Racconti di vari autori

Tempo di guerra. Deutschland Uber Alles

di Ernesto Scura

Nel 1941, a Corigliano Calabro, noi bambini fummo testimoni di un avvenimento che ci lasciò il segno. Armando De Rosis, discendente di un ramo cadetto dei baroni De Rosis, giovane di bell'aspetto e di una invidiabile prestanza fisica, amante dell'avventura e del nuovo, conobbe, in una delle sue incursioni a Roma, Alexis, una ballerina di prima fila di una molto nota compagnia berlinese di spettacoli teatrali. Dire che fosse bellissima è un po' riduttivo. La sposò. Alta, bionda, snella, gambe lunghissime, caviglie sottili, sorriso smagliante, in una parola, affascinante. Spesso veniva a casa mia, accompagnata dal suo nipotino prediletto, Agostino, peraltro mio cugino che, impeccabilmente, vestiva "alla marinara"e, biondo com'era, sembrava anche lui, un ...tedesco. La cosa che più gradiva, da mia madre, era una fetta di pane ed un po' di strutto che vi spalmava sopra, poi una spolveratina di zucchero. Da non credere, una leccornia. Oggi, manco a parlarne. In quelle occasioni mio padre sturava una bottiglia di un generoso passito che, ogni anno, si premurava di metterne da parte. Alexis, felicissima, canticchiava le canzoni allora più in voga: fiorellin del prato...; ba, ba, baciami piccina..; bambina innamorata... Ma quando, assecondando le nostre reiterate insistenze, intonava"Lilì Marlene", in tedesco, tutti ammutolivamo, per non alterare quell'atmosfera più che magica del momento. E sempre più rafforzavamo la convinzione che quel che era tedesco era ineguagliabile, tutto e, perché no, anche, e soprattutto, le donne. E le sorelle Kessler erano ancora da venire. Ma, nel confronto, ci avrebbero rimesso le Kessler. Io (otto anni) e Narduzzo (tre anni più di me), direi che eravamo affascinati, incantati e, chissà se, non anche, tacitamente, "innamorati"? Stringemmo un patto (d'acciaio): "Mai sposeremo una di qua". Dovevamo aspettare fino a trovarne una ..."di là". E "di là" non voleva, per forza, dire Germania (allora non conoscevamo il termine esatto: mittel-Europa). Solo io tenni duro, rispettando in pieno il "patto". Narduzzo, diplomatosi alle magistrali, a ventun anni conobbe, mise incinta e sposò una sua collega. E la sua"vocazione" mitteleuropea si confinò nella ristretta area cosentina. Io, già nella scelta della sede universitaria, facevo presagire la mia voglia di aspirazione a quella "coltura"e a quella "cultura". Trieste, l'italianissima "austro-ungarica"Trieste, non é forse la porta della mittel-Europa? Ma quanto fu lunga l'attesa. E ne valse la pena. E come!

 

(da www.coriglianocalabro.it) 

Tempo di guerra. Mare nostrum

di Ernesto Scura

Estate 1942. Schiavonea è il borgo marinaro di Corigliano, distante circa 8 Km dal capolouogo. D'estate era, ed è, la meta preferita dei "bagnanti". Allora le poche case ospitavano solo famiglie di pescatori, noti come i più abili e coraggiosi di tutta la costa jonica e, forse, di tutta la Calabria. Oltre a soddisfare il mercato locale, il loro pescato, almeno quello più pregiato, veniva caricato la sera su vagoni ferroviari, con abbondante ghiaccio, destinati a rifornire, l'indomani, il mercato di Napoli. Quell'estate, per carenza di carburante, l'autolinea a servizio dei bagnanti fu sospesa e mio padre, che ne era il contitolare, non ci volle privare del tradizionale beneficio della balneazione e concordò, col padrone di un calesse, di portarci, me, mio fratello maggiore e mia sorella, appena adolescenti, per quindici giorni, sulla nostra abituale spiaggia. È pur vero che, come tempo, impiegavamo più del doppio, però scoprimmo anche qualche vantaggio. Siccome l'ultimo tratto di 4 km non era asfaltato, di solito, con i mezzi motorizzati, che sollevavano molta polvere, ci si imbiancava come spettri. Ora, almeno, al rientro a casa, non dovevamo ricorrere ad abbondanti abluzioni per ripulirci e, inoltre, ci si poteva giovare di un supplemento di...abbronzatura. Ma lo spettacolo che ci offriva quella spiaggia era desolante. Il litorale, un deserto, ravvivato, a tratti, dalla sporadica presenza di qualche vecchio pescatore che allestiva le reti per la, ormai, ridotta attività di pesca, mancando le braccia dei giovani, tutti arruolati in sevizio, ovviamente, nella Regia Marina. E di lampare notturne manco a parlarne, per l'oscuramento imposto. Ma l'impatto più impressionante era la vista di tutta una serie di cavalli di frisia che i militari italiani e tedeschi avevano disposti al limite della fascia demaniale, consentendo, attraverso pochi varchi, l'accesso al mare, non tanto ai rari bagnanti, ma ai pescatori che dovevano raggiungere le barche. Il tutto mirava ad ostacolare eventuali sbarchinemici. Però, che io ricordi, oltre alle postazioni per mitragliatrici, nei tanti fortilizi in calcestruzzo armato, non mi è mai capitato di vedere un cannone, a parte quello dell'unico carro armato "tigre" in dotazione alla guarnigione tedesca di stanza al "Quadrato". Ma sapevamo che i tedeschi avevano disseminato di mine tutto il litorale (a guerra finita si verificò un funesto episodio: un poveretto, percorrendo, con un calesse, la spiaggia non ancora sminata, saltò in aria). Noi tre, unici "bagnanti", godevamo del privilegio di quel mare tutto "nostrum", ma quanta noia, e quanta tristezza, senza poter scambiare gioiosamente due parole o sciacquettare e fare tuffi con altri coetanei, con i quali rotolarci insieme nella sabbia rovente. Unica certezza quella di essere costantemente nel mirino dei cannocchiali di quei militari che, dalla loro postazione fissa, scrutavano l'orizzonte lontano e la spiaggia ... vicina. Ma la cosa, se da un lato riusciva a tranquillizzarci, forse, dall'altro, un po’, ci infastidiva.

