ragazzini, bambini dello Zecchino d’oro con il coro diretto da Mariele Ventre, i pochi cartoni animati, A come agricoltura, i telegiornali, Marcello Alessandri e le sue cronache dal Medio Oriente, Tito Stagno e Ruggero Orlando, in quella magica notte del sessantanove, l’uomo sulla Luna, un’antenna che funziona male - Giusè, mo si vira sta televisione?, urlava mio padre dal terrazzino i ronna Carbita - immagini nebbiose che arrivano dall’aldilà, Rischiatutto e la signora Longari, il concorrente eliminato perché pronuncia un nome alla napoletana – Mosc-cardini e non Moscardini… - la finale della coppa dei campioni persa dall’Inter in quella primavera del 1967 vista a casa di Peppino i Menzachepi (Trebisonda) perché a casa mia non si vedeva il secondo canale, la paura del venerdì sera con Belfagor e i fantasmi del Louvre, il cuoricino che batteva per lo sceneggiato Il segno del comando – din don, din don, amore mio, faceva la canzone cantata da Lando Fiorini – le partite alla radio della domenica pomeriggio.
Quello che mi manca è il campo della Marina, le partite del Corigliano Schiavonea, le botte in campo, le botte fuori campo, le spedizioni punitive negli altri paesi, i conciliaboli a sant’Antonio, le lunghe discussioni su un rigore, il dolore per un rigore sbagliato da Nino Labonia, un pomeriggio al campo – tu che sei alto, vai in porta, e un pallone che sembrava dovesse finire in rete e io lo parai – i caroselli di festa, il sogno di un futuro intorno a un pallone, un pallone colpito di testa cento e più volte, i palleggi, Facchetti e Mazzola, Suarez e Jair, l’Inter club, a dieci anni avevo la tessera numero quattro, le partitelle a Cirrja nei pomeriggi sonnolenti, gli adulti che dalle finestre sbraitavano – basta cu stu palluni ca stemi rurmienni – le partite guardate al campetto sotto la chiesa di sant’Antonio, Domenico che sbatte la testa su un palo e lascia lì la sua vita, tra un sogno e pomeriggio di sole.
Quello che mi manca è il rumore della macchina per cucire di mammà, il ticchettio di una macchina per scrivere, un catenaccio che chiude la porta di un negozio, un asino che s’impunta verso un canilicchji i Cirrja, il suono di uno stereo a tutto volume, l’altoparlante di un venditore di corredi, la voce i ru capillerj, gli annunci dei comizi – stasera, alle ore otto in piazza del Popolo comizio del partito comunista, parlerà il compagno Pasquale Orsini – il grido disperato di una donna, la benedizione delle casa a Pasqua, l’ultimo giorno di scuola, le vacanze mai fatte.
Quello che mi manca è il pullman che d’estate passava all’Acquanova e raccoglieva i bagnanti, giù verso sant’Antonio e poi dritti verso il mare, direzione Madonnina, le pinne e la maschera, il panino e zio Salvatore – u puozzi feri u bagni, zi?, no, aspetta, hai appena mangiato – l’odore del nostro mare e i colori sgargianti della barche dei pescatori, le buche nella sabbia e le pietre piatte lanciate nel mare a creare rimbalzi, uno, due tre quattro, cinque, sei… ma quella volta il mare era una tavola e la pietra così piatta che sembrava un velo. Un costumino giallo e un corpo magrissimo.
Quello che mi manca è un passaggio. In macchina. Con il pollice alzato come a dire: vai verso Corigliano? E sulla strada del ritorno un motorino abbattuto, macchie di sangue per terra, il segno che una vita era finita.
Quello che mi manca è una notte di stelle così vicine che le prendevi con uno sguardo, con una mano, affacciato al terrazzino della mia casa di Cirrja. Ecco, vorrei abitare su quella stella, dissi una sera a mia madre. Che mi guardò. E sorrise. 
Quello che mi manca è una cartella piena di quaderni e di libri, un grembiule nero, il maestro Berardi - pagine di stanghette e di vocali disegnate su un quaderno – il maestro De Vincenzo – le letture, una mangusta che salva un bambino - la cassetta per i risparmi, il direttore Campolongo, gli occhi perduti per una supplente, il campetto dei giochi, Giorgio Oranges, i turni pomeridiani, la mensa, la carne Simmenthal, il bar del Combattente. 
Quello che mi manca è il primo film vietato ai minori di quattordici anni al cinema Moderno, Vizi privati e pubbliche virtù, i sedili in legno, i biglietti del cinema dove scrivevo le recensioni, i due film al prezzo di uno della domenica mattina al cinema Comunale, l’urlo di Chen che terrorizza l’occidente, la pistola di Ringo, la malavita chiama la polizia risponde. 
Quello che mi manca è il due novembre, quando si andava a trovare i parenti morti al cimitero e io non ce la facevo più a sentire quella puzza di cera, il tredici di giugno, il compleanno e l’onomastico di mammà, quando arrivavano a casa tutti quei dolci, il diciassette maggio, quando a casa mia si festeggiava perché era il mio compleanno, il 24 dicembre, con tutti i preparativi per la letterina, il 25 dicembre, che Cristo ormai era già nato, il 6 gennaio, con l’attesa per un regalo agognato.
Quello che mi manca è il giorno che papà investì tutti i suoi risparmi e comprò finalmente quel piccolo ma benedetto giardino, arance e mandarini, a turra, il pozzo, le sveglie all’alba per andare ad annaffiare quelle fragili piante, i primi frutti, i pomodori dell’orto, le mani sporche di terra. E di fango.
Quello che mi manca sono i desideri di mio padre che avrebbe voluto per me un futuro vicino al suo, a dargli conforto. A vendere bombole di gas – Butangas e Pibigas - pasta Monsurrò e pane caldo nel suo negozio di generi alimentari. O cucine Elba e lavatrici Zanussi. O calce e varechina.
Quello che mi manca è il nostro dialetto, la nostra lingua ormai contaminata, la elle cupa della nostra pronuncia, le parole affettuose, le carezze del mattino di mammà, l’uovo sbattuto con il marsala, il pane con la cioccolata, i coccialivi a ra conza, l’odore dell’acido, i polli spennati senza alcuna pietà da mammà, le macellerie dell’Acquanova, la prima volta che entrai alla Standa di Cosenza, la prima volta che entrai alla Standa di Corigliano. 
Quello che mi manca è il flash della macchina fotografica, che ogni volta, dopo un uso, lo dovevi cambiare, i rullini portati a sviluppare da Giovanni Candia, le lettere scritte a zio Giovanni in Argentina, il postino – Gigino u pustieri - che porta le lettere di zio Giovanni dall’America.

Quello che non mi manca è il ricordo, la memoria, gli occhi puntati sul passato. Ogni tanto, quasi sempre, li chiudo quegli occhi, che si fanno piccoli, occhietti, e mi lascio trasportare. Sulle ali del passato, del mio passato. Del nostro passato.

(10/5/2014)

Cinquantaquattro anni. 

Io sono nato il 17 di maggio del 1960 ma quel giorno papà ebbe paura. Un figlio nato il diciassette, gli disse qualcuno, non porta bene. E lui cominciò a pensare. 
Era martedì. Una bella giornata di sole come non se ne vedevano da tempo a Cirrìa. A vammena abitava a due passi da noi, qualcuno andò a chiamarla. Venite signora, Ninetta ha i dolori. Per mammà era il primo parto. 
Aveva ventitrè anni, mammà, papà ventisette. Mammà, fino alla mattina di quel martedì, aveva visto il suo pancione crescere di giorno in giorno, immaginando quello che c’era dentro. Sarà bruno, sarà biondo, sarà maschio sarà femmina, avrà i miei capelli o quelli di Carlo, il sorriso di nonna Peppina oppure il naso di nonna Tresia, sarà alto e avrà le braccia lunghe, due occhi che guarderanno il mondo. Farà l’avvocato o comprerà un giardino, lavorerà con noi al negozio o diventerà prete, lavorerà in banca o farò il contadino. Mammà coccolava il suo pancione ignara di ciò che poteva accadere. Che sarebbe accaduto.
Cà, cumi u chiamemi, chiese qualche mattina prima a mio padre. Ninè, rispose mio padre, se è maschio Giuseppe, se è femmina Teresa. Giuseppe era il papà di mio padre, Teresa la madre di mio padre. Una volta si usava fare così. 
Mammà quando vide spuntare il pancino, quando si accorse che dentro di lei qualcosa, qualcuno, stava per prendere vita, era piena di gioia. Il suo primo figlio. Una mattina si lavò per bene, indossò il suo vestito più bello, prese la borsa e disse a mio padre che sarebbe andata dai suoi genitori. Nonna Peppina e nonno Natale. Cà, lu vei rici... con gli occhi che a stento trattenevano le lacrime. Mammà piena di orgoglio e di bellezza chiuse la porta dietro di sé e scese il viottolo che l’avrebbe portata intru prainielli. Con il sorriso stampato sulle labbra cominciò a salutare a destra e a sinistra, baldanzosa voleva raggiungere la strada che l’avrebbe portata dentro Cirrja e poi all’Acquanova. Fino a via Roma, dove abitava nonna Peppina... Buongiornj, Rusina, ciao, mastrj Totonno, Frajschielli, cumi stè… non sei andato a scuola. Mammà quella mattina avrebbe voluto dire a tutti che lei non sarebbe mai più stata da sola, che in grembo aveva un figlio che l’avrebbe seguita, inseguita, pensata, amata, anche quando quel figlio avrebbe deciso di andare via dalla sua casa. Mammà era ormai padrona di quelle strade, e di quelle pietre che lastricavano i suoi passi, quella mattina. Stava per diventare mamma. 
Cominciò a scendere verso via Roma e sorrideva ad ogni uomo, ogni donna, ogni bambino che incontrava sulla sua strada. U’ se’ ca fra nu pochi nasci a Giuseppe? O Teresa?, avrebbe voluto dire ad ogni angolo di strada, avrebbe voluto entrare al mercato, a ru fuossi Bianchi, e tra gli astanti gridare la sua gioia, intrufolarsi nei negozi e raccontare la sua gioia, entrare nelle case e comunicare la sua felicità. Ogni tanto si fermava ma subito dopo riprendeva la sua strada. Raggiunse così l’ingresso della casa dei suoi genitori, entrò nel gafio ombroso e cominciò a salire le scale, con il cuore in gola. Bussò, la madre aprì, in casa c’era solo Salvatore, il fratellino di appena dieci anni, Lina, la sorella, sul balcone. 
Ninè, e cumj mei su bbinuta lluochi? 
Ma’, sono incinta. 
Salvatore capì e l’abbracciò. La madre sgranò gli occhi e l’abbracciò. Lina rientrò e l’abbracciò. Il padre, fino ad allora distratto, l’abbracciò. Poi furono informati dell’evento anche l’altra sorella, Teresa, sposata da tempo, e l’altro fratello Ciccillo.
Nella mia futura casa, intanto, i genitori di mio padre non trovavano pace. Sarebbero diventati nonni. Mo pittemi sta cammira, stu tavolini lo spostiamo, la cristalliera va messa all’angolo, sennò Giuseppe, o Teresa, potrebbe farsi male. Papà trascorreva i suoi giorni pensando a quello che conservava la pancia di mammà. Era poco più di un ragazzo, sapeva che un figlio avrebbe cambiato la sua vita, l’avrebbe reso finalmente uomo.
A vammena ogni tanto veniva a casa per controllare che tutto andasse per il verso giusto. 
Intru prainielli, e a Cirrja, la vita scorreva lenta, e veloce, come sempre. 
I bambini correvano per i vicoli, le madri li rincorrevano con le voci, i padri tornavano stanchi dal lavoro, le nonne sugli usci controllavano ogni movimento, i negozi di generi alimentari distribuivano generi di prima necessità.
Il 17 maggio del 1960 mammà disse a papà che forse era l’ora. Tanto attesa, tanto agognata, tanto desiderata. Papà dimostrò disinteresse ma appena varcato l’uscio cominciò a correre verso la casa della vammana. Bussò forte sulla porta. Signora, signora, Ninetta si sente male. La vammana prese un po' di cose, quelle necessarie per una così gioiosa occorrenza, e uscì di corsa. Correva più di mio padre.
Mammà sul letto aspettava. E mentre aspettava con gli occhi chiusi accarezzava il pancione e pregava il Signore di mandargli un figlio sano e forte. Maschio o femmina, Signore, purché sia sano e forte.
Guardò negli occhi a vammena, è l’ora, sembravano dire entrambe. 

Un gioioso supplizio.

Ero nato, finalmente, qualcuno si affacciò sull’uscio, è nato, è nato Giuseppe. 
Il nonno accese un sigaro e depositò i pollici nei taschini del gilet. La nonna strofinò i palmi delle mani sul sinale, pronta a sfiorarmi, desiderosa di toccarmi. 
I ragazzini per strada sembravano aver capito il momento di festa e cominciarono ad avvicinarsi alla porta. Arrivarono il papà e la mamma di mia madre, i miei zii. 
Gistelli chjini i palummi. Pasta in brodo. Pannolini di stoffa e un vestitino bianco. Tutto per un esserino appena nato, per una vita che aveva visto la sua prima luce, per una bocca che aveva sentito il primo odore del latte, per due minuscole mani che avevano avvertito il sordo rumore di una carezza. 

Per me. 

Era il 17 maggio del 1960. A papà avevano detto – quelli che avevano già avuto un figlio – che subito dopo il parto bisognava andare al Comune a dichiarare la nascita. Era obbligatorio. Papà uscì di casa e prese la strada che l’avrebbe portato al Municipio. È nato Giuseppe, è nato Giuseppe, diceva alle persone che conosceva. Auguri, Carlo, fai tanti auguri anche a Ninetta. 
Papà era quasi arrivato al Comune quando incontrò un amico. Carlo, dove vai così di corsa? È nato mio figlio, rispose fiero papà.. Auguri, Carlo, ma oggi è diciassette e questo è un numero che porta male, gli disse quell’amico. Papà s’irrigidì, anche lui aveva sentito che quel numero, diciassette, non portava tanto bene. Impietrito, restò a pensare. E allora, chiese all’amico, come si può fare? Niente, Carlo, vai domani e dici che è nato il diciotto. Il diciotto di maggio del 1960.
A papà servì un attimo per farsi convincere. Tornò verso casa e lasciò trascorrere ventiquattro ore. Il diciotto maggio del 1960 uscì alle otto da casa, intraprese la strada che l’avrebbe portato al Municipio e finalmente lì, davanti a un impiegato, dichiarò la nascita del figlio. Oggi è nato mio figlio, Giuseppe, Giuseppe Casciaro. 
Così nacqui.
Tra le braccia di mia madre e i documenti del Comune. Con ventiquattr’ore di distanza. 
Non vivo a Corigliano dal novembre del 1979, quasi trentacinque anni. Non vivo più quelle stagioni da un tempo infinito ma le avverto ogni giorno.
Ogni volta che sento al telefono mio padre, qualche giorno prima del compleanno, la conversazione prende una piega usuale. Pà, fra un po’ compio trent’anni, pà fra un po’ ne faccio quaranta, cinquanta… Pà il diciassette compio cinquantaquattro anni, gli ho detto qualche giorno fa. Sì, il diciassette, mi ha risposto lui, e non il diciotto. Che fesso che sono stato, ha proseguito, e prosegue da trent’anni, a dire che eri nato il diciotto. Il diciassette, invece, è un giorno bellissimo. Per nascere. Per cominciare a vivere.

Grazie papà, grazie mammà.

(17/5/2014)

A chi è partito è non è più tornato. A chi è partito e vorrebbe tornare,
...
Mammà, me la racconti una favola? Dai mà, non ho niente da fare. La inseguii in cucina, mammà accese cu nu frospiri un fornello della cucina, riempì una pentola d’acqua e la poggiò sulla fiamma generata dal gas. Io ero aggrappato alla sua gonna, le mie piccole mani cercavano di prendere le sue. Mà, dai, non è ancora ora di mangiare, vieni a sederti vicino a me. Mà, però non dirmi un’altra volta la storia di Cappuccetto rosso, e non voglio più sentire di Biancaneve e dei sette nani, e conosco a memoria le avventure di Pinocchio e del gatto e della volpe, e ho letto tre volte il libro Cuore. Mà, inventa una storia per me.
Mammà, con la pazienza che solo una madre può avere, abbassò la fiamma sotto la pentola dell’acqua, si asciugò le mani sul sinale, mi afferrò con le mani - ormai asciutte - sotto le ascelle e mi sollevò verso di sé. Un bacio – gioia i ra mamma – e un abbraccio. Andiamo a sederci, disse, che mammà ti racconta una favola. Dalla strada, da Cirrja, una voce chiamò mia madre: Ninè, Ninettaaaa… Mammà fece finta di non sentire. Doveva raccontare una favola al suo bambino.
C’era una volta un bambino piccolo piccolo che la sera a casa, quando arrivava l’ora di mangiare, si sedeva al tavolino e aspettava che la mamma gli riempisse il piatto. Un po’ di brodo, un pezzo di pane con la mortadella, un po’ di spaghetti con il parmigiano sopra. D’inverno, l’attesa era mitigata dal tepore del braciere, proprio sotto il tavolino. Carboni ardenti che regalavano il calore necessario a superare il freddo di quelle sere. La mano destra accoglieva la sua piccola guancia reclinata, l’altra mano giocherellava con la forchetta. O con il cucchiaio. Gli occhi fissavano il piatto vuoto. 
Mà, cumi si chiameva stu picciulilli? 
Si chiamava… Giusippielli…
Allora chiamiamolo con il suo nome, dissi divertito.
Gli occhi i Giusippielli fissavano il piatto vuoto.
Giusippielli –proseguì mia madre – era triste perché la sera accanto a lui, quando veniva l’ora di mangiare, non c’era la persona che aveva contribuito a farlo nascere. Non c’era il padre. 
Mà, e adduvi ghera gghjiuti, il padre?
Il papà una mattina riempì una valigia con qualche mutandone di lana, due maglie per non sentire freddo, una camicia, un maglione che gli aveva fatto la madre, un paio di scarpe quasi nuove, un cappotto e partì per una terra lontana. 
Mà, e come ci arrivò in quella terra lontana? Mà, e Giusippielli che fece quando il papà partì?
Ci arrivò con il treno, un viaggio di due giorni. E Giusippielli rimase da solo. Con la mamma. 
Mà, ma si può vivere senza un papà vicino? Come fa a vivere un bambino senza il papà vicino?
Infatti, disse mammà. Giusippielli, da quando quella mattina si alzò dal letto e non trovò più in casa il papà cominciò a soffrire. 
Soffrire, mamma? Chi bbena a ddiri soffrire?
Soffrire vuol dire essere triste, non avere più la gioia dentro, vuol dire avere sempre due lacrime pronte a scendere dagli occhi e a posarsi sulle guance. Soffrire vuol dire stare male. Spesso senza sapere perché.
Mà, ma se uno soffre non può andare dal medico e farsi dare una medicina per guarire?
Ci sono sofferenze – disse mammà – che non possono essere curate da un medico.
Avevo capito il senso della sofferenza. Io stavo soffrendo. Soffrivo per un bambino che una mattina al risveglio non aveva più trovato il padre in casa, soffrivo per un piatto vuoto che stava per essere riempito, soffrivo per due lacrime che stavano per uscire dagli occhi i Giusippielli e che stavano per posarsi sulle sue guance. 
Soffrivo per due lacrime che stavano per uscire dai miei occhi e che avevano fretta di posarsi sulle mie guance.
Mamma, ma questa è una storia triste…
Mi guardò negli occhi, i miei occhi si persero nei suoi, i suoi occhi si persero nei miei. Dopo ogni sofferenza, sembrava dire, c’è sempre il momento del riscatto, della gioia. Quando pensi di aver raggiunto la disperazione c’è sempre uno spiraglio, un uscio, una porta quasi aperta, un filo di luce, una speranza che prosciuga le tue lacrimucce, e le mie, e il pianto di chi piange. Ovviamente mammà non mi disse queste parole ma io capii i suoi occhi, lessi il suo sorriso, decifrai il suo sguardo.
La mamma i Giusippielli intanto – proseguì mia madre – aveva preparato da mangiare. Arrivò al tavolino e versò nel piatto del bambino un po’ di pasta in brodo. Ti piace la pasta in brodo, Giusè? Il bambinò scrollò le spalle come a dire: la pasta in brodo o un’altra cosa… è lo stesso, mammà. Non è bello stare seduti al tavolino, mangiare, senza papà affianco.
I miei occhi umidi chiedevano un finale che prosciugasse le lacrime, le mie labbra strette strette pretendevano un sorriso, le mie manine ormai gelide meritavano un po’ di calore.
Mà, e poi?
E poi Giusippielli cominciò ad affondare il cucchiaio nel piatto, cercando di tirare su un po’ di brodo e di portarlo verso la bocca. Ma ogni volta che ci provava, la bocca si serrava e il brodo irrimediabilmente ricadeva nel piatto. Così la mamma per evitare che il figlio deperisse, lo imboccava, con amore.
Mamma, ma perché mi racconti una storia così triste, dimmi qualcosa di gioioso, fammi sorridere, ridere, saltare dalla sedia. La guardavo implorando un finale felice. 
Una sera – disse mia madre – dopo che il bambino si era seduto al tavolino e la mamma stava per portargli da mangiare, qualcuno trucculò alla porta. Chi sarà mai a quest’ora, pensò il bambino, chi è che è venuto a trovarci, pensò la madre. Giusippielli non aveva interesse a scoprire chi c’era dietro la porta, la mamma poggiò la pentola sul fornello spento e pulendosi le mani andò ad aprire.
Seguirono lunghi momenti di silenzio, nessuno che parlava, nessuno che richiudeva la porta, non c’era il rumore dei passi, non c’era il rumore della vita. Tutto, in quei momenti, era rimasto immobile. In cucina, per strada, i cuori. La vita per qualche momento rimase sospesa. Il bambino si alzò dalla sedia e guardingo, sospettoso, si avvicinò alla porta. Vide la madre di spalle, abbracciata a un uomo, le braccia dell’uomo che la cingevano, forte. Giusippielli alzò lo sguardo e cominciò a scrutare il volto di quell’uomo. Aveva qualcosa di familiare, i suoi occhi, pur se chiusi, gli ricordavano qualcuno, un volto già visto. E quelle mani, forse le aveva già incontrate. Fu un attimo. I suoi occhi si sgranarono, le sue braccia si aprirono e le sue gambe cominciarono a sollevarsi, ritmicamente. Papà, papà, papà, cominciò a urlare Giusippielli, papà papà, papà. U petri (colui che protegge e nutre) era tornato. E Giusippielli in quel momento capi bene cosa era la sofferenza, capì bene cosa era la gioia. 
Mà, è finita la favola?
Sì, Giusè, disse mia madre, adesso è ora di mangiare. 
Entrò mio padre, lo guardai con gli occhi ancora umidi di pianto, corsi verso di lui e lo abbracciai. Il padre di Giusippielli era tornato. Il mio papà era tornato. 
(21/5/2014)

