I Racconti del prof. Giuseppe Franzé

Nato il 4 luglio del 2009 a Maropati, un piccolo paesino in provincia di Reggio Calabria, Giuseppe (Peppino) Franzè fu un bravissimo insegnante di scuola elementare negli anni ’50 e ’60. Ben preparato, esercitò con passione l’attività di insegnamento, distinguendosi per i suoi metodi innovativi nel campo educativo-didattico. Persona seria e, soprattutto, onesta, partecipò attivamente alla vita politica della nostra città nelle fila del Partito Socialista Italiano.
Il 4 luglio del 2009, il prof. Peppino Franzè terminava a Corigliano il suo percorso terrestro. 

Seguono alcuni racconti del Prof. Giuseppe Franzè, pubblicati su “Il Quotidiano della Calabria” dall’amico giornalista Giacinto De Pasquale, che ringrazio tanto.

La casa del Duce

Il piccolo locale pianoterra dell'imbocco di via Piave, sulla destra scendendo, che per anni fu il negozio di alimentari del signor Taverna, ospitò dal 1939, per due anni, la "botteguccia" di Carolina "Mussolini" per la vendita di alcuni modesti articoli di creta. Carolina, che già si faceva chiamare "Mussolini" dal 1935, fu una delle ricoverate presso il manicomio calabrese di Girifalco, ma fu dimessa all'inizio del 1939, su richiesta dei medici coriglianesi Giordano Bruno e Marcello Cimino, che garantirono la loro "protezione" su questa donna grassoccia ed innocua, che da anni era fortemente convinta di avere nel proprio grembo Benito Mussolini, col quale diceva di conversare continuamente. Era molto rispettata e lei ricambiava con altrettanta cortesia, pur essendo una modestissima donna del popolo. Anche se analfabeta, il suo linguaggio ed il suo comportamento erano superiori a quelli della sua estrazione sociale. Tutto questo incuriosì molto il dott. Michele Persiani, il quale non sapeva darsi spiegazioni su queste mutazioni caratteriali e sul suo corredo di notizie storiche e politiche, visto che Carolina non sapeva leggere e non conosceva l'esistenza della radio. Parlava con scioltezza di Piazza Venezia, dell'Altare della Patria, della guerra di Spagna e di tante altre cose. Questa sua inspiegabile "cultura" destava molto stupore e le procurava un certo prestigio, tanto da indurre alcuni piccoli "gerarchi" della MVSN (Milizia Volontari Sicurezza Nazionale) coriglianese ad usarle particolari ossequi chiamandola persino donna Carolina. Quando lei, col suo pancione sporgente, si affacciava su Piazza del Popolo, la gente si scostava per farla passare e lei ringraziava con insolita gentilezza. Quando un suo simpatizzante pittore appose sul frontale della sua bottega una targa di legno con la scritta "Casa del Duce", la sua gioia toccò le stelle e festeggiò l'evento con una bottiglia di moscato regalata da uno dei suoi numerosi fans. Altrettanto tripudio quando le fu regalato, personalmente dal podestà Marcello Cimino, un vecchio gagliardetto nero col Fascio. Morì improvvisamente nel 1945, all'insaputa di rutti, ma il dott. Michele Persiani continuò a pensare a questa strana donna analfabeta, che era in possesso di un linguaggio ricco di notizie politiche molto rispondenti alla realtà. Un segreto che non fu mai spiegato. 

Il frantoio benedetto

Nel 1465, il Conte di Corigliano e Principe di Bisignano, Luca Sanseverino, concordò con i Frati Conventuali il loro trasferimento dal Pendino in una nuova struttura conventuale in pietra e legno, in cambio del loro vecchio monastero. L'accordo fu presto formalizzato e i Conventuali si spostarono nel nuovo convento a fianco della Chiesa di S. Francesco d'Assisi, che poi divenne la Chiesa di S. Antonio di Padova. Attorno al 1819 si stabilirono in questo convento i Liguorini, o Redentoristi, monaci molto intraprendenti e determinati, con una spiccata vocazione più affaristica che pastorale. Fanatici filoborbonici e spesso collusi col brigantaggio locale, nel 1854 accentuarono il loro calo di prestigio con la vendita dello stupendo Coro in legno massiccio della Chiesa di S. Antonio, realizzato nel 1700 dal maestro L. Franceschi, al Vescovo di Cariati, Mons. Golia. (Quando nel 1863 fu affidata ai Liguorini la prestigiosa libreria dei Cappuccini, affiorarono molte diffidenze. I timori si rivelarono fondati e le rimostranze furono espresse, anche in data 5 maggio 1865, quando il Ricevitore del Registro denunciò a Padre Antonio Sileo dei Liguorini la scomparsa di parecchi volumi). Già nel 1861, in seguito ad una massiccia proliferazione di lettere anonime, il Convento era stato sottoposto ad accurate perquisizioni, alla ricerca di pericolosi latitanti della banda del brigante Straface Palma. Anche nel 1862, i Liguorini, nostalgici incalliti di Casa Borbonica e leaders del movimento clandestino politico ostile all'unificazione d'Italia, furono sottoposti a stressanti interrogatori e scrupolose indagini. Il sindaco facente funzioni, dr. Gaetano Gianzi, ingiunse ai Frati di lasciare i locali del Convento, ormai di proprietà municipale, ma loro ottemperarono solo in parte l'ordinanza, perché si ritirarono in poche stanze del pianoterra. Crollati gli oboli e le messe a pagamento, i Liguorini non si sgomentarono ed accentrarono i loro interessi sulle attività economiche rilanciando il vecchio frantoio di loro proprietà, posto nell'antico fabbricato di via Margherita, dove ora sorge il market Sosto. Diffusa la voce che la resa delle olive molite presso questo frantoio era largamente superiore a quella degli altri opifici, grazie alla benevola protezione di S. Antonio, gli affari andarono a gonfie vele. Ma per poco, perché, quando gli olivicoltori si accorsero, invece, che la resa era inferiore, smisero di portare le loro olive. I Frati non si scomposero e numerosi clienti ritornarono, quando parecchi oliveti andarono in fiamme, per mano di ignoti briganti. 

