Racconti di Ernesto Scura

Tempo di guerra. Deutschland Uber Alles

Nel 1941, a Corigliano Calabro, noi bambini fummo testimoni di un avvenimento che ci lasciò il segno. Armando De Rosis, discendente di un ramo cadetto dei baroni De Rosis, giovane di bell'aspetto e di una invidiabile prestanza fisica, amante dell'avventura e del nuovo, conobbe, in una delle sue incursioni a Roma, Alexis, una ballerina di prima fila di una molto nota compagnia berlinese di spettacoli teatrali. Dire che fosse bellissima è un po' riduttivo. La sposò. Alta, bionda, snella, gambe lunghissime, caviglie sottili, sorriso smagliante, in una parola, affascinante. Spesso veniva a casa mia, accompagnata dal suo nipotino prediletto, Agostino, peraltro mio cugino che, impeccabilmente, vestiva "alla marinara"e, biondo com'era, sembrava anche lui, un ...tedesco. La cosa che più gradiva, da mia madre, era una fetta di pane ed un po' di strutto che vi spalmava sopra, poi una spolveratina di zucchero. Da non credere, una leccornia. Oggi, manco a parlarne. In quelle occasioni mio padre sturava una bottiglia di un generoso passito che, ogni anno, si premurava di metterne da parte. Alexis, felicissima, canticchiava le canzoni allora più in voga: fiorellin del prato...; ba, ba, baciami piccina..; bambina innamorata... Ma quando, assecondando le nostre reiterate insistenze, intonava"Lilì Marlene", in tedesco, tutti ammutolivamo, per non alterare quell'atmosfera più che magica del momento. E sempre più rafforzavamo la convinzione che quel che era tedesco era ineguagliabile, tutto e, perché no, anche, e soprattutto, le donne. E le sorelle Kessler erano ancora da venire. Ma, nel confronto, ci avrebbero rimesso le Kessler. Io (otto anni) e Narduzzo (tre anni più di me), direi che eravamo affascinati, incantati e, chissà se, non anche, tacitamente, "innamorati"? Stringemmo un patto (d'acciaio): "Mai sposeremo una di qua". Dovevamo aspettare fino a trovarne una ..."di là". E "di là" non voleva, per forza, dire Germania (allora non conoscevamo il termine esatto: mittel-Europa). Solo io tenni duro, rispettando in pieno il "patto". Narduzzo, diplomatosi alle magistrali, a ventun anni conobbe, mise incinta e sposò una sua collega. E la sua"vocazione" mitteleuropea si confinò nella ristretta area cosentina. Io, già nella scelta della sede universitaria, facevo presagire la mia voglia di aspirazione a quella "coltura"e a quella "cultura". Trieste, l'italianissima "austro-ungarica"Trieste, non é forse la porta della mittel-Europa? Ma quanto fu lunga l'attesa. E ne valse la pena. E come!

Ernesto Scura

Tempo di guerra. Mare nostrum

 