(Racconto tratto da www.coriglianocalabro.it)

Tempi di guerra! Vincere
di Ernesto Scura

Era il 1941. Frequentavo la seconda classe elementare. I fronti di guerra erano lontani ma la carestia alimentare era di casa. Non che il governo non si preoccupasse. Ma quando un paese non dispone di una sufficiente quantità di grano, non basta ricorrere ad espedienti per mitigare il problema. Venne lanciata sul mercato, comunque regolato dal rigido controllo delle tessere della carta annonaria, un

tipo di pasta che si chiamava VINCERE. Voleva essere un tipo di pasta, di farina integrale, che, utilizzando al massimo la percentuale di crusca, doveva compensare la carenza di farina. E arrivò il giorno che mia madre preparò il pranzo con quei rigatoni di colore marrone. Eravamo, tutti, curiosi di verificarne il gradimento e la commestibilità e, incominciata la masticazione, tutti ci spiavamo con lo sguardo, per cogliere eventuali reazioni. Quella masticazione durò a lungo, fino a quando mio fratello, che era il più grande dei figli, sputò il boccone nel piatto e sentenziò che era immangiabile. Fu il momento della RESA. Nessuno di noi riuscì a VINCERE il disgusto dell'ingestione. Forse fu da quel giorno che cominciammo a capire che "vincere" non era … scontato. Però ci furono altri lanci molto più accettabili. Arrivarono sul mercato annonario forti contingenti di formaggio ROMA. Era di forma prismatica (10x10x30), avvolto in carta stagnola, era morbido ed aveva stesso sapore e stesso odore degli attuali formaggini. Tagliato a fette risultava uguale alle odierne sottilette. E ce lo portavamo a scuola nella merenda. Poi ci fu la sorpresa di un approvvigionamento, inatteso, di gigantesche forme di grana, che noi, nel Sud, non conoscevamo, abituati al nostro pecorino. Ed anche questo, manco a dire, fu un graditissimo "Cacio sui Maccheroni". Tutto sommato, quelle restrizioni alimentari, carenti di zuccheri, sortirono l'effetto, insperato, di assenza quasi assoluta di carie, specialmente nei bambini nati a fine anni trenta, che ignoravano addirittura l'esistenza della cioccolata.

(Racconto tratto da www.coriglianocalabro.it)

Accadde una volta

di Alessandro D’Agostino

 

Ho motivo di ritenere che non pochi Coriglianesi ricordino la figura del mio compianto Genitore, che tanto amava la sua Corigliano, come la amo io.

Egli aveva una nidiata di figli, ora – purtroppo – ridotta a due, più che altro per effetto della guerra: Skanderberg, che risiede a Firenze, ed io che mi trovo a Roma da molti anni.

Si era, se non erro, nel 1905, epoca in cui allo Scalo ferroviario vi era malaria grave, e tutto intorno, pozzanghere con gracidar di rane e zanzare “anofele” dovunque.

Il povero Papà era Capo di quella stazione e durante i mesi estivi, eravamo costretti – a causa dell’aria malsana a risiedere in paese, in una casa paterna, accanto al Municipio.

Orbene, dopo il servizio, mio Padre, di sera, se ne saliva in paese, con una vecchia ciuccia, che gli prestava massa “Linardo u Piangente”, attaccata ad un biroccino, sul quale egli portava spesso qualche provvista.

Allora ai “Pignatari” vi era il dazio consumo e tutte le volte che si transitava da lì, bisognava – per forza o per ragione – fermarsi e sentire la solita “lagna” del dazzaiolo che si presentava con una “stiletta” in mano, onde infilzarla all’occorrenza nei sacchi ripieni di grano od altro per sondare se nulla vi fosse nascosto, e costui replicava “Nulla di dazio?”.

Devo premettere che il povero Papà era un uomo piuttosto gioviale e scherzoso (c’è chi se lo ricorda), ed un giorno seccato di tale consueta, si propose di fare uno scherzo agli agenti daziari. Ed ecco come lo ideò: andò a trovare il macellaio “Mangiasuzo”, la cui beccheria si trova tuttora all’Acquanova e lo pregò di serbargli un paio di… rognoni bovini. Venutone in possesso, la sera con “Catrina” (così aveva nome la somara), attaccata come al solito al biroccio, salì. Questa volta io, ragazzetto, ero accanto a lui.

Pioveva e con “Catrina”, che andava quasi sempre a passo d’uomo, lascio immaginare quale non fosse il nostro disappunto, specialmente alla salita di “Turralongo” ed al noto girone in prossimità del paese, dopo di che si raggiungeva il dazio.

Neppure a farla apposta, a questo punto l’acqua aumentò; “Catrina” non ne poteva più, ma fu d’uopo fermarsi a quel punto. La solita richiesta: “Dazio?”. L’acqua veniva giù a rovesci e naturalmente non era agevole soffermarsi ivi per non pochi minuti. “Nulla di dazio?”, replicò l’agente. Vidi la smorfia di mio padre e la sua barba alla De Pretis che fece un sobbalzo. “Ho un paio di rognoni!”, rispose Egli col vivo della voce (alludeva alla fornitura del macellaio “Mangiasuzo”). “Bada come parlate”, si risentì l’agente. “Non è modo questo di parlare; io…”

“Ma io ho fretta”, replicò mio Padre; “mi bagno tutto; vi ripeto che ho un paio di rognoni!”. Al che svolse il fagotto e gli mostrò il contenuto!