I primi passi del turismo a Schiavonea

Prima di allora, alla Schiavonea c'era soltanto una cantina per la vendita al dettaglio di vino di produzione cassanese (le vigne coriglianesi erano state distrutte anni prima dalla peronospora), ma dal 1880 aprì i battenti l'osteria di Donna Maria in un pianoterra del "Quadrato Compagna", lato Porta di Rossano. Gli affari si rivelarono subito esaltanti, specie nei mesi estivi, e donna Maria potè accumulare congrui risparmi, che le consentirono di acquistare alla Stazione la "Locanda della Ferrovia". L'osteria del Quadrato rimase chiusa per alcuni anni e nel 1899 si insediò negli stessi locali Elisa Rizzo, una vispa ed intelligente operaia delle "spiritiere" (estrazione dell'alcool), arrivata da Milazzo di Messina assieme al marito don Turi. Nel mese di agosto dello stesso anno il Regio Commissario Prefettizio Paolo Bossolo tagliò il nastro augurale della "Gelateria della Marina" con un vasto assortimento di sorbetti alla frutta e di granite al limone. (Il sorbetto al mirtillo, fatto con i frutticini raccolti sulle pendici del Patire riscosse il consenso entusiasta del Regio Commissario e del prof. Francesco Maradea). L'anno dopo alla gelateria fu annessa "La Pizzeria di Napoli" con l'attiva presenza di un provetto pizzaiolo di Sorrento. 

Nel 1902 fu istituito presso la gelateria  il servizio di noleggio di salvagenti  in sughero e di tende triangolari  per la spiaggia. Grazie anzitutto  alla appassionata e cocciuta collaborazione delsottobrigadiere della Finanza Alfredo Siepe e della guardia  Vincenzo Rendo, nel 1904 ebbe il  suo felice debutto lo stabilimento balneare "La Marinella' gestito personalmente da donna Lisetta e frequentato quell'anno anche da numerose belle  ragazze cosentine,alle cui famiglie l'intraprendente siciliana aveva dato in fitto alcuni vani dello stesso Quadrato. Nel 1906, la Gelateria divenne il "Caffè della Marina" sempre gestito  da donna Lisetta, che subito fece affari  d'oro con le tisane ele erbe per la  digestione e contro l'insonnia. Don Turi, il marito, che si interessava attivamente  della Pizzeria, nello stesso anno introdusse la produzione di  pagnottelle, poi imbottite con salumi o latticini locali. Molto apprezzato e  consumato il vino moscato in botti di  rovere che arrivava da Milazzo. Nello stesso anno e nello spazio  prospicente il "Caffè", si esibì a cavallo  di un grande triciclo di ferro il  giovane Alfonso Cimino, proprietario  anche della prima barca a vela da  diporto apparsa sul nostro mare. 