Il termometro

Non volevo andare a scuola, quella mattina. L’aria era fresca, la primavera era sbocciata da un po’, i gerani nel nostro terrazzino già mostravano i loro primi fiori rossi. Papà aveva preso le chiavi del negozio ed era sceso. Una dozzina di gradini. Sentii il rumore del catenaccio che liberava la sua morsa, un suono metallico, la robusta porta di legno – due ante, pesanti e colorate di marrone - appoggiata con la forza necessaria verso il muro, prima a destra poi a sinistra. Sentii il rumore del portascope, un attrezzo di legno che sembrava una fuciliera, sei belle scope in mostra - che però non sparavano - che papà aveva appena poggiato sulla sinistra della porta, in bella mostra, una scopa cento lire… 
Papà, stamattina voglio stare al negozio con te, vendere la pasta l’olio, lo zucchero e il pane, fare i conti, rispondere al telefono, vedere il rappresentante della Galbani che scarica la merce dal suo furgoncino giallo, sedermi su uno dei gradini, prendere un panino, tagliarlo in due e riempirlo di mortadella, afferrarlo, morderlo, mangiarlo davanti agli occhi di Cirrja.
Non glielo dissi a papà.
Mammà intanto mi chiamava. 
Giusè, è tardi, devi andare a scuola. 
La scuola. Perché un bambino deve alzarsi presto la mattina, indossare un grembiule, mettersi in fila, entrare in una stanza che non fa parte della sua casa, stare con la schiena dritta, fare attenzione a quello che dice il maestro, soffrire in silenzio, aprire un quaderno e riempirlo con strani e ripetuti segni, essere giudicato, prendere un voto, tornare a casa con il broncio… Perché? Quella domanda, dieci, cento domande, quella mattina mi giravano in testa. Sembrava un frullatore, la mia testa, la mia piccola testa. Mischiavo il volto del maestro con una paginetta piena di vocali e con un pallone sbattuto su una porta di ferro, la strada che mi separava dalle Monachelle con il panino nella cartella e lo sguardo perso verso le colline della Costa, le scarpe consumate ma lucide con il grembiule nero cucito da mammà e con le donne di Cirrja che a quell’ora già stazionavano sugli usci. Con-fondevo il dovere, l’obbligo, con la mia voglia di libertà.
Giusè, ‘a capiti ch’è tardi?
Mà, non mi sento bene, stamattina. Volevo affacciarmi dal terrazzo, scendere per strada, fare un giro a ru Prajnielli e sentirne i primi rumori, voltarmi e andare all’Acquanova, accarezzare un asino, inseguire un gatto, cercare un rifugio per i miei segreti, e i miei sogni, volevo vivere una mattina a Cirrja. Guardare i fiori e sentirne il profumo, ammirare le donne che riempivano i gummili alla fontana, parlare con Guerino e Lucia i canzunelli, assistere alla vita che scorreva per la mia strada. 
Non volevo andare a scuola. 
Forse ho la febbre, mà, le dissi. 
Allora misuratela, disse mammà. Prese dallo stipetto della cucina il termometro, con un movimento energico lo strinse tra l’indice e il pollice della mano destra e cominciò a sventagliarlo nell'aria. Finchè il livello del mercurio non raggiunse il segno dei trentacinque gradi. Tieni, mettilo bene. Presi il termometro con le mie manine, lo depositai sotto l’ascella, serrai forte il braccio e mi sedetti su una sedia. Ero già vestito, mi mancava solo il grembiule per essere pronto e uscire. 
Gesù, fammi venire la febbre, ti prego. Dopo pochi minuti mammà disse che era ora di toglierlo quel termometro, virimi quanti tieni. Annullai la forza impressa al braccio e presi in mano il termometro. Prima di guardarlo ripetei: Gesù, fammi venire la febbre.
Mammà intanto si era allontanata. Con l’altra mano mi strofinai gli occhi per essere sicuro di vedere bene senza gli appannamenti del mattino. Poggiai lo sguardo su quello strumento che quella mattina poteva essere un mio amico, ma così non fu. 
E neanche Gesù mi dette una mano.
Il mercurio, quel blu che altre volte era salito come un missile, quella mattina si impantanò sui trentasei e mezzo. Con quella temperatura, ormai lo avevo imparato, non si può dire che una persona ha la febbre e quindi deve continuare a fare tutto ciò che aveva in programma. Un padre andare a lavorare, una madre sbrigare le faccende in casa, un bambino andare a scuola. Ma quella mattina, nonostante l’evidenza, decisi di sovvertire la realtà, l'ordine naturale delle cose. Un lampo. Il termometro mi cadde dalle mani, cento minuscoli pezzetti di vetro andarono ad adornare il pavimento, minuscole porzioni di mercurio traballante e viscido galleggiarono fra il tavolo da pranzo e le zampe delle sedie impagliate. 
Un altro lampo. 
Mamma, il termometro segna trentotto, ho la febbre mamma, solo che per la debolezza mi è caduto dalle mani e si è sfracellato a terra.
Giusè, c’a fatti? E mo chini lu ricia a parti…
Mamma, mi sento male, non glielo dire a papà che si è rotto il termometro. Non glielo dire che mi sento male. Anzi, diglielo.
Mammà mi guardò, poggiò le guance sulla mia fronte, cercando un riscontro naturale a quella mia, personalissima e poco scaltra, verità. Non ero caldo, anzi, ero fresco, come quella fresca mattina di primavera inoltrata. Mammà se ne accorse. Mi guardò negli occhi, quei miei occhietti che dovevano essere lucidi ma che quella mattina erano particolarmente vispi. Non parlò ma i suoi occhi mi sorrisero. Mi fissò, come solo una mamma può fare. Comprese il mio disagio, condivise la mia voglia di una mattina di libertà.
Gioia i ra mamma, tieni ’a freva, oggi non puoi andare a scuola, disse, con i suoi occhi adagiati sui miei.
Mammà aveva afferrato il mio desiderio. Era diventata, per un secondo, un minuto, una giornata, una vita, complice della mia piccola, infantile necessità.
Ti vuoi rimettere il pigiama?, mi chiese con un tono amorevole.
No, mà, sto bene anche così, vestito, anzi, adesso mi copro un po’ di più e mi siedo fuori, sui gradini.
Giusè, ma con la febbre non puoi stare fuori… ti devi riguardare.
Anzi, avrebbe voluto dire, sono io, tua madre, che deve fare in modo che tu ti riguardi. Come ogni madre dovrebbe fare. Anche se stamattina mi hai detto una bugia. 
Sentii su di me quelle parole non dette, quei moniti non pronunciati, quella lezione non impartita. Per un attimo pensai davvero di avere la febbre e maledii l’attimo in cui il termometro mi era caduto dalle mani. Se il termometro fosse stato intero l’avrei preso, sbattuto sotto le ascelle e allora sì che mammà avrebbe visto il mercurio arrivare a trentotto. Allora sì che Gesù mi avrebbe dato una mano. Ma così non fu. Perché quella mattina stavo bene, avevo solo voglia di stare a casa, con mammà e con papà. 
Varcare la soglia e osservare le cose, le persone, gli animali. 
Respirare e sentire l’odore della strada.
Aprire le braccia, abbracciare mammà e ringraziarla per la sua taciturna, dolce, spensierata, complicità.

(5/7/2014)

Il segno della croce.
Alle sei e mezza di un mercoledì mattina del mese di aprile, agli inizi degli anni Settanta, mammà, che già era vestita e pettinata e che già profumava di fresco, poggiò con dolcezza le sue mani sulle mie spalle addormentate. Sentii il suo calore. 
Giusè, rivigghjti ch’è tardi, devi andare con don Gigino al mercoledì della Madonna del Carmine.
Qualche mese prima della festa della Madonna, che ricorre il 16 luglio, il prete che aveva in cura quella chiesa, a quel tempo don Gigino Guidi, parroco di Santuori, ogni mercoledì e fino alla ricorrenza celebrava una messa preparatoria per la festa. Don Gigino mi chiese di accompagnarlo in quel suo lavoro, visto che io ero già chierichetto della parrocchia di Santuori e me la sbrigavo abbastanza bene con le funzioni religiose. Poche cose: sapevo preparare l’altare, suonare le campane, cambiare l’acqua ai fiori, servire messa, rispondere a tono alle preghiere.
Giusè, ti vo rivigghjeri…
Avrei preferito continuare a dormire quella mattina di aprile di quaranta e più anni fa, ma avevo dato la mia parola, di bambino, a don Gigino. Lasciai sul letto i miei sogni e mi alzai di scatto. Infilai i pantaloni, misi le scarpe, una camicia e un maglioncino. Mammà mi aspettava in cucina per lavarmi la faccia. Mi pettinò. Un attimo, ed ero pronto per uscire. Presi la cartella (perché poi dovevo andare a scuola), mammà mi dette un bacio e già avevo raggiunto la strada. Fuori, a Cirrja, c’era silenzio a quell’ora. Il sole si stava alzando, regalando una luce che non avevo mai visto alle colline della Costa. Quegli alberi laggiù in fondo alla valle, i muri delle case, le porte chiuse, la strada addormentata, avevano un colore che i miei occhi di bambino vedevano per la prima volta. Non girava nessuno per Cirrja. Non c’erano uomini, donne, picciulilli, cani, palloni, urla, dolori, sorrisi, volti scavati dall’età e dalla fatica. Salii di corsa verso l’Acquanova, l’appuntamento era alle sette all’angolo con la strada dell’Ospizio, da lontano mammà mi diceva: un fujiri, non correre, Giusè, che ancora è presto. Raccolsi le sue parole e rallentai. 
Cominciai a guardarmi intorno, ad ammirare ciò che vedevo sempre ma che non avevo mai visto. Fu allora che diedi per la prima volta un senso al silenzio, al vuoto, all’immobilità. C’ero solo io in quel mattino d’aprile, nel mio paese, per le mie strade. Rallentai, come mi aveva detto mammà, e cominciai a scendere per via Roma. 
Erano chiusi i negozi, le porte delle case, i balconi e le finestre. Il rumore dei miei passi rompeva quell’armonia mai assaggiata prima di quell’ora, il mio sguardo curioso cercava volti che non c’erano, macchine che non passavano, cuori che non battevano.
Verso la fine della strada alzai gli occhi e cercai il balcone di nonna Peppina. Tutto sbarrato. Anche lei, quella mattina, dormiva.
Da lì la strada dell’ospizio era a due passi. Li affrontai, con tranquillità, cercando la macchina di don Gigino, una Cinquecento bianca. Non c’era ancora don Gigino. Meno male, dissi, così posso ancora ascoltare questi piccoli silenzi di questo piccolo mattino coriglianese.

Non c’ero mai entrato in quella chiesa. 
Don Gigino parcheggiò la macchina.
La mia curiosità era immensa. Chissà cosa avrei trovato dietro quella porta. 
Sui gradini un fascio di fiori bianchi. Li afferrai, come se fossero per la mia mamma.
Don Gigino afferrò una chiave che stava dentro la sua borsa e aprì la porta della chiesa. 
Vieni Giusè, questa è la chiesa della Madonna del Carmine.
Ero abituato alla mia chiesa, Santuori, piccola, ne conoscevo tutti gli angoli, sapevo perfettamente cosa c’era negli armadi della sacrestia, avevo imparato a valutare la stabilità di ogni singolo gradino che portava in alto, verso l’organo, avevo impresse dentro di me tutte le immagini della Via Crucis, conoscevo a memoria le pagine del messale, la lunghezza delle due corde delle campane, il posto dell’incenso, i ri cirogini, la disposizione delle sedie. Ma di quel posto non sapevo nulla.
Mi apparve all’improvviso una chiesa più grande della mia, più importante, soffitti altissimi, immagini sacre che avrebbero meritato un pubblico attento e continuo.
Vai a suonare le campane, mi disse don Gigino, le corde sono là dietro. E mi indicò un luogo non lontano dalla rassicurante statua che raffigurava la madonna del Carmine. Posai i fiori sull’altare, m’inginocchiai, il segno della croce e con passo svelto raggiunsi le corde penzolanti che qualcuno avevo mosso con sicurezza un anno prima. Con la mano destra cominciai a tirare la prima corda, per saggiare il suono, din, con un altro piccolo movimento della mano sinistra provai l’altra campana, don. Poi, con movimenti consumati, diedi vita a quel piccolissimo concerto di suoni monotoni. Due, tre minuti. Per far sapere alla gente che abitava lì intorno che la chiesa era riaperta e tutto era pronto per celebrare la prima messa dell’anno in onore della madonna del Carmine.
Non ci fu una folla di fedeli alle sette e mezza di quella mattina. Una ventina di donne con il fazzoletto in testa in segno di rispetto. 

Quel mercoledì mattina rappresentò solo il primo momento della festa. Poi ci sarebbero stati gli altri mercoledì e un mese prima del 16 luglio il giro per il paese e per le frazioni a raccogliere le offerte per la Madonna. La questua. Quell’anno, ricordo, raccogliemmo circa duecentomila lire. Poi arrivava il giorno della processione per le strade del paese. La banda che suonava e la gente che dalle strade e dai balconi pregava la Madonna. Per un raccolto migliore, una vita senza malattie.

Finita la cerimonia don Gigino tolse l’abito talare, raccolse le sue cose, io spensi le candele, sistemai i vasi dei fiori e misi a posto le sedie. La chiesa era ormai deserta. Uscimmo. 
Fuori, notai una croce di ferro piantata su un blocco di cemento, segno per viandanti e passeggeri che lì albergava un luogo per il culto. Da rispettare. Ma quella croce non era dritta come le altre che avevo visto, non si ergeva implacabile verso l’alto. Quella croce era piegata e mai nessuno aveva provato a raddrizzarla. Provai a capire, cominciai a chiedermi perché. Perché una croce deve essere piegata e non svettare, perché qualche artigiano del passato può aver pensato di creare un simbolo così profondo di religiosità senza rispettare l’immagine che tutti abbiamo di una croce?
Poi un giorno, tra verità e leggenda, arrivò la risposta.
C’era una volta un gruppo di persone che passò dalle parti del ponte. Uno di loro che portava un fucile, forse ubriaco, a un centinaio di metri dalla croce sfidò i suoi amici. Volete vedere che da qui riesco a colpirla quella croce? Ma no, lassa steri, è la croce della chiesa della madonna del Carmine, disse uno di loro. L’uomo con il fucile, in preda al suo delirio, voleva vincere la sua sfida. Imbracciò la sua arma, la puntò verso la croce e premette il grilletto. La pallottola cominciò a viaggiare verso quel simbolo di fratellanza, lo raggiunse e lo piegò. L’uomo e i suoi amici si avvicinarono. La croce era piegata.
A visti, chi t’avja dditti ghji?, disse baldanzoso l’uomo che aveva sparato. Ma i suoi movimenti non erano naturali. La sua schiena dritta fino a un attimo prima dello sparo era deformata. Piegata. E vi restò per tutta la sua vita. Come la croce della chiesa della Madonna del Carmine.

(16/7/2014)

Una giornata al mare.
Vai a letto, mi disse mammà, che domani andiamo al mare. 
Era un sabato sera del mese di luglio, avevamo finito di mangiare da un po’, in casa faceva molto caldo. Ero nel terrazzino di casa mia, affacciato verso le colline della Costa. Ogni tanto s’intravvedevano i fari di una macchina che scendeva verso il paese, ogni tanto si notavano le luci di qualche macchina che si intrufolavano tra gli alberi. Guardavo quei bagliori e cercavo d’immaginare la strada che illuminavano, i tronchi degli alberi a cui davano chiarore. 
‘A capiti, Giusè? 
Per strada non c’era quasi nessuno. Di fronte a me, sul loro uscio, Lucia i canzunelli si sventagliava e Guirini era assorto su un libro; per strada un paio di uomini, allegri, scendevano baldanzosi e ciarlieri, forse un po’ ubriachi. Non erano di Cirrja; forse, pensai, vanno verso i pinnini, dove Jolanda a riggitana regalava l’amore in cambio di pochi soldi.
Sentii di nuovo la voce di mia madre, stavolta proveniva dalla cucina.
Giusè, è ora di andare a dormire sennò domani u’n ti rivigghji priesti.
Aveva ragione mammà, se avessi continuato a fantasticare, a guardare, a sospirare, a pensare, a sognare, il giorno dopo avrei fatto storie al momento del risveglio. 
Ero già stato al mare, con zio Salvatore, un paio di mattine. Prendevamo il postale di Scura che fermava all’Acquanova e ci portava direttamente sulla spiaggia, in direzione della Madonnina. Quella mattina però era un giorno speciale, perché al mare ci andavo con papà e mammà e soprattutto non dovevamo aspettare il postale ma andavamo con la nostra macchina, la Seicento che papà teneva chiusa gelosamente nel magazzino sotto casa dove, prima, una donna vendeva carbone e carbonella.
Infilai il costumino da bagno, una maglietta e dei pantaloncini, un paio di calzini leggeri e le scarpine estive che mammà mi aveva preparato su una sedia ai piedi del letto. Mi affacciai sulla porta di casa e vidi la nostra macchina già pronta, con il cofano aperto. Mammà e papà la stavano caricando. Un paio di borse che contenevano la roba da mangiare, le tovaglie (da noi si chiamano così…) per asciugarsi e stendersi al sole dopo il bagno, il mangiadischi. Il cofano della Seicento era già pieno. Papà levò l’asticella che lo sorreggeva e lo fece scendere delicatamente, fino alla sua base, poi dette un colpetto e un clac, un rumore metallico ormai familiare, fece intendere che era chiuso alla perfezione. Sul portabagagli papà legò l’ombrellone, una sedia a sdraio e un grossa camera d’aria, già gonfia, forse di un camion, che sarebbe servita da salvagente. Papà aveva i pantaloncini corti, non l’avevo mai visto vestito in quel modo. Mammà portava un vestitino semplice semplice ma che le regalava, come al solito, un’aura di bellezza e di innata eleganza.
Arrivammo sulla spiaggia dopo essere saliti per Cirrja, scesi per via Roma, dopo aver sorpassato la Villa e affrontato la curva i ru giruni, dopo aver passato il ponte e incrociato con lo sguardo i primi agrumeti, fino al bivio della stazione, dopo aver girato a destra e per immetterci nel lungo rettifilo che portava dritti al mare. 
Papà parcheggiò in un posto dove c’era il sole ma, disse, fra un po’ qui arriverà l’ombra e quando torneremo a casa troveremo la macchina fresca. 
Scaricammo borse e suppellettili per vivere quella giornata al mare. Papà cercò un posto a un paio di metri dalla riva dove poter piantare l’ombrellone. Un’impresa. Prima scavò una piccola fossa tra le pietre, poi prese il bastone appuntito e con forza lo conficcò in quel basamento aspro e roccioso. Saggiata la stabilità del palo, lo raddrizzò e sopra vi infilò l’ombrellone. D’un tratto accanto a noi si formò un cerchio d’ombra che avrebbe rappresentato il riparo, girevole, per tutta la giornata.
Mà, u puozzi feri u bagni? No, Giusè, siamo appena arrivati, l’acqua è fredda, aspetta un po’. Andai verso la riva e immersi i piedini nell’acqua. Presi delle pietre piatte, lo avevo visto fare da qualcuno, e le scagliai verso quelle calmissime acque di una domenica di luglio dei primi anni Sessanta. 
Quei piccoli salti riuscivano a regalarmi un po’ di spensieratezza. Come può una pietra riuscire a saltare sull’acqua? Una, due, tre, quattro volte? Una volta, mi disse papà, sono riuscito a far saltare una pietra per dieci volte, e forse più, saltava, saltava, finchè lo sguardo la perse di vista, quella pietra. 
Mi misi a cercare la pietra più piatta del mondo, per fargli fare uno, dieci, venti salti, e forse più. La trovai, l’afferrai con la mano destra, piegai il busto e la lancia radente la superficie dell’acqua. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei salti, finchè, forse stanca per quell’esercizio innaturale, non riemerse più.
Papà prese la sua camera d’aria e si avvicinò alla riva. Vieni Giusè, jemi facimi u bagni. 
Mi aggrappai alla sua mano, pà, un sacci nateri, gli dissi, non ti preoccupare, rispose. Mi prese in braccio e mi poggiò sul bordo di quel salvagente d’altri tempi e cominciò a spingere dolcemente, a destra e a sinistra. Mi pareva di sognare. Poi mi riprese in braccio e mi sollevò verso il cielo: mo ti jietti intra l’acqua, disse ridendo. No, pà, per favore, ho paura. Mi abbassò con dolcezza e cominciò a immergermi nell’acqua del nostro mare. Vedevo il fondo, pietre e sabbia, qualche pesciolino vagante. No pà, ho paura, ci su i pisci… m’azzicchini. Piano piano mi poggiò in quel mare cristallino come in un battesimo. Trattenni il respiro pensando di affrontare chissà quali pericoli ma quando i piedi toccarono il fondo avevo tutta la testa fuori. Abbandonai le braccia di mio padre e cominciai a muovermi, a sbattere le mani sull’acqua, a saltare in maniera scoordinata. Ero felice.

Un po’ prima dell’ora solita del pranzo (al mare viene fame prima) mammà cominciò ad aprire le borse che contenevano la roba da mangiare. Il giorno prima, io però non me ne ero accorto, aveva preparato la pasta imbottita, le cotolette di carne, una frittatina e qualche bucchinotto con la marmellata. Che sistemò al centro del cerchio d’ombra. Papà intanto era andato verso la riva dove fin dal mattino aveva sistemato un paio di bottiglie piene d’acqua perché così l’acqua del mare le avrebbe tenute fresche. E un grosso cocomero, che anch’esso beneficiò dello sciabordìo provocato dalle onde. 
Ci sedemmo intorno a quel desco improvvisato e cominciammo a mangiare. Come non avevo mai mangiato. 

Mi ero addormentato, su una tovaglia, all’ombra di quell’ombrellone colorato. Un refolo di vento mitigava l’afa di quel pomeriggio al mare. Dormivo ma negli occhi avevo i salti delle pietre piatte e la forza di papà che conficcava l’ombrellone tra la sabbia e le pietre, l’odore dell’acqua salata e la camera d’aria usata come salvagente, l’ultima fetta di cocomero e quell’acqua fresca… Sognavo ciò tutto il bello che avevo appena vissuto. Come dovrebbero essere i sogni. 
Quando, all’improvviso, una voce straziante mi distrasse da quel tenuo torpore. S’è perso, s’è perso, ‘ a ti visti? Lo avete visto mio figlio, si è perso, urlava il padre, s’è perso, s’è perso, oi malanova mia, urlava subito dietro la madre. Un bambino aveva abbandonato il suo ombrellone e distratto chissà da cosa, chissà da chi, cominciò a camminare sulla riva. Tutti gli altri bagnanti di quella domenica di luglio si alzarono dalle sedie a sdraio o abbandonarono i loro giacigli improvvisati. Tutti allungarono i loro sguardi, alla ricerca di un bambino che aveva abbandonato l’ombrellone del papà e della mamma, la sua casa instabile di quella domenica di luglio. Alcuni si misero le mani aperte sulla fronte per non essere infastiditi dal sole durante quella ricerca pomeridiana. Altri cominciarono a camminare a passo svelto, chi a destra, chi a sinistra. Del bambino non c’era traccia.
U picciulilli mij, urlava disperata la madre. ‘A ti visti a figghjmi, chiedeva implorante il padre. Io ero rimasto impietrito nel cerchio d’ombra tra la sabbia e i sassi, la mia totale inesperienza non mi consentiva di agire. Quando non si ha esperienza si resta impietriti. Come rimasi io quel pomeriggio di una domenica di luglio.
La spiaggia era tutta tesa verso un solo obiettivo: trovare il bambino. Gli sguardi si rincorrevano tra gli ombrelloni, alcuni scrutavano il mare. 
Da lontano, notai un gruppo di persone che urlavano: è lluochi, è lluochi. E’ qui, è qui. Il papà e la mamma si voltarono di scatto e cominciarono a correre. Il bambino, piagnucolante, era in braccio a un uomo. Ecco vostro figlio, disse, fiero, quell’uomo, mentre intorno una folla di persone, uomini, donne e bambini, chi in silenzio, chi a voce alta, esclamava: minu meli, minu meli. Meno, male, meno male.

Tornammo a casa che il sole era ancora alto. Negli occhi avevo ancora le braccia di papà che mi facevano roteare verso il cielo e piano piano mi lasciavano cadere con dolcezza in quell’acqua trasparente. 
Ma soprattutto avevo due piccole lacrime che mi ricordavano un attimo di felicità: un padre e una madre che avevano ritrovato il loro bambino che si era perduto, un bambino che dopo essersi perduto aveva ritrovato la sua mamma e il suoi papà.
(grazie a gaetano gianzi per la foto)
...
(Oggi ritorno a Corigliano, tra le braccia di mio padre e di mia madre, cercherò con gli occhi di vedere quel terrazzino che non mi vede più, quella strada che non mi è più amica, quelle voci che si sono perse, quel mare dove nessuno mette più, al fresco, cocomeri e bottiglie, quegli ombrelloni colorati e quelle camere d’aria, cercherò nei ricordi la voce straziante di una madre, la gioia di un bambino che ritrova il padre e la madre).