Mormorio rabbioso, bestemmie, dispetto, mortificazione, che so io, dell’agente; sussiego scherzoso di papà. Io mi feci piccolo piccolo, ridendo anche. 

E con un colpo secco di frusta sul groppone della bestia ed un “Ih! Ah!” e con una forza di incitamento a “Catrina” proseguimmo la strada.

(Skanderberg D'Agostino morirà il 6-1-1964, all'età di 69 anni, a Firenze - articolo presente sulla seconda pagina del Cor Bonum n.1 del 1964)

Alessandro D'Agostino figlio del Capostazione di Corigliano Calabro (inizio secolo scorso)
Alessandro D'Agostino figlio del Capostazione di Corigliano Calabro (inizio secolo scorso)

UNA GIORNATA AL MARE

di Teresa Gallina

 

A Corigliano, negli anni '50, ogni 16 luglio, giorno dedicato alla Beata Vergine del Carmelo, protettrice dei "jardinari", aveva inizio la stagione balneare. Fin dalle prime ore del mattino si udivano i rintocchi delle campanelle di coccio appese alle finestre di tantissime case. Quei magici rintocchi avevano per noi un significato particolare, che ci riempiva il cuore di una gioia incontenibile. Finalmente si poteva andare al mare, poiché l'acqua aveva raggiunto la giusta temperatura e quindi il nostro organismo ne poteva trarre maggiori benefici. Non tutti avevano la fortuna di potersi tuffare nelle splendide acque del mare di Schiavonea, erano tempi duri e la miseria regnava sovrana nel nostro paese, perciò era facile imbattersi in "frotti i quatrarielli" sudici, seminudi e scalmanati che, a turno, si facevano "ntrivilleri' di acqua delle fontanelle, pur di sentire un po' di refrigerio oppure, lungo gli argini del torrente Coriglianeto, ragazzini spericolati si tuffavano nelle gelide acque per lavarsi. La mia famiglia soleva prendere in affitto un appartamento nel Palazzo delle Fiere, meglio conosciuto come Quadrato. Caricavamo il carrozzino di indumenti e viveri e via, felici e contenti verso il mare. Insieme a noi, che eravamo quattro figli, più genitori, nonna e zizì, venivano ad allietare la nostra vacanza anche qualche parrinella, o mamma zia, o zizijella, o cugina, o comare o figlioccia. Era una lunga, indimenticabile festa la stagione balneare, anche se i materassi imbottiti sopra di lana e sotto di "frolliri" scricchiolavano continuamente, disturbando il nostro sonno, già a sua volta angosciato dai piedi di qualcuno che dormiva "iri pirizzi" e che, inevitabilmente, ti piazzava un piede in bocca o in un occhio. Col passare degli anni le cose cambiarono, non si andava più con tutta quella gente e, quindi, anche noi decidemmo, finalmente, di andare al mare con l'auto a noleggio. In realtà posso assicurarvi che quella decisione fu tutt'altro che felice, anzi ci fece passare dalla padella alla brace. Dal momento che la spesa dell'auto da noleggiare era abbastanza consistente, la si doveva condividere con altre due famiglie: zii, parenti o amici strettissimi. Il nostro autista era Giovanni Martire meglio conosciuto come "zu Giuvanni i quattri quattri". La sua auto era un millecento ad otto posti, ma egli riusciva, miracolosamente, ad infilare in quell'abitacolo sempre venti persone, sistemate nel seguente modo: tre adulti sui tre sedili posteriori, sulle gambe dei suddetti adulti, ossia "ntru sini" venivano adagiati tre "minzeni", i quali a loro volta, reggevano sulle gambe tre "pittirilli"... totale 9! Identica sistemazione per chi occupava i posti centrali: tre adulti, tre "minzeni,"e tre "pittirilli", totale 18. I due posti davanti erano riservati all'autista e ad una donna anziana; si trattava di una suocera, o di una nonna, o di una "mamma zia" o di una "ziziella" o di "parrinella". Tuttavia, la malcapitata di turno non se la passava meglio di noi, poiché doveva "ragheri i 'ntru sini"ed adagiare negli spazi circostanti, "a truscia i ri taralli 'ntra retina", "u trummuni i l'acqua" riempito al momento "aru caneli i San Brancischi", u "linzuoli i ru tileri" che fungeva da parasole, "nu malijuorni i cucummiri" di una quindicina di chili e "nu paneri" pieno zeppo di frutta: "piri, grisuomili, pruni, cucullicchi e fichi". Prima di iniziare il viaggio l'autista, che nel frattempo aveva adagiato nel cofano "seggi, siggiulli, sietti e siettarielli", dava uno spintone ai bagnanti, facendo spostare il loro baricentro di 180 gradi, subito dopo inseriva la sicura, successivamente si spostava dal lato opposto dando un ulteriore spintone che permetteva loro di raddrizzare il corpo, che nel frattempo era rimasto inclinato inserendo, anche in tal caso come fatto dall'altro lato, la sicura. Iniziato il viaggio, le nostre mamme ci invitavano a fare il segno della croce ed a recitare qualche breve preghiera al Signore "ppi ni ferì ricogghiri seni e sarbi". L'autista, intanto, ci raccomandava di stare fermi e zitti. In realtà la calma ed il silenzio duravano si e no una ventina di secondi, giacché la posizione sconveniente, il caldo e l'euforia scatenavano dentro di noi il cosiddetto "virbirizzi". A questo punto i nostri genitori, o chi per loro, non esitavano a consolarci con "pizzuluni e tireti i cierri" ripetendo a turno:" ma chi malanova aviti, i viermi ca vi muviti sempi ?" mentre mamma zia soggiungeva:"T'ha rica ghia! Ricija bbuoni a biniritta i ra mamma! Chini tena pittirilli u jissa a nozzi ca si ricogghia ccu ra guallira e ccu ra vozza" Tuttavia, la colpa non era nostra, poiché eravamo pressati in quell'auto come sardine in scatola; d'altronde, i sottostanti avevano mille ragioni per lamentarsi, ridotti alla immobilità più totale a causa del nostro peso. Spesso uscivano dalle loro bocche alcuni lamenti: "ahi, cumi mi su ammarmureti i gammi!". Giunti a Schiavonea, l'autista, sbuffando come una vaporiera, finalmente riapriva gli sportel li, noi saltavamo dall'auto come tante cavallette mentre gli adulti, al contrario, rimanevano ancora immobili in macchina per alcuni minuti, aspettando l'aiuto di qualche anima buona che li facesse scendere. Zu Giuvanni, che aveva fretta di ritornare a Corigliano per una seconda corsa, non ci pensava due volte, afferrandoli per un braccio, poco mancando che li scaraventasse a terra. Arrivati alla sospirata spiaggia, le persone adulte continuavano a far fatica a camminare speditamente; le loro gambe non erano del tutto sgranchite e, quindi, era necessario muovere i piedi sulla spiaggia a mo' di cosacchi dello Zar nella steppa sconfinata. Ma alla fine, tutti felici e contenti verso il mare, si iniziavano a cantare a squarciagola le canzoni dell'epoca: Guaglione, Lazzarella, Cerasella, Tuppè tuppè marescia', Chella Ilà, ecc. In men che non si dica si prendeva posto tra due barche, gli adulti sistemavano il lenzuolo mentre noi, senza perdere tempo, eravamo già in acqua facendo mille capriole e tuffi, rincorrendoci poi sulla sabbia infuocata pestando, involontariamente, la testa dei malcapitati che si erano autoseppelliti nella sabbia per curare i reumatismi. Le nostre mamme, dopo di noi, ci raggiungevano in acqua indossando quei ridicoli costumi da bagno di lana realizzati con i ferri. Per fare il bagno si attaccavano ad una grossa fune che partiva da una barca e, disposte in fila indiana, si facevano cullare dalle onde. Qualche ora dopo, i morsi della fame si facevano sentire e allora venivamo rifocillati con taralli, cocomero ed un sorso d'acqua; se qualcuno di noi aveva ancora voglia di bere gli veniva consigliato: " va ti viva l'acqua i ru meri"!!! Coni'erano delicati! L'ora del ritorno era prevista alle 13, ma l'autista si piazzava sulla spiaggia mezz'ora prima del previsto, spalancando gli sportelli dell'auto. Per richiamare la nostra attenzione suonava il clacson in tre tonalità diverse. La prima: Alù-Alù... Alù-Alù... a voler significare: "io sono già qui!"; la seconda: "Polì Polì... Polì-Polì..." per ricordarci: "Ohhh! Ma suti ' nsurdeti?"; il terzo suono: "Tararararà-Tararararà" che voleva significare: "Ohhh! U vi su bbi muviti? A pperi vi fazzi ricogghiri a Curghieni!". A questo punto, scattavamo come tante molle raccattando zoccoli, lenzuolo, avanzi di frutta, cuccumo, retine, seggi, siggiulli, sietti, siettarielli e via verso l'auto. Il viaggio di ritorno era triste, il caldo afoso e la stanchezza conciliavano il sonno; anche gli adulti, come si suoi dire "capizzijavini ara bbona". Nell'auto regnava un religioso silenzio, tanto da irritare l'autista che se ne usciva con qualche espressione del tipo "Ma... suti tutti vivi? A dicitilla ancuna parola, ca si no mi faciti pijeri u suonni puri a mmija!" Invano! Nessuno riusciva a svegliarsi dal "coma" in cui era caduto. Giunti in piazza San Francesco, venivamo svegliati dal fragoroso suono del clacson, scendevamo così assonnati, stanchi, sfiniti, esausti, sudati ma felici, col cuore gonfio di gioia, di quella sana perduta gioia che nessun giovane di oggi potrà mai assaporare, ma che ricordano con struggente nostalgia tutti coloro che hanno vissuto i miei tempi. 