La "Quadriglia saracena"
Carmin
e Mollo, che abitava al Gradone S. Antonio, acquistò una grande notorietà quando, nel 1904, ancora giovanissimo, acquistò il primo fonografo a cilindro, con la meccanica a molla, su cui troneggiava la grande tromba sfavillante coi suoi colori sgargianti. Il figlio Francesco, che era uno dei più accreditati attivisti del Partito Nazionale Fascista, ereditò la passione per le nuove tecnologie e nel mese di ottobre del 1924 acquistò dalla ditta VOX di Napoli il nuovo, fiammante fonografo a disco. La commissione dell'apparecchio l'aveva fatta telegraficamente in aprile, perché voleva festeggiare la vittoria elettorale del fascismo a suon di musica. Quando il 21 aprile dello stesso anno, il Consiglio Comunale deliberò di eleggere il dirigente del fascismo cosentino, Michele Bianchi, Cittadino onorario di Corigliano, lui avrebbe voluto organizzare in piazza una festa pubblica col suo fonografo, che arrivò, però, con sei mesi di ritardo. (La festa ebbe ugualmente luogo e, dopo il discorso del barone Guido Compagna, fu esposto al pubblico il bassorilievo dell'ebanista coriglianese Giorgio Aragona con la testa di Benito Mussolini). Il 1924 fu per Francesco Mollo un anno fortunato. Appaltò i lavori per la costruzione della strada Ponte Margherita -San Giacomo D'Acri, il cui progetto era stato efficacemente sostenuto dal Sottoprefetto di Rossano, cav. Luigi Sestili. Inoltre, assieme ad una ditta di Taranto, eseguì gli impianti per l'illuminazione elettrica delle due chiese di S. Francesco e S. Antonio, sino ad allora ancora dotate di grandi e stupendi lumi pensili a petrolio. Nel mese di dicembre del 1924 arrivarono a Corigliano i "Caballeros", la compagnia napoletana di varietà del cav. De Frattis, ma non poterono esibirsi, nel periodo di Natale, essendo il Teatro Comunale "Trento e Trieste" chiuso da tempo per interminabili restauri. Tra il Mollo ed il cav. De Frattis si stabilì un feeling straordinario e la compagnia si fermò a Corigliano per alcuni mesi. La coppia molto affiatata, aprì, in un locale di via Aquilino, poi negozio Magliarella, a pochi metri dalla calzoleria Polino, il "Circolo della Quadriglia Saracena". Aderirono otto giovani e, dopo alcuni mesi di addestramento con musiche del fonografo a disco, si esibirono nelle principali piazze della città con balletti molto apprezzati dalla cittadinanza, anzitutto sbalordita dalle audaci esibizioni di Debora De Frattis, che, col suo corpo sinuoso e conturbante, eseguì la danza del ventre, persino con l'ombelico alla luce del sole. Il fonografo di Francesco Mollo fece da colonna sonora per altre quadriglie negli anni 1926/27/28. Poi il fonografo, per la rottura di un pezzo della meccanica, funzionò solo a singhiozzo. Fu chiuso anche il Circolo di via Aquilino, ma Mollo programmò ugualmente per il 1930 la Quadriglia a cavallo, che poi fu realizzata solo nel 1933, con tre cavalli e non con dieci previsti. 

Il Ponte Canale

 

Dopo avere individuato una ricca sorgente di acqua potabile, anche con il concorso del Poverello di Padova, si pensò ad un ponte per raccordare, sull’antica via delle Furche (poi via Nova e via Roma), i due Cozzi del Vernuccio e della Cittadella, con spese a carico della civica Università locale, al fine di potere garantire un adeguato approvvigionamento idrico ai quartieri del Serratore, della Giudecca, dei Vasci, della Portella e del Castelluccio. I lavori iniziati attorno al 1482 furono interrotti quando fu imprigionato, il Principe Girolamo Sanseverino con l’accusa di essere uno dei maggiori sostenitori della congiura dei baroni contro il re aragonese di Napoli. I lavori sarebbero ripresi nel 1487 per decisione del neo governatore aragonese di Corigliano, Giovanni Nuclerio, che, per la realizzazione di tale ardita opera, reclutò numerosi carpentieri della Giudecca locale ed impose alla Università l’applicazione di una nuova tassazione, che colpì pesantemente anzitutto gli ebrei coriglianesi. Il ponte, dopo alcuni decenni di lavori intermittenti, nonostante i finanziamenti ottenuti per l’intercessione del coriglianese Joanne Antonio, autorevole amministratore della Contea, fu completato con cinque archi maggiori alla base e sette archetti superiori, sulla cui sommità furono installati i tubi in terracotta per l’attraversamento dell’acqua potabile. Ammirato e disegnato dai numerosi viaggiatori europei giunti in città, nel 1854, con progetto dell’architetto Bartholini, fu parzialmente ristrutturato e la sommità fu trasformata in corsia pedonale con la sistemazione dei tubi dell’acquedotto ai fianchi esterni dei parapetti. Nel 1889, la giunta comunale, presieduta dal sindaco Pasquale Garetti, preoccupata per alcuni piccoli cedimenti del ponte, aveva deliberato di conferire un incarico per la progettazione di supporti protettivi nella parte basale, ma la delibera non giunse mai in consiglio, a causa dell'epidemica carenza finanziaria del bilancio comunale. Nel 1891, quando il principe di Piemonte, Vittorio Emanuele, scendendo per via Roma, diretto al Convitto Garopoli, si fermò a lungo per ammirare il ponte ed avendo saputo dal suo accompagnatore, il Senatore Francesco Compagna, delle difficoltà finanziarie del comune per interventi restaurativi, esclamò “peccato” e riprese la strada verso Sant’Antonio.