(25/7/2014)

Non alzarti, nonna, mi abbasso io.
Ketty, la mia gatta siamese dagli occhi verdi e con il pelo morbidissimo, lo sguardo suadente e le zampette sempre affettuose, quella sera girovagava per casa come non era solita fare. Era irrequieta. S’intrufolava sotto le sedie, si ergeva alla ricerca di una carezza, o di un pezzo di pane, usciva sul terrazzino e con gli occhi s’incuneava tra i paletti di ferro della ringhiera, anche lei alla ricerca di qualcosa, di qualcuno, sulla strada di Cirrja. Ogni tanto un miao, lamentoso e sterile.
Nonna, ma chi ttena ra gatta?, chiesi preoccupato a nonna Peppina, la madre di mia madre, preoccupato per quell’andamento altalenante che non lasciava presagire nulla di buono. 
Ketty, la mia gatta siamese, da un po’ di tempo si era imbolsita, aveva perso la sua linea gentile ed elegante, il suo passo era diventato pesante e affaticato.
Giusè, disse nonna senza neanche staccare gli occhi dal suo lavoro all’uncinetto, Ketty aspetta tanti gattini. E vuoi vedere che stanotte è la notte buona?
Rinfrancato dalla risposta di nonna Peppina andai un pochino per strada. L’ora era tarda, forse le dieci di sera, volevo cercare, inseguire con lo sguardo quei tanti gatti di Cirrja, uno dei quali aveva sicuramente la responsabilità dell’incedere poco elegante della mia Ketty. Ce n’erano tanti davanti al canalicchio, non riuscii a individuare - anche perché sarebbe stato impossibile - il responsabile di quell’accadimento che sembrava imminente.
Ketty era solita dormire con me, sotto le coperte, regalandomi il calore necessario a superare il freddo delle notti d’inverno. Si raggomitolava, chiudeva gli occhi e dormiva. Io l’accarezzavo. E anch’io dormivo. Ma quella notte non fu così.
Nonna Peppina, che evidentemente ne sapeva più di me, quella sera decise che Ketty avrebbe dormito su un giaciglio improvvisato. Così arrieri a stagghieta, nella stanza dove io e mio fratello dormivamo con la nonna, fu sistemato un giaciglio d’emergenza, per un eventuale e imminente parto. 
Ketty a malincuore accettò quella soluzione, si adagiò sul lettino di una notte con circospezione e con quello sguardo - che solo un gatto può regalare - cominciò a fissarmi. Poi chiuse gli occhi. E si addormentò. O fece finta di farlo.
Mi addormentai, senza il tepore di Ketty, senza la sua calda compagnia.
Nel cuore della notte all’improvviso, aprii gli occhi, infastidito da una sensazione di bagnato. Con le manine cominciai a toccare le lenzuola e con mia grande sorpresa incontrai il pelo morbido di Ketty. Aprii subito gli occhi e accesi l’abajour (ah, i francesi). Sollevai le coperte e vidi Ketty e un nugolo di gattini, i suoi gattini, appollaiati addosso alle mie gambe. 
Nonna, nonna, Ketty ha partorito. 
Nonna Peppina, con la calma che la contraddistingueva, si alzò dal lettino (la ricordo sicura nella sua camicia da notte bianca), disse qualche parola che non ricordo, prese con pazienza a me sconosciuta tutti i gattini, uno ad uno, e li portò nel giaciglio preparato arrieri a stagghjeta. Ketty la osservava, guardinga e sospettosa. Completata l’operazione, anche lei, la gatta, ritornò al giaciglio. Donandomi uno sguardo furtivo.
Nonna Peppina, dopo la complicata operazione, mi disse che quella notte io dovevo dormire nel suo letto, che era asciutto, mentre lei avrebbe dormito nel mio, impraticabile per un bambino. Così facemmo. 
Chiusi gli occhi ma dentro avevo ancora l’immagine di quegli esserini che cercavano la loro mamma. E mi addormentai. 
Al mattino aprii gli occhi, scostai le coperte di quel letto che non era il mio, e la sorpresa fu davvero grande. Proprio in fondo a quel letto di una notte giaceva Ketty, sveglissima, con la sua nuova famiglia. Tutti asciutti e leccati, segno di una notte insonne. Ketty aveva furtivamente raggiunto il suo obiettivo: accudire i suoi gattini accanto a me. A notte fonda, mentre nonna Peppina dormiva nel mio letto, Ketty abbandonò il suo giaciglio e ad uno ad portò i gattini nel letto dove io non dovevo essere. Ma c’ero. Per lei, e per me.

Nonna Peppina cominciò a venire nella nostra casa, trascorrendovi intere stagioni, quando restò da sola. Ovvero quando nonno Natale, ad un’età prematura, se ne andò per sempre. Così lei decise di condividere la sua solitudine con i figli. Anzi. Le figlie femmine. E i nipoti. D’inverno stava da noi, in primavera andava da zia Lina e da zio Pasquale, d’estate da zia Teresa e da zio Alberto. 
Papà andò a prenderla, una mattina d’inverno. Nonna scese dalla macchina guardandosi intorno, Cirrja non era il suo ambiente. Lei viveva in via Roma, dai suoi balconi padroneggiava a destra l’ingresso del paese, a sinistra la salita che portava alla piazza principale, l’Acquanova. A malincuore, immagino, accettò quella sistemazione, tra le voci, i suoni, i rumori, la gente di Cirrja.
Papà scese dalla macchina e prese due piccole valigie. In seguito scoprii che solo in una di quelle valigie c’era tutto il necessario per la sua vita quotidiana. Nell’altra, che teneva gelosamente custodita sotto il letto, c’era qualcosa che non avrei potuto neanche immaginare.
Vedi, Giusè, mi disse una mattina, nonna è pronta ad andarsene per sempre, perciò porto con me tutto ciò che quel giorno sarà utile per il mio ultimo giorno. Una sottoveste, un paio di calze, un vestito, le scarpe, un fazzoletto bianco, un rosario. Questo c’è nella valigia che tengo sotto il letto, Giusè. E che porto con me, di casa in casa, fino al giorno della mia morte.
Nonna Peppina nella mia casa portò la gioia del sorriso, l’eleganza dei gesti, la morbidezza della voce, la tenerezza degli occhi, le mani calde sempre pronte a una carezza, uno sguardo complice, cento parole di comprensione. Mille sorrisi e qualche lacrima. 
Ormai giovanotto, la cercavo quando uscivo, inseguivo i suoi occhi per un po’ di comprensione, cercavo le sue guance, per un bacio affettuoso. Non alzarti nonna, che mi abbasso io. Te lo do io un bacio. Affrancandomi dalla fanciullezza
Ormai adulto le confidavo le mie storie, i giorni della mia vita, i dettagli dei miei primi lavori, raccogliendo sempre la sua approvazione. Assorbendo sempre la sua tenerezza.
Un giorno le dissi: nonna, la prossima volta che torno da Roma porto un figlio che non è mio… Mei vo r’essiri, gioia i ra nonna, rispose lei, abbozzando un sorriso leggero e affondando i suoi occhi nei miei.
Poi una mattina nonna Peppina, come tutte le nonne, e i nonni, respirò per l’ultima volta. Io non c’ero a guardare i suoi occhi, ad ammirare la sua pelle liscia e gentile, non c’ero quando qualcuno tirò fuori da sotto un letto una valigia con la sottoveste, un paio di calze, il vestito nero, le scarpe, un fazzoletto bianco. Ed un rosario. Non c’ero ad ammirare il suo ultimo sguardo. A ricevere il suo ultimo sorriso. Non c’ero ad ascoltare le sue ultime parole (più volte dette): mi raccomando, Giusè, devi volere bene a quel figlio anche se non è tuo.
Ogni tanto, rivedo i suoi occhi e lo sguardo furtivo di Ketty, la sua vestaglia bianca, una valigetta nera e le lenzuola bagnate, risento le sue parole e i suoi moniti sempre materni. 
Ogni tanto rivedo un nugolo di gattini in una notte agitata. Una carezza improvvisa.
Ogni tanto sento forte un rimpianto.
Di non averle dato l’ultimo bacio su quelle guance fresche come una rosa appena sbocciata. Quando i suoi occhi ormai erano chiusi per sempre.
E di non averle detto per l’ultima volta: non ti alzare, nonna, mi abbasso io. Per l’ultimo bacio.

(1/8/2014)

“Pà, allora? Come stai?”
Ci sentiamo non troppo, non troppo spesso, con papà. E con mammà. Ogni settimana. Chiama lui. 
“Giusè…”.
“Aspetta, pà, attacca, ti chiamo io”. “Allora? Cosa hai mangiato stasera? “.
Ormai non mangia più come una volta, papà. A ottantuno anni deve concedersi qualche limite. E’ dimagrito. Da quando gli hanno trovato la glicemia un po’ alta sta attento a tutto. 
“Giusè, ha perso dieci chili negli ultimi mesi - mi dice mia madre orgogliosa - E’ un figurino”.
“Pà, quando vieni a trovarmi?”.
“Ci avevo pensato Giusè, ma con tutti questi dolori, non voglio darvi fastidio”.
“Pà, sapessi i dolori che ho io… E la mia glicemia alta, lo sai, te l’ho già detto, è diabete…”.
“E che ho mangiato, un po’ di carne rossa, ho preso quattro frese grandi come una cento lire, ma ne ho mangiate tre. Sessanta grammi”.
“Bravo papà. Allora quando venite?”.
“Ci avevo pensato, dopo i morti cominciamo a raccogliere i mandarini, non lo so se riusciamo a venire a Roma”.
Papà, e mammà, hanno bisogno di essere incoraggiati. Io non so se dopo ottanta anni di vita avrò ancora voglia di prendere un autobus, sette ore di viaggio e arrivare a casa di mio figlio. Papà e mammà la forza ce l’hanno ancora. Spero di avercela anch’io fra venticinque anni la forza per andare a trovare un figlio lontano.
“Pà, va bene, vi aspetto sabato prossimo, vi veniamo a prendere alla stazione Tiburtina”.
“Sì, va bene. Però quando sono stanco me ne vado”.
“Sì, papà, quando sarai stanco te ne andrai. Solo allora potrai andartene. A casa tua. O ovunque tu vorrai”.
“E cosa ti porto?”.
“Pà, non ti preoccupare, non puoi portare pesi, non portare nulla. Mi basti tu. E mammà. Siamo tutti qui pronti ad accogliervi, come sempre. E la fidanzata di Marco l’avete mai vista?, non ricordo”.
“No Giusè, non l’abbiamo mai vista”. 
“Allora è il momento buono”.
“Allora, cosa vuoi che ti porti?”.
“Pà, niente”.
“Niente, si fa presto a dire niente, a casa di mio figlio non si arriva a mani vuote. Allora vediamo, una cassetta di mandarini, non ho olio ma ho un po’ olive a’ ra conza… e pu’ chij cchju?”.
“Niente pà, non devi portare niente”.
“Non ti preoccupare, Giusè. Il mio amico Tonino, ha dieci anni meno di me, mi ha detto che non devo preoccuparmi. Lui alle sei di mattina si alza, quando ho deciso di partire, e mi porta tutti i pacchi all’autobus. E se ne andrà quando l’autobus sarà partito”.
“Va bene, pà, facciamo così”.
“Aspetta, ti passo tua madre, ciao”.
“Ciao papà”.
“Mamma, allora? Sei contenta di venire da me?
“Sì gioia i ra mamma, papà voleva farti una sorpresa, venire senza dirti niente prima, come hai fatto tu per il miei settant’anni. Sono contenta, anche se ho un dolore nelle gamba che non mi passa”.
Vorrei dirle: non ti preoccupare, mamma, quando sarai vicino a me ti passerà, vedrai. Non le passerà, ne sono sicuro, ma lei farà finta di niente. Come al solito.
Verranno a trovarmi i miei genitori, porteranno nella mia casa i loro corpi carichi di anni e i loro occhi, pieni di vita. Il mio passato. Li guarderò parlare, li guarderò sorridere, li guarderò mentre mi guarderanno. Rivedrò briciole di anni lontani. Un terrazzino, un braciere, un televisore in bianco e nero, un termometro rotto, un’antenna della televisione che non fa il suo lavoro. 
Rivedrò il primo giorno di scuola e la prima comunione, una foto rubata da un fotografo nella stanza da letto, un film al mattino con le finestre chiuse per non far passare la luce del sole, ricorderò un pezzo di formaggio comprato da un uomo per strada, a Cirrja, il ticchettio degli zoccoli di un asino, il rumore dell’acqua del canalicchio, i gummili, le processioni funebri, i matrimoni, i battesimi. Una giornata al mare con zio Salvatore, una mattina che zio Salvatore si ribellò e abbandonò la casa della montagna. 
Mamma, mi racconti una favola? Io in braccio a lei, la sedia che si trasforma in un dondolo innaturale, due zampe avanti, due zampe dietro, tic… toc… dormi dormi bel bambino, che la notte si avvicina… ninna oh, ninna oh, che pazienza che ci vò, ce ne vuole tanta tanta per dormire Giuseppe santo… Il mio letto, le coperte rimboccate, la notte che comincia, la vita che finisce, la gioia di ricominciare, il mattino dopo.
Mamma, papà, non portatemi niente, portatemi i vostri ricordi, il mio passato, la mia piccola storia cominciata tra le vostre grandi braccia. Non ho bisogno di altro. 
“Ma la salsiccia?”:
“Pà, non ti preoccupare, la facciamo qui. Ho comprato un macchina che fa di tutto. Trita la carne, la insacca nell’intestino del maiale…”.
“I stintini li portiamo da Corigliano, li congeliamo e li portiamo”.
“Va bene mamma, ma se non li trovi non ti preoccupare. Ho un macellaio che me li procura”.
Portatemi, mamma e papà, il sorriso dei miei primi anni, la nostra ricca povertà, una fettina di carne cotta in un tegamino, un pomeriggio all’Acquanova, la pasta imbottita, uno spingioni dal Catarraro, il latte di mandorla del Gatto Bianco, un piatto di patate fritte mangiate sotto un balcone mentre fuori piove. La manina di mio fratello in una culla, un finto mago che fa finte magie al cinema Comunale, le notti senza luce, le stelle che non avevano paura di illuminare la nostra strada, i fuochi di san Giuseppe, un motocarro pieno di bombole di gas, il suono di uno stereo che sveglia tutta la nostra strada, un secchio d’acqua rovesciato per Cirrja, un camion pieno di sabbia che rovescia il suo carico, un mattino pieno di pioggia che porta via con sé il carico di sabbia e tutto ciò che trova nella sua strada.
Portatemi voi stessi, fra un po’ di giorni, quando sarete qui da me. E tutto ciò che era nostro, in quel tempo lontano che vivemmo insieme. 
Una Seicento, un motocarro, una vespetta, una macchina della polizia, il primo numero di Tex Willer, un amico che non c’è più. Antonio, Antonio Passerini. Riportatemi un po’ della sua storia.
Ciao, direttore, mi scrisse qualche mese fa, Antonio Passerini, in un messaggio su Facebook. Non gli ho mai risposto, non sono direttore di niente, forse si sarà sbagliato, ho pensato. Scusami, Antonio. Perdonami, Antonio. Magari avevi appena appreso della tua malattia e sapendo della mia malattia volevi cercare un confronto. O forse era solo un messaggio per cominciare a parlare. Che peccato, Antonio, non averti risposto. 
Mamma, papà, portatemi oltre ai mandarini anche quella busta di capelli messi da parte per quell’uomo che li cercava e che in cambio ci offriva macchinine e giocattoli. Oppure mezza bottiglia di olio della frittura che mettevamo da parte per barattarlo con un pezzo di sapone. Portatemi tre fichipalettti e in cambio vi darò dieci lie che ho messo da parte da almeno quarant’anni.
Oppure portatemi quell’abitino spigato comprato dalla signora Salatino per il giorno della recita al Castello. Avevo il ruolo dell’insegnante e non potevo fare una brutta figura. 
Anzi, mamma, portami quella stella che abbiamo visto insieme, in quella notte lontana, quando il primo uomo stava per poggiare il suo inutile piede sulla Luna. Oppure il primo abito da chierichetto, il primo giubbino di renna, comprato a caro prezzo a Cosenza, o i resti di quelle cinquanta rose rosse che ti spedii da Roma per i tuoi cinquant’anni.
Mammà e papà, venite e basta. Se non vi va di caricarvi troppo, non preoccupatevi. Una stella è più pesante di una cassetta di mandarini, un asino è meno maneggevole di un barattolo di melanzane sott’olio, un caciocavallo si sistema con più facilità in una valigia rispetto a un camion che riversa il suo carico di sabbia nella nostra strada.
Portatemi la vostra pelle, che è la mia pelle. La vostra vita, che è la mia vita.
(11-10-2014)

Altri quattro ... racconti
Voglio tranquillizzare i miei amici, quelli che mi vedono poco e quelli che non mi hanno mai visto. Ieri ho cominciato a raccontare la storia di una malattia, la mia, che è cominciata tre anni fa e, forse, si è esaurita. Oggi sto bene. Parlarne fa bene. Perché un tumore può cambiare la vita. A volte può anche salvare una vita. Come, forse, è capitato a me. Chi avrà la pazienza e il coraggio di leggere questo racconto, che si svilupperà di settimana in settimana, forse lo capirà.

1.
Il medico poggia la sonda sull’addome, socchiude gli occhi e guarda fisso verso il monitor. Guardo i suoi occhi. 
“Trattenga il respiro”.
Trattengo il respiro.
Un’infinità di secondi. Al culmine, schiaccia un pulsante per fotografare la zona esaminata.
“Respiri”.
Respiro. 
La sonda scivola sulla pelle unta dal gel. Va a destra, a sinistra, su, giù, rotea, danza, esplora, cattura. Preme. 
Ero già stato altre volte in quella clinica, dallo stesso medico, per un’ecografia completa dell’addome. Controlli di routine. Alla fine sempre una stretta di mano e la sua rassicurazione: niente di importante.
Il medico affonda la sua sonda sul fianco destro. Scruto il suo volto. I suoi occhi socchiusi si spalancano. 
“Non respiri”.
Non respiro.
Non capisco. Voglio capire. 
“Cosa ha visto, dottore?”.
Deglutisco. 
Deglutisce. 
“Non respiri”, dice, con la voce severa.
Non respiro. 
Avvicina gli occhi ancora di più verso il monitor, inforca anche un paio di occhiali. 
“C’è qualcosa, qui, sul rene destro. Lei ha un rene a ferro di cavallo, lo sapeva?”. 
“No dottore, non lo sapevo. E che vuol dire?”. 
“Niente, non vuol dire niente”. 
Meno male, penso, ho un rene a ferro di cavallo, e chi se ne frega. 
“Ma qui vedo qualcosa che non ci dovrebbe essere”.
Ero abituato alla steatosi epatica, alle dimensioni della prostata superiori alla norma. Ma era la prima volta che sentivo quell’espressione poco rassicurante. C’è qualcosa nel rene destro che non ci dovrebbe essere.
“Cosa potrebbe essere, dottore?”.
Passano alcuni secondi, lui continua ad affondare la sonda e a scrutare il monitor. Io a rimuginare: sarà una ciste, un calcolo, un pezzo di ferro di cavallo… 
Mia moglie, Tiziana, è lì fuori che aspetta. Dopo avevamo in programma un bel po’ di cose da fare. La spesa al supermercato di fronte; andare a Monteverde a comprare un alimentatore per il computer di Francesca. Magari un aperitivo da qualche parte. Fuori c’è una bella giornata di sole. La primavera è appena arrivata. Davanti a me ancora un bel po’ di giorni liberi dal lavoro per i postumi di un incidente con il motorino. Una mano rotta e un ferro impiantato chirurgicamente che di lì a poco avrei dovuto togliere.
“Potrebbe essere un tumore”, dice. E deglutisce.
Deglutisco. 
“Un tumore?”.
Deglutisco. 
Nel giro di pochi secondi sento la gola che non fa il suo lavoro, le mani bagnate, la schiena che s’appiccica al lenzuolo di carta poggiato sul lettino. Sento gli occhi che si inumidiscono, il silenzio, un breve silenzio che mi sembra una eternità. 
Il medico prende delle immagini appena stampate ed esce. 
“Mi aspetti qui”. 
E dove vuole che vada dottore, con la schiena inchiodata e le mani bagnate, gli occhi che piangono e il cuore che batte più del necessario. E con “qualcosa” sul rene destro che non dovrebbe esserci e che secondo lei è un tumore. Avrei voluto dirgli. 
“L’aspetto”, gli dico. 
Esce. Rientra dopo un paio di minuti.
Due minuti, centoventi secondi, da soli, rappresentano un tempo irrilevante nella vita di un uomo. Cosa vuoi che accada in due minuti se in quel lasso di tempo non succede nulla, se tutto, nella tua vita, resta immutato? Cambia solo il tempo trascorso su questa terra, un secondo, due secondi in più, fino a centoventi… Se il medico, ad esempio, mi avesse detto: mi scusi, devo andare al bagno, devo rispondere a una telefonata, ho la macchina in doppia fila, ho una fame terribile, vado a fumare una sigaretta, mi scusi… io avrei aspettato senza pensare a nulla. Avrei guardato il soffitto, le lancette dei secondi dell’orologio, un giaccone su un attaccapanni, una piccola crepa nel muro, un pc portatile, un ecografo, una porta chiusa. Avrei contato i quadrati della grata attaccata alla finestra, i tasti della tastiera, le luci della stanza. Senza pensieri sbilenchi. Ma se qualcuno ti ha appena detto che (forse) hai un tumore allora è diverso. 
Centoventi secondi. 
Per i primi 10 secondi sono impegnato a trattenere le lacrime. E a singhiozzare. Poi comincia una girandola di pensieri. Immobile sul lettino.
11. Cazzo, proprio a me.
12. Tutte le volte che ho messo in pagina gli articoli di Veronesi.
13. I miei figli senza un padre.
14. Mia moglie senza suo marito.
15. Mia madre e mio padre senza più un figlio.
16. Mio fratello senza più un fratello.
17. Come dirlo.
18. Il lavoro.
19. La pensione di reversibilità.
20. Le metastasi.
21. Una cura per non sentire dolore.
22. Una lunga agonia.
23. Il funerale.
24. E se si fosse sbagliato?
25. Sì, si è sbagliato.
26. No, non si è sbagliato.
27, Ma no, ha dei dubbi.
28. Le mie ceneri in salotto.
29. I libri che non ho mai letto.
30. Le scuse che non ho mai chiesto.
31. La vita che non ho mai vissuto.
32. Le patatine fritte sotto la pioggia.
33. Una pietra che saltella sull’acqua del mare.
34. L’odore della campagna.
35. Le storie di ieri.
36. L’inizio.
37. La fine.
38. Sì, si è sbagliato.
39. No, non si è sbagliato.
40. Forse è benigno.
41. No, è maligno.
42. E adesso?
43. Devo pensare a tutto io.
44. Organizzare.
45. Aprire.
46. Chiudere.
47. Che fatica pensare.
48. Cosa c’è dopo la morte.
49. Forse serve una preghiera.
50. Una mattina al mare.
51. Una sorellina mai nata.
52. Una manina in una culla.
53. Una mongolfiera.
54. L’odore del sugo.
55. Cirrja.
56. La prima volta a Repubblica.
57. L’ultimo bacio mai dato a nonna Peppina.
58. Marco.
59. Eleonora.
60. Francesca.
61. I pianti degli altri.
62. Il mio pianto.
63. Questi due minuti non finiscono mai.
64. La prima volta che ho visto mia moglie.
65. Mia moglie nella sala d’aspetto.
66. Heidy, il mio cane.
67. I giorni di corta.
68. Le interminabili giornate al giornale.
69. Una camera iperbarica che s’incendia.
70. La prima volta a Roma.
71. La salma di Paolo VI.
72. Un pomeriggio al Pincio.
73. L’uomo sulla Luna.
74. Un corpo devastato.
75. Una vita senza futuro.
76. Le vite degli altri.
77. Una Seicento.
78. Un mangiadischi.
79. Zagor e Tex Willer.
80. Sì, si è sbagliato.
81. No, è bravo, non si è sbagliato.
82. Cinquant’anni appena compiuti.
83. Cinquantuno anni da compiere.
84. Il 17 maggio.
85. Il 18 maggio.
86. Si può guarire.
87. Se preso in tempo.
88. I sorrisi.
89. I dolori.
90. Le strade del centro.
91. Non voglio morire.
92. Non posso morire.
93. Non è ora di morire.
94. I fiori.
95. Cinquanta rose rosse.
96. Un vestito a fiori.
97. Gioia della mamma.
98. Corigliano, dove sono nato.
99. Alcuni tumori si curano.
100. Perché proprio a me.
101. Forse ce la faccio.
102. No, sono spacciato.
103. Un’orazione funebre.
104. I colleghi del giornale.
105. Un intervento.
106. Una lunga convalescenza.
107. La chemio.
108. I capelli persi.
109. Una vita persa.
110. Una bestia che mi divora.
111. Un sogno.
112. Sì, forse è tutto un sogno.
113. Macchè.
114. Un angelo.
115. Tanti angeli.
116. L’inferno.
117. Il paradiso.
118. Una campana che suona.
119. Una bara che si chiude.
120. Si è sbagliato.