Estate 1942. Schiavonea è il borgo marinaro di Corigliano, distante circa 8 Km dal capolouogo. D'estate era, ed è, la meta preferita dei "bagnanti". Allora le poche case ospitavano solo famiglie di pescatori, noti come i più abili e coraggiosi di tutta la costa jonica e, forse, di tutta la Calabria. Oltre a soddisfare il mercato locale, il loro pescato, almeno quello più pregiato, veniva caricato la sera su vagoni ferroviari, con abbondante ghiaccio, destinati a rifornire, l'indomani, il mercato di Napoli. Quell'estate, per carenza di carburante, l'autolinea a servizio dei bagnanti fu sospesa e mio padre, che ne era il contitolare, non ci volle privare del tradizionale beneficio della balneazione e concordò, col padrone di un calesse, di portarci, me, mio fratello maggiore e mia sorella, appena adolescenti, per quindici giorni, sulla nostra abituale spiaggia. È pur vero che, come tempo, impiegavamo più del doppio, però scoprimmo anche qualche vantaggio. Siccome l'ultimo tratto di 4 km non era asfaltato, di solito, con i mezzi motorizzati, che sollevavano molta polvere, ci si imbiancava come spettri. Ora, almeno, al rientro a casa, non dovevamo ricorrere ad abbondanti abluzioni per ripulirci e, inoltre, ci si poteva giovare di un supplemento di...abbronzatura. Ma lo spettacolo che ci offriva quella spiaggia era desolante. Il litorale, un deserto, ravvivato, a tratti, dalla sporadica presenza di qualche vecchio pescatore che allestiva le reti per la, ormai, ridotta attività di pesca, mancando le braccia dei giovani, tutti arruolati in sevizio, ovviamente, nella Regia Marina. E di lampare notturne manco a parlarne, per l'oscuramento imposto. Ma l'impatto più impressionante era la vista di tutta una serie di cavalli di frisia che i militari italiani e tedeschi avevano disposti al limite della fascia demaniale, consentendo, attraverso pochi varchi, l'accesso al mare, non tanto ai rari bagnanti, ma ai pescatori che dovevano raggiungere le barche. Il tutto mirava ad ostacolare eventuali sbarchinemici. Però, che io ricordi, oltre alle postazioni per mitragliatrici, nei tanti fortilizi in calcestruzzo armato, non mi è mai capitato di vedere un cannone, a parte quello dell'unico carro armato "tigre" in dotazione alla guarnigione tedesca di stanza al "Quadrato". Ma sapevamo che i tedeschi avevano disseminato di mine tutto il litorale (a guerra finita si verificò un funesto episodio: un poveretto, percorrendo, con un calesse, la spiaggia non ancora sminata, saltò in aria). Noi tre, unici "bagnanti", godevamo del privilegio di quel mare tutto "nostrum", ma quanta noia, e quanta tristezza, senza poter scambiare gioiosamente due parole o sciacquettare e fare tuffi con altri coetanei, con i quali rotolarci insieme nella sabbia rovente. Unica certezza quella di essere costantemente nel mirino dei cannocchiali di quei militari che, dalla loro postazione fissa, scrutavano l'orizzonte lontano e la spiaggia ... vicina. Ma la cosa, se da un lato riusciva a tranquillizzarci, forse, dall'altro, un po’, ci infastidiva.

Ernesto Scura

Tempi di guerra! Vincere

Era il 1941. Frequentavo la seconda classe elementare. I fronti di guerra erano lontani ma la carestia alimentare era di casa. Non che il governo non si preoccupasse. Ma quando un paese non dispone di una sufficiente quantità di grano, non basta ricorrere ad espedienti per mitigare il problema. Venne lanciata sul mercato, comunque regolato dal rigido controllo delle tessere della carta annonaria, un

tipo di pasta che si chiamava VINCERE. Voleva essere un tipo di pasta, di farina integrale, che, utilizzando al massimo la percentuale di crusca, doveva compensare la carenza di farina. E arrivò il giorno che mia madre preparò il pranzo con quei rigatoni di colore marrone. Eravamo, tutti, curiosi di verificarne il gradimento e la commestibilità e, incominciata la masticazione, tutti ci spiavamo con lo sguardo, per cogliere eventuali reazioni. Quella masticazione durò a lungo, fino a quando mio fratello, che era il più grande dei figli, sputò il boccone nel piatto e sentenziò che era immangiabile. Fu il momento della RESA. Nessuno di noi riuscì a VINCERE il disgusto dell'ingestione. Forse fu da quel giorno che cominciammo a capire che "vincere" non era … scontato. Però ci furono altri lanci molto più accettabili. Arrivarono sul mercato annonario forti contingenti di formaggio ROMA. Era di forma prismatica (10x10x30), avvolto in carta stagnola, era morbido ed aveva stesso sapore e stesso odore degli attuali formaggini. Tagliato a fette risultava uguale alle odierne sottilette. E ce lo portavamo a scuola nella merenda. Poi ci fu la sorpresa di un approvvigionamento, inatteso, di gigantesche forme di grana, che noi, nel Sud, non conoscevamo, abituati al nostro pecorino. Ed anche questo, manco a dire, fu un graditissimo "Cacio sui Maccheroni". Tutto sommato, quelle restrizioni alimentari, carenti di zuccheri, sortirono l'effetto, insperato, di assenza quasi assoluta di carie, specialmente nei bambini nati a fine anni trenta, che ignoravano addirittura l'esistenza della cioccolata.