L'Ospitale della Pietà (Fatebenefratelli)

Il fabbricato ancora torreggia sul piccolo dorsale, sopra la Chiesa del Carmine, chiuso da quando i fratelli Gaiani, eccellenti falegnami ed ebanisti, hanno disattivato il loro laboratorio. Fu don Pietro Perrone, ricco di famiglia, a volere realizzare, a fine Cinquecento l' "Ospitale della Pietà" per l'assistenza agli ammalati molto poveri. La gestione fu  affidata ai monaci Fatebenefratelli di S. Giovanni di Dio attorno al 1605, ma il piccolo nosocomio, dopo una esistenza grama, chiuse  per mancanza  di oboli. Nella seconda metà del Seicento, anche i monaci lasciarono Corigliano. Ignoto il suo ruolo sino al fine Ottocento, quando ritornò ad essere la sede di un nuovo frantoio per la macina delle olive con strutture in legno di ciliegio, una rarità all'epoca. Nel 1911, quando il barone Guido Compagna fece installare la teleferica per il trasporto di legname, svolse il ruolo di deposito e di officina, nella quale lavorò anche il giovane Alfonso Scarcella, addetto alla manutenzione degli argani. Nel 1917 il Sindaco Vincenzo Fino aveva programmato un veloce restauro di questo edificio per ospitare un contingente di 50 reclute  (Leva 1898), provenienti dalla Sicilia ed assegnate a Corigliano per un addestramento di tre mesi, prima di essere avviati al fronte. Il Sindaco dovette rinunciare al progetto quando prese visione del preventivo di spesa e dovette optare per la chiusura delle sezioni femminili della Riforma, dove furono poi alloggiate le reclute. Alla fine della prima Guerra Mondiale, era stata fatta la proposta di trasformare il piccolo edificio in Cappella Votiva dedicata a tutti i Caduti in guerra, con la conservazione di loro cimeli, di lettere ed altri oggetti destinati a mantenere viva la memoria del loro sacrificio. Ma tutto svanì nel nulla. Quando l'équipe dell'Arch. Guiducci  stava redigendo il nuovo  Piano Regolatore del nostro territorio, ci fu anche la visita dell'Arch. Radonga, il quale era convinto che l'agglomerato Pendino - Carmine doveva saldare armonicamente lo sviluppo urbanistico della  pianura col Centro Storico. Era stata sua l'idea  di realizzare  il Parco  Archeologico del Carmine- Pendino ed il piccolo Museo del  Lavoro, con arnesi ed immagini  del Concio e della Fabbrica dei Panno,  nel piccolo edificio dei  Fatebenefratelli. Lo spiazzale antistante doveva essere, con tutti gli arredamenti  necessari, il Belvedere sul Coriglianeto (ll sito era conosciuto col nome di "Monti Pirucchj", dove le lavandaia, nel mentre asciugavano la biancheria, spidocchiavano le nipotine al seguito).  L'Arch.  Radonga voleva offrire a chi arrivava a Corigliano una immagine accattivante e non quella dei porcili, che all'epoca popolavano questa zona.

Via Roma

L’antica via delle “furche” fu per secoli una stretta carreggiata in terra battuta per raccordare la valle dell’eco (o di Lecco), ora S. Antonio – via Margherita, con la fortezza, arrampicandosi tortuosamente a destra del roccione, che si estendeva dal promontorio, su cui fu poi edificato il Convento delle Clarisse, sino alla valle delle furche (ora via Roma). Il suo tracciato fu in parte quello dell’attuale via dei Cinquecento, che in alto raggiungeva la Porta della Cittadella, la più importante per traffico ed ampiezza. Percorrendo tale strada alla fine del’400, il re Ferdinando d’Aragona poté visitare la fortezza. Solo a fine quattrocento, in occasione della edificazione del ponte Canale, la via delle furche si allungò verso l’alto della vallata, ma il raccordo col Cozzo dì Cirria, poi Acquanova, fu realizzato molto più tardi, quando furono colmate numerose fenditure esistenti nel fosso dei Mizzoteri. La via delle furche fu ampliata, sempre con l’impiego degli ebrei della locale Giudecca, che all’epoca detenevano anche il monopolio dell’artigianato edile, a fine 400, durante i lavori di ampliamento e ristrutturazione della fortezza. Quando il Poverello di Paola venne a Corigliano, poté raggiungere il sito dell’attuale Chiesa di S. Francesco, percorrendo lo stretto sentiero della via dell’Ospizio, che collegava la via delle Furche con l’Ospedaletto dei Monaci Basiliani, sui poi fu edificato il palazzo Marino. Lo sviluppo edilizio lungo questa stradina, che subito dopo assunse la denominazione di via Nova, ebbe un primo impulso a fine Settecento, così come poté annotare l’inglese Henry Swinburne nel suo sofferto soggiorno a Corigliano. Tra il Ponte Canale e l’imbocco della Via dell’Ospizio, nel 1797 si insediarono i primi tessitori tarantini della felpa, che chiusero non avendo potuto risolvere le difficoltà della tintura dei filati. Le botteghe riaprirono nel 1887 con i tessitori coriglianesi Bonafede, Celeste e Quinto protagonisti molto apprezzati all’esposizione di Cosenza. Nel 1859 il sindaco Luigi Carusi riprese la relazione redatta dall’ing. Durante e dall’arch. Batholini, col progetto dell’ing. Banchieri, ed ottenne finalmente il finanziamento per la selciatura del primo tratto inferiore. Nel 1871, dopo la Breccia di Porta Pia, col sindaco Luigi Lettieri, assunse il nome di via Roma. Nel 1879, il sindaco f.f. Luigi Garetti, poté completare il secondo lotto della selciatura con la messa in opera di due file di lastre parallele di pietra, al centro della strada, secondo le indicazioni del progetto dell’ìng. G.B. Rezia. Nel 1907, con la ferma determinazione del sindaco Vincenzo Fino, fu finalmente completata la contestata demolizione delle case, che sporgevano su via Roma dal lato del fosso Bianchi. Per risolvere la sopraelevazione della strada e ridurre le forte pendenza nella parte apicale dell’Acquanova. ci vollero oltre 70 anni, sino al 1932.