La prova della verità

di Giuseppe Pellegrino

 

Da ragazzino sentivo spesso parlare, da mia madre e dai parenti, del tempo del “fuja fuja”, durante l’ultima guerra. 
Si raccontavano storie di vario genere. Delle difficoltà della vita quotidiana perlopiù, ma anche di sentimenti di paura, di angoscia e preoccupazione per i familiari al fronte. 
Io pensavo che il “fuija fuja” fosse la normale conseguenza della necessità di mettersi in salvo, durante le incursioni nemiche. Scoprii invece, diventato un po’ più grande, che “Fuja Fuja” andava scritto con la lettera maiuscola, poiché si riferiva ad un preciso evento storico e quello era il suo nome proprio: l’armistizio dell’8 settembre del ’43, allorché passammo dall’alleanza con i tedeschi a quella con gli americani.
“Fuja Fuja” indicava dunque quel momento terribile della guerra, quando non si capì più nulla: i soldati italiani non sapevano se e contro chi combattere ancora, e in gran parte disertarono; la gente non sapeva se salutare ancora o meno con il braccio alzato e la mano aperta e si diede al si salvi chi può. 
Il caos insomma, mentre i tedeschi, che avevano poco gradito il voltafaccia, si ritiravano furiosi e vendicativi nei confronti degli italiani ormai inermi. 
Per sfuggire, quindi, alle possibili rappresaglie degli ex alleati, ci fu, allora, un esodo quasi biblico verso le campagne, specie quelle collinari, defilate rispetto ai comuni passaggi di truppe tedesche e comunque di difficile accesso per qualunque malintenzionato. Fu così che, in rustiche “turri”, modeste abitazioni rurali, che ospitavano normalmente le famiglie dei proprietari durante la villeggiatura, si ammassarono più di un nucleo familiare, per una solidale quanto provvisoria ospitalità. 
Ma quello che per gli adulti era una circostanza di grande apprensione e di notevole disagio, per i ragazzi diventò un momento di imprevisto divertimento.
La vita in comune e in spazi così ristretti, tra tanti ragazzini, era davvero motivo di gaiezza e spasso. Il giorno si andava a prendere l’acqua alla sorgente, si aiutavano le mamme a fare il bucato, si catturavano le “crochice”, le rane, si andava a raccogliere la frutta di stagione e si inventavano giochi per trascorrere il tempo.
La sera, all’aperto, si accendeva il fuoco e intorno ad esso si riunivano tutti gli abitanti della “turra”, nonché i vicini che affollavano i casolari vicini.