Ernesto Scura

MANCATO SARTO

E INADATTO...”PORTATORE DACQUA”

Nel 1941, avevo otto anni e frequentavo la seconda classe delle elementari. Duranre le vacanze estive mia madre pensò bene, per non farmi bighellonare e non avermi tra i piedi, di farmi fare quello che in tutte  le famiglie di Corigliano si usava fare: mandarmi ad  imparare anche un mestiere, ”perché nella vita non  si sa mai...” Mi mandarono dal sarto, il nostro sarto di famiglia, che io conoscevo bene, perché mio padre, già in età giovanile, ci voleva forniti almeno del vestito buono della festa e, immancabilmente, il sarto ci abbigliava  con giacche che dovevano essere molto serie, quindi... dei bei doppiopetto che ci conferivano tanta “serietà”  ma, indirettamente, ci invecchiavano. Il nostro sarto era “mastro Cosimo Avella” e la sua sartoria si trovava in corso Principe Umberto, a circa una cinquantina di passi da un’altra sartoria, quella di mastro Alfonso Spezzano. Notoriamente,per fama riconosciuta, era il miglior sarto di Corigliano. La mia prima sorpresa fu di trovare nella sartoria di Avella, come apprendista più anziano,il maggiore dei figli di mastro Alfonso. Mi resi conto che ci doveva essere stato un classico “Conflitto generazionale”, per cui, padre e figlio, con molto tatto e buonsenso, decisero di metter in atto un  provvisorio allontanamento, per superare l’impasse momentanea, facendo provare al giovane un periodo di quarantena per confrontarsi con altre realtà. Dunque, ”l’organico” della sartoria Avella consisteva nel maestro, nel giovane Spezzano, in un altro ragazzo poco più grande di me, ed io, ultimo arrivato. Dopo appena due giorni, approfittando del fatto che il maestro non c’era, Spezzano, ritenne opportuno che io, giovane “novizio”, mi rendessi conto che c’erano delle “gerarchie” da rispettare e, con una convinta aria da “capo”, mi ordinò di andargli a prendere un bicchiere d’acqua alla fontana pubblica, a pochi passi, dopo la curva, seguendo la strada che portava al Castello. Non ebbi nulla da ridire e preso quel boccaletto per il  manico, eseguii l’ordine. Mi resi conto che “la bottega” non faceva per me e, men che meno il compito di “portatore d’acqua” che ritenevo più consono ai meno dotati. Il giorno dopo non mi presentai al “lavoro”e, senza dare spiegazioni a mia madre che non riusciva a rendersi conto della mia decisione, mi dedicai tutto a godermi le vacanze con giochi più congeniali alla mia indole. Così, senza rimpianti, si chiuse la mia prima ed unica esperienza “lavorativa”, senza nemmeno arrivare a  riscuotere la paghetta settimanale, la tanto ambita “muzzetta” che consentiva ai miei coetanei di potersi pagare il biglietto del cinema che, guarda caso, io  già non pagavo, per reciproco scambio di servizi,tra l’attività di mio padre ed i gestori del cinema. E fu così che Corigliano ebbe un “sarto” in meno ed un ingegnere in più. E fu un bene per me e per Corigliano, vista la fine che ha fatto la nobile categoria dei sarti per il subentro  delle industrie manufatturiere che hanno portato alla sparizione di quegli abili artigiani. E “mastro Cosimo Avella”? Cambiò attività, finendo  col vendere lampadari. E Spezzano? Com’era prevedibile, tornò alla bottega del padre, di cui prolungò la fama. Ma,fatalmente,pur bravissimo,anche  lui dovette abbandonare la nobile arte che,ormai, non dava più nemmeno la sicurezza di quel  minimo indispensabile per  la sopravvivenza economica. Com’e triste parlarne,ma com’è dolce ricordare.

 

Ernesto Scura

Tempo di guerra - Il Duce e il Re?

Nel 1943 frequentavo la quarta classe delle elementari. Le cose incominciavano a mettersi male per l’Italia sui vari fronti di guerra.
Il maestro, ligio alle disposizioni, si guardava bene dal confidarci che in Africa gli angloamericani ci avevano già cacciati e dava ad intendere che le nostre truppe ancora resistevano e, sulla carta appesa alla parete, ci indicava Capo Bon, estrema appendice della Tunisia, dove le nostre truppe ancora “tenevano la posizione”, ma tutti capimmo che era un pietoso eufemismo che tendeva a nascondere un’amara verità.