2.
Il medico rientra.
“Sì, è un tumore, vede?” 
Inforco gli occhiali e guardo. Poteva essere qualsiasi cosa per me. Un pezzo di carne o un fiore. Ma era un tumore. La prima domanda che mi viene in mente è questa: “E’ grave, dottore?, con la voce quasi rotta dal pianto.
“E’ un tumore”, dice ancora, con un’insistenza che mi pare persino fastidiosa. E prosegue.
“Ma per me, vista l’esperienza, visto lo stato degli altri organi, potrebbe essere un tumore circoscritto al rene destro”. 
Misura le sue parole il medico. Io misuro le mie emozioni. Mi alzo di scatto dal lettino, poggio anche la mano fratturata sentendo un dolore infernale. 
“Posso chiamare mia moglie?”.
Infilo la camicia senza abbottonarla, apro la porta, la pancia ancora cosparsa di gel. Esco e vado a chiamare mia moglie. Mi guarda. 
“Ma com’è che ci hai messo tutto questo tempo?”. 
La guardo negli occhi. Guarda i miei occhi. 
“Vieni dentro”, le dico, “il medico dice che c’è qualcosa”.
Non ho il coraggio di dire la parola tumore. 
“Ma qualcosa che?”, dice. 
Non la guardo, scaravento il volto verso il pavimento, provo a dirla, quella parola. 
Tumore. Un tumore. 
Entriamo.
“Buongiorno signora, sua marito ha un tumore”.
E ripete quello che pochi minuti prima aveva detto a me. Circoscritto. E’ una parola che in quel momento mi piace. Non avevo mai pensato che le parole potessero essere belle o brutte, con l’anima o senz’anima, profumate o maleodoranti, ricche o povere, piene di speranza o prive di speranza. Trasparenti o opache. Circoscritto, penso, è una parola, per chi ha un tumore, che contiene speranza. La speranza di continuare a vivere, di non dovere necessariamente morire.
“Ma c’è da dire”, dice il medico, “che un’ecografia è solo un primo esame, indicativo, di quella che è la condizione di un organo. Non è un esame definitivo. Ora lei dovrà fare un altro esame”, mi dice cercando di guardarmi, “una tac con mezzo di contrasto, per capire se il tumore è solo lì oppure se è avanzato”.
Ma lei li ha visti gli altri organi, gli dico, non sembra che ci sia nulla di particolare. 
Mi guarda, stavolta, e mi dice – ripetendo – stavolta con tono fraterno: “L’ecografia non riesce a vedere tutto. Mi faccia sapere, buona giornata”.
Usciamo, io e mia moglie. Con un fardello in mano, la diagnosi scritta su un foglio. E un altro fardello sul rene destro. 
Ci incamminiamo verso l’uscita. Senza parole. Mi ero rivestito, gli occhi fuori dalla testa, la testa fuori di me.
Camminando prendo il foglio della diagnosi dalla cartellina verdina. 
In corrispondenza del III superiore del rene di destra si osserva una nodularità solida debolmente ecogenica delle dimensioni di circa 26 mm di non univoca interpretazione e che necessita di approfondimento diagnostico con TC con mdc.
Fuori sento caldo, ma non fa caldissimo. Alcune persone passano sul marciapiede, una donna alla guida della sua auto tenta di fare un parcheggio impossibile, una macchina passa veloce, due signori, anziani, a passi lenti, lei sorregge lui, entrano nella clinica. Una nuvola passeggera attraversa di corsa la traiettoria dei raggi del sole. Mi sento un estraneo in quella strada, in quel mondo che vive, che continua a vivere. Ignaro del mio tumore.
Sento le gambe pesanti. Mia moglie è quasi al mio fianco, un passo dietro. Segue lenta i miei passi lenti. Non diciamo niente. 
Il supermercato, eccolo, è lì di fronte a noi. 
Entriamo, le dico, bisogna fare la spesa. Rincuorata dalle mie parole che sembrano piene di vita si fionda verso i carrelli, inserisce un euro e ne prende uno. Lo porto io, le dico. Afferro il carrello con una mano (l’altra è praticamente inutilizzabile per quel ferro dentro) e spingendolo entriamo. Ho gli occhi puntati sul suo fondo, quella fitta rete di piccoli quadrati regolari che formano il suo sostegno. Guardo quella rete così spessa ed integra, penso alla sua robustezza. E rifletto sulla mia gracilità. La “mia” rete ha uno squarcio, non so quanto grande, alcuni di quei piccoli quadrati che sostengono la mia vita fino a ieri così robusti a un tratto hanno ceduto, sbriciolati da un tumore. E il resto della rete?
Mia moglie si aggira tra gli scaffali, io mi rigiro su me stesso, appoggiato al carrello. Stavolta piango. Sento le lacrime scendere, il respiro innaturale, i singhiozzi. Per fortuna mia moglie è lontana. Una donna afferra una busta di latte e mi guarda. Mi giro di scatto, allontanandomi dai suoi occhi, asciugo le lacrime, singhiozzo. Anche mia moglie mi guarda.
“Vieni”, mi dice. Era accanto al banco della frutta. “Compriamo un melone? A casa abbiamo del prosciutto”. 
“Va bene”, le dico. Il melone rimane da solo nel carrello della spesa. 
Circoscritto. 
Afferro quella parola e con ogni sua lettera, ogni sua sillaba, ogni suo suono fascio i miei pensieri feriti.
Arriviamo alla macchina. 
“Vuoi andare a casa?”, mi chiede mia moglie. 
“No, dobbiamo comprare l’alimentatore per il computer di Francesca”, le dico. 
Durante il tragitto faccio un paio di telefonate per capire quale sia il luogo più adatto per fare una tac con il mezzo di contrasto. Individuato, chiamo e prenoto. Il giorno dopo, alle 9 del mattino.
Arriviamo a Monteverde verso mezzogiorno, rintracciamo il negozio e compriamo l’alimentatore. Sulla strada del ritorno ci fermiamo a prendere un caffè. Accanto c’è un bel negozio che vende oggetti per la casa. Vedo dei bei piatti colorati. E un set di sette pezzi, per gli antipasti, che mi colpisce subito, un piatto rotondo e intorno sei piattini che accostati al pezzo principale formano un cerchio perfetto. Ho subito immaginato le sette cose da metterci dentro: la salsiccia, le melanzane sott’olio, le olive, i broccoletti, i formaggi, le cipolline, e in quello centrale gli involtini di carne. Le vrasciole, gli involtini di carne, fatte da mammà.
Ho fame. Compriamo tutti quei piatti. Vuoti. Ed anche dei bicchieri. Chi ha fame non ha fretta di morire, pensai.
Arriviamo a casa verso le due, scarico la macchina, con grande fatica, e porto tutto dentro. Ad aspettarci Eleonora e Francesca. Marco, il figlio maschio, lavora e vive per conto suo.
Ciao, ciao, il solito bacio. Vi piacciono le cose che abbiamo comprato? 
“Bellissimi questi piatti, papà”. 
Tolgo il giubbotto, la mano è indolenzita per il peso portato, sprofondo sul divano.
Entra mia moglie.
Non ho il coraggio di dire niente alle mie figlie. Non ho il coraggio di dire niente a me stesso. Piango. Ho un tumore. Guardo lo schermo vuoto del televisore, la luce del sole s’intrufola dalle finestre e fa riflettere la mia immagine, piena di ombre. La luce del giorno regala qualche sprazzo di luminosità a quello schermo nero che non ho voglia di accendere. 
Singhiozzo.
“Mamma, che cos’ha papà?”, dice una delle due figlie. Sento voci sottovoce, mi alzo. Le guance sembrano sudare, mi asciugo in fretta e vado in cucina. 
“Mangiamo?”, dico.
Mangiamo. Nessuno parla. 
Io parlo. 
“Ho un tumore, me lo ha detto il medico. Ma può darsi che sia circoscritto”. 
Mi aggrappo a un aggettivo ma preferisco pensare che sia un participio passato, sperando che mi regali un po’ di futuro.
(continua)

 

3.
I dettagli sono il cemento di un racconto, pressoché invisibili ma fondamentali per ricostruire una storia. Soprattutto se vissuta in maniera diretta.
...
Ero andato a fare quell’ecografia quasi per caso. L’avevo programmata più volte, tanti gli appuntamenti presi e poi disdetti all’ultimo minuto.
Il lavoro.
Non avevo quasi mai il tempo per rispettare un impegno fuori dalle cose ordinarie del lavoro. Figuriamoci una ecografia. Tanto il medico mi avrebbe detto le stesse cose. Pensavo.
Sono quasi le undici di sera, le pagine sono chiuse, le ultime didascalie mandate via, un ulteriore e veloce controllo, le consegne al redattore del turno di notte.
“Mi raccomando, per qualsiasi cosa chiamami a casa”.
Spengo il computer, aspetto che lo schermo diventi nero, canticchio una canzone – Portami via con te – indosso il giaccone, poggio la sciarpa sul collo ed esco dalla mia stanza. I colleghi sono tutti andati via, non c’è nessuno da salutare. Negli occhi ho tutte le pagine chiuse, i titoli, le foto, gli approfondimenti, le brevi. Negli occhi ho dodici ore di lavoro, come tutte le sere. Le scelte fatte. Le notizie trascurate, quelle date bene, quelle date male. Chiamo l’ascensore. 
“Portami via con te”, canticchio. Tanto a quell’ora sono tutti andati via. 
In testa ho già il giorno dopo, altre dodici ore di lavoro, le agenzie, quel flusso interminabile di lanci, spesso ripetuti, che dettano e scandiscono il ritmo delle tue giornate. Condizionano il tuo tempo, la tua vita. Il telefono che squilla continuamente. Da Milano a Palermo, da Genova a Napoli, da Bologna a Bari, da Firenze a Torino, tutti hanno sempre qualcosa da segnalare. Spesso è solo cronaca locale che merita di stare sulle edizioni locali. Ma ogni tanto capita una storia interessante da mettere sull’edizione nazionale. Per fortuna. 
I lanci d’agenzia sono rarefatti, i colleghi delle redazioni locali da tempo sono nelle loro case. A tentare di dimenticare una giornata di lavoro. Pesante anche per loro.
Anche per me stasera è finita. Domani si ricomincia ma per oggi è finita qui. Speriamo.
Abbottono il giaccone, metto la sciarpa per bene, fuori fa freddo e pioviccica un po’, le strade sono scivolose. Raggiungo il garage, ormai deserto, accendo la radio sul telefonino, metto le cuffie, il casco. E parto. I miei pensieri sono ancora lì, come tutte le sere. La giornata, per fortuna, non è ancora finita. Davanti a me ci sono un paio d’ore di vita, quella che mi consola, tra un piatto di pasta riscaldato al microonde, un paio di bicchieri di vino, una grappa e mezzo sigaro davanti alla televisione. 
“Portami via con te”, canticchio. 
E’ un motivetto che mutuo da una canzone dei Pooh, “Rubiamo un’isola”. La canzone fa così: “Portami via con te/ rubiamo insieme un’isola / voglio dai piedi all’anima / sentirmi ancora tuo”. 
Apparentemente non c’entra niente con il mio lavoro. Però vi si lega. Quel motivetto cominciò a ronzarmi nella testa in una sera di fine estate, quando uno stagista concluse il suo periodo di apprendistato nella mia redazione. Ci salutammo. Per lui era finita la gogna, cessavano le giornate interminabili, i pomeriggi, le sere e le notti passate davanti ad un computer, al fluire lento o veloce degli eventi. Cominciava però il tempo dell’incertezza, della precarietà, della caccia a un posto di lavoro. Repubblica da quel momento per lui era solo una testata, pur se prestigiosa, da inserire nel suo curriculum.
Ci salutammo.
“Ciao, fatti vivo”. E quando ormai era nel corridoio cominciai a canticchiare, intonando la canzone dei Pooh: “Portami via con te…”. I colleghi del desk cominciarono a ridere, tutti, subito. In quella frase iniziale di una canzone riflettevamo la nostra voglia di scappare da quel posto. “Portami via con te”. Ma restavamo tutti lì. Per giorni e notti. Mesi e anni.
Conosco la strada ormai a memoria, il motorino va da solo. Accompagnato solo dal movimento delle mie mani. Sembra riconoscere il colore dei semafori, gli incroci pericolosi, le insidie dei sanpietrini. Le buche infinite. Va come al solito, il mio motorino. I miei occhi sono abituati a quelle luci che schiariscono la notte. Dalla radio giungono le voci di un dibattito sulla crisi libica, Gheddafi è sotto assedio. Un mio collega, un inviato degli Esteri, appena tornato dalla Libia, battibecca con un interlocutore.
Devo fare attenzione su via Marmorata, con la strada bagnata è meglio andare piano. Il semaforo è rosso, rallento, mi fermo. Poggio il piede sinistro a terra, guardo davanti a me. Non c’è nessuno. Penso al piatto di pasta, al mio cane che mi osserva mentre mangio, che implora un paio di rigatoni al sugo. Potrei passare con il rosso, l’ho fatto altre volte. Ma stasera non ne ho voglia. Il dibattito alla radio mi appassiona, la strada è bagnata, si può scivolare. Non sento freddo. La sciarpa mi protegge il collo, i guanti le mani, il coprigambe mi tiene caldo. Perché affrettarsi, stasera? 
Un uomo passa con il suo cane, un camion della spazzatura preleva un carico d’immondizia, una volante della polizia si fa strada a sirene spiegate. Una puttana, la solita, occhieggia i passanti.
Il semaforo torna verde, riparto, dopo poche decine di metri la velocità del motorino raggiunge i trenta, quaranta chilometri orari. Un’andatura normale, per una sera deserta. All’improvviso accade qualcosa d’imprevisto, di imprevedibile. Da un varco sulla destra esce una macchina, il conducente non si cura di quello che succede sulla strada principale, non pensa che potrebbe passare qualcuno, con una macchina o con un motorino. Non pensa che dopo una giornata di lavoro io, come tutte le sere, in quel momento avrei raggiunto quel punto e poi lo avrei superato per guadagnare la strada di casa. E un piatto di rigatoni, un bacio di mia moglie, lo sguardo fisso e interessato del mio cane. Non ci ha pensato. 
Lo vedo, vedo la sua macchina che invade la mia strada, freno, stringo insieme le leve dei due freni. Sbando, perdo il controllo del motorino, sbatto contro la macchina, cado per terra. 
Sono a terra. Il motorino si è spento. Sento puzza di benzina. Non ho più gli occhiali. Per fortuna non passano macchine. L’uomo che mi ha costretto a cadere ferma la sua auto. Resto alcuni secondi a terra, immobile, quasi incosciente, sospeso. Vedo luci sbiadite, sento un paio di voci dall’accento straniero. Con le mani infilate nei guanti tocco l’asfalto bagnato. Sento una fitta nella mano sinistra. Mi rialzo, per convincermi di stare bene. Mi tolgo il guanto che fascia la mano sinistra. Voglio vedere cosa c’è. Niente. Non esce sangue. Mi fa solo male. 
“Ha bisogno di qualcosa?”, chiede uno dei due uomini con l’accento straniero. 
“No, tutto bene, anzi, forse no. Ho la mano sinistra che sembra di marmo”.
Guardo verso il basso e vedo i pantaloni squarciati all’altezza del ginocchio sinistro. Esce un po’ di sangue. 
“Non è nulla”, dico. “No, forse no. Non ho più gli occhiali, mi aiutate a trovarli?”. 
Sono in piedi, il motorino è a terra, vedo solo figure sbiadite. Abbasso lo sguardo verso le rotaie del tram, i miei occhi miopi incontrano un oggetto che luccica, sono loro, i miei occhiali, mi piego e li prendo. Li inforco. Sbilenchi e malconci. Una lente è graffiata. Adesso vedo. L’uomo che ha interrotto la mia serata e il mio ritorno verso casa, la mia apparente tranquillità. Vedo i due stranieri. 
“Non è niente”, dico, tenendomi la mano. “Aiutatemi solo a rialzare il motorino, da solo non ce la faccio”.
I due stranieri mi aiutano. Segno il numero di targa dell’auto che mi ha fatto cadere. 
“Non è niente”, dico all’autista che ha tagliato la mia strada, prendo il numero di targa perché… non si sa mai. “Anzi, prenda pure lei il numero della mia targa”.
“Buonanotte”.
“Buonanotte”.
Provo a ripartire. Il motorino non è più lo stesso, davanti ha qualcosa di storto. Mi metto in movimento ma subito mi accorgo che in curva è instabile. Vado pianissimo. Pioviggina. Le strade sono ancora più scivolose. La mano mi fa male, non sono riuscito neanche a rimettere il guanto, il ginocchio mi fa male, lo tocco, una macchia di sangue si fa largo tra i pantaloni. Percorro il lungotevere, pianissimo, tenendomi sulla sinistra. Vado verso il Vaticano, imbocco via della Conciliazione, la strada che porta alla casa del Papa. Anche alla mia.
Mi è cara quella strada.

4.
Mi è cara quella strada,
29 settembre 1978. 
Arrivo a Roma da turista, per la prima volta. Ho diciotto anni compiuti da quattro mesi e dodici giorni. Sono con mio cugino, Natalino. Dopo un’estate passata a lavorare nel suo villaggio turistico, al Salice, decidiamo di regalarci un breve viaggio, io e lui. Roma è la destinazione prescelta. Andavo ancora a scuola, lunedì 2 ottobre cominciava l’anno della maturità, il quinto liceo scientifico. 
Il treno Crotone-Milano dopo quasi dieci ore di viaggio imbocca dolcemente gli scambi ferroviari che conducono al binario assegnato. Mi affaccio dal finestrino. Uno spettacolo. Sembrava il plastico ferroviario che avevo sempre sognato. Convogli che procedono lenti in quel dedalo di binari che spesso s’incrociano, palazzoni grigi di lato, fili per aria. L’aria è calda.
Sono stravolto ma la prospettiva di vedere Roma mi fa passare la stanchezza. Scendo quasi di corsa dal treno, con la mia valigetta rossa in mano. Mi guardo intorno, osservo ammirato le decine di binari della stazione Termini. Guardo i treni, tutti di colore marrone, uno ad uno, cerco le destinazioni, fisso la gente che scende, la gente che sale. Un altro mondo rispetto alla stazioncina del mio paese, due binari, una campanella che annuncia arrivi e partenze. Lo sguardo che si perde nelle campagne prima del mare. 
Ci avviamo verso l’uscita, non distogliendo mai lo sguardo da quello che mi circonda. Vado verso l’edicola per comprare il giornale, gli occhi si posano su una copia dell’Osservatore romano. 
E’ morto Giovanni Paolo I. 
No, non è possibile, sarà uno scherzo, magari è una copia del Male. Mi avvicino al bancone dove sono accatastate decine di copie del giornale del papa. Non è uno scherzo, il papa è morto per davvero. Trentatrè giorni dopo la sua elezione. Guardo Natalino. 
“Natalì, il primo giorno che veniamo a Roma troviamo il papa morto, eravamo venuti per vederlo da vivo, ora ci tocca vederlo in una bara”. 
Così saliamo un autobus e raggiungiamo la casa dello studente di via de Lollis, dove un nostro parente, ancora in vacanza, ci aveva concesso l’uso della stanza. Lasciamo le valigie e via, destinazione Città del Vaticano. 
La fermata dell’autobus è all’inizio di via della Conciliazione. Scendiamo di corsa, io e mio cugino. La vastità di quella strada, mai vista prima, riempie il mio sguardo. 
“Guarda che stradone, Natalì, altro che Cirrja, dove sono nato io, a Corigliano Calabro”.
Davanti a noi, pur se lontana, la basilica di San Pietro. Un faro. Il papa, anche da morto, non poteva che stare lì, in una di quelle sontuose stanze. Forse la più bella. 
Un serpentone di gente, uomini, donne e bambini, è in fila per entrare in Vaticano e osservare, pregare, dare un bacio a quel papa che era morto troppo in fretta. Ignoriamo la coda (avremmo passato l’intera mattinata sotto il sole e non ne avevamo voglia, non avevamo mai visto Roma e avevamo solo un paio di giorni per girarla in lungo e in largo), ci avviciniamo alla porta che conduce verso il salone che ospita la salma di Giovanni Paolo I e solo allora ci fermiamo, mettendoci ordinatamente in fila. Davanti a noi solo una trentina di persone.
Arriviamo davanti a quella bara opulenta e sostiamo per i pochi secondi consentiti. Il papa, bardato come si deve per una persona di quel rango, ha la faccia serena. Meno male, forse non ha sofferto, penso. Un bacio con la mano, da un metro di distanza, forse una preghiera. E guadagniamo l’uscita. In tasca ho ancora la copia dell’Osservatore romano comprata poche ore prima alla stazione Termini. Fuori c’è il sole, siamo pronti per la scoperta di Roma.

13 maggio 1981.
Sto lavorando. In una agenzia di stampa che si chiama “Telesera”.
Ci ero arrivato per caso. Otto mesi prima. Un annuncio su un giornale, cercasi giornalisti. Il colloquio in corso Vittorio. Preso. Cinquecentomila lire al mese. Senza nessun contratto ma con mezzo milione di lire in tasca, ogni mese. Non avevo più bisogno delle duecentomila lire che mi mandava papà. 
Alle cinque e venti le finestre al quarto piano dell’ufficio di corso Vittorio Emanuele sono aperte. Comincia a fare caldo. Dalla strada giungono i rumori del traffico che si confondono con i ticchettii delle numerose macchine per scrivere. Oltre a partecipare al lavoro dell’agenzia nel frattempo ero stato incaricato di condurre un telegiornale, prodotto dalla nostra agenzia, che andava in onda tutte le sere, alle 20.30, su una televisione locale, Pts, si chiamava. Sto scrivendo le notizie che dopo avrei letto al tg quando sento un rumore continuo di sirene. 
Avevo imparato a riconoscere le sirene delle ambulanze, quelle di una volante, quelle dei pompieri. Ma quello stridio continuo, ripetuto, prodotto da molte volanti, mi era estraneo. Mi affaccio. Vedo macchine che vanno di corsa, uomini in moto che si fanno largo a destra e a sinistra ignorando i semafori. Vanno tutti verso largo Argentina, lo superano e affrontano a tutta velocità il lungo tratto di corso Vittorio che porta al ponte Vittorio Emanuele II. E da lì al Vaticano. 
C’è qualcosa di strano, penso, rispetto alla normalità. Scendo per strada. Vado verso largo Argentina. Le macchine della polizia e dei carabinieri continuano a sfrecciare. Sento la voce di un uomo: “Hanno sparato al papa”. 
Hanno sparato al papa?
Alla fermata dell’autobus il 64 apre le porte. Porta proprio in Vaticano. Salgo. Il mezzo è carico di turisti, fa fatica a procedere a causa del traffico che sembra impazzito. 
“Ma che succede?”, si chiede l’autista. 
“Hanno sparato al papa”, gli dico. 
Mi guarda, siamo a metà di corso Vittorio, ferma l’autobus e mi intima di scendere. 
“Tu sei un pazzo”, urla, “scendi”. 
Scendo. Comincio a correre, facendo la stessa strada che avrebbe dovuto fare l’autobus, rimasto fermo nell’ingorgo del corso. Eccola via della Conciliazione, quasi deserta. Anche la piazza mi sembra, da lontano, deserta. Corro. Ho fretta di raggiungerla quella piazza. Altre macchine della polizia sfrecciano davanti ai miei occhi. Eccola la piazza. Non c’è niente, non c’è quasi nessuno. Transenne. Mi avvicino a un gruppetto di poliziotti. 
“Sono un giornalista, è vero che hanno sparato a papa Wojtyla?”.
“Sì, gli hanno sparato, e un paio di persone sono rimaste ferite. Sei il primo”, mi dice un poliziotto in borghese, “sei il primo giornalista arrivato sulla piazza. Come hai fatto, è tutto bloccato…”. Mi guarda, mi squadra, mi osserva. 
“Mi stai simpatico”, mi dice. E comincia a raccontarmi tutto quello che era successo. 
Davanti a me la basilica, via della Conciliazione, come non le avevo mai viste. Da quel momento erano anche un po’ mie.