 

L’Ariella 

 

Su questa collina, per secoli, signoreggiava un grande bosco di cerri di proprietà dei Padri Basiliani del Pathire, che, da novembre a marzo-aprile di ogni anno, venivano a svernare nel vicino piccolo convento adiacente alla cappella di S. Maria della Jacina. In alto, sulla cima del Cozzo del Vernuccio, alla fine del 400 i padri Basiliani costruirono un piccolo convento- ospedaletto, che chiuse durante la grave recessione anzitutto amministrativa e finanziaria dell’Abbazia del Pathire, quando furono dismesse molte delle sue proprietà terriere. L’Ariella non rientrò nei primi lotti delle dismissioni, perché i terreni circostanti avevano un buon indice di valorizzazione agricola e quindi garantivano una discreta rendita proveniente dagli uliveti, dai vigneti e dai Jardini, che si estendevano sino al torrente Coriglianeto. Ai piedi dell’Ariella serpeggiava la carreggiata della strada di Lecco verso Rossano, mentre la Cappella della Jacina ed il Convento dei Cappuccini erano collegati con semplici mulattiere. La Badia, costruita nel Seicento accanto alla chiesa di S. Luca sul Serratore, divenne la residenza dei Basiliani più culturalmente evoluti e la piccola residenza della Jacina fu riservata ai monaci meno alfabetizzati, che si interessavano in prevalenza della gestione economica di alcune piccole aziende sopravvissute alle folli vendite del grande patrimonio terriero dell’Abbazia. Sul pianoro dell’Ariella, questi monaci organizzarono per decenni nel mese di maggio grandi ed assortiti banchetti di ringraziamento alla presenza dei loro benefattori e dei fattori delle loro aziende. Tra le specialità gastronomiche primeggiarono sempre il pollo arrotolato nella creta e cotto alla brace su mattoni di terracotta ed il cinghiale del Pathire di pochi mesi arrostito in una capanna di rami secchi con legno di ulivo e rami resinosi di pino per insaporire la carne con l’affumicazione. Altra ineguagliabile leccornia le forme di formaggio pecorino, che venivano forate all’interno per poi inserire frammenti di ricotta affumicata. Il vino rosso era quello frizzante di Viscano della Jacina ed alla fine, dopo ore di abbuffate, i monaci servivano ciotole di tisane fatte con le loro erbe digestive del Pathire. La tradizione di queste pietanze fu apprezzata e continuata dai buongustai coriglianesi proprio in occasione del primo maggio e sempre all’Ariella. Tra gli appassionati di questi “incontri gastronomici” anche il prof. Francesco Maradea e Vincenzo Zampini.