Capo Bon non poteva essere l’ultimo avamposto,privo com'era di un porto adeguato per i rifornimenti o per eventuali evacuazioni.Quasi un arido “promontorio”.
Comunque tutti ancora ci illudevamo che le cose si sarebbero messe per il meglio e l’entusiasmo non era venuto meno, anzi ci preparavamo baldanzosamente con le esercitazioni per il saggio ginnico di fine anno. La scuola, tuttavia, mantenne sempre la sua serietà ed il suo consueto rigore.
La cosa più temuta da noi scolari e, probabilmente, di più dagli insegnanti,era la visita di qualche ispettore ministeriale,solitamente senza preavviso,che incuteva a noi bambini il terrore di interrogazioni che, se con esito negativo, avrebbero pregiudicato la nostra promozione.
Ma si percepiva anche il disagio degli insegnanti che, in caso di riscontro di un livello di preparazione troppo basso di tutta la classe, sarebbero stati ritenuti i veri responsabili del disastro, con immancabili conseguenti provvedimenti punitivi.Insomma, diciamocela tutta: LA SCUOLA ERA, ANCORA, UNA COSA MOLTO SERIA.
E sebbene il conflitto bellico creasse tanti problemi, specie per la realizzazione delle trasferte, la visita dell’ispettore non mancò nemmeno in quel contesto drammatico, vuoi per il disagio alimentare, vuoi per la precarietà dei trasporti.
Fece delle domande scegliendo i nomi a casaccio sul registro. E tutto andò liscio.
Poi, assunto un atteggiamento molto più confidenziale e meno ufficiale,scese dalla cattedra e con un sorriso accattivante, chiamò Tonino Formaro che,senza ombra alcuna di timore, uscì dal banco e, su invito dell’ispettore, si avvicino alla cattedra.
Con bonomia l’ispettore gli chiese:”chi è quello”? (quello era il ritratto del Re appeso sulla parete,alle spalle della cattedra) e Tonino con spavalda sicumera: il Duce.
Sconcertati, ispettore e maestro si guardarono in faccia. Il maestro, alquanto indispettito: ma che dici,guarda bene, chi è quello a sinistra?
E Tonino: il Duce.
Intervenne l’ispettore,sicuro che Tonino era emozionato per la presenza dell’ispettore e,bonariamente, certo di chiarire l’equivoco, ribaltò la domanda: allora, dimmi, chi è quello di destra?
E Tonino, con la stessa spavalda sicurezza rispose: il Duce.
-Ecco, bravo, vedi che ora ci siamo.Ed ora dimmi chi è quello di sinistra?
Tonino,con la stessa inoppugnabile sicurezza di prima, rispose:Il Duce.
Lo scoramento del maestro e dell’ispettore erano palesi.
Noi, intimoriti, non ci siamo nemmeno permessi di fare qualche risolino, temendo di peggiorare la situazione di Tonino e, forse, di indispettire maestro ed ispettore.
Con Tonino ci volevamo molto bene perchè eravamo i due della classe che facevamo, insieme, il percorso più lungo, per arrivare a scuola, da Sant’Antonio a San Francesco, con molteplici scambi di confidenze.
Quel giorno, sul percorso di ritorno, mi guardai bene dal chiedergli il motivo di quelle sconcertanti risposte, che, ne sono certo, erano dovute al fatto che nessuno, mai, a scuola,ci aveva parlato del re, essendo scontato che tutto il potere era,sempre,del Duce,ed ogni immagine non poteva che appartenere al detentore del potere.
Forse,a casa di Tonino non si toccavano certi tasti.
Ma quell'anno, io e Tonino ci separammo, poiché io feci il salto, quarta elementare prima media. E non ebbi altre occasioni per poter chiarire, nemmeno l’anno seguente.
Da grandi poi, non c’era più né la voglia né la curiosità di “chiarire”, vista l’inattualità dell’argomento: Non avevamo più né un Duce, né un Re.
Ed oggi,purtroppo,non abbiamo più nemmeno Tonino, l’amico Tonino, il “fratello” Tonino che, ai miei esami di maturità, mi aspettò all'uscita, il giorno che ci fu compito di matematica, ansioso di sapere com'era andata, e su cosa verteva il famigerato “problema” che, comunque, era considerato lo scoglio più pericoloso della maturità scientifica.
Lui, che della matematica era un appassionato cultore e attento studioso, sin dalle classi dei lontani anni delle elementari.
Ciao,Tonino,quanto mi manchi.

Ernesto Scura