2 aprile 2005.
In redazione la tensione è alta. Lavoro nella cronaca nazionale di Repubblica. Sono il capo redattore. Giovanni Paolo II sta per morire. Viviamo sotto pressione da un paio di mesi, da quando il papa è stato ricoverato per la prima volta al Gemelli. Per molti è arrivato alla fine. Noi che seguiamo le sue ultime ore siamo stremati. Pagine e pagine aperte la mattina e chiuse la sera. Come ogni giorno. Approfondimenti. I disegni della tracheotomia. La concorrenza è andata meglio, domani bisogna superarli. I pareri dei medici. L’inviato in Polonia. La “febbrile” – come si dice in questi casi - attesa del mondo intero. I significati del papato. Le frasi più importanti. Le continue riunioni con l’ufficio centrale e con il direttore. Sessanta giorni di agonia, per quel povero papa. Sessanta giorni di agonia, per noi poveri redattori che seguivamo i suoi ultimi e faticosi respiri. Le continue telefonate con il vaticanista. Come sta? Ce la fa? Quando muore secondo te?
Facciamo le prime diciassette pagine, dice il direttore verso le quattro del pomeriggio del 2 aprile del 2005. Tolte le sezioni fisse, era quasi tutto il giornale. Eravamo quasi sicuri del suo ultimo respiro. E se poi non muore raccontiamo le sue ultime ore. Non cambiava nulla. Due i titoli possibili. Le ultime ore del papa. Il papa è morto.
Imposto il lavoro, affido gli incarichi ai sette colleghi del desk, vicecaporedattore, capiservizio e vicecapiservizio. Un’altra telefonata con il vaticanista. 
“Marco, ce la fa?”. 
Mi prendo una pausa, verso le sei della sera. Prendo trenta centesimi dal cassetto, mezzo sigaro dalla tasca, vado alla macchinetta del caffè, introduco le monete. La macchinetta borbotta. Riconosciuto il peso dei trenta centesimi comincia a fare il suo lavoro. Il macinino che frantuma i chicchi necessari, il bicchiere di carta che scende, un filo di liquido caldo riempie il bicchiere. Il caffè è pronto. Lo bevo, scendo, esco dal giornale, vado vicino ad un’aiuola, mi siedo sul bordo di un muretto. Libero i pensieri. Dietro di me un incrocio frequentato ad ogni ora da decine di automobili. Accendo il mezzo sigaro. Chiamo mio fratello, oggi è san Francesco. “Auguri, Francè”.
Torno in redazione. Passo il badge davanti al lettore ottico ma la porta non si apre. Badge sconosciuto. Meno male, penso. Non mi fanno entrare, adesso prendo il motorino e torno a casa. Un addetto alla vigilanza pone fine al mio breve pensiero di libertà. 
“Vieni, entra da qui”, mi dice, “ogni tanto il lettore fa le bizze”. 
In redazione non è cambiato nulla. Le voci si rincorrono. 
E’ ancora vivo. Non è ancora morto. 
Alle sette della sera il Vaticano diffonde una notizia: i reni del papa non funzionano più. Alle 19.30 l’Ansa annuncia: il papa non respira più. Alle 20 tutto ritorna come prima. Il papa non è morto. 
Chiamano dal centrale. 
“Allora, che succede?”. 
“E che succede, solo Dio lo sa”, dico al caporedattore centrale. Intanto i grafici disegnano le pagine, i miei deskisti cominciano a studiarle, chiamiamo i collaboratori, indichiamo le lunghezze, i tempi di consegna. 
“Mi raccomando, non oltre le dieci, alle undici dobbiamo chiudere”. 
Restano aperte le prime quattro-sei pagine, Per la cronaca del vaticanista. Le ultime ore del papa. O la morte del papa. Le reazioni.
La giornata è cominciata presto, ho fame. Nel cassetto ho un pacchetto di crackers. Li divoro. Un occhio alle agenzie, un occhio alle pagine, un occhio alla tv. Poggio gli occhi sulla finestra. Vedo l’incrocio, le macchine ferme da un lato, le macchine che passano dall’altro. Immagino le vite degli altri. I loro ritorni a casa. La cena, la famiglia.
Poi, alle 21.37 del 2 aprile del 2005, un’agenzia, senza fronzoli, annuncia: il papa è morto.
Il papa era morto.
“Allora andiamo con il piano B. Marco”.
“E allora, dimmi quante righe”.
“Centoquaranta, Marco. Anzi arriva a centocinquanta, stringerò il corpo, chi se ne frega. Si può fare. Ad ogni morte di papa. Sono le 21.40. Alle 23 dobbiamo chiudere”. 
Quella sera chiudemmo alle 23.30. Ma non ci furono problemi. Era morto il papa.
Mandai l’ultima didascalia in pagina. Un’altra giornata di lavoro era finita. Ma era stata una giornata particolare. Una giornata che non avrei mai voluto vivere. Ma che, per fortuna, vissi.
Uscii dalla stanza, i miei si erano comportati bene. Come al solito. Veloci e precisi. Li vidi tutti accasciati sulle scrivanie. 
“Portami via con te”, cominciai a canticchiare. Tutti ridemmo. La tensione si era allentata. 
“E adesso, tutti in piazza san Pietro”, dissi quasi per scherzo. Potevamo andare tutti insieme a mangiare qualcosa, a bere. Potevamo ciascuno per proprio conto tornare nelle proprie case, che il giorno dopo sarebbe stato ancora più pesante. Ma decidemmo, quasi tutti, di andare in piazza san Pietro. 
Uscimmo dal giornale, ciascuno di noi prese il proprio motorino e come in processione, lentamente, ci avviammo verso il Vaticano. Le strade, nonostante l’ora, erano piene di macchine. Il lungotevere bloccato. La nostra non era stata un’idea originale. Centinaia di persone, migliaia di persone avevano avuto la nostra stessa idea, quella notte d’inizio aprile che il papa aveva smesso di respirare. 
L’accesso a via della Conciliazione era bloccato dai vigili. Lasciammo i motorini prima di ponte Vittorio e ci incamminammo. Sollevati per la nostra giornata appena conclusa. Curiosi di vedere cosa accadeva sotto le finestre del papa. Non c’erano rumori lungo via della Conciliazione. Solo gruppi di persone silenziose in marcia verso la casa del papa. Come noi. Io rivedo le pagine appena chiuse. Quel titolo forse potevamo farlo in maniera diversa, quel pezzo avrebbe meritato una spalla piuttosto che un taglio. Ma che importa, il giornale era ormai in stampa. Era finito. Come ogni sera, come ogni notte.
La vita di Giovanni Paolo II era finita.
In piazza gruppi di giovani intonano canti. Leggeri. Soavi. Le luci dell’appartamento papale sono accese. Tutti a guardarle. Una ragazza piange, un ragazzo le tiene la mano e le asciuga le lacrime. Tutti con gli occhi rivolti verso l’alto. Come se da un momento all’altro quelle finestre potessero aprirsi per mostrare chissà che. Come se da un momento all’altro il cielo potesse aprirsi per mostrare chissà che. Facemmo un giro della piazza, quasi in perlustrazione, noi, così avvezzi alle sciagure del mondo. Le tragedie erano il nostro pane quotidiano. Le cavalcavamo.
Ma quella sera c’era qualcosa di diverso. Era morto un papa al quale tutti avevano (avevamo) voluto bene, un’agonia che noi avevamo seguito dal primo minuto, l’avevamo persino condivisa. Come parenti stretti. L’agonia di Karol Woytjla era la nostra agonia. 
Come quella di un bambino morente.
Respiravamo con i suoi ultimi respiri. Con una sola differenza. Che l’ultimo respiro del papa coincideva con l’inizio della nostra libertà. Il suo ultimo respiro ci concedeva di tornare a respirare. I giorni seguenti sarebbero stati ancora più complicati ma non affannati dagli ultimi respiri di un papa morente. Ci sarebbero stati i funerali, la caccia ai medici curanti, il totopapa, l’elezione del nuovo pontefice. Ma questo non mi faceva paura. 
Grazie. E perdonaci, papa Woytjla, per avere respirato profondamente al tuo ultimo respiro.

A Giacinto.
“Giusè, u’ se chi n’è muorti?”, mi ha detto mammà qualche sera fa prima di salutarci, al telefono.
“No mamma, non lo so”.
“Jacinti, Jacinti Casciaro, te lo ricordi? Aveva settantacinque anni, siamo stati al suo funerale. Quant’era buono…”.
“Certo che me lo ricordo, mamma... Va bene, ci sentiamo fra qualche giorno, ciao mamma”.
Ho avvertito un brivido lungo la schiena quando ho saputo della morte di Giacinto, l’altra sera. 

La prima volta l’ho visto una quarantina d’anni fa, forse anche più. Papà doveva fare la sua prima dichiarazione dei redditi e non sapeva come fare. Una mattina andò nell’ufficio dell’erario dove Giacinto lavorava (aveva una trentina d’anni, papà meno di quaranta, io poco più di dieci) e gli espose il problema.
“Jacì, non è che puoi darmi una mano? Hanno inventato queste carte da riempire e io non so come fare”.
“Cà, e che problema c’è, stasera vengo a casa tua e la facciamo”.
Papà tornò a casa soddisfatto. Aveva trovato la persona che l’avrebbe aiutato a sbrigare quella pratica fastidiosa. 
Giacinto arrivò a casa nostra come promesso, verso sera. Fu accolto come un salvatore. 
Lui salutò, si sedette al tavolo da pranzo, aprì una cartellina nera e tirò fuori alcuni fogli. Poi una matita, una gomma e una penna. 
“Cà, fammi vedere tutte le carte”.
Papà tirò fuori da un cassetto il suo voluminoso incartamento e lo poggiò con delicatezza sul tavolo. 
Papà non parlava, timoroso, mamma da lontano osservava, io ero vicino a papà e guardavo.
Giacinto prese le carte una ad una e cominciò a scrivere numeri su numeri, faceva addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni, divisioni. Prima con la matita. Poi, quando fu sicuro dell’esattezza dei dati, prese la gomma e cominciò a cancellare quei numeri. Iniziò dall’alto: un’occhiata al numero per memorizzarlo, un colpo di gomma e poi lo stesso numero riscritto con la penna. L’operazione durò a lungo, due, tre ore, tanto che quando finì era ormai ora di cena e mammà gli chiese timida: “Jacì, perché non resti con noi a mangiare?”. 
Giacinto la guardò, sorrise, e disse: “Perché no, Ninè? Mi è venuta pure una certa fame…”.
Mamma non era sprovveduta e aveva trascorso quasi tutto il pomeriggio a preparare, in cucina. Sapeva dell’arrivo di Giacinto e già immaginava che sarebbe rimasto con noi a cena.
Parlarono lui e papà per tutta la sera. Ascoltai, in silenzio. Alla fine, quando Giacinto stava per congedarsi, papà gli disse: “Jacì, ricimi quanti te reri”. “Cà, ma su ciuoti? Ma va viri adduva a jiri, ve’…”, rispose. Voleva dire che Giacinto non voleva niente per il fastidio, per avere impiegato una sera della sua vita a riempire la dichiarazione dei redditi di papà. 
Giacinto era una amico di papà, della mia famiglia. Divenne anche un mio amico.

Nel 1972 Giacinto fu eletto consigliere comunale. Contribuì anche la mia famiglia a fargli prendere i voti necessari. Papà aveva al negozio decine e decine di bigliettini con il suo nome che distribuiva a quasi tutti i clienti che venivano al negozio. 
“Cà ma ghè dda Crucia?”, chiedevano timorose le donne anziane. “Sì - rispondeva papà - vedi che nel simbolo c’è anche la croce? Vedi, c’è pure scritto: Democrazia Cristiana”. E le donne prendevano i bigliettini convinte e tranquillizzate. “E mi raccomando – suggeriva papà - dallo pure a tuo marito”.
Giacinto prese tanti voti. Io cominciai a seguire i consigli comunali. Infiniti ma appassionanti. Quando parlava Giacinto le bocche del folto pubblico si serravano. Perché Giacinto ci metteva la passione nei suoi infiniti discorsi. Tanto che a volte urlava pure, facendo irrigidire i suoi compagni di partito ma anche quelli seduti di fronte, i comunisti, i socialisti, il banco del sindaco, la gente. Grazie alla mia giovane età riuscivo a intrufolarmi nella prima fila, proprio a ridosso di una barriera di legno presidiata da due vigili urbani. E riuscivo a notare tutto il suo sguardo, a misurare meglio le sue parole; avevo la pelle d’oca quando s’infervorava. 
Lottava contro i piani regolatori che minacciavano l’ambiente, era contrario alla industrializzazione selvaggia, preconizzava uno sviluppo turistico del nostro territorio. Perché, diceva, noi abbiamo il mare e le spiagge: li dobbiamo sfruttare”.
Non fu mai ascoltato abbastanza. 

Giacinto era un democristiano convinto. In un’epoca in cui i principali partiti erano dominati dalle correnti, lui seguiva la scia di un uomo che cominciava ad avere un’idea diversa della politica, aperta, attenta alle novità, al dialogo. Quell’uomo si chiamava Aldo Moro e Giacinto era l’animatore a Corigliano della corrente dei morotei. Tanta era la sua passione verso le visioni politiche di Moro che gli altri democristiani del paese (dorotei, rumoriani, donatcatteniani, forlaniani, andreottiani…) non lo guardavano di buon occhio. 
Una sera verso le otto papà mi portò con lui all’acquedotto. “Stasera andiamo a una riunione politica”, mi disse papà, che a dire il vero non era tanto interessato a quelle cose. Forse lo fece per me, perché dopo qualche anno sarei diventato grande e forse, chissà, la politica poteva darmi una mano ad affermarmi. Ma per fortuna non fu così.
Arrivammo in un appartamento disabitato, solo in una stanza c’erano un tavolo e una decina di sedie. Giacinto faceva gli onori di casa. “Pà, ma perché non ci sono gli altri democristiani, perché c’è solo Giacinto?”, chiesi a mio padre. E per risposta papà disse: ”Questa è una riunione di morotei, quelli che hanno come punto di riferimento Moro. E Giacinto è uno dei pochi democristiani qui a Corigliano a seguirlo”. Nella stanza, oltre a papà, c’erano un paio di commercianti, un paio di impiegati, un paio di agricoltori, un insegnante. 
Giacinto parlava, parlava, parlava. Tutti lo ascoltavano ammirati, incapaci di replicare, tanto era convincente e sereno.

La politica era la sua vita. Anche la domenica a pranzo, quando doveva stare a casa con la moglie e i figli e invece andava a caccia di occasioni per discutere. Ricordo le domeniche al Salice, da mio zio Alberto. Un territorio neutro che serviva a Giacinto per incontrare lontano da orecchie e occhi indiscreti i suoi “amici più fidati”. Come Franco Pistoia. O anche qualche avversario. Per tentare di costruire un dialogo.

Da adulto l’ho visto solo poche volte, per caso. Seguivo però le sue continue battaglie, non ultima quella per la provincia della Sibaritide. Mi chiamò una volta al giornale, mi chiese sostegno ma avevo capito da quello che leggevo che non era una battaglia vincente. Feci mettere una notizia nelle pagine della politica. Quasi per dire grazie a quell’uomo che continuava a sognare.
10/2/2015

 LA DODICESIMA FOTO


Oggi in una vecchia scatola di legno ho ritrovato una foto, quella che vedete pubblicata in questa pagina. E ho ricordato.

Ricordo è una parola dolcissima, spesso però ne ignoriamo l’etimologia. E’ un termine che viene dal latino ed è composto dal prefisso re- (indica un movimento a ritroso o il ritorno a uno stato anteriore) e da cor (latino, nominativo, neutro) che vuol dire cuore. Ricordo vuol dire richiamare dal cuore, perché nell’antichità si pensava che il cuore fosse la sede della memoria. Con i ricordi si consulta il passato: non per “ammalarsi di nostalgia” ma per vivere meglio i nostri giorni.

Papà entrò in casa, aveva appena chiuso per la pausa pomeridiana il suo negozio di generi alimentari dove vendeva soprattutto pane, pasta Monsurrò, olio sfuso (intru zinni), baccalà, qualche pezzo di formaggio, ogni tanto delle ricotte che venivano dalla montagna (la nostra si chiamava Costa), scatolette Simmenthal, biscotti Colussi e la mortadella sempre pronta nell’affettatrice (la macchina) per essere tagliata a fettine sottili e subito depositata nella carta oleata, per mantenerne la freschezza.
Papà entro in casa, schiacciò il pulsante e accese il televisore. Non c’erano ancora programmi, a quell’ora del giorno, in televisione, nessun telegiornale e nemmeno televendite, niente serie tv e film, giochi a premi e messe, cartoni animati e informazioni sull’agricoltura, non c’erano chef (l’unico chef che conoscevo era mio nonno, che si meritò quel titolo in Argentina per la sua attività di venditore ambulante di frutta) e piatti da replicare. Non trasmetteva proprio niente all’una e mezza di quel giorno d’estate la nostra televisione. Non era un trattamento riservato solo a noi coriglianesi, capii tempo dopo: quel canale veniva visto in tutto il Paese e in quel preciso momento tutti, in tutta Italia, vedevano il monoscopio che vedevo io. Quella complicata figura presentava un grosso cerchio centrale, un cerchietto più piccolo all’interno e quattro cerchi ai quattro lati; nella parte superiore del cerchio c’era la scritta Rai, nel cerchio contenuto in quello più grande la lettera N, che stava a indicare la parola Nazionale, il solo canale televisivo per tutti gli italiani. Tutte queste cose, cerchi e scritte, poggiavano su una specie di rete formata da piccoli quadrati che oggi ricordano gli schemi tipografici delle parole crociate. 
Nonostante questa complessiva (e complessa) situazione di vuoto, nonostante il sibilo fastidioso emesso da quell’elettrodomestico di marca Geloso (Cà, abbascia ’sta televisiona, gli intimò mia madre), papà aveva un motivo che lo spinse ad accenderlo.
Pija a machinetta, Giusè, mi disse papà. “A machinetta” era la macchinetta fotografica, non era nostra ma ogni tanto, quando andavamo a fare qualche gita sulla nostra Seicento o a casa c’era una festa di compleanno, un amico di papà ce la prestava. Il giorno prima della gita (con tanto di truscia con le vettovaglie e bottiglie di bibite varie nel portabagagli) e il giorno prima della festa (con la casa tutta pulita da mammà e la torta e i dolci già ordinati e le candeline già comprate) papà puntualmente mi diceva: Giusè, va pija a machinetta. Io uscivo dalla mia casa, giravo subito a sinistra dove c’erano quattro- cinque gradoni che portavano a ru cafuorchj, altri gradoni, u strittulilli, a sinistra verso la purtella, la percorrevo tutta e dopo a destra. Ero arrivato a casa dell’amico di papà, uno scupaturi, che aveva la macchinetta e che gentilmente, quando ci serviva, ce la prestava.
Ha ditti papà: ma ru a machinetta che fra un paio di giorni te la riporto? L’amico di papà prendeva da una cristalliera la sua macchinetta Ferrania incapsulata nella sua custodia marrone di robusto cartone e me la porgeva. Teni, Giusè.
Io facevo il viaggio di ritorno con la macchinetta sui palmi delle due mani, così come si porta un vassoio in chiesa, una guantiera di dolci a una festa di compleanno o a un onomastico. Attento a non farla cadere, per due buoni motivi: non era nostra e se si rompeva papà avrebbe dovuto ridare al suo amico un sacco di soldi, costava più di diecimila lire, quel modello.
Il giorno prima della decisione di papà di accendere la televisione nonostante non ci fossero in quel momento programmi era domenica e papà aveva preso un’altra decisione: saremmo andati tutti quanti in montagna, a prendere un po’ di fresco. In Sila. Un’ottantina di chilometri con centinaia di curve. Ci stipammo tutti (nonno, u chef, davanti, io dietro tra mammà e nonna Tresia) nella Seicento che era stata caricata di cibo e bevande. E con papà alla guida partimmo per la nostra vacanza di un giorno. Nella macchinetta avevamo messo un rullino che poteva fare dodici fotografie. Appena arrivati in Sila papà cominciò a scattare. Una foto ai nonni, una foto alla macchina, una foto al cocomero che veniva rinfrescato dall’acqua di un ruscello, una foto a me e un’altra a me in braccio a mammà, un’altra ancora a me ma stavolta in braccio ai nonni, una foto allo scialle pieno di roba da mangiare e altre quattro foto le scattò a mammà in varie posizioni: poggiata a un albero, mentre beveva, mentre faceva finta di dormire su un prato e mentre faceva ancora finta di salire in macchina. In tutto erano undici scatti. Ne rimaneva uno. Cominciammo a mangiare e papà richiuse la custodia e conservò la macchinetta nella Seicento. Dimenticando quell’ultimo scatto.
Se ne ricordò il giorno dopo quando riaprendo la macchinetta per estrarre il rullino e portarlo al negozio di Giovanni Candia per lo sviluppo, si rese conto che le foto scattate erano undici, e non dodici. Da qui la sua decisione di accendere la televisione, di chiamarmi, Giusè, pija a machinetta, e di chiedermi di fargli una foto vicino al televisore. In fondo, in quegli undici scatti papà non c’era mai, era anche giusto che ne restasse testimonianza. 
‘Nquetra buoni, Giusè, lo sai come si fa, no? Certo che lo so papà, gli dissi. Poggiai l’occhio sul mirino, papà appariva come sarebbe venuto in fotografia, in bianco e nero. Quando sei pronto scatta, mi disse papà.
Inquadrai bene, come richiesto da papà. A sinistra la porta della stanza da letto dove dormivamo tutti e tre, papà e mammà su un letto grande e io su un lettino piccolo, sopra la porta un vetro che lasciava passare un po’ di luce che veniva dall’esterno e, oltre, una tenda che copriva a stagghjeta, una sorta di sgabuzzino, di dispensa ricavata dalla roccia, ‘a timpa, dove poggiava la nostra casa. Papà poggiò il gomito sul televisore che a sua volta poggiava tutto il suo peso su un mobiletto di ferro nero che un pò più giù del suo centro aveva una specie di vano curvo che, diceva mammà, era un portariviste. Ogni tanto mammà mi chiedeva di comprarle dal giornalaio Annabella, una rivista femminile, e dopo averlo sfogliato lo poggiava su quel vano curvo di ferro traforato, il portariviste. Sul televisore un oggetto che ho sempre visto, fin dalla mia più piccola età: un modellino di macchina, anch’esso in ferro, doveva essere una delle prime macchine messe in circolazione. Leggero. Sulla parete erano appese due foto incorniciate. Nella prima, quella più vicina al televisore, ci sono io, in un primo piano fatto dal fotografo, a casa, il giorno della prima Comunione. Più su l’immagine di zio Giovanni, fratello di papà che stava benissimo ma non era con noi, non era a Corigliano, non era in Italia. Viveva in Argentina, da emigrante, ma si era sistemato senza sofferenze. Papà e i nonni non lo vedevano da molti anni, io non lo avevo mai visto, mia madre neppure. Così quella foto ogni tanto ricordava a ciascuno di noi, in famiglia, che avevamo uno zio, un fratello, un cognato, un figlio in Argentina.
Davanti al televisore una bella pianta da interni che mammà curava con amore e che a sua volta ricambiava le attenzioni regalando, soprattutto agli occhi di mammà, sempre nuove e verdissime foglie. 
Continuo a guardare nel mirino. Papà mi chiede: vedi bene?, non ti muovere quando scatti sennò la foto viene tutta sfuocata.
Alla sinistra del televisore il tavolo da pranzo appoggiato al muro, sopra una tovaglia di plastica; sotto, quando era inverno, mettevamo u vrascjeri, che rendeva meno fredde le nostre serate.
Giusè, scatta sta foto. Ecco, papà, eccola: poggio l’indice sul pulsante, spingo, schiaccio, fino a sentire lo scatto, clic. La dodicesima foto era fatta. Mammà aveva già apparecchiato e portato la pentola con la pasta al sugo in tavola. Il monoscopio era sempre identico a se stesso e chiunque in quel momento avesse acceso il televisore, a Bolzano o a Trapani, ad Aosta o a Reggio Calabria, avrebbe visto lo stesso monoscopio. Papà prese la macchinetta, riavvolse il rullino e lo estrasse dalla macchinetta. Alle quattro e mezza, mi disse, vai da Giovanni Candia e gli porti il rullino: digli che lo deve sviluppare. Poi prendi la macchinetta e la riporti al mio amico.
Va bene papà. Feci tutto come richiesto da papà. Negli occhi avevo ancora quell’immagine in bianco e nero che arrivava dal mirino della Ferrania. 
Oggi, quasi cinquant’anni dopo, ho ancora davanti agli occhi il gomito di papà sopra il televisore, la porta a vetri smerigliati della stanza da letto, il monoscopio, il modellino, le foto appese al muro, il tavolo da pranzo. E dentro di me sentimenti d’altri tempi.
Non sappiamo esattamente se i ricordi stiano nel cuore o da qualche altra parte. Sappiamo solo che ci sono. E che ogni tanto fa bene aprire un cassetto e re-stituirli. A un padre. O semplicemente a chi legge.