E in una sera di queste, nei pressi della “turra” di mio nonno, mentre tutti i bambini stavano seduti ad ascoltare i “fatti” che uno zio romanzava ad uso e consumo degli uditori, a qualcuno dei piccoli presenti sfuggì una “scorreggina” silenziata, la quale però non fece mancare i suoi effetti olezzanti ai presenti. Subito ci fu qualcuno, con il naso più affinato, che rilevò l’inconveniente e immediatamente si scatenò la tipica ridda di accuse reciproche per individuarne l’autore o l’autrice, mentre ognuno negava la propria responsabilità.
Intervenne allora lo zio, che propose ai presenti di sottoporsi alla prova della verità.
Procurò un numero di bastoncini di misura tutta uguale e li distribuì ai bambini. Poi li invitò ad allontanarsi ed a nascondersi per qualche minuto. Infine si dovevano ripresentare e consegnare il bastoncino: a colui o colei che era colpevole il bastoncino si sarebbe magicamente allungato.
La povera Ninetta, l’autrice dell’olezzante colpa, per paura che il suo bastoncino fosse risultato più lungo e la potesse incriminare, ne spezzò una parte e fu così che fu scoperta, tra la ilarità di tutta la compagnia. 

Quando si andava ai gigli

di Carmine De Luca

 

Con i soli di giugno-luglio nostra meta preferita era il terrazzo sovrastante la villa comunale. Quello stretto terrazzo, costruito a sostegno della strada che porta alla Garopoli , era un fitto intrico di piante di iris(noi li chiamavamo più semplicemente gigli, e nel nostro linguaggio sbrigativo l'espressione "ai gigli " indicava quel posto: 'andare ai gigli" era uno dei diletti della controra estiva. Su quello stretto terrazzo si andava spesso a caccia di lucertole. Si catturavano con un cappio di filo d’erba. Tentavano di scappare e il cappio stringeva: non c'era nulla da fare. Per conquistare quello stretto terrazzo bisognava sottrarsi allo sguardo attento del guardiano della villa comunale. Si chiamava zio Francesco? Non ricordo bene. Ma ho netta memoria della sua profonda dignità . A noi ragazzini faceva paura col bastone che aiutava la sua gamba claudicante da reduce della guerra (la Grande Guerra?), e nonostante il terrore che incuteva, qualcuno di noi riusciva - chissà in quale piega della sensibilità, chissà per quale meccanismo emotivo - ad apprezzarne l'austero decoro. A caccia di lucertole si andava attrezzati di qualche cicca di sigaretta che qualcuno di noi si era preoccupato di raccattare per strada o in qualche portacenere (ma c'erano i portacenere? Sì usavano?). Un po' di tabacco della cicca, fatto denso e fetido grumo di nicotina, lo si metteva - scellerata perfidia infantile! - nella bocca dell'animale. Questo era il gioco, questo il crudele obiettivo di "andare ai gigli". La lucertola avvelenata era presa da un immediato tremore che subito si trasformava in convulsioni epilettiche. Poi di colpo moriva restando stecchita. A dare maggiore portata alla malvagità si andava a caccia delle lucertole più grosse: più grandi erano, più forte e più duraturo era l'effetto del tabacco. Scagli la prima pietra chi, nell'infanzia, non ha catturato una mosca per staccarle le ali e abbandonarla a un destino (breve) di morte (smarrita, la mosca trascina il suo corpo), o non ha legato barattoli alla coda di un gatto, o,come un mio compagno di scuola (niente nomi! niente delazioni per le crudeltà infantili!), lanciando cocci appuntiti (i "sciscioli") dava la caccia ai polli: un giorno un coccio aguzzo prese una gallina nell'orifizio - come dire? - ovale. La povera dovette trascinarsi per strada una sanguinolenta massa di interiora. Negli anni della mia infanzia a cavallo tra anni quaranta e cinquanta - il rispetto degli animali era cosa inconcepibile. Anzi, era ritenuto cosa assolutamente disdicevole e tale da rendere altamente probabile la presa in giro. Era un comportarci da donnicciola. I libri di lettura scolastici che raccontavano di poveri animali maltrattati (ho memoria del rospo, "la schifa bestia", di Victor Hugo tradotto da Pascoli: "Era un tramonto dopo il temporale./C'era a ponente un cumulo di cirri..." non soltanto fallivano come apologhi edificanti, ma funzionavano da efficacissimi suggeritori di giochi perfidi. Quanti rospi avremo massacrato su suggerimento di Hugo e Pascoli! I giochi con gli animali dipendono strettamente dai tempi: oggi, per fortuna, sono tempi di tenerezze e di protezione istituzionalizzata: allora erano tempi di violenze gratuite non solo da parte di bambini. L'aggressività infantile si esercitava sugli animali in mancanza d'altro. Significherà pure qualcosa il fatto che eravamo figli della guerra. Ricordate il film "Giochi proibiti"? Chiunque da ragazzo abbia fatto esercizio di sadismo nei confronti degli animali ha modelli letterari celebri. Per esempio Tom Sawyer di Mark Twain. Nel capitolo quinto delle Avventure Tom è in chiesa e nel bel mezzo della preghiera, viene sfidato da una mosca. "Una mosca si era materializzata sulla spalliera del banco davanti a lui e aveva tormentato il suo animo con un placido soffregarsi le zampe; con lo strofinarle sulla testa, stropicciandola con tanto vigore da dare l'impressione di volerla staccare dal corpo e mettendo in mostral'esile filamento che costituiva il collo; con lo sfregarsi le ali per mezzo delle zampe posteriori, lisciandole poi contro il corpo come se fossero le code di un frac; con il mettere in pratica, insomma, una completa toilette nella massima tranquillità , quasi sapesse di trovarsi completamente al sicuro. E, in realtà, cosi era; perché, nonostante gli prudessero le mani per la smania di acchiappare la mosca, Tom non si azzardava a farlo. Riteneva infatti che se si fosse abbandonato a una cosa simile mentre veniva recitata la preghiera, la sua anima sarebbe stata annientata all'istante. Ma, alla frase finale, la mano di lui cominciò a curvarsi e a portarsi avanti con mossa furtiva ; e, nel momento in cui venne pronunciato l'Amen, la mosca diventò prigioniera di guerra". Le mosche sono vittime preferite di crudeli torture. Un giorno degli anni che sto rievocando tre compagni di scuola (ormai è regola che non si facciano nomi), ne legarono con un sottile filo di seta ben quattro, da una zampetta all'altra a formare una specie di piccolo stuolo che,liberato, andò a posarsi sulla cattedra dell’insegnante. Le conseguenze non sto a raccontarle. Sono documentate nei registri di una scuola che veniva frequentata con incommensurabile gioia e con irrefrenabili svogliatezze. Il catalogo dei giochi con gli animali è parecchio nutrito. E non elenca soltanto scelleratezze e violenze. Contiene pure splendidi incanti e affascinanti stupori. Come quando ci si fermava, nei fervidi soli estivi, ad ammirare l'assoluta eleganza della verde mantide religiosa. Come quando, in ginocchio, si puntava lo sguardo attento nel cono del formicaleone in attesa di assistere al prodigioso fulmineo scatto con cui dall'interno della tana sabbiosa catturava qualche imprudente insetto. Poi, magari, lo stupido osservatore, afferrando bruscamente un pugno di terra, catturava, a sua volta, il feroce formicaleone. Ed era di nuovo violenza.