La maccaroniera

 

Il progetto andava avanti da almeno tre anni, ma solo nel 1882 prese corpo ed il laboratorio per la produzione di pasta fresca, ed in prevalenza di maccaroni, nell'androne di via Roma, sotto via dei Cinquecento, dove ora c'è il fioraio. L'inaugurazione fu celebrata in una domenica di aprile alla presenza del Sindaco, Avv. Francesco Meligeni e di molti invitati, tra cui il neo proprietario de “Il Popolano”, Francesco Dragosei,  l'ing. Antonio Palma,  Ruggiero Graziani, Luigi  Lettieri, l'Avv. Francesco De Rosis,  Luigi Garetti, Giuseppe Amato (autore della Cronistoria di Corigliano), Francesco De Vulcanis e Pasquale Garetti. Dopo il breve discorso augurale del Sindaco, con la colonna sonora interpretata dalla Banda Musicale diretta dal Maestro Luigi Ferrari, furono offerte squisite ciambelline con marmellata di more selvatiche ed orecchiette di ricotta alla padella con abbondante rosolio fatto in casa. Dopo due mesi le vendite subirono una forte flessione e fu deciso di chiudere dal lunedì al venerdì, visto che le vendite più attive si verificavano proprio nei due giorni di sabato e di domenica. La neo Banca Nazionale di Cosenza, con sede in via Castelluccio (Via P. Umberto), che aveva concesso un prestito di 1.500 lire con l'interesse annuo del 14%, si allertò quando seppe della chiusura del piccolo pastificio per diversi giorni della settimana e reclamò il puntuale versamento delle rate mensili. Si rese necessaria l'intercessione dell'Avv.  Francesco De Rosis per allentare la morsa delle scadenze. A fine gennaio 1883, fu licenziato uno dei due dipendenti e, quando nel mese di marzo si ruppe il cilindro di bronzo per la produzione di maccaroni, la pasta più venduta, il pastificio chiuse i battenti con un deficit di circa 1.720 lire.  Nel 1884, le piccole attrezzature furono acquistate da un certo Spizzirri, che, nello stesso locale, installò la "Caffetteria di Via Roma" col programma ambizioso di produrre biscotteria con grano duro ed orzo. L'iniziativa si concluse ingloriosamente l'anno dopo e la Caffetteria si trasformò in Osteria specializzata nella vendita di vino bianco di Rocca Imperiale. Quando, lo Spizzirri, nel 1887, si rese conto che nemmeno l'osteria tirava, fu folgorato da una "brillante" idea e, detto fatto, trasformò il locale in una " stalla a noleggio" . E fece affari d'oro incassando ben 10 lire al mese per ogni cavallo ospite, a  cui assicurava il fieno notturno e la sua consegna la mattina sotto il portone del proprietario (nel 1886 risultarono scomparsi per sempre ben sette cavalli). Con la "stalla a noleggio" non ci furono più furti di cavalli e qualcuno non rinunciò a pensare che lo Spizzirri, che vantava certe frequentazioni ai Pignatari, qualcosa doveva saperla.

1913 scandalo alla Marina, tredici donne in costume da bagno

Nel 1913 fu registrato un certo fervore a Corigliano con l'arrivo di alcuni funzionari del Regio Catasto provinciale di Cosenza, impegnati nella stesura di nuove mappe catastali.

Inoltre, soggiornavano in città due funzionari del Genio Civile addetti alla direzione dei lavori di costruzione del nuovo ponte sul Coriglianeto. Nella seconda decade del mese di luglio, le famiglie di questi funzionari si ricongiunsero alla Schiavonea, in alcuni alloggi molto modesti adiacenti alla Regia Delegazione del porto. La loro aspirazione era quella di rimanere nel Centro Storico, ma i gestori del nuovissimo servizio auto a noleggio, con chaffeur il tarantino Aldo Fiscella, non aveva ancora potuto installare all'interno della vettura Fiat la pare divisoria, con vetro retinato opaco, tra posti maschili e femminili. Perdippiù, il servizio partiva dal ponte Margherita, non volendo guadare il torrente con le fiammanti ruote di gomma piena nell'acqua (all'epoca, la carreggiata della strada della Chiubica costeggiava la riva sinistra del torrente, senza argini, con avvallamenti e numerose pozzanghere, sino all'incrocio con l'attuale SS.106). Le figlie di questi villeggianti, tra i 14 ed i 25 anni, erano tredici e tutte carine ed abbastanza civettuole e molto temerarie. Infatti, in una bella domenica di luglio sfilarono lungo la battigia con i loro costumi audaci. Le "sfacciate" (parole del sacerdote durante la Messa) esibivano i polpacci delle gambe, denudate dai lunghi mutandoni di lana scura che, pur aderendo, arrivano sotto le ginocchia. Inoltre, mettevano in mostra un bel po' di spalle, che fuoriuscivano dalla pesante canottiera di lana a fasce bianche. A guardare la disinvoltura di queste ammalianti ragazze, accorse gente di tutte le età e nel pomeriggio scese dal Paese un folto numero di giovanotti, tra cui Vincenzo Tieri e gli adolescenti Marcello Cimino e Giordano Bruno, poi medici. Già negli anni precedenti, quattro attricette della Compagnia Nuovo Teatro, non potendo esibirsi al "Principe di Piemonte", a causa del cedimento di una parte del tetto, si erano consolate villeggiando alla Schiavonea e mostrando, durante il bagno, persino qualche ginocchio. La prima donna a scandalizzare la gente della Marina di Schiavonea, era stata l'ostetrica Elvira Pazzi, poi sposata Cimino. Infatti, infrangendo ogni regola, aveva osato fare il bagno, non col tradizionale camicione di tela sino ai piedi, ma con un costume di lana, che, aderendo, lasciava intravedere le forme del corpo. Per esortare le avvenenti cosentine ad essere più morigerate, dovette intervenire il Delegato di Porto, Vito Rota, purtroppo senza alcun risultato, perché le ragazze, il giorno dopo, si esibirono persino in tuffi dall'alto di una barca. Un "privilegio", questo, che sino ad allora era stato soltanto appannaggio dei maschi. 