4/7/2015

Un giorno da ricordare. La notte si annunciava chiara perché il cielo era sgombro di nuvole; i panni stesi da mammà sulla cordicella plastificata che dal nostro terrazzino arrivava al balcone i Lucia i canzunella erano già asciutti, pur essendo stati stesi solo poche ore prima; un leggero vento (quasi tipiedo, piacevole) giunto chissà da dove lasciava intendere anche ai meno interessati al cambiamento delle stagioni che l’inverno stava per finire; gli uomini che percorrevano la strada non indossavano più i mantelli e le donne portavano vestiti leggeri, alcune magliette a mezze maniche sopra la gonna scura che torniva i loro fianchi abbondanti; i bambini cominciavano a tornare per strada, chi con un pallone sgonfio, chi un mazzo di carte, chi con una macchinina a molle, chi cu nu carruoccili. 
Ero seduto sul primo dei dodici gradini di cemento della scala che portava a casa, tra ‘a putighella, dove papà esponeva gli elettrodomestici e ‘a putiga, dove papà vendeva generi alimentari. Forse leggevo un fumetto, forse mangiavo un pezzo di pane e mortadella, forse guardavo un gruppetto di bambini che correvano all’impazzata vers’i pinnini, incuranti della possibilità di cadere e di conseguenza di rovinare gambe e ginocchia sulle pietre che coprivano la nostra strada. Uno di loro, com’era inevitabile, spinto da una forza non sua, rovinò per terra; mise le mani avanti come tutti gli esseri umani al momento di cadere ma il gesto non gli risparmiò un impatto violento con il suolo. Non si era fatto granchè, un ginocchio sbucciato, una mano dolente, gli occhi pieni di paura e subito dopo un sorriso. Cchi guardeti, sembrava dire il bambino, ‘u mmi sugni fatti nenti. Tutto ciò accadeva proprio mentre il padre usciva i ru prainielli per raggiungere l’Acquanova. Un padre di oggi sarebbe corso verso il figlio, lo avrebbe stretto intorno a sé, lo avrebbe ispezionato con cura. Così, allora, non avvenne. Il padre di ieri si fiondò verso il figlio dolorante e cominciò a sbraitare. 
Narrameti, t’avjja ditti c’unna fujiri mmienza a streta, risgrazieti, mo ti rugni u riesti. (Te lo avevo detto che non devi correre in mezzo alla strada, adesso ti do il resto). 
Il resto era ciò che non gli era capitato dopo la caduta. Cominciò a percuoterlo, una mappina (uno schiaffo a mano aperta sul viso), un calcio violento sulle natiche. E lo maltrattò a parole, urlando: a chianta storta va addirizzeta quann’è ggiuvina, si no criscia storta (la pianta storta va raddrizzata quando è piccola, altrimenti cresce storta). E via un’altra mappina. 
Il bambino sembrava incurante di tutte quelle dis-attenzioni, forse perché c’era abituato, e dagli occhi non gli usciva neanche una lacrima. 
Non mi sorprese più di tanto quella scena perché accadeva spesso che un padre maltrattasse, picchiandolo, il figlio per strada. Per correggerlo, a suo modo. Regalandogli però solo ferite ulteriori, dentro e fuori. Quelle fuori sarebbero guarite qualche giorno dopo; quelle dentro forse ancora oggi, mentre guarda un figlio o un nipote, mentre va a lavorare o si riposa, il bambino di ieri le sente. Le risente. Le vive, le rivive.
Il fatto non scosse più di tanto le persone intorno. Gli altri bambini corsero ognuno verso la propria casa, la piccola vittima restò immobile cercando l’aiuto di qualcuno. Della madre, per esempio. Che non arrivò. Anzi, per la precisione giunse anche la madre: portava un vestito goffo e largo che forse nascondeva la pancia di una donna incinta, uno strofinaccio sulla spalla, i capelli raccolti in un tuppo, le mani protese verso la scena. Le agitava, le mani. 
Adesso va lì, pensai, e toglie il figlio dalle grinfie dal padre. Macchè. Si fiondò anch’essa verso il bambino. 
Narrameti, risgrazieti, a ffatti buoni parti, mo ti rugni puri ghij u riesti (disgraziato, ha fatto bene tuo padre, adesso anch’io ti do il resto). Il resto, come abbiamo già appreso, era ciò che non gli era capitato dopo la caduta. In prossimità della figura del figlio (che era rimasto immobile, impietrito, inerme) la donna, (la madre, colei che lo aveva tenuto in grembo per nove lunghi mesi e poi messo al mondo) alzò veloce il braccio destro. Il padre guardava, spettatore stavolta; e le donne e gli uomini e i bambini che si erano affacciati sugli usci e sui balconi, spettatori, anch’essi guardavano. Il braccio era alzato e la mano tesa, pronta scendere sul viso, sulla testa, sulle spalle. Ma non per accarezzarlo. Il bimbo era pronto a tutto, viveva quel momento come altri tanti istanti vissuti nel suo breve passato.
Nell’attimo esatto in cui la madre tese il braccio e aprì la sua mano, lui portò le manine sulla faccia, quasi a voler proteggere le sue zone più vulnerabili, gli occhi, la bocca, le guance, come a voler difendere quelle due lacrime che finalmente erano scese sul suo viso. 
Ma nell’attimo in cui accadeva tutto questo, un suono stridulo ruppe la catena degli eventi che stava per realizzarsi. Nessuno capì, subito, cosa fosse stato. Sembrava una voce ma non era una voce. Sembrava un suono, un grido di una persona che forse scendeva in difesa di quelle due lacrime, ma così non era, non era né un suono né un grido. Tutti – gli uomini e le donne affacciati sui balconi, i bambini tornati per strada – si guardarono intorno per capire cosa fosse. Il padre della piccola vittima fu anch’esso distratto da quel rumore improvviso e inopportuno. Persino la madre del piccolo fu distratta dal suo disegno e calò lentamente il braccio che tornò morbido e la mano si chiuse leggermente, abbandonando per il momento il proposito violento.
Tutti girarono gli occhi verso la fonte di quel rumore. Ma chi ghè?, si chiese Ghirma; chin’è steti?, ribattè il marito Luigi; i dduvi ghè bbinuti? chiosò Guirini che tolse gli occhi dalle pagine di Guerra e pace. Proprio quando Guirino si alzò dalla sedia e chiuse il libro, un altro rumore, identico al precedente, fece concentrare gli sguardi di tutti verso u cunalicchji. Perché proprio lì un gatto aveva alzato minaccioso la sua coda e con la bocca aperta e i denti all’infuori e il pelo alzato fissava un topo. Era un topo.
Ghè nu suricji, urlò dal balconcino Sarbaturi i duduelli, ghè nu suricji, disse Ciccillo i Mannina, ghè nu suricji, esclamò Dora, ghè nu suricji, sbraitarono a zi Carmenia e ra zi Marijttella. 
Il quadro era totalmente cambiato. Il bambino non ricevette più le dis-attenzioni dei suoi genitori e il popolo di Cirrja ebbe altro a cui pensare. 
Così, mentre nessuno aveva il benchè minimo suggerimento per interrompere una scena di follia familiare, tutti trovarono le parole per fermare quell’essere immondo del topo. Era un grosso topo, come se ne vedevano spesso in giro per il paese. Forse aveva sentito, anch’esso, che il tempo stava per cambiare, visto che non c’erano più nuvole in cielo e che un vento leggero e tiepido regalava brio al nostro pomeriggio.
Pija nu vetti, suggerì non si sa a chi Viti u mulineri; pija na petra, consigliò dal suo alto balcone Rachele; ammazzatili, ammazzatili, sentenziò Giri i ru latti. 
All’improvviso tutti si armarono con manici di scopa, bastoni dei nonni, pietre raccolte per strada, cassette per la frutta; spuntò anche un coltello.
L’unico davvero interessato al topo però sembrava il gatto che studiava, incurante di ciò che accadeva intorno, come un gladiatore nell’arena, i movimenti del topo. Che non c’erano, nel senso che il topo era immobile e il gatto, a un paio di metri di distanza, anch’esso restava immobile. Entrambi incuranti delle voci che li circondavano. Il bambino ferito, dalla strada e dal padre e dagli occhi della madre, aveva dimenticato tutto e il suo solo obiettivo era vedere come sarebbe andata a finire. 
Il topo tremava, il gatto aveva ancora di più alzato il suo pelo, gli uomini e le donne aspettavano un segnale per usare le loro rudimentali armi. 
All’improvviso il topo ebbe un sussulto e abbandonando la sua posizione cominciò a correre rasentando i muri. Il gatto lo inseguiva, il topo si nascose sotto un motocarro, un attimo, poi riprese la sua corsa; il gatto sembrava spiazzato dalla condotta del suo avversario, qualcuno cominciò a lanciare le pietre, altri si avvicinarono minacciosi con i scope e bastoni. Ma il topo, non si sa come, all’improvviso scomparve, nessuno lo vide più.
Adduv’è gghijuti u narrameti, pijatili, pijatili. 
Ma nessuno lo prese più. Il gatto aveva perso la sua battaglia, il topo era scappato vers’i pinnini, e nessuno, quel pomeriggio, lo avrebbe più preso. 
Il bambino, che aveva riempito fino all’arrivo del topo quel tiepido pomeriggio, con le ginocchia sbucciate e quelle due lacrime che ancora stazionavano sul suo volto, andò verso il grembo della madre, poggiò il visino sulla pancia della donna e cinse il suo corpo con le braccia ancora doloranti. Alzò la testa e la guardò. La madre gli poggiò la mano docilmente sul capo, quella mano aperta che fino a qualche minuto prima era pronta a fargli del male, e cominciò ad accarezzare i suoi capelli. 
I’, narrameti, mammita ti vo’ bene, u sè ca ti vo’ bene? 
Sì, mà.
E puri parti, u viri a parti?
Il bambino rimase con le braccia avvinghiato alla madre ma spostò la testa verso il padre. Che si avvicinò. L’uomo ficcò le mani in tasca, prese cinquanta lire e le porse al figlio. Te’, v’at’accatti i caramell. 
Il bambino lasciò il grembo della mamma, si portò le mani sul viso per asciugarsi il resto di quelle due lacrime che sembravano ormai lontane e poi le tese verso il padre, per raccogliere il frutto di un pomeriggio infernale ma che grazie a quel topo si era trasformato in un giorno quasi normale. Da ricordare.

8-1-2016

Quattro gocce di pioggia.
Quei quattro squiccilj, quelle poche gocce di pioggia cadute in un pomeriggio d'estate avevano regalato a Cirrja un'aria fresca che non sentivamo da giorni, forse da settimane. Prima che un corteo di nuvole dense e scure invadesse il nostro cielo azzurro e prima che un tuono fragoroso rompesse la calma nelle case e per la strada, i vecchi ciondolavano davanti alle botteghe e commentavano il fatto del giorno: il grande caldo. Ghji umm'arricuordi, disse Franchinielli ai suoi vicini, una giornata così cavura, passandosi un fazzoletto sopra 'u cuzzietti per asciugare quel rivolo di sudore che gli stava dando, tra la nuca e le spalle, un certo fastidio. Tutti convenirono con Franchinielli; nessuno, dopo avere fatto mente locale, riuscì a contraddirlo, nessuno seppe trovare nella propria memoria il ricordo di una giornata così cavura. Tutti avevano nu muccaturi in mano, c'era chi se lo passava sulla fronte, chi tra i palmi, chi lo usava per soffiarsi il naso. Le donne si sventolavano appollaiate sulle sedie di paglia davanti agli usci delle loro case. E i bambini... i bambini stavano tutti lì a guardare.
Poi all'improvviso la natura fece il suo corso. Una brezza leggera leggera anticipo' quel cumulo scuro di nubi che proveniva dall'Acquanova e che, come un esercito imperioso, invase via Piave e inesorabile avanzò verso u prainielli e la purtella, fino a ri pinnini. Quando l'aria ormai era fresca e le nuvole si erano impossessate persino del cielo sopra la Costa, qualche lampo schiari' lo scuro orizzonte. Tutti aspettavamo il tuono che all'improvviso, senza avvertire nessuno, arrivò. Il fragore riempì le orecchie di uomini e bestie, spavento' i bambini nelle culle e fece correre le donne a chiudere porte e finestre, e gli uomini per strada a rintanarsi sotto un balcone o ad entrare nelle botteghe aperte. Franchinielli, con un mezzo sorriso e senza tanta fretta, raggomitolo' il fazzoletto bagnato di sudore e lo ripose in tasca. U cuzzietti era ormai asciutto e se non si fosse sbrigato ad entrare in fretta in'tra putiga i mastro Marij ci sarebbe voluto ben altro per asciugare tutta l'acqua che dal cielo stava per rovesciarsi sulla sua e sulla nostra strada.
Mentre fuori pioveva (a dire il vero, almeno fino a quel momento, senza tutta quella annunciata insistenza) nonostante l'ora postmeridiana nelle case qualcuno accese addirittura qualche lampadina e i più sorpresi anche le nimpie che di solito d'estate restavano quasi sempre spente. Dentro casa mia nonna Tresia prese una sedia dal tavolo da pranzo e la sistemo' accanto alla finestra che guardava il terrazzino e la strada. Piano piano si sedette e con le braccia conserte affondo' lo sguardo fino agli alberi delle colline della Costa. Nonno Giuseppe sonnecchiava sul letto, ogni tanto tossiva. Mamma' aveva appena finito di mettere a posto la cucina e papa' era rintanato nel negozio e vista l'assoluta mancanza di clienti decise di mettere a posto, ordinandola, quella montagna di carte che si era accumulata nelle ultime settimane. E io? Io quel pomeriggio, considerata la stagione estiva e quindi l'assenza di impegni scolastici, visto anche il tempo che non invogliava a scendere in strada e considerato che nessuno dei miei amici era raggiungibile, decisi di buttarmi sul letto, con la testa a ri pirizzi (verso il fondo) e di godere di un po' di quel fresco improvviso e inatteso. Non aveva finestre la mia stanza (che poi era la stanza dove dormivano anche i miei genitori) ma lasciando la porta aperta e con un poco di immaginazione, un po' di luce esterna (poca, quel pomeriggio) riusciva a filtrare e si intrufolava pure qualche rumore, come quello generato dalle gocce di pioggia che insistenti sbattevano sui vetri. Sentivo i rumori che venivano dalla cucina, il ticchettio ritmato della sedia di mia nonna che non avendo assolutamente nulla da fare si concedeva qualche momento di svago cullandosi un po'. Avanti e indietro. Chiusi gli occhi sopraffatto da un lieve torpore ma durò un attimo. Una voce mi distrasse, la voce di un ragazzino. Se ci fosse stata ancora la pioggia quel ragazzino non sarebbe per strada, pensai. Mi alzai di scatto dal letto e corsi verso u lastrachielli. Avevo gli occhietti un poco appannati, li strofinai leggermente con i dorsi degli indici e fui colto da una grande sorpresa: il quadro che avevo lasciato una decina di minuti prima non era più lo stesso. Puntai gli occhi verso il cielo.
Il corteo di nuvole che Mi era sembrato un po' di tempo prima un esercito imperioso stava battendo veloce in ritirata, raggi potenti di sole si facevano largo tra quelle coltri ormai leggere che andavano disperdendosi, disorientate, come dopo una feroce sconfitta. Sui vetri delle finestre restavano i segni di quel passaggio veloce, per strada le pietre erano lucenti, un filo leggero d'acqua cercava di farsi largo e di raggiungere una improbabile foce. Il sole era tornato a impadronirsi del pomeriggio e della strada, gli uomini uscirono dalle loro tane, le donne si armarono di ramazze e con vigore spazzarano dai loro usci la leggera fanghiglia che, nonostante il breve periodo del fenomeno temporalesco, si era formata. E i bambini? I bambini tornarono tutti a guardare. Stavolta pero' pronti a partire, ripartire, a riprendersi la strada e il pomeriggio, i muri e le pietre, la loro vita. In fondo erano caduti solo quattro squiccilj, quattro gocce di pioggia che erano riusciti solo a regalare un poco di frescura dopo tutto chillu cavuri che tutti avevamo avvertito fino a un attimo prima dell'arrivo di una processione di nuvole e di quel tuono improvviso. 
Di fronte a casa mia, dall'altra parte della strada abitavano, tra gli altri, Guirinj e Lucia i canzunelli. Non avevano figli e secondo la spiegazione di mamma' la mancanza di bambini in quella casa era dovuta al fatto che i due non fossero sposati. In realta' non era come diceva mamma' ma io mi sono sempre accontentato di quella labile spiegazione e non ho nessun elemento, anche oggi, a cinquant'anni di distanza, per confutare la sua tesi. Se non quello del buon senso. Guirinj non aveva alcuna occupazione a me nota, probabilmente per quell'incedere malfermo che gli aveva fatto guadagnare una pensione di invalidita' civile che gli bastava, sommata all'indennità pensionistica di Lucia, per andare avanti. Però i suoi giorni Guirinj li investiva bene: quando il tempo lo permetteva, prendeva la sua comoda sedia rivestita da una stoffa piena di colori intensi, la sistemava sull'uscio davanti al gafio che portava nella sua dimora e si sedeva. In mano aveva sempre un libro aperto e gli occhi, aiutati da un paio di occhiali robusti, erano pronti a catturare parole e storie. Non si lasciava distrarre dalle voci della strada, non alzava quasi mai lo sguardo quando era immerso nella sua lettura, non lo infastidivano i pianti dei bambini, le urla delle madri, le voci grasse dei padri, i ragli degli asini e i clacson delle macchine. Niente. Anche Guirinj, dopo quei quattro squiccilj, era tornato a impadronirsi del pomeriggio e della strada. Prese la sedia che lo accompagnava nelle sue giornate e tornò a coltivare quella passione così rara tra gli uomini e le donne di Cirrja. 
Intanto tutta la strada godeva di quel fresco inaspettato. Le donne non avevano più bisogno di sventolarsi, gli uomini non ebbero più la necessità di passarsi i fazzoletti sopra i cuzzietti e tutti tornarono a fissare i movimenti della gente di Cirrja. Il grande cavuri era passato, forse sarebbe tornato ma per il momento, come disse il saggio Franchinielli che era tornato con i suoi amici a sedere davanti alla bottega di mastro Mario, pijamini stu poch'i friski.
Un gruppetto di ragazzini intanto era sul piede di guerra. A quei tempi bastava poco, una parola di troppo, una discussione che coinvolgeva inopportunamente un familiare, uno sguardo non gradito per scatenare una spedizione punitiva in altri rioni, una piccola guerra per bande combattuta a mani nude ma talvolta supportata anche da armi leggerissime come assi di legno e piccole pietre. Quei quattro squiccilj avevano cambiato i piani della banda ma il ritorno del sereno e quella sensazione di fresco che s'impossesso' della strada diede un nuovo impulso anche al bellicoso gruppetto di ragazzini di Cirrja. Che partirono, proprio mentre Guirinj aprì il suo libro, verso il rione Falcone. Jemi li facimj na friket'i mazzi (andiamo a spaccargli le ossa), disse il più grande di loro che carico' ciascuno dei suoi con uno sguardo che voleva essere feroce ma era pur sempre lo sguardo di un ragazzino. Li seguii con il mio sguardo innocente fino a ra Ricella poi decisi di andare da Guirinj. Che mi accolse, come sempre. Chi sta liggienni, Guiri', gli chiesi timido. Lui si lascio' distrarre e senza rispondermi mi fece vedere la copertina. Non ricordo il titolo, non ricordo il colore della copertina. Ricordo però che Guirinj prese un altro volume che aveva poggiato sul muretto e me lo diede. Prendilo, sfoglialo, leggilo se vuoi, mi disse, poi me lo riporti. Lo ringraziai e tornai verso casa, dall'altra parte della strada, e mi sedetti su un gradino accanto al negozio di papà. Il titolo mi conquistò subito, I ragazzi della via Paal. Cominciai a leggere con avidità, pagina dopo pagina scoprii che la storia ricordava quella dei ragazzini di Cirrja che erano da poco partiti per la loro missione. Mentre ero impegnato nella lettura della pagina numero cinquantadue il manipolo di ragazzini tornò verso la propria strada. Mi affacciai per vederli da vicino, alcuni erano malconci (qualche livido, graffi, una maglietta strappata, un po' di sangue su un dito), altri avevano lo sguardo fiero mentre il capo brandiva un pezzo di legno. Vittoria, disse guardandomi. Ero fiero, per loro, per me, per Cirrja. Tornai alla mia pagina 52, alla via Paal e alle Camicie rosse, a Boka, Gereb e Nemecsek e alle loro avventure che sembravano così vicine, in un pomeriggio d'estate mitigato da quattro gocce di pioggia, a quelle dei ragazzini di Cirrja.

26/7/2016

 

 

LE FIGLIE DEL RE

Presi un foglio di carta da una risma che papà mi aveva comprato da Tonino Cardamone e lo poggiai sul tavolo da pranzo, in noce, rotondo, che era arrivato a casa nostra qualche anno prima per sostituire il vecchio e barcollante tavolo rettangolare che aveva sopportato per lungo tempo pietanze povere ma preparate con cura, gomiti impazienti, mani rugose, pentole con sughi dalla cottura eterna, pugni scaraventati senza alcun rispetto per quel pezzo di legno (e per tutti noi), molliche di pane, fette di pane, pezzi di pane. Zucchero e sale. Qualche lacrima. Il calore di un braciere che si sprigionava ai suoi piedi e che regalava tepore ai nostri corpi. Il mio. Quello dei miei genitori. Dei miei nonni. Del mio fratellino. Pezzi di carbone che ardevano solo per noi.

Presi anche una penna, una Bic nera che tenevo nella cartella che usavo per andare a scuola, tra le pagine del Sussidiario che il maestro Raffaele De Vincenzo ogni mattina ci faceva aprire per imparare qualcosa di nuovo. Mi sedetti e cominciai a guardare le trame evidenti di quel foglio ruvido e opaco. Papà, per risparmiare, aveva comprato i fogli che costavano di meno, non quelli bianchi e lisci che già, a quel tempo, circolavano nelle famiglie dei benestanti.

Tonì, disse papà al negoziante dell’Acquanova, mi servono dei fogli da dare a mio figlio, dice che vuole scrivere, hai qualcosa da darmi?

Giusè, mi disse papà tornando dall’Acquanova, ecco i fogli che mi hai chiesto, ti vanno bene questi?

Lo ringraziai con un sorriso e poggiai il blocco tra i miei pochi libri ordinati su una mensola.

Il foglio mi aspettava, attendeva i miei pensieri, la mia storia. Cominciai a scrivere.

Abitava con la moglie e tanti figli maschi nei pressi della caserma dei carabinieri.

Fu questo il primo pensiero, il primo periodo che grazie alla mia penna Bic riversai in un attimo sulla carta, rovinando per sempre l’opaca integrità di quel foglio grezzo pagato poche lire. Il resto della storia non lo ricordo a memoria, ma la mia memoria conserva – spero per sempre - quella storia.

Il re, così lo chiamavano tutti a Cirrìa e all’Acquanova, a sant’Antonio e a ru Majlluni, a ru Fuossi Bianchi e a Farconi, in realtà non aveva niente di regale. Né l’abbigliamento né il portamento, né la dimora né il nome. Si chiamava Salvatore Casciaro ed era un uomo senza occupazione. Non aveva un lavoro (così almeno emerge dai miei ricordi) e alle mie ripetute domande su come facesse a mandare avanti una numerosa famiglia con moglie e tanti figli maschi, mia madre non sapeva o non voleva rispondere.

Giusè, chinni saccj ghji, avrà qualche parente ricco che lo mantiene.

Mà, ma si chiama come noi, siamo noi i parenti ricchi che lo mantengono?

No, Giusè, non siamo noi, e non siamo parenti, ci sono tante persone a Corigliano che hanno il nostro stesso cognome ma questo non vuol dire che siamo parenti. Magari avessimo i soldi per mantenere un parente…

E allora mà, perché?

Perché chè?

Mà, perché un uomo senza lavoro riesce a mantenere una famiglia piena di figli maschi, a non farli morire di fame?

Avrà qualche risorsa nascosta, rispose mammà quasi infastidita dalle domande di un bambino, anche se era il suo bambino.

Talvolta la verità può essere dolorosa, frastornante, soprattutto per un bambino.

Non spesi tutti i miei giorni a cercare di capire cosa nascondesse la figura i Sarbaturi u rre, non mi interessava più di tanto. La sua storia equivaleva nell’ambito dei miei interessi a quella di altre persone.

In quel tempo volevo capire perché Guirini, ad esempio, stava sempre seduto a leggere libri; o perché a zi Carmenia non si era mai sposata; o perché a zi Fraischiella pochi minuti prima di morire cominciò a parlare una lingua straniera; o perché la moglie del muto un giorno morì e il giorno dopo tornò a vivere; o perché in una notte che non riuscivo a prendere sonno fui scosso da un rumore che non avevo mai sentito, un colpo brevissimo e secco che ruppe il silenzio che mi circondava; oppure perché quella volta, mentre tutti in casa dormivamo, tutti fummo svegliati dallo struscio di piatti sul tavolo lasciato apparecchiato con gli avanzi del cibo; o perché quella sera Sarbaturi i Dutuelli salì sul palco del cinema Comunale e lasciò la sua volontà nelle mani di un mago ciarlatano; oppure perché in quel giorno pieno di sole sentii per la prima volta – cogliendo l’uva - il mio sudore sulla fronte nella vigna di nonno Natale. La fatica.