Immagini della memoria

Gli anni cinquanta-sessanta

a Corigliano

di Mario Izzo

 

.... il ricordo che ho di Corigliano con riferimento al periodo in cui vi ho vissuto … sono tantissimi, e tutti permeati di grande nostalgia, i ricordi che mi legano a Corigliano, la Città dove ho vissuto gli anni della mia giovinezza, dove sono sepolti i miei genitori e, last but non least, dove ho avuto la fortunata, quanto fortuita, opportunità di incontrare la ragazza, che sarebbe diventata mia moglie.

Venni a Corigliano molto piccolo, nel 1950, e ne partii a 18 anni per frequentare l‟Università a Napoli, ritornandovi però frequentemente, sempre pronto a cogliere qualsiasi occasione per motivare un ritorno e giustificare un viaggio così lungo. A quel tempo Corigliano era un paese prettamente agricolo e questa caratteristica era evidenziata da una scena che si ripeteva ogni giorno,nel tardo pomeriggio: il rientro dalla campagna di una lunga teoria di “carrette” cariche di prodotti dei campi e trainate faticosamente, lungo la ripida salita di via Roma, da cavalli ansimanti e stremati dallo sforzo. Cavalli che si erano appena rifocillati, abbeverandosi alla fontana (“fišchìa”) che esisteva allora al bivio di S. Antonio e che, a me piccolo, sembrava monumentale. Le “carrette” e i “carrettini” venivano poi lasciati incustoditi per la notte in ogni parte del paese, dovunque c’era uno spazio idoneo ad accoglierli. Ricordo in particolare un posto utilizzato a tale scopo: lo spiazzo, alla Portella, adiacente al palazzo de Rosis, dove noi abitavamo. Un altro ricordo legato all’aspetto bucolico della vita quotidiana è la distribuzione del latte che veniva effettuata senza alcun intermediario e con il sistema porta a porta. Nel pomeriggio giravano per le strade del paese piccoli greggi di pecore e capre che venivano munte al momento dai pastori, in istrada, a richiesta delle donne di casa. Durante l‟operazione di mungitura era opportuno, però, prestare molta attenzione perché, si diceva, alcuni pastori ’mbruĝĝhjuni tenevano nascoste sotto i vestiti delle bottiglie di acqua con cui, in caso di disattenzione delle acquirenti, allungavano il latte. Ma l’aspetto della vita coriglianese che maggiormente mi colpiva era la funzione sociale che a quel tempo svolgeva Piazza del Popolo, l’Acquanova. Era l’Agorà coriglianese, il salotto (anche se si era costretti a stare in piedi!) della città, il luogo in cui tutti nel tardo pomeriggio confluivano: se si voleva incontrare una persona bastava andare lì dopo una certa ora e si era certi di trovarla. Era però un luogo riservato esclusivamente agli uomini, non era pensabile che una donna si fermasse all’Acquanova, anzi, anche attraversarla, rappresentava per una donna un problema psicologico. Così come pure era inconcepibile che una donna andasse a fare la spesa nei negozi dell‟Acquanova.