(dal blog di Giacinto Casciaro: www.ilcoriglianese.it)

La Fiera di santa Lucia

 

Sino a metà Settecento, sopravvivevano ancora alcuni ruderi della piccola Cappella di Santa Lucia nella contrada omonima. Il Clero di S, Maria Maggiore si attivò più volte per salvare la Cappella dal degrado ed attorno al 1720 si era resa promotrice della raccolta di oboli per porre mano a ristrutturazioni e restauri.  Fu installata all'ingresso della Cappella una cassetta in ferro, solidamente murata, ma, dopo qualche mese, fu asportata e trafugata da ignoti e sacrileghi ladri. Poi l'inarrestabile degrado, ma sino a fine ai primi del Novecento, su un muretto superstite, c'era una grande icona di S. Lucia poggiata su una mensola di pietre, dove i devoti accendevano candele e lumini. Sullo spiazzo, che circondava l'antica Cappella, ogni anno, il 13 dicembre, aveva luogo la Fiera di S. Lucia e gli acquirenti scendevano a frotte per comprare un gallo ruspante, i fichi secchi, le castagne cotte al forno e le forme di pecorino affumicato di Acri. (Molto fiorente la vendita - per la felicità dei bambini - delle triadi di uova fresche di gallina, dipinte con i tre colori della bandiera italiana e dei cavallini rampanti di caciocavallo secco). Nel mese di dicembre del 1906, l'Avv. Gaetano Attanasio, Sindaco della città ed ormai destinato a cedere il posto all'emergente Avv. Vincenzo Fino, ospitò il suo amico Cav. Giovanni D'Aloe, già Regio Commissario al Comune sino al mese di maggio dello stesso anno, ed insieme, in carrozza, scesero alla Fiera ed il Cavaliere fece molteplici acquisti esprimendo grandi apprezzamenti per la qualità delle leccornie in vendite. A fare la parte del leone nelle vendite fu sempre il gallo ruspante, perché, i devoti, per propiziarsi le grazie della Santa ed essere protetti nella tutela della vista, dopo il cenone con le " tredici cose" della vigilia, si usava organizzare il Pranzo di Santa Lucia, la domenica successiva. La pietanza regina era a base di carne disossata di gallo alla brace, con contorno di patatine d'annata cotte nella cenere calda ed irrorate con olio aromatico. Immancabile il vino rosso autoprodotto, già spillato la sera della Vigilia, anche se ancora non molto chiarificato, a causa della feccia volatile. Si formò, così, la dizione della "Festa del Gallo", che coinvolgeva tutte le famiglie coriglianesi, a prescindere dal reddito, perché i più poveri il gallo lo allevano in casa.

(dal blog di Giacinto Casciaro: www.ilcoriglianese.it)

L'Acquanova

 

Sino al 1400 era ancora il Largo di Cirria, uno spiazzo ai piedi del Cozzo di Cirria, la collinetta dietro il vecchio edifico del Corpo della Guardie Municipali. Situato ai piedi delle antiche Mura, tra le due Torri del Castelluccio e della Cittadella, era collegato con la porta principale della Cittadella per mezzo di un sentiero molto ondulato, che serpeggiava ai piedi del "Roccione", su cui poi fu costruito il grande Convento delle Clarisse, ed in parallelo con la via delle Furche (Via Roma). 