Avevo tanti pensieri a cui pensare, tante storie da usare come coccole, tanta fantasia da coltivare. Sarbaturi u rre era solo uno dei miei pensieri.

Una mattina però, dovetti concentrarmi su di lui e sulla sua storia, perché a casa mia arrivò una telefonata.

41400, era il numero di telefono di casa mia. Uno squillo lungo, profondo.

Il telefono a casa nostra era uno strumento di lavoro. Papà vendeva bombole di gas e i clienti quando i loro fornelli e le loro stufe perdevano vigore erano costretti a chiamarci. Quindi era necessario, doveroso, rispondere.

Mammà era in cucina e con un cucchiaio di legno girò qualcosa in una pentola, abbassò il fuoco e si avvicinò al telefono nero attaccato al muro, alzò la cornetta e rispose.

Pronto, chi parla?

Io ero abituato a quegli squilli frequenti. Pure mammà, d’altronde. Lei era pronta come le altre volte, dopo aver risposto, ad affacciarsi sul terrazzino, a chiamare mio padre e a dirgli che c’era da portare una bombola, per esempio, a Giuvanni u Bombardieri, tanto papà sapeva a memoria dov’era la sua casa; oppure, visto che era l’unico telefono di Cirrja, a chiamare a voce alta Tirisina i Menzachepa perché al telefono c’era Cuosimi, il marito, che chiamava dalla Germania.

Quella volta, però, mammà rimase troppo in silenzio. Il suo solito sorriso si smorzò. Gli occhi persero la naturale apertura, la sua mano sulla cornetta s’irrigidì, l’altra fu riversata nella tasca del sinale.

No, signò, io non so niente di quello che voi mi chiedete.

Che risposta strana dette mia madre alla sua interlocutrice. Mi insospettii. Mi avvicinai e mi sedetti su una sediolina. Mammà era imbarazzata.

Ve bene, signò, se so qualcosa… Arrivederci, arrivederci. Ripose la cornetta, disturbata, sul telefono.

Mà, ma non l’hai vista la signora, perché le hai detto arrivederci?

Mammà abbozzò un sorriso.

Che voleva quella signora?

Fece finta di niente mia madre, ma mi aggrappai a lei.

Mamma, adesso mi dici ché voleva quella signora.

Sistemò lo strofinaccio sulla spalla, riprese in mano il cucchiaio di legno e lo immerse nuovamente nella pentola che ora, oltre a un fumo leggero, sprigionava un dolce odore di sugo pronto per condire la pasta del pranzo.

Mà, allora?

Continuò a far finta di niente, mammà. Ma alle insistenze di un bambino si risponde sempre. Con una bugia. O con la verità.

Mammà mi guardò negli occhi. E cominciò a raccontare. Una bugia? No, la verità.

Al telefono c’era una donna che non parlava come noi, non era di Corigliano, forse, dall’accento, mi sembrava dalla provincia di Reggio, o di Catanzaro.

E che voleva, mà, una donna di quelle province da noi?

Niente. E’ che si è sparsa la voce che qui a Corigliano ci sono un marito e una moglie che fanno i figli e li vendono.

Non ebbi una reazione di stupore, come si converrebbe a una scoperta del genere.

Mà, ma vendono tutti i figli che fanno?

No, Giusè, dicono solo che vendono le figlie femmine.

Solo le femmine. Perché le figlie femmine non puoi mandarle a lavorare e non possono portarti a fine settimana diecimila lire per comprare il pane, lo pasta e lo zucchero. Le femmine sono un fastidio, devi fare il corredo, che costa un sacco di soldi, se vuoi farle sposare.

No, le femmine proprio no. Meglio venderle, pensavano Sarbaturi e la moglie.

Rimasi scosso? No, non rimasi scosso. Era una delle storie del mio paese, che era equivalente nei miei interessi e nelle mie pre-occupazioni alla storia di Guirino e a quella i ra zi Carmenia, della moglie del muto e al mistero irrisolto di uno sparo nella notte.

E tu, mà, le hai detto a quella signora che l’aiuterai ad avere una bambina?

Mammà non mi rispose. E io mi accontentai della sua non risposta.

Però, devo dire con sincerità, l’albo delle mie storie si arricchì terribilmente dopo quel giorno. Perché nell’almanacco dei miei pensieri dovetti inserire anche tutte quelle bambine senza nome che subito dopo essere state partorite furono costrette ad affrontare un lungo viaggio prima di trovare la casa del padre. Vero o putativo, che importa. L’importante, per quei piccoli esserini era trovare una casa, una famiglia. L’affetto, l’amore, una carezza. Tenerezza.

Oggi quegli esserini messi al mondo dalla moglie del re hanno tutti (tutte) vite felici. Alcune si sono ri-trovate, senza sapere perché.

Altre vivono all’ombra dei loro dubbi.

Perché un padre e una madre un giorno si sono liberate di loro?

Forse per regalarle una vita migliore.

O semplicemente per vivere qualche mese in più senza l’assillo della povertà.

Viva il re, pensai alla morte i Sarbaturi. 

Vivano le sue figlie, penso in una notte che il freddo comincia a essere pungente e mi manca un braciere sotto il tavolo per riscaldare i miei piedi e le mie mani e i miei pensieri di un tempo passato mentre mammà versa un po’ di sugo bollente sopra un piatto di maccheroni.

12/11/2016

LUNEDI' SERA 
Venne la sera e papà, come tutte le sere, qualche minuto prima delle otto accostò una minzina della porta del negozio per far capire che stava arrivando l’ora della chiusura.
Venne la sera e io scesi la dozzina di gradini che separavano la nostra casa dal negozio per aiutare papà. Presi la busta della spazzatura, chiudendola per bene, e la portai di fronte a ru canalicchj, dove di notte sarebbe stata presa, insieme alle altre, dagli scupaturi.
Tornai verso il negozio ma papà non aveva ancora finito di sbrigare le sue faccende.
Cominciò a fissare il quaderno delle bombole di gas vendute calcolando i ricavi della giornata, poi aprì il cassetto sotto la bilancia, prese i soldi di carta, le mille lire, le cinquemila lire e le diecimila lire, li radunò con cura e li portò in una tasca dei pantaloni, lasciando per qualche attimo lì la sua mano come se dovesse proteggere l’incasso da chissà che cosa. 
Lo guardai cercando di capire quanto tempo dovesse rimanere prima di salire a casa. Mi guardai intorno: l’affettatrice che usavamo per tagliare la mortadella era pulita, u zinni dove tenevamo l’olio era chiuso, il barattolo con la cioccolata sfusa sigillato, il sacco con il baccalà secco coperto. Non mancava niente. La lista delle cose da fare prima di chiudere un negozio era stata seguita, rispettata. Bastava solo spegnere la luce, chiudere l’altra minzina della porta, infilare la chiave nella toppa e dare un paio di mandate. Papà fece esattamente come io avevo previsto: spense la luce, chiuse l’altra minzina della porta, infilò la chiave nella toppa e dette un paio di mandate. “Andiamo Giusè”, mi disse, “andiamo a mangiare e poi, lo sai, è lunedì sera…”.
Risposi con un sorriso, compiaciuto, come per ringraziarlo di essersi ricordato che era lunedì sera.
Mammà aveva già apparecchiato, mio fratello Francesco, più piccolo di me di circa quattro anni, aveva già finito di mangiare la sua pastina. Il profumo delle polpette fatte con carne macinata, mollica di pane e tanto sugo di pomodoro si era impadronito dell’intera casa. Il coperchio ballava ancora sulla pentola quando papà ed io, dopo esserci lavati le mani con acqua gelida e un pezzo di sapone, ci sedemmo a tavola.
“E pure sta jurneta sta finjenni”, disse papà guardandomi. “E poi – aggiunse – è lunedì sera…”
Mammà si avvicinò al tavolo con la pentola piena di polpette e la poggiò su una mappina accartocciata che doveva preservare l’integrità del tavolo. Se la pentola fosse stata poggiata senza protezione avrebbe sicuramente lasciato il segno e nessuno di noi voleva vedere un tavolo di noce macchiato da una pentola bollente. Che figura ci avremmo fatto con le persone che sarebbero venute a farci visita per un onomastico, un compleanno, una ricorrenza qualsiasi?
“Giusè, pripariti”, mi disse papà addentando l’ultima delle sue polpette. 
“Stujiti u mussi”, gli disse mia madre.
Papà prese il tovagliolo e si pulì la bocca dove il sugo aveva lasciato i suoi segni.
“Stasera è lunedì e tra un po’ comincia il film”, disse mio padre. 
Guardavo poco la televisione, quando ero un bambino, qualche cartone animato il pomeriggio e poco altro. La sera, di solito, andavo a letto subito dopo la cena. Ma il lunedì sera no. C’era il film, l’unico film della settimana e non avevo nessuna intenzione di perdermelo.
Nessuno di noi, né papà né io, sapeva il titolo del film, i protagonisti, la trama. Non c’era alcun modo di saperlo. (Solo pochi anni dopo, frequentando il tabacchino-edicola della signora Cicero scoprii che sul Radiocorriere Tv c’era tutta la programmazione della televisione).
Seduti sulle nostre sedie al tavolo da pranzo aspettammo la fine di Carosello; subito dopo, l’annunciatrice dopo aver dato la buonasera ai telespettatori, comunicò il titolo del film. Che né io né mio padre, a causa dei rumori prodotti dalle stoviglie vorticosamente maneggiate da mia madre in cucina, riuscimmo a capire.
“Ninè, u’mma fatti sentiri nenti…”, si lamentò mio padre. 
Ma non aveva importanza il titolo del film, l’importante era come tutto aveva inizio. Se, per esempio, appariva sullo schermo un titolo o un personaggio – avevamo stabilito con mio padre - non si trattava di un bel film. E la nostra attesa sarebbe stata rovinata. Ma se sullo schermo appariva la testa di un leone ruggente incastonata in una pellicola con la scritta MGM (Metro Goldwyn Mayer), allora sì che potevamo fidarci. E papà avrebbe acceso una sigaretta bevendo l’ultimo bicchiere di birra ed io mi sarei trastullato sulla sedia accanto a lui, poggiando i gomiti sul tavolo e i palmi delle mani chiuse sulle guance, aprendo tutti gli occhi nonostante l’ora tarda.
Quella sera arrivò il ruggito del leone e mio padre ed io ci guardammo soddisfatti. 
“Mo’ sì ca ni rivirtimi”, disse mio padre. E aggiunse: “Secondo me è un film di banditi”.
A quel tempo i generi cinematografici a casa mia erano ben distinti. I film di banditi erano i western, ambientati, come lasciava presupporre il nome, nel West. In tutta onestà non sapevo dove fosse il West ma papà, dopo una mia domanda, fugò tutti i miei dubbi. “E’ in America”; mi disse. E io colmai per sempre la mia lacuna. C’erano poi i film che facevano cianciri (quelli, per esempio, con Amedeo Nazzari) altrimenti detti sentimentali e quelli che facevano rirriri (quelli, per esempio, con Jerry Lewis) altrimenti detti commedie. Ma a noi, a me e a mio padre, piacevano solo i film western. Spari, pistole fumanti, saloon e sceriffi, vendette e prigioni, rese dei conti e banche assaltate, taglie e diligenze, cavalli e speroni. E molto altro. Un mondo che affascinava tutti i bambini tanto che a Carnevale la maggior parte si travestiva da bandito, con pistola, cinturone, e cappello d’ordinanza. I più bravi appuntavano sul petto la stella da sceriffo ma la maggioranza preferiva non metterla.
Gli spari e le fucilate si alternavano al rumore di piatti della cucina dove mammà, incurante dei nostri sguardi incollati sul televisore Geloso in bianco e nero, continuava a sbrigare le sue faccende. 
“E ammazzalo”, auspicava mio padre. Io non sapevo ancora da che parte stare ma considerato che mio padre era più grande di me, sapeva certamente come andavano le cose nel mondo (anche nel West) e considerato soprattutto che era mio padre, anch’io, ma solo dentro di me, auspicavo che l’ammazzasse. 
Alla fine, dopo un’avventurosa rincorsa fra terre desolate e aridi paesaggi che durò all’incirca un’ora, lo ammazzò, in una strada sterrata, con gli occhi addosso di un’intera cittadina del West. Bastò solo un colpo di pistola, senza neanche prendere la mira, per ammazzarlo. Il cattivo morì, verso le dieci e mezza di sera, quando papà ormai stanco si era addormentato sulla sedia e mammà aveva finito di mettere a posto la cucina ed io avevo tolto i gomiti dal tavolo e i palmi della mani chiuse dalla faccia. 
Poggiai la mia mano sulla spalla di papà che a causa del mio gesto si ridestò. “Pà, lo ha ammazzato”, gli dissi. 
“Ha fatto bene”, rispose.
Sì, ha fatto bene, pensai. Era proprio quello che meritava.
Andai a letto con papà e mammà. Aspettando un altro lunedì sera 

(Nella foto, papà accanto al televisore Geloso)

 

(16-12-2016)

 

IL NATALE DI JOLANDA

(al centro della foto, appoggiata alla collina, la casa dove abitava Jolanda, alla fine del paese)

Carmelina, già sveglia da almeno un’ora, due minuti prima delle sette e mezza del mattino prese un mazzo di chiavi poggiate nella cristalliera, si mise una mantella sulle spalle e varcò il suo uscio. L’aria era gelida, il cielo coperto da nuvole stabili e dense; poggiò la mano sinistra sul petto per ripararsi ulteriormente e si diresse spedita verso l’ingresso della chiesa di Santuori, afferrò bene la chiave e aprì il portone. Si fece il segno della croce rivolta verso l’altare, accennò un inchino. Fece insomma come tutte le mattine, prima di suonare le campane che chiamavano a raccolta i fedeli della parrocchia di Ognissanti per partecipare alla messa quotidiana celebrata da don Gigino.

Le campane, forse per il freddo pungente di quel 23 dicembre della fine degli anni Sessanta, quella mattina non avevano tanta voglia di suonare. Le due corde tirate con forza e maestria da Carmelina agitavano i batacchi ma il suono era quasi sordo. La donna comprese la difficoltà e fermò i suoi gesti per qualche secondo. Poi riprese. E le campane tornarono a suonare come sempre. L’eco di quel suono, come per una magia inspiegabile, cominciò a vagare per le strade della parrocchia. Per uno strano caso il rumore arrivava solo nelle case curate da Santuori e, come per un miracolo, non oltrepassava mai i confini.

L’udirono a ra Purtella e all’Acquanova, i’ntri Prajnielli e in un lungo tratto della Ricella; arrivò pure da noi, a Cirrja, con le porte delle case ancora serrate e quasi nessuno per strada. Nessuno di noi fu colto di sorpresa. Per la maggior parte dei parrocchiani il suono delle campane era una specie di sveglia, un invito a cominciare. Per altri, in realtà tutte donne in gran parte sole, era l’avviso che la messa, mezz’ora dopo, sarebbe cominciata.

L’eco percorse tutta via Piave e i suoi vicoli, numerati dal primo al quinto, fino a ri Pinnini, ed entrò senza chiedere permesso anche attraverso le finestre già aperte della dimora di Jolanda, nell’ultima delle case di Cirrja, ai confini del nostro mondo. La sua abitazione era modesta, (una stanza da letto e una cucina), povera e disadorna, ma era la sua casa.

Jolanda, ancora spettinata, indossava una vestaglia pesante; pareva una madonna addolorata solo un poco più piena rispetto alla tradizionale iconografia che abbiamo della madonna addolorata; la testa era chinata, gli occhi gonfi e la bocca un poco aperta per respirare l’aria pulita di quel fresco mattino. Si avvicinò a una delle due finestre (quella che guardava tutte le altre case di Cirrja), poggiò i gomiti sul davanzale e chiuse gli occhi. Oltre al suono delle campane e al freddo pungente, Jolanda sentì anche l’odore di alcune foglie di basilico che nonostante il pieno inverno continuavano a crescere come se niente fosse. Verdissime.

Nessuno di noi bambini si avvicinava a quella casa, alla fine del paese, che da un lato guardava a jumera e le colline della Costa, regalando un paesaggio quieto e scosceso, e dall’altro consentiva d’intrufolarsi nelle vite dei viandanti segreti (e dei loro passi furtivi) che fin lì si avventuravano.

Jolanda, Jolanda a riggitena, era nata in un paesino della provincia di Reggio Calabria. Un giorno di molti anni prima, prima di quella mattina gelida e prima che il suono delle campane la sorprendesse tra lontani alberi di noci e profumate foglie di basilico, Jolanda decise di lasciare il suo paese. Il padre non c’era più, la madre non la seguiva abbastanza. Lei pettinò i suoi capelli biondi davanti allo specchio che l’aveva vista crescere, infilò in una borsa un vestito e qualche soldo e senza salutare la madre si diresse verso la stazione ferroviaria. Raggiunse una sua amica, Filomena, che le aveva parlato di Corigliano, e insieme aspettarono il treno che le avrebbe portate a Cirrja.

Jolanda e Filomena per tutto il loro viaggio, il loro primo e lungo viaggio, affondarono gli occhi nel mare e nelle larghe foglie dei fichi d’India, tra gli agrumi e le case intorno ai binari. Parlarono poco ma il loro destino era segnato. Sognavano una vita migliore.

Scesero dal postale che le aveva portate all’Acquanova, entrarono dentro il bar i ru catarreri, ordinarono in piedi un caffè e uno spingioni per uno (attratte da quell’odore di caldo e di fritto che al loro paese non avevano mai sentito) e una di loro domandò: “Scusate, mi sapete dire come si arriva a Cirrja?”.

“Jeti i llè e scinniti”, disse con sospettoso interesse il barista che le fissava estasiato.

Appariscenti, voluttuose, morbide, calde. Così apparvero le due donne al barista che non pensò nemmeno ad uno solo degli aggettivi appena elencati. Fu però avvolto da una cardascìa che non lo prendeva da tanto tempo, sgranò gli occhi e le vide girarsi con grazia, osservò le loro spalle, la schiena, fino ad affondare lo sguardo e a perdersi nei loro passi sinuosi e ammiccanti.

Le due donne assaggiarono i sassi della nostra strada, per la prima volta. Portavano scarpe con i tacchi e questo non facilitava la loro camminata.

I volti incuriositi delle donne di Cirrja accompagnarono la loro prima discesa.

“E mo’ chini su chisti?”, si domandò tra sé e sé Lucia i Canzunelli. La domanda, come il suono delle campane di Santuori, sembrava perpetuarsi attraverso i battenti delle finestre e i loro davanzali spogli. La stessa questione fu affrontata tra sé e sé da Maria e poi da Ghirma, Dora e Finuzzella, Mannina e ‘Ntunetta; pure Signuranna e le sue figlie, che erano sedute davanti all’uscio quasi in fondo alla strada, senza parlare si chiesero: “Idduvi su binuti chisti?”.

Filomena e Jolanda erano due prostitute.

Filomena si sistemò in una casa a piano terra a ru Prajnielli. Di lei non conservo alcun ricordo.

Jolanda andò più giù, fin’i Pinnini, nella dimora con le finestre che sembravano ridere, sopra un magazzino che mio padre e mio nonno usavano per conservare la paglia da vendere ai padroni dei numerosi asini che vivevano con noi a Cirrja. Incontrò sulla sua strada un paio di uomini di ritorno dalla jumera e tirandosi su i capelli gli regalò un sorriso che quei poveretti non avevano mai incontrato. Né a casa né per strada.

La voce dell’arrivo di Jolanda (e della sua amica Filomena) si sparse nel paese come il vento. Poche ore dopo la voce era così diffusa che gruppetti di uomini dall’Acquanova si portarono subito a ra vucca i Cirrja. “Chilla bionda è ghiuta versi i pinnini”, disse uno che sembrava essere il più informato.

Scese la sera, i bambini furono richiamati dalle loro madri, i negozi serrarono le porte, gli asini erano ormai tutti chiusi nelle stalle; Rusina spense lo stereo che aveva riempito di canzoni napoletane la strada.

E cominciò la discesa versi i pinnini di uomini che non si erano mai visti a Cirrja, giovani e meno giovani. Alcuni ebbri, altri meno. Diretti verso la fonte di un piacere che quasi nessuno di loro aveva mai assaggiato.

Jolanda tutte le mattine saliva verso l’Acquanova per fare gli acquisti di giornata, il cibo e le poche cose che servivano per la vita quotidiana. Era seguita dagli sguardi corrucciati delle mogli, accompagnata dal rumore di porte e finestre sbattute sulla sua faccia dorata, sulle sue labbra che non conoscevano il ritegno, su un seno prosperoso e spesso ostentato senza riguardo verso nessuno.

Talvolta, al ritorno, scendeva per Cirrja accompagnata da un cavaliere di turno che non solo per gentilezza l’aiutava a portare la spesa.

Per strada un giorno ascoltai con interesse, come mi accadeva spesso, tre uomini che parlavano tra di loro.

“Rici ca si pija tremila lire”, disse uno. “Sì”, disse un altro, “cu tremila lire non ti fa neanche avvicinare alla porta”, affermò il secondo. E aggiunse: “Ci vogliono cinquemila lire”. “Vuvi ‘un sapiti nenti”, sentenziò il terzo, “a me risulta che servono anche diecimila lire pi jiri cu Jolanda”.

Jolanda, dopo centinaia di uomini ai suoi piedi, un bel gruzzolo nascosto dentro nu cascittuni e un figlio fatto chissà con chi ma affidato sapientemente a mani e cure amorevoli che non erano le sue, quella mattina del 23 dicembre della fine degli anni Sessanta, dopo essersi lasciata cullare dall’odore del basilico, dall’aria gelida e dal suono delle campane, senza pensarci più di tanto si lavò la faccia, si vestì, raccolse in capelli in un tuppo tenuto da un fermaglio e senza un filo di rossetto sulle labbra uscì di casa.

Era presto, mancavano dieci minuti alle otto del mattino, A quell’ora nessuno l’aveva mai vista per strada. “Forsi ve’ adduvi u mierichi”, pensò Franchinella con la faccia che sfiorava il vetro appannato della finestra e gli occhi sul corpo di Jolanda che nonostante avesse superato da tempo i cinquant’anni conservava ancora le movenze, solo un poco appannate, di quella prima volta che venne a Cirrja.

Non andava dal medico, Jolanda, la mattina del 23 dicembre. Prese la strada che portava alla chiesa di Ognissanti e vi arrivò cinque minuti dopo. Carmelina era pronta a suonare per la terza volta le sue campane quando la vide entrare e farsi il segno della croce.

“Oi maronna mia i Santuori”, pensò, “e mò chi ci fè chista lluochi?”

Jolanda la osservò e le porse una domanda: “Scusatemi, sapete se è arrivato il parroco?”.

Carmelina le indicò la porta della sacrestia e rimase interdetta, tanto che quella mattina non suonò per la terza volta le campane.

Jolanda entrò nella sacrestia. Carmelina non aveva la forza, tanto era presa dalla curiosità per quel fatto insolito di quella strana mattina, di andare al suo solito posto per ascoltare la messa. Era così curiosa che poggiò l’orecchio sulla porta della sacrestia (“maronna mia, perdonami”, implorò quasi piangente) e si mise ad origliare. Non riusciva a capire quasi nulla di quello che la donna diceva perché Jolanda, nonostante la sua lunga permanenza a Corigliano, aveva conservato il suo dialetto stretto e a tratti incomprensibile. Ma aveva compreso che Jolanda, senza alcun dubbio, si stava confessando. Ogni tanto arrivava qualche singhiozzo. La porta della sacrestia si riaprì solo venti minuti dopo le otto del mattino del 23 dicembre, Carmelina fece in tempo a staccare l’orecchio e andò a sedersi al suo solito posto. Jolanda, seguita dagli sguardi delle poche donne ormai spazientite perché la messa non era ancora cominciata, andò in prima fila e poggiò su una sedia il suo corpo ormai libero dai tanti pesi del suo passato.

 

La vigilia di Natale Jolanda chiuse per sempre la porta della sua casa agli uomini del paese e a quelli che venivano da fuori che per tre, cinque o diecimila lire compravano le sue carezze. Nonostante il freddo aprì le due finestre che guardavano il paesaggio quieto e scosceso della Costa, e pure le altre due che consentivano di osservare i viandanti segreti e i loro passi furtivi. Si avvicinò alla piantina di basilico e ne respirò, quasi assaporandolo, tutto il profumo, mentre il suono delle campane annunciava che tra mezz’ora sarebbe cominciata la messa della vigilia di Natale. Un buon momento per rinascere.