Ma ciò che ricordo maggiormente di quel periodo era il grosso cruccio, soprattutto di noi ragazzi, di non avere nessun luogo dove poter svolgere attività sportive. Non c’era il benché minimo campo di calcio e ci si riduceva a giocare nei posti più impensati. Quante estenuanti partitelle abbiamo giocato all’interno dell’atrio del Castello, quante altre giocate nel piccolo spiazzo irregolare davanti la chiesa di San Pietro col rischio di far andare la palla all’interno di una falegnameria situata lì vicino, il cui proprietario, disturbato nel suo lavoro, senza minimamente scomporsi, provvedeva a bucare la palla con un punteruolo. Tale situazione durò a lungo ed il desiderio di avere un campo da gioco diventava sempre più forte tanto che ricordo, frequentavo ormai il liceo, andavamo a lavorare alla “Fossa”, allora libera da costruzioni, per collaborare alla costruzione di gradinate di uno stadio che non si è mai realizzato … 

(da Veteranova n° 24 del 2015)

La nostra montagna

di Francesco Marino

 

Questo territorio, il cui apice raggiunge l’altezza di circa mille metri sul livello del mare, è molto vasto e ricco di una flora consistente in boschi di castagni, di pini, di abeti, altre conifere, querceti, alberi da frutto, vigne ed alberi di cui non conosco la denominazione. La zona di villeggiatura è quella che va dalla contrada  “Scala”, dove si trova la casa, un tempo abitata dalla famiglia Romanelli (il sig. Vincenzo, la consorte sig.ra Alba, i figli Franco e Giulio), alla contrada Baraccone, dove si trova l’abitazione, con annesso negozio di frutta e verdura, del sig. Tonino Zampino. Ma andiamo con ordine, partendo dalla contrada Scala.

Salendo dalla strada provinciale, che da Corigliano porta in Sila, si trova la magnifica abitazione della famiglia Bruno, oggi, in parte adibita ad agriturismo: “La Loggia”. Un tempo, la casa del dott. Giordano Bruno, quasi ogni giorno accoglieva amici e parenti, per trascorrere il tempo ballando e, quando era presente l’avvocato Gaetano Varcaro, si godeva la sua allegra compagnia: barzellette, aneddoti, frizzate ai politici e altro. Noi giovanotti passavamo la maggior parte del tempo tra tango, mazurca, valzer, samba, cia-cia-cia e, negli ultimi tempi, c’era chi si dava ai movimentati balli del dopoguerra. Partecipavano spesso i padroni di casa, Andrea, Ninì e Carmelina, le mie sorelle Teresa e Tina, le due figlie del sig. Francesco De Luca, Bice e la sorella minore, Bice Varcaro con il fidanzato Peppino Servidio, Enzo Varcaro con l’allora fidanzata e poi sposa Flora Scarcella, Nennella Vasso, Guglielmo De Novellis con la moglie Emilia Canonico e amici che scendevano da Piano Caruso, come Bebè Garetti, Tonino Russo e ancora altri, dei quali non ricordo il nome. All’avvicinarsi dell’ora di cena, il nonno di casa, nonno Andrea, battendo il bastone per terra, domandava: «Ma questi ragazzi non hanno casa? Forse i loro genitori li staranno aspettando». Noi, capita l’antifona, salutavamo i padroni di casa, assicurando una visita a breve scadenza.

Al di sotto di casa Bruno, abitava la famiglia del sig. Guglielmo De Novellis, con la moglie sig.ra Emilia Canonico e i figli Carlo, Amelia, Maria Giovanna. Al di sopra di casa Bruno, sorgevano altre abitazioni, come il casino Milano, ormai quasi interamente distrutto. Molti ne ricorderanno i proprietari, tutti defunti: la vecchia madre sig.ra Erminia, i figli, prof. Francesco, dott. Salvatore (il farmacista di sopra l’arco), la sig.ra Flora, la sig.ra Silvia. La casa era circondata da un fitto bosco, nel quale si trova una fontana che dava un’acqua diuretica e molto leggera. Nei dintorni c’è casa Caracciolo, ora casa dell’ing. C. Bruno, allora abitata dall’avv. Giuseppe Caracciolo (ultimo podestà del ventennio fascista e primo sindaco nel regime democratico) con la moglie sig.ra Annetta. Nelle stesse parti sorge una palazzina, il cui proprietario, sig. Luigi Zagordo, viveva in America. La fittò mio padre e, per quasi dieci anni, fu la nostra dimora estiva. A pochissimi metri, c’è un’altra costruzione di proprietà del defunto sig. Francesco Zagordo. Questa veniva fittata dalla famiglia del sig. Natale Pirri con la moglie sig.ra Antonietta Luna e i figli Francesco, Maria, Filomena, Salvatore e Vincenzo. Tale famiglia, saltuariamente, dava ospitalità alle sorelle della sig.ra Antonietta: Gilda, Elena, Elvira, Dora e Messina. Stavamo sempre insieme e a noi si univa la famiglia del sig. Giacomo Malena: la moglie sig.ra Carmela, i figli Angela, Maria, Francesco, tutti ragazzi spensierati, i quali non pensavano ad altro che a divertirsi, ignari del tragico momento che incombeva sul paese. Rimanemmo impauriti, solo assistendo, sia pure da lontano, all’apocalittico spettacolo offerto dal bombardamento di Sibari. Non ricordo chi fossero i proprietari di tante casette coloniche esistenti nella zona.