Attorno al 1450, sulle Mura fu aperta una breccia, forse di origine dolosa, ed il Largo della Cirria assunse una funzione importante, perché divenne il punto di scarico del materiale edilizio destinato allo sviluppo dei quartieri interni e gli Ebrei della nostra Giudecca monopolizzarono anche questa attività. Dopo l'arrivo del Poverello di Paola nel 1476, sul Largo fu installata la prima fontana con la sorgente di Migliuri individuata dal Santo e per alcuni decenni fu l'unico approvvigionamento per gli abitanti del Centro dentro le Mura. Il Largo fu collegato con la strada della SS. Trinità alla chiesetta omonimo, poi S. Francesco, seguendo, nel bosco di cerri, l'attuale carreggiata di corso Garibaldi. La piccola strada che lo collegava alla Porta di Soccorso (Portella) era conosciuta col nome di Cola Croce (Via G. Garopoli). Durante i lavori di costruzione del Ponte Canale, i Mizzoteri, proprietari del terreno, sul Largo aprirono la prima bottega di generi alimentari fuori Le Mura.  Nel Settecento, il livello del fosso dei Mizzoteri (Poi Fosso Bianchi), che si estendeva dal Roccione al Cozzo del Vernuccio, fu elevato con numerose colmature di terra, ma l'avvallamento rimase sempre profondo.  Nei primi anni dell'800, i duchi Saluzzo fecero ubicare la celebre vasca di "Ciccio dell'Acquanova", un vezzoso puttino in marmo col suo… in funzione di zampillo, Ai piedi del Cozzo furono installate tre fontane con i rubinetti in bronzo pesante, alimentate da una vicina cisterna. Dopo il 1815, il Largo fu impreziosito con la costruzione del Palazzotto Carusi con ingresso dall'attuale via XXIV Maggio. Il lotto più grande e più sontuoso fu costruito più tardi dai figli di Domenico, Luigi ed Orazio Carusi. Nel 1838-40 fu costruito " Il Minzullo ", la misura pubblica, all'angolo dell'attuale Palazzo Oranges (Via G.Garopoli), poi demolito nel 1906 con le muove leggi su Pesi e Misure.  Nel 1845 fu trasferito dal Casalicchio al Largo dell'Acquanova la sede delle Guardie Municipali, al posto della vecchia Locanda e della cisterna delle fontane. Nel 1848 il Largo fu funestato dall'esposizione delle teste mozzate, per ordine dei Borbonici locali, dei tre fratelli Grisafi, Francesco, Antonio e Giuseppe, di idee liberali. Nel 1853 fu installato il primo Fanale ad olio e nel 1862 aprì i battenti la Caffetteria di Luigi Mistico, frequentata anche dal giovane nobile Alessandro De Rosis, poi rapito, con riscatto, per ordine del brigante D. Palma Straface. Nel 1891, il piccolo albergo LA STELLA divenne l'ALBERGO del RISORGIMENTO gestito da Domenico Bruno.
(dal blog di Giacinto Casciaro: www.ilcoriglianese.it)

L'antico largo del muro rotto

 Dove ora sorge, da anni, il Casino d’Unione, ai piedi del Castello Aragonese, sopravvisse un antico muro di pietra e calce, che aveva fatto da supporto alla piccola arteria in terra battuta, che collegava la Porta della Cittadella al primo Ponte Levatoio della Fortezza, costeggiando il fossato.

Ai piedi del muro si stendeva uno spiazzo, all’apice del grande Roccione (Sito Convento Clarisse). Già dal 1300 il largo era il posto di incontro dei giovani ed anche dei contadini e dei mercanti, che, ogni domenica mattina, vendevano o barattavano le loro derrate e le loro mercanzie. Poi, lo sterrato fu fatto livellare dalla Civica Università, quando il Largo del Muro Rotto divenne la sede per le periodiche riunioni all’aperto del “Parlamentino”. A queste Assemblee popolari partecipano in molti, ma gli interventi orali sulle problematiche della comunità si contavano sulle dita. Infatti, dal 1436 le assemblee divennero più rare ed il Largo del Muro Rotto divenne la sede dove, sino al 1440 fu accumulato tutto il materiale per la costruzione della nuova Chiesa di S. Pietro, con finanziamento del Conte Antonio Sanseverino. Con la nuova Chiesa, il Largo assunse una nuova valenza comunitaria. Fu intensificato il piccolo commercio domenicale con piccole fiere ed i fedeli, all’uscita dalla Messa, si soffermavano per fare acquisti. Poi, il lento ed inesorabile degrado del Largo, che si accentuò quando, caduto un largo frammento del Muro di Cinta, assunse un ruolo primario il Largo di Cirria (Acquanova), collegato con l’esterno tramite l’antica strada delle Furche. Il Muro Rotto divenne il luogo di incontro dei malavitosi, dove spesso si davano appuntamento per duelli rusticani, che, nel primo cinquantennio del Cinquecento, produssero 670 ferimenti gravi ed oltre 200 morti ammazzati. La situazione di profonda precarietà del Largo si protrasse per secoli, sino alla seconda metà dell’Ottocento, quando fu data la stura alla edificazione di bei Palazzi. Il rione fu socialmente bonificato per acquisire un ruolo di agglomerato riservato alle famiglie dei notabili e dei nobili. Dal 1930 divenne Piazzetta “Guido Compagna” a ricordo di un illustre Concittadino, che, prima di morire prematuramente, aveva elargito una cospicua somma per la realizzazione dell’Ospedale, col restauro dell’antico Convento dei Cappuccini, ponendo fine ai verbosi dibattiti, che sul nosocomio duravano da almeno due secoli.

(dal blog di Giacinto Casciaro: www.ilcoriglianese.it)