23/12/2016

Ho pubblicato questo racconto un paio di anni fa. Lo ripropongo con un diverso approccio narrativo. 

U PAGGHJIERI I SAN GIUSEPPE
La sera del 16 marzo si annunciava chiara, il cielo era rimasto limpido per tutto il giorno e il sole aveva regalato ai bambini di Cirrja un tepore che molti avevano dimenticato. Oh, faceva ancora freddo, tanto freddo che la madre vestì Giusippielli come nelle giornate d’inverno: la maglia di lana, una camicia di flanella abbottonata fino all’ultimo bottone, un maglione pesante fatto dalla nonna, i calzettoni che arrivavano fin sopra le ginocchia, gli scarponcini alti e i pantaloncini lunghi. Pesanti anch’essi. Faceva tanto freddo che in casa la nonna i Giusippielli accendeva ancora u vrascieri, un pentolone basso e spesso con i bordi dorati (due manici ai lati) che riempito di carboni resi ardenti dalla combustione regalava alla casa, e quindi alle persone che la abitavano, la giusta dose di calore necessario a superare quelle lunghe giornate di fine inverno. 
La sera del 16 marzo era una sera particolare. Giusippielli la aspettava come si attende il regalo per la letterina di Natale, la strina del padrino, gli auguri per il compleanno, la pagella scolastica di fine anno. 
Fin dal primo pomeriggio, subito dopo aver mangiato, Giusippielli si affacciò sul terrazzino. Poggiò le braccia sulla ringhiera e vi lasciò cadere il suo faccino, con gli occhi sgranati verso la strada, verso un punto esatto della strada, proprio sotto la sua casa. Di solito lì, proprio in quel punto, i bambini correvano dietro una palla, scivolavano con i loro carretti improvvisati, disegnavano il perimetro di una campana. Correvano, scivolavano, inseguivano. 
Da lì cominciava il viaggio alla scoperta di vicoli e vinelle, di corsa o, semplicemente, camminando. Si soffermavano su un uscio ad ascoltare le voci o una paurosa serie di strilli; si fermavano davanti a una porta aperta per gustare un odore, quello dolce di un sugo di carne e pomodoro, o per detestarne un altro, quello acre della varechina; desideravano attraverso una finestra socchiusa lo sguardo di una ragazzina più grande di loro; cercavano un mucchio di sabbia addossato a un muro per poterci saltare sopra, o dentro, fino a riempirsi le scarpe di migliaia di minuscoli granelli. 
Lì, proprio in quel punto, davanti al canalicchio, al mattino le donne si mettevano in fila, con le mani attaccate a gummili e bidoni, per incamerare l’acqua che sarebbe servita per tutta la giornata. Per lavare, lavarsi e cucinare. 
Lì, proprio in quel punto, proprio sotto la casa i Giusippielli, i pastori che scendevano dalla montagna lasciavano i loro asini, legandoli semplicemente con una corda ai grossi anelli di ferro incastonati nel muro.
Lì, proprio in quel punto, stava per ripetersi un rito che riempiva gli occhi i Giusippielli e dei bambini di Cirrja, gli occhi dei suoi genitori e di tutti i padri e le madri del rione, gli sguardi dei suoi nonni e di tutti i nonni che vegliavano sui loro nipoti e sui loro figli: il primo dei tre falò di san Giuseppe, u pagghjeri. 
Il fuoco. La luce che regalava il giorno alla sera. Le scintille che rendevano chiari anche gli angoli più scuri.
Il nonno i Giusippielli, u sceff, una volta gli disse – ma era proprio piccolo piccolo – che la tradizione dei pagghjeri era antica, lui li ricordava che era un bambino. Si accendevano per festeggiare san Giuseppe, il protettore dei falegnami, ma era anche un modo per accomiatarsi dall’inverno, visto che di lì a poco il freddo sarebbe passato e la primavera avrebbe regalato a tutti – grandi e piccini - temperature più gradevoli. Era una sorta di saluto al tempo del freddo, un arrivederci, insomma, ma soprattutto un benvenuto alla primavera. Così disse il nonno a Giusippielli, una sera di cinquant’anni fa, davanti a ru vrascieri.

Gli occhi i Giusippielli, puntati sulla strada lastricata di pietre, notarono una piccola buca che si era formata dopo l’ultima pioggia. “Bisogna stare attenti quando corriamo – pensò - lì possiamo inciampare”. Passavano poche persone. Gli altri bambini erano tutti nelle case. Le due o tre macchine che di solito erano parcheggiate lungo la strada quel pomeriggio non c’erano. Perché era il giorno i ru pagghjeri. Il falò che avrebbe riempito la strada. 
Giusippielli attese, voleva vedere arrivare gli uomini che portavano la legna da far bruciare in mezzo alla strada. Forse era ancora troppo presto. No, non era presto. Due asini carichi di rami e di piccoli tronchi lentamente salirono verso il cuore di Cirrja. Si fermarono lì, proprio in quel punto sotto la casa i Giusippielli, per quella sera, e per le due sere successive, destinato all’accensione del falò. 
I contadini liberarono gli asini da quei pesanti ed ingombranti fardelli lasciando cadere lentamente il carico al centro della strada. Per terra c’era già un bel cumulo pronto per accendere la sera che stava per venire. Dall’Acquanova Totonni i malapalla scese con un altro prezioso carico da sacrificare a ru pagghjeri. Lo depositò accanto agli altri. A Giusippielli sembrava già un mucchio sufficiente per illuminare la sera e forse la notte. Ma altra gente arrivava, altre persone uscirono dalle case. C’era chi portava una sedia rotta, chi un mucchio di tavole inservibili, chi semplicemente un pezzo di legno. Tutti contribuivano alla realizzazione di una serata particolare. Per strada c’era una moderata agitazione. Tutti i bambini erano in prima fila, davanti a quella piccola montagna inerte pronta a prendere fuoco, i grandi dietro, a pregustare il tepore, la ricorrenza, il rito. 
Poi, verso le sei della sera, Giusippielli sentì il motocarro del padre che stava per scendere verso casa. Il bambino era felice perché capì che il padre era arrivato in tempo per gustarsi anch’egli la festa. Ma il papà i Giusippielli non era da solo. Proprio qualche mese prima aveva comprato un pezzetto di terreno a un paio di chilometri da casa, dopo il cimitero. Pieno di piante, arance e ulivi che in quel periodo andavano potati. Così Carlo caricò sul motocarro tanti di quei rami, tanti di quei tronchi, tanta di quella frasca che il suo carico rovesciato a terra raddoppiò il volume della legna fino a quell’ora depositata per strada.
Il sole non si vedeva più ormai da un pezzo, la luce del cielo andava via via trasformandosi degradando verso i toni scuri dell’azzurro. Finché all’improvviso tutto diventò buio. Scuro. 
Solo la tremolante luce di un lampione lasciava intravvedere la strada, il carico di frasche, le decine di persone in circolo, i ragazzini festanti, le persone anziane dai balconi e dalle finestre, i bambini in fasce nelle braccia delle loro madri. 
Le voci, quelle non avevano bisogno di luce per essere ascoltate, quella confusione di suoni, di parole, di espressioni, di fragorose risate, sarebbe sopravvissuta anche alla notte più scura. Che non sarebbe stata quella che Giusippielli e tutti quelli che abitavano a Cirrja si apprestavano a vivere. 
Le voci si rincorrevano, si sovrapponevano, si accalcavano in quella sera che stava per guadagnarsi il titolo di magica. “E’ ora, è ora”. “Appiccia, appiccia”. “Piji u pucchji…”.
U pucchji era un arbusto che attecchiva bene nelle nostre campagne e sulle nostre colline, un arbusto abbastanza inutile che emanava solo un buon odore. Ma che aveva una caratteristica fondamentale per la sera del falò di san Giuseppe: riusciva, grazie alla sua resina, a essere il motore di ogni fuoco, il propulsore di ogni fiammata, il rimedio più naturale al mondo per dare inizio a ru pagghjeri.
Nardi i vampuni arrivò abbracciato a un quantitativo enorme di pucchji tanto che gli arbusti ricoprivano anche la sua faccia. Si avvicinò lentamente alla catasta di legna e di rami e guidato da Francisch’ i menzachepa depositò il suo carico fino al cuore di quel cumulo da ardere. Il più era fatto. Sarbaturi i votaminzulli accese un fiammifero da cucina e lo scaraventò verso u pucchji. Ma non aveva fatto i conti con le correnti d’aria e il fiammifero durante il lancio si spense. Così, forte della lezione, ne accese un altro ma stavolta ebbe cura di avvicinarsi con il fiammifero in mano verso il centro esatto i ru pagghjeri. Lo depositò piano, pianissimo, sospingendo la fiammella con il suo sguardo, una fiammella che quella sera fu alimentata da decine e decine di occhi e di sguardi. La fiammella, quasi intimorita, non si spense, anzi, si ravvivò, foraggiata dall’interesse dei presenti. E fece il suo lavoro. La fiammella passò il fuoco a ru pucchji, u pucchji contagiò con le sue neonate fiamme i primi rami di ulivo, poi le foglie degli aranci, fino ad arrivare a quella sedia rotta portata nel pomeriggio da un uomo di Cirrja. Lo spettacolo i ru pagghjeri era appena iniziato. 
Le fiamme cominciavano a innalzarsi, altissime, le scintille vagavano impazzite nel perimetro disegnato dagli spettatori, attoniti ed entusiasti.
“Statt’attienti, statt’attienti”, urlavano le mamme ai loro figli che in un festoso girotondo in coro recitavano: “San Giusepp’ u vecchiarielli jiva cugghienni i juricielli, i ppurteva a ru bomminielli e san Giuseppe u vecchiarielli”.
Un bimbo in braccio alla madre da lontano puntò il dito verso le scintille, i ragazzini rivolsero i palmi delle mani verso il fuoco, inutilmente, perché il calore ormai aveva riempito tutta la strada, si era depositato sui muri, era entrato attraverso le finestre aperte fin dentro le case e i palmi delle mani dei bambini erano così caldi che quel gesto abitudinario, volgere i palmi per cercare calore, si rivelò di una inutilità sconcertante.
Il silenzio delle persone, dopo tanto clamore, prese il sopravvento. A poco a poco tutti tacquero. Impegnati ad ascoltare il rumore del fuoco, dei rami che sotto la furia controllata delle fiamme ardevano e si spezzavano. Gli occhi i Giusippielli brillavano, gli occhi di tutti brillavano. Non faceva freddo, non faceva caldo. Era una sera fuori dal tempo. Sembravano tutti sospesi, attoniti, increduli. Parevano tutti una grande famiglia attorno a un grande focolare. 
Durò più di un’ora, quel fuoco. Un’ora trascorsa quasi tutta in silenzio. Giusippielli guardava i volti delle persone accanto a lui, di fronte, di lato. Tutti avevano gli occhi sgranati, rapiti da quello spettacolo che la natura, indotta dagli uomini, stava regalando. Uno spettacolo che cancellava i pensieri; quelle luci, quelle fiamme, quelle scintille sembrava avessero il soprannaturale - e impossibile - compito di tenere lontani i pensieri e le preoccupazioni e le cose brutte della vita. Un anello di salvaguardia, un manto protettivo, una barriera di sicurezza, un cordone che faceva tornare i grandi bambini, una catena che teneva legati i bambini alla loro infanzia. Per non dimenticarla.
Alla fine anche quel fuoco, come tutti i fuochi, si spense. Chi aveva portato legna e rami e tronchi da ardere ebbe la giusta ricompensa: una scodella di tizzoni ardenti da rovesciare i’ntru vrascieri per riscaldare, forse per l’ultima sera d’inverno, la propria casa. Anche alla famiglia i Giusippielli spettarono un paio di pale piene di legna ardente che il padre, tornando a casa, subito riversò i'ntru vrascieri. 
Giusippielli e i suoi parenti si sedettero tutti intorno a quel fuoco, solo loro, e senza parlare continuarono a vedere – o a immaginare - le fiamme che fino a qualche minuto prima avevano regalato a tutta Cirrja una sera piena di serenità.

(14/3/2017)

IL DIAVOLO

(nella foto, il "teatro" di questo racconto, ripreso cinquant'anni dopo, durante un'escursione verso a jumera; casa mia era sulla sinistra dell'immagine)

"Va ti curca”, mi suggerì mammà mentre i miei piccoli occhi diventavano più piccoli del solito e i pensieri, già deboli per via della tenera età, parevano assottigliarsi. “Sì, mà, adesso vado a dormire”, le risposi. 
Per una serie di ragioni, non volevo che quella giornata finisse così, come al solito, tra un pigiamino a righe e un paio di scarpine da notte, lenzuola fredde e un cuscino appoggiato al muro, due occhi da chiudere e tanti sogni da inseguire. Ma seguendo il consiglio di mia madre mi alzai dalla sedia e andai sul letto. Non prima di aver dato un’occhiata veloce alla culla di mio fratello, dove lui senza pensieri dormiva.

Era stata una giornata un po’ più lunga del solito quella che avevamo vissuto a Cirrja. Le cose ordinarie: su e giù per i gradini, una campana disegnata col gesso, una corsa dall’Acquanova a ri pinnini con un mucchio di ragazzini esagitati, un pezzo di pane caldo inzuppato nell’olio, un rimprovero, un paio di bretelle che non riuscivano a stare al loro posto, un ginocchio sbucciato, due scarpe piene di polvere e fango, un pallone sgonfio e un secchio d’acqua rovesciato per strada. Come ogni giorno.

La giornata era stata però riempita, in parte, da un altro episodio. 

Quella mattina Ghirma, Luigi e i loro tre figli - non appena le luci dei lampioni furono spente, mentre u mulineri con il suo asino s’avviava come ogni mattina presto verso a jumera – davano una svolta alla loro vita che era stata qualche ora prima segnata da un tragico quanto imprevedibile, e per molti versi inspiegabile, evento.

Nessuno di noi ragazzini riusciva a spiegarsi il motivo che costrinse Ghirma e la sua famiglia, da un momento all’altro, a lasciare la dimora intru prajnielli e a traslocare velocemente, a cento metri di distanza, nelle due camere da tempo disabitate proprio sotto la mia casa. Intanto guardavamo.

Luigi, il marito, portava la roba più pesante: prima quattro sedie, poi il tavolo della cucina, una macchina del gas con tre fornelli, la bombola, una grande valigia chiusa per bene con un lungo pezzo di spago caricata sulle spalle, quattro materassi e quattro reti, e sempre sulle spalle un armadio largo un metro e alto due. Barcollava Luigi ma il desiderio di abbandonare quella vecchia – e maledetta – casa, lo rese in quel frangente l’uomo più forte di Cirrja. Ghirma e i figli avevano il compito di portare la roba più leggera: un paio di scatole piene di stoviglie, pochi vestiti e una pianta che non avevo mai visto e che non dava segnali di particolare benessere avendo appiccicate solo poche foglie verdastre di cui un paio si avviavano, vista la piega giallognola, verso una inevitabile fine. Costanza, una delle due figlie femmine, portò anche tre bambole svestite mentre Ghirma, proprio all’ultimo viaggio, imbracciava una tigre in tessuto alla quale mancava la coda.

Quasi tutti nel vicinanzo sapevano perché Ghirma e la sua famiglia avevano lasciato la casa maledetta dalla sera alla mattina; e mentre Luigi regalava le espressioni del suo sforzo disumano ad occhi curiosi e a bocche sbeffeggianti, a sorrisi sarcastici e a qualche sguardo corrucciato, c’era anche chi pensava che in tutta quella vicenda balenasse anche una vena di follia.

Io non sapevo niente, noi ragazzini, ammutoliti, assistemmo a quella processione inusuale e apparentemente insensata senza chiedercene il motivo. Quando si è bambini non si ha dimestichezza con la ragione, con i sotterfugi del pensiero, non si deve avere una risposta precisa ad ogni costo. Cambiavano casa, e questa motivazione bastava a seppellire alla nascita ogni sospetto.

Ghirma e Luigi, intanto, mentre nella nuova casa Costanza e la sorella Pupetta, aiutate dal fratello, Franco, mettevano a posto la roba faticosamente trasportata cercando di dare una dignità alla loro nuova sistemazione, armeggiavano nel terrazzino che dava sull’uscio di casa. Il marito prese un chiodo e con l’aiuto indispensabile di un martello lo conficcò nel muro. La moglie afferrò una ventina di teste d’aglio sapientemente raccolte in un filare e le appese al chiodo appena piantato. Dopo di che immerse la mano in una scatola piena di sale grosso e cominciò a spargerlo sul terrazzino, fino ai quattro gradini che portavano alla strada, facendolo con cura e attenzione: perché ogni centimetro quadrato della loro nuova casa da quel momento in poi doveva in qualche modo essere protetto. Tra le teste d’aglio piazzarono anche un corno rossissimo, affinché dimostrasse tutto il suo valore: tenere lontani malocchio e jettaturi. Ghirma e Luigi guardarono fissi la loro composizione e senza parlare rivolsero una preghiera a qualche santo invocando la protezione per sé e per la loro nuova abitazione. Poi entrarono in casa mentre le loro scarpe schiacciavano i granelli di sale e chiusero la porta, sbarrando gli sguardi che dalla strada furtivi volevano immergersi nella loro vita devastata da un fatto inspiegabile.

Ma perché tutto questo?

Nessuno parlava, né voleva dare spiegazioni.

Il pomeriggio, intanto, tornò l’ordinario: un cartone animato alla televisione, qualche occhiata verso le colline della Costa a cercare le sagome delle poche automobili di passaggio, uno sguardo verso una finestra chiusa da tempo, una carezza della nonna, il sole al tramonto senza che nessuno se ne accorgesse. Ma durò poco.


Dall’Acquanova scese un carabiniere senza divisa; lo riconobbi perché ne avevo sentito parlare, uno di quelli – dicevano i ragazzini più grandi di me – che non aveva paura di niente e non guardava in faccia nessuno. Anzi, se c’era da menare, menava pure. In mano aveva una cartellina azzurra, presumibilmente con dei documenti. Si fermò davanti a un uscio e bussò.

“Aprite, sono un carabiniere”, disse. Quella frase, anche se pronunciata senza grossa enfasi, raggiunse non solo gli occupanti dell’abitazione verso i quali era rivolta: fu udita in ogni singola casa di Cirrja tanto che ogni bambino, ogni uomo, ogni donna del vicinanzo in quel momento si destò come se il carabiniere avesse bussato alla loro porta. Uscirono tutti per strada e timorosi si avvicinarono lentamente, facendo larghi ed inutili giri, verso l’uscio che separava dalla dimora i Franchiniellj.

Franchiniellj, si diceva, non era una persona perbene, era giovane, intorno ai diciotto anni, un ghigno pauroso e una forza – dicevano – disumana. Si vedeva poco in giro.

Il carabiniere con la faccia scura, la camicia fuori dai pantaloni e la cartellina azzurra in mano, tornò a trucculerj.

“Apri, so che sei dentro”, disse. E tutti in prima fila come davanti alla televisione il lunedì sera durante il film. Il silenzio avvolse tutta la strada mentre il militare si guardava intorno poggiando la mano libera sul fianco destro.

“Apri, Franco, è meglio per te”, ribadiva.

Franchiniellj probabilmente aveva la coscienza sporca; nessun rumore filtrava dalla porta della sua casa. 

“Apri o chiamo i rinforzi”, disse ancora il carabiniere, tastando il fianco destro.

Ad un tratto, mentre tutti per strada avevano formato un semicerchio alle spalle del militare, uno scricchiolio lasciò intendere che qualcosa stava per accadere. E come. Franco, che indossava un paio di pantaloni e una maglietta sulle spalle, aprì la porta regalando il suo solito sorriso beffardo e sfidò il carabiniere. “Chi bbu?”, gli disse. 
“Devo portarti in caserma, Franco”, disse il carabiniere ostentando la cartellina azzurra mentre con l’altra mano tastava sempre di più il suo fianco.

Franco si guardò intorno, il carabiniere pure, in quel teatro naturale tutto poteva accadere e nessuno si spostò di un solo millimetro, tanta era la curiosità e tanta la voglia di vedere come sarebbe finita quella storia. 
Franco continuava a guardare, riuscì a dire: unn’è fatt nenti, chi bu i mii? E mentre pronunciava l’ultima vocale con un balzo diede una spinta al carabiniere e cominciò a correre, ruppe il semicerchio di uomini donne e bambini e si diresse dritto verso i pinnini, mentre tutti ci voltammo a guardarlo; in quello stesso istante il militare poggiò deciso la mano su quel fianco che aveva più volte tastato ed estrasse una pistola. 

“Fermati o sparo, Franco. Fermati o sparo”.

Francò non si fermò, naturalmente, come ogni delinquente braccato; era peraltro nella sua strada ma non ottenne il compiacimento di quelli che gli stavano intorno. Il carabiniere non sparò, come ogni carabiniere saggio; cominciò a correre anche lui, verso terreni a lui sconosciuti, impervi, difficili. Lo inseguì ma senza risultati; risalì pochi minuti dopo, con la pistola in una mano e la cartellina azzurra nell’altra. Ansimante arrivò all’Acquanova, seguito dalla folla dei curiosi. Entrò in un bar e chiamò la caserma. Poco dopo arrivò a Cirrja una Seicento verdina, con cinque carabinieri in divisa che appena scesi cominciarono a guardarsi intorno senza sapere da che parte cercare. 

Come potevo andare a dormire dopo una giornata così? Va’ ti curca, disse mammà, ma negli occhi avevo ancora un mucchio di sale e un materasso, venti teste d’aglio e un corno rosso, tre bambole senza vestiti e una tigre senza coda. E una pistola impugnata da un carabiniere dalla faccia scura rivolta verso un delinquente in fuga. 

Il trasloco della famiglia di Ghirma fu la conseguenza di un fatto preciso. La mattina prima del trasferimento, Luigi aveva preso come al solito il motocarro ed era andato a vendere la frutta nei paesi vicini. Ghirma con le due figlie era andata dal medico e il figlio maschio aveva raggiunto il negozio dove stava imparando un mestiere. Dopo la visita dal dottore di famiglia – niente di grave, solo un controllo per le bambine che stavano crescendo – Ghirma infilò la chiave nella toppa, aprì la porta e posò la borsa. Subito dopo entrarono le ragazze. Una di loro accese la luce. Tutt’e tre sgranarono gli occhi e restarono immobili. Le finestre erano chiuse. Davanti a loro si presentò uno spettacolo di devastazione: sedie per terra, stoviglie fuori dall’armadietto, letti disfatti, i vestiti delle bambole appesi al lampadario, i materassi poggiati sui muri, la roba da mangiare rovesciata per terra, una pentola piena di sugo nel lavandino, gli asciugamani bagnati… e quella tigre di tessuto senza più la coda. 
Nessuno della famiglia riuscì a capire il perché di tutto quel putiferio: la porta era chiusa a chiave (e nessun altro, a parte il marito, ne possedeva una copia), le finestre erano serrate. Un mistero. Tanto che Ghirma pensò subito al diavolo. Soprattutto per il dettaglio della coda della tigre. Nessuno, ripeteva nei giorni seguenti Ghirma a chi conosceva, avrebbe potuto strappare quella coda, neanche la forza di cento uomini sarebbe riuscita a sradicarla dalla sagoma, seppure in tessuto, di quella bestia. Così in Ghirma e nei suoi familiari si radicò la convinzione che in quella casa fosse entrato e abitasse il diavolo. Non cercarono né preti né esorcisti, decisero solo nel giro di poche ore di cambiare casa, mantenendo nella nuova dimora anche il feticcio di quell’esperienza: la tigre in tessuto con la coda strappata. 
Dimenticavo, la coda della tigre non fu mai ritrovata.

Franchiniellj, invece, dopo qualche giorno alla macchia e dopo l’intervento di militari provenienti anche da altri paesi, fu catturato e consegnato alla giustizia. Era accusato di furto ma non c’entrava - almeno si diceva - con la devastazione della casa di Ghirma. 

Mi poggiai sul letto, e continuai a pensare a quella giornata particolare. Negli occhi avevo ancora quelle scene di ordinarietà e quei due episodi straordinari che la vita sa pure regalare agli occhi di un bambino di strada. Una pistola, una Seicento verdina, venti teste d’aglio, un corno, una maglietta sulle spalle. E soprattutto, ora che ricordo, un particolare. Franchiniellj, avevo sentito da più parti, aveva un soprannome che incuteva timore: lo chiamavano il diavolo.

(27-5-2017)