Nella parte alta del rione dominano due grosse costruzioni: una appartiene alla famiglia del defunto dott. Battista Malena, della quale unica superstite è la figlia sig.ra Vittoria, e l’altra appartiene alla famiglia del sig. Giovanni Sangregorio. È l’antica dimora estiva della famiglia Sangregorio e, se ben ricordo, conta circa venti vani, circondati da vigneti e alberi giganteschi. L’ingresso è munito di un solido cancello, di solito sempre aperto, che immette in un lungo viale, che porta all’abitazione, preceduta da un’antica torre (il torrione), che, con le sue feritoie, fa pensare che servisse da guardia ai tempi dei briganti. Nelle vicinanze si trova la bella casa Vasso, ormai quasi disabitata. Seguendo la strada provinciale che porta in Sila, si trova un grosso centro denominato “Migliuro‟ o “Cancelluzzo de Rosis‟. La denominazione  “Migliuro‟ è dovuta alla presenza di una fontana, alla quale, fino agli anni Ottanta, si ricorreva, quando tutta la montagna non era provvista della rete idrica. Da alcuni anni l’acqua della fontana non è più potabile. Dal largo esistente attorno alla fontana si diramano tre strade: una porta verso la zona “cancelluzzo‟, un’altra verso  “viale Impagliazzo‟, lungo circa un chilometro, e la terza verso la strada provinciale. Esiste, per la verità, un viottolo che porta al rione “cuozz’i Patari‟, abitato da poche famiglie: Candia, Marrazzo, Scarcella, Cassano. La strada che porta verso il “cancelluzzo‟ è molto ripida e mena verso le abitazioni dei sigg. Longo, Pistoia, avv. Giuseppe Fino (eredi dott. Luigi Sangregorio). Alla zona “cancelluzzo‟, le abitazioni sono tutte ben conservate. Ricordiamo quelle del dott. Ugo Scarcella, quella del fratello dott. Luca, del prof. Giuseppe Marrazzo, per quasi dieci anni abitata da noi Marino, quella del defunto prof. Angelo Foggia, le case Quintieri (disabitate), la casa del dott. Mario Quintieri, ora trasformata in agriturismo. Sempre nella stessa zona si trova la casa della sig.ra Edda Romanelli e, un poco più a sud, un piccolo agglomerato di case: quella del dott. Marcello Cimino, quella del prof. Pasquale Lasso, quella di un sig. inglese, ora proprietà del sig. Giorgio Policastri e quella del sig. Domenico Albamonte. Non mancava un piccolo campo per giocare al pallone, allestito alla meglio su di un terreno, che il barone Raone de Rosis ci aveva concesso. I giocatori non mancavano mai: Gigetto de Rosis, mio fratello Pasquale, Luca e Franco Scarcella, i fratelli Fino (Domenico, Gaetano, Vincenzo, Francesco, Costanza, unica ragazza, ottimo terzino), Angelo Foggia, Domenico Libonati, Tonino Russo, Tonino Benvenuto, Gabriele Cosentino, Antonio de Rosis, Mario Nigro, Enzo Polino, detto Corso, Giorgio de Rosis ed altri; dimenticavo che c’ero anche io. La sera, dopo cena, ci riunivamo al cancello del viale De Rosis; spesso era con noi il barone Raone, il quale allietava le serate con barzellette e racconti dei suoi trascorsi di ufficiale di marina. Alla fine del lungo viale De Rosis, attraverso un vialetto, si arriva a casa Curia, ora disabitata. Nelle vicinanze, ancora due abitazioni: casa Ortale e casa Benvenuto. Le abitazioni del rione “cancelluzzo‟ erano raggiungibili attraverso diramazioni del viale del barone, che conce-deva il permesso di transito. Esiste anche una vecchia strada comunale, ma è tanto malridotta da non essere quasi transitabile. Nelle vicinanze del “cancelluzzo‟ un grosso caseggiato: la famiglia De Caro, il dott. Vincenzo Capalbo e due-tre appartamenti dati in fitto.

Salendo per la strada provinciale, troviamo la vecchia casa del dott. Michele Persiani, diroccata e quelle del dott. Francesco Persiani, del sig. Catapano, della prof.ssa Antonietta Minisci, del defunto avv. Alessandro Attanasio, del prof. Armando De Rosis.

Sempre salendo, altre due abitazioni: una apparteneva al sig. Antonio Mingrone e l’altra dell’avv. Giovanni Cimino, lasciata in eredità al nipote dott. Antonio. Sul lato sinistro della strada provinciale, subito dopo l’abitazione del dott. Saverio Avella, attraverso un viottolo, si scende verso contrada  “trattera‟, la quale termina con l’antichissima dimora estiva della famiglia Terzi: la “Conca‟. Nella contrada “trattera‟ troviamo la casa dell’avv. Luigi Passerini, quella del defunto sig. Pierino Spezzano, quella del dott. Antonio De Caro, quella degli eredi del sig. Domenico Policastri ed altre, appartenute a diversi De Rosis.

Ritornando sulla strada provinciale, troviamo subito, sulla destra, la casa della sig.ra Mariolina Cavalieri, l’abitazione del dott. Vincenzo Taverna e, limitrofa, quella della sig.ra Chiara Bennvenuto, vedova del dott. Alfonso Bruno. Ancora più avanti, siamo già in contrada Piano Cartuso, arriviamo alla casa del sig. Franco Malagrinò, il quale, col la consorte Maria, gestisce, annesso alla casa, un attrezzato negozio di generi alimentari, avuto in eredità dal suocero, sig. Giuseppe Ritacco.

Come dicevo prima, siamo a Piano Caruso, punto centrale della nostra villeggiatura. Troviamo subito, a sinistra, l’abitazione del defunto generale dei carabinieri, dott. Francesco Graziani, e nelle vicinanze l’abitazione del sig. Natale Alonia. Un poco più avanti, sulla destra, fa spicco palazzo Bianchi, circondato da una vasta estensione di terreno, parte del quale è detto “Belvedere‟, zona di apprezzabile bellezza per il panorama che arriva fino al mare.(continua) 

 (Veteranova n° del 2015-2016)

Un altro racconto sulla nostra montagna